ALCYONE

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GABRIELE D’ANNUNZIO

Libro Terzo delle LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI

Anniversario orfico

P.B.S. VIII Luglio MDCCCXXII

Udimmo in sogno sul deserto Gombo

sonar la vasta bùccina tritonia

e da Luni diffondersi il rimbombo

a Populonia.

Dalle schiume canute ai gorghi intorti

fremere udimmo tutto il Mare nostro

come quando lo vèrberan le forti

ale dell’Ostro.

E trasalendo «Odi, sorella» io dissi

«odi l’annuncio dell’enfiata conca?

Forse per noi risale dagli abissi

la testa tronca,

la testa esangue del treicio Orfeo

che, rapita dal freddo Ebro alla furia

bassàrica, sen venne dell’Egeo

al mar d’Etruria».

Quasi fucina il vespro ardea di cupi

fuochi; gridavan l’aquile nell’alto

cielo, brillando il crine delle rupi

qual roggio smalto.

Come profusi fuor dell’urne infrante

parean ruggir nell’affocato cerchio

i fiumi, l’Arno del selvaggio Dante,

la Magra, il Serchio.

Ed ella disse: «Non l’Orfeo treicio,

non su la lira la divina testa,

ma colui che si diede in sacrificio

alla Tempesta.

Oggi è il suo giorno. Il nàufrago risale,

che venne a noi dagli Angli fuggitivo,

colui che amava Antigone immortale

e il nostro ulivo».

Dissi: «O veggente, che faremo noi

per celebrar l’approdo spaventoso?

Invocheremo il coro degli Eroi?

Tremo, non oso.

Questo naufrago ha forse gli occhi aperti

e negli occhi l’imagine d’un mondo

ineffabile. Ei vide negli incerti

gorghi profondo.

E tolto avea Promèteo dal rostro

del vùlture, nel sen della Cagione

svegliato avea l’originario mostro

Demogorgóne!»

Disse ella: «Gli versavan le melodi

i Vènti dai lor carri di cristallo,

il silenzio gli Spiriti custodi

bui del metallo,

il miel solare nella boccha schiusa

le musiche api che nudrito aveano

Sofocle, il gelo gli occhi d’Aretusa

fiore d’Oceano».

Dissi: «Ei ghermì la nuvola negli atrii

di Giove, su l’acroceraunio giogo

la folgore. Non odi i boschi patrii

offrirgli il rogo?

Mira funebre letto che s’appresta,

estrutto rogo senza la bipenne!

Vengono i rami e i tronchi alla congesta

ara solenne.

E caduto dal ciel l’arde il divino

fuoco. Scrosciano e colano le gomme.

Spazia l’odor del limite marino

all’Alpi somme».

Ella disse: «A noi vien per aver pace

il nàufrago che il Mar di gorgo in gorgo

travolse. Altra nel cielo che si tace

anima scorgo.

Placa te stesso e l’ospite! Il mortale,

ch’evocò la gran Niobe di pietra

su dal silenzio e trarre udì lo strale

dalla faretra,

èvochi presso il nàufrago silente

la lacrimata figlia di Giocasta,

la regia virgo nelle pieghe lente

del peplo casta,

Antigone dall’anima di luce,

Antigone dagli occhi di viola,

l’Ombra che solo nell’esilio truce

egli amò sola.

Ecco il giglio per quelle morte chiome,

il fiore inespugnabile del nudo

Gombo, il tirreno fior che ha il greco nome

del doppio ludo,

ecco il pancrazio». Io dissi: «No, ‘l corremo.

Intatto sia tra l’uno e l’altro il fiore.

Vegli con noi quest’Ombre ed il supremo

lor sacro amore».

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