Arbor victorïosa trumphale

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sonetto, n. 263 del canzoniere di Petrarca

analisi del testo di Alissa Peron

testo

Arbor victorïosa trumphale,
onor d’imperadori et di poeti,
quanti m’ài fatto dí dogliosi et lieti
in questa breve mia vita mortale!

vera donna, et a cui di nulla cale,
se non d’onor, che sovr’ogni altra mieti,
né d’Amor visco temi, o lacci o reti,
né ‘ngano altrui contr’al tuo senno vale.

Gentileza di sangue, et l’altre care
cose tra noi, perle et robini et oro,
quasi vil soma egualmente dispregi.

L’alta beltà ch’al mondo non à pare
noia t’è, se non quanto il bel thesoro
di castità par ch’ella adorni et fregi.

analisi

Con il sonetto 263 si chiude la prima sezione del Canzoniere; nella sezione seconda o in morte appaiono però segni di una presenza ancora viva della donna amata. Il 263 prelude al grande testo 264, è un’esaltazione di Laura e ha funzione riepilogativa, una sorta di sintesi dell’esperienza fin qui narrata. Esalta il rifiuto di Laura per il suo amore, come si vede dall’Incipit, Laura è il lauro segno dei trionfi degli imperatori e dei poeti, si addensa qui la riflessione sull’amore e sulla gloria. Anche qui si insiste sulla fuga temporis, la fugacità delle cose terrene e non è necessario che si apra un aldilà in cui il poeta aspiri a giungere. Nella seconda quartina il poeta riporta Laura nella dimensione umana di vera donna ovvero signora; ella è preoccupata del suo onore e non teme di essere invischiata nell’amore. Laura sembra spregiare ciò che agli altri è caro, oro nobiltà e la sua stessa bellezza, se non nella misura in cui essa esalta il tesoro della sua castità. La parte in vita del Canzoniere è la risposta al no di Laura tetragona all’amore del poeta; la seconda parte riguarda specialmente la morte di Laura.

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