ATTO QUARTO


Alessandro Manzoni

ADELCHI

SCENA SECONDA

Notte. Interno d’un battifredo sulle mura di Pavia. Un’armatura nel mezzo

GUNTIGI, AMRI

 

GUNTIGI

Amri, sovvienti di Spoleti?

 

AMRI

E posso

Obbliarlo, signor?

 

GUNTIGI

D’allor che, morto

Il tuo signor, solo, dai nostri cinto,

Senza difesa rimanesti? Alzata

Sul tuo capo la scure, un furibondo

Già la calava; io lo ritenni: ai piedi

Tu mi cadesti, e ti gridasti mio.

Che mi giuravi?

 

AMRI

Ubbidienza e fede

Fino alla morte. – O mio signor, falsato

Ho il giuro mai?

 

GUNTIGI

No; ma l’istante è giunto

Che tu lo illustri con la prova.

 

AMRI

Imponi.

 

GUNTIGI

Tocca quest’armi consacrate, e giura

Che il mio comando eseguirai; che mai,

Né per timor né per lusinghe, fia,

Mai, dal tuo labbro rivelato.

 

AMRI (ponendo le mani sull’armi)

Il giuro:

E se quandunque mentirò, mendico

Andarne io possa, non portar più scudo,

Divenir servo d’un Romano.

 

GUNTIGI

Ascolta.

A me commessa delle mura, il sai,

È la custodia; io qui comando, e a nullo

Ubbidisco che al re. Su questo spalto

Io ti pongo a vedetta, e quindi ogn’altro

Guerriero allontanai. Tendi l’orecchio,

E osserva al lume della luna; al mezzo

Quando la notte fia, cheto vedrai

Alle mura un armato avvicinarsi:

Svarto ei sarà… Perché così mi guardi

Attonito? egli è Svarto, un che tra noi

Era da men di te; che ora tra i Franchi

In alto sta, sol perché seppe accorto

E segreto servir. Ti basti intanto,

Che amico viene al tuo signor costui.

Col pomo della spada in sullo scudo

Sommessamente ei picchierà: tre volte

Gli renderai lo stesso segno. Al muro

Una scala ei porrà: quando fia posta,

Ripeti il segno; ei saliravvi: a questo

Battifredo lo scorgi, e a guardia ponti

Qui fuor: se un passo, se un respiro ascolti,

Entra ed avvisa.

 

AMRI

Come imponi, io tutto

Farò.

 

GUNTIGI

Tu servi a gran disegno, e grande

Fia il premio.

 

(Amri parte)

 

 

SCENA TERZA

 

GUNTIGI

Fedeltà? – Che il tristo amico

Di caduto signor, quei che, ostinato

Nella speranza, o irresoluto, stette

Con lui fino all’estremo, e con lui cadde,

Fedeltà! fedeltà! gridi, e con essa

Si consoli, sta ben. Ciò che consola,

Creder si vuol senza esitar. – Ma quando

Tutto perder si puote, e tutto ancora

Si può salvar; quando il felice, il sire

Per cui Dio si dichiara, il consacrato

Carlo un messo m’invia, mi vuole amico,

M’invita a non perir, vuol dalla causa

Della sventura separar la mia…

A che, sempre respinta, ad assalirmi

Questa parola fedeltà ritorna,

Simile all’importuno? e sempre in mezzo

De’ miei pensier si getta, e la consulta

Ne turba? – Fedeltà! Bello è con essa

Ogni destin, bello il morir. – Chi ‘l dice?

Quello per cui si muor. – Ma l’universo

Seco il ripete ad una voce, e grida

Che, anco mendico e derelitto, il fido

Degno è d’onor, più che il fellon tra gli agi

E gli amici. – Davver? Ma, s’egli è degno,

Perché è mendico e derelitto? E voi

Che l’ammirate, chi vi tien che in folla

Non accorriate a consolarlo, a fargli

Onor, l’ingiurie della sorte iniqua

A ristorar? Levatevi dal fianco

Di que’ felici che spregiate, e dove

Sta questo onor fate vedervi: allora

Vi crederò. Certo, se a voi consiglio

Chieder dovessi, dir m’udrei: rigetta

L’offerte indegne; de’ tuoi re dividi,

Qual ch’ella sia, la sorte. – E perché tanto

A cor questo vi sta? Perché, s’io cado,

Io vi farò pietà; ma se, tra mezzo

Alle rovine altrui, ritto io rimango,

Se cavalcar voi mi vedrete al fianco

Del vincitor che mi sorrida, allora

Forse invidia farovvi; e più v’aggrada

Sentir pietà che invidia. Ah! non è puro

Questo vostro consiglio. – Oh! Carlo anch’egli

In cor ti spregerà. – Chi ve l’ha detto?

Spregia egli Svarto, un uom di guerra oscuro,

Che ai primi gradi alzò? Quando sul volto

Quel potente m’onori, il core a voi

Chi ‘l rivela? E che importa? Ah! voi volete

Sparger di fiele il nappo, a cui non puote

Giungere il vostro labbro. A voi diletta

Veder grandi cadute, ombre d’estinta

Fortuna, o favellarne, e nella vostra

Oscurità racconsolarvi: è questo

Di vostre mire il segno: un più ridente

Splende alla mia; né di toccarlo il vostro

Vano cl’amor mi riterrà. Se basta

I vostri plausi ad ottener, lo starsi

Fermo alle prese col periglio, ebbene,

Un tremendo io ne affronto: e un dì s’aprete

Che a questo posto più mestier coraggio

Mi fu, che un giorno di battaglia in campo.

Perché, se il rege, come suol talvolta,

Visitando le mura, or or qui meco

Svarto trovasse a parlamento, Svarto,

Un di color, ch’ei traditori, e Carlo

Noma Fedeli… oh! di guardarsi indietro

Non è più tempo: egli è destin, che pera

Un di noi due; far deggio in modo, o Veglio,

Ch’io quel non sia.

 

 

SCENA QUARTA

GUNTIGI, SVARTO, AMRI

 

SVARTO

Guntigi!

 

GUNTIGI

Svarto!

(ad Amri)

Alcuno

Non incontrasti?

 

AMRI

Alcun.

 

GUNTIGI

Qui intorno veglia.

 

(Amri parte)

 

 

SCENA QUINTA

GUNTIGI, SVARTO

 

SVARTO

Guntigi, io vengo, e il capo mio commetto

Alla tua fede.

 

GUNTIGI

E tu n’hai pegno; entrambi

Un periglio corriamo.

 

SVARTO

E un premio immenso

Trarne, sta in te. Vuoi tu fermar la sorte

D’un popolo e la tua?

 

GUNTIGI

Quando quel Franco

Prigion condotto entro Pavia, mi chiese

Di segreto parlar, messo di Carlo

Mi si scoverse, e in nome suo mi disse

Che l’ira di nemico a volger pronto

In real grazia egli era, e in me speranza

Molta ponea; che ogni mio danno avria

Riparato da re; che tu verresti

A trattar meco; io condiscesi: un pegno

Chiese da me; tosto de’ Franchi al campo

Nascosamente il mio figliuol mandai

Messo insieme ed ostaggio; e certo ancora

Del mio voler non sei? Fermo è del pari

Carlo nel suo?

 

SVARTO

Dubbiar ne puoi?

 

GUNTIGI

Ch’io sappia

Ciò ch’ei desia, ciò ch’ei promette. Ei prese

La mia cittade, e ne fe’ dono altrui;

Né resta a me che un titol vano.

 

SVARTO

E giova

Che dispogliato altri ti creda, e quindi

lmplacabile a Carlo. Or sappi; il grado

Che già tenesti, tu non l’hai lasciato

Che per salir. Carlo a’ tuoi pari dona

E non promette: Ivrea perdesti: il Conte,

Prendi,

(gli porge un diploma)

sei di Pavia.

 

GUNTIGI

Da questo istante

Io l’ufizio ne assumo; e fiane accorto

Dall’opre il signor mio. Gli ordini suoi

Nunziami, o Svarto.

 

SVARTO

Ei vuol Pavia; captivo

Vuole in sua mano il re; l’impresa allora

Precipita al suo fin. Verona a stento

Chiusa ancor tiensi: tranne pochi, ognuno

Brama d’uscirne, e dirsi vinto: Adelchi

Sol li ritien; ma quando Carlo arrivi,

Vincitor di Pavia, di resistenza

Chi parlerà? L’altre città che sparse

Tengonsi, e speran nell’indugio ancora,

Cadon tutte in un dì, membra disciolte

D’avulso capo: i re caduti, è tolto

Ogni pretesto di vergogna: al duro

Ostinato ubbidir manca il comando:

Ei regna, e guerra più non v’è.

 

GUNTIGI

Sì, certo

Pavia gli è d’uopo; ed ei l’avrà: domani,

Non più tardi, l’avrà. Verso la porta

Occidental con qualche schiera ei venga:

Finga quivi un assalto; io questa opposta

Terrò sguernita, e vi porrò sol pochi

Miei fidi: accesa ivi la mischia, a questa

Ei corra; aperta gli sarà. – Ch’io, preso

Il re consegni al suo nemico, questo

Carlo da me non chieda; io fui vassallo

Di Desiderio, in dì felici, e il mio

Nome d’inutil macchia io coprirei.

Cinto di qua, di là, lo sventurato

Sfuggir non può.

 

SVARTO

Felice me, che a Carlo

Tal nunzio apporterò! Te più felice,

Che puoi tanto per lui! – Ma dimmi ancora:

Che si pensa in Pavia? Quei che il crollante

Soglio reggere han fermo, o insieme seco

Precipitar, son molti ancora? o all’astro

Trionfator di Carlo i guardi alfine

Volgonsi e i voti? e agevol fia, siccome

L’altra già fu, questa vittoria estrema?

 

GUNTIGI

Stanchi e sfidati i più, sotto il vessillo

Stanno sol per costume: a lor consiglia

Ogni pensier di abbandonar cui Dio

Già da gran tempo abbandonò; ma in capo

D’ogni pensier s’affaccia una parola

Che li spaventa: tradimento. Un’altra

Più saggia a questi udir farò: salvezza

Del regno; e nostri diverran: già il sono.

Altri, inconcussi in loro amor, da Carlo

Ormai nulla sperando…

 

SVARTO

Ebben, prometti:

Tutti guadagna.

 

GUNTIGI

Inutil rischio ei fia.

Lascia perir chi vuol perir; senz’essi

Tutto compir si può.

 

SVARTO

Guntigi, ascolta.

Fedel del Re de’ Franchi io qui favello

A un suo Fedel; ma Longobardo pure

A un Longobardo. I patti suoi, lo credo,

Carlo terrà; ma non è forse il meglio

Esser cinti d’amici? in una folla

Di salvati da noi?

 

GUNTIGI

Fiducia, o Svarto,

Per fiducia ti rendo. Il dì che Carlo

Senza sospetto regnerà, che un brando

Non resterà che non gli sia devoto…

Guardiamci da quel dì! Ma se gli sfugge

Un nemico, e respira, e questo novo

Regno minaccia, non temer che sia

Posto in non cal chi glielo diede in mano.

 

SVARTO

Saggio tu parli e schietto. – Odi: per noi

Sola via di salute era pur quella

Su cui corriamo; ma d’inciampi è sparsa

E d’insidie: il vedrai. Tristo a chi solo

Farla vorrà. – Poi che la sorte in questa

Ora solenne qui ci unì, ci elesse

All’opera compagni ed al periglio

Di questa notte, che obbliata mai

Da noi non fia, stringiamo un patto, ad ambo

Patto di vita. Sulla tua fortuna

Io di vegliar prometto; i tuoi nemici

Saranno i miei.

 

GUNTIGI

La tua parola, o Svarto,

Prendo, e la mia ti fermo.

 

SVARTO

In vita e in morte.

 

GUNTIGI

Pegno la destra.

(gli porge la destra: Svarto la stringe)

Al re de’ Franchi, amico,

Reca l’omaggio mio.

 

SVARTO

Doman!

 

GUNTIGI

Domani.

Amri!

(entra Amri.)

È sgombro lo spalto?

 

AMRI

È sgombro; e tutto

Tace d’intorno.

 

GUNTIGI (ad Amri, accennando Svarto)

Il riconduci.

 

SVARTO

Addio.

 

 

 

 

 

ATTO QUINTO

 

 

SCENA PRIMA

Palazzo reale in Verona

ADELCHI, GISELBERTO, duca di Verona

 

GISELBERTO

Costretto, o re, dell’oste intera io vengo

A nunziarti il voler: duchi e soldati

Chiedon la resa. A tutti è noto, e indarno

Celar si volle, che Pavia le porte

Al Franco aprì che il vincitor s’affretta

Sopra Verona; e che pur troppo ei tragge

Captivo il re. Co’ figli suoi Gerberga

Già incontro a Carlo uscì, dell’aspro sire

Più ancor fidando nel perdon, che in una

Impotente amistà. Verona attrita

Dal lungo assedio, di guerrier, di scorte

Scema, non forte assai contra il nemico

Che già la stringe, non potrà la foga

Dei sorvegnenti sostener; né quelli

Che l’han difesa fino ad or, se pochi

Ne traggi, o re, vogliono al rischio starsi

Di pugna impari, e di spietato assalto.

Fin che del fare e del soffrir concesso

Era un frutto sperar, fenno e soffriro;

Quanto il dover, quanto l’onor chiedea,

Il diero: ai mali che non han più scopo

Chiedono il fine.

 

ADELCHI

Esci: la mia risposta

Tra poco avrai.

(Giselberto parte)

 

 

SCENA SECONDA

 

ADELCHI

Va, vivi, invecchia in pace;

Resta un de’ primi di tua gente: il merti:

Va, non temer; sarai vassallo: il tempo

È pe’ tuoi pari. – Anche il comando udirsi

Intimar de’ codardi, e di chi trema

Prender la legge! è troppo. Han risoluto!

Voglion, perché son vili! e minacciosi

Li fa il terror; né soffriran che a questo

Furor di codardia s’opponga alcuno,

Che resti un uom tra loro! – Oh cielo! il padre

Negli artigli di Carlo! I giorni estremi

Uomo d’altrui vivrà, soggetto al cenno

Di quella man, che non avria voluto

Come amico serrar; mangiando il pane

Di chi l’offese, e l’ebbe a prezzo! E nulla

Via di cavarlo dalla fossa, ov’egli

Rugge tradito e solo, e chiama indarno

Chi salvarlo non può! nulla! – Caduta

Brescia, e il mio Baudo, il generoso, astretto

Anch’ei le porte a spalancar da quelli

Che non voglion morire. Oh più di tutti

Fortunata Ermengarda! Oh giorni! oh casa

Di Desiderio, ove d’invidia è degno

Chi d’affanno morì! – Di fuor costui,

Che arrogante s’avanza, e or or verrammi

Ad intimar che il suo trionfo io compia;

Qui la viltà che gli risponde, ed osa

Pressarmi; – è troppo in una volta! Almeno

Finor, perduta anche la speme, il loco

V’era all’opra; ogni giorno il suo domani,

Ed ogni stretta il suo partito avea.

Ed ora… ed or, se in sen de’ vili un core

Io piantar non potei, potranno i vili

Togliere al forte, che da forte ei pera?

Tutti alfin non son vili: udrammi alcuno;

Più d’un compagno troverò, s’io grido:

Usciam costoro ad incontrar; mostriamo

Che non è ver che a tutto i Longobardi

Antepongon la vita; e… se non altro,

Morrem. – Che pensi? Nella tua rovina

Perché quei prodi strascinar? Se nulla

Ti resta a far quaggiù, non puoi tu solo

Morir? Nol puoi? Sento che l’alma in questo

Pensier riposa alfine: ei mi sorride,

Come l’amico che sul volto reca

Una lieta novella. Uscir di questa

Ignobil calca che mi preme; il riso

Non veder del nemico; e questo peso

D’ira, di dubbio e di pietà, gittarlo!…

Tu, brando mio, che del destino altrui

Tante volte hai deciso, e tu, secura

Mano avvezza a trattarlo… e in un momento

Tutto è finito. – Tutto? Ah sciagurato!

Perché menti a te stesso? Il mormorio

Di questi vermi ti stordisce; il solo

Pensier di starti a un vincitor dinanzi

Vince ogni tua virtù; l’ansia di questa

Ora t’affrange, e fa gridarti: è troppo!

E affrontar Dio potresti? e dirgli: io vengo

Senza aspettar che tu mi chiami; il posto

Che m’assegnasti, era difficil troppo;

E l’ho deserto! – Empio! fuggire? e intanto,

Per compagnia fino alla tomba, al padre

Lasciar questa memoria; il tuo supremo

Disperato sospir legargli! Al vento,

Empio pensier. – L’animo tuo ripiglia,

Adelchi; uom sii. Che cerchi? In questo istante

D’ogni travaglio il fin tu vuoi: non vedi,

Che in tuo poter non è? – T’offre un asilo

Il greco imperador. Sì; per sua bocca

Te l’offre Iddio: grato l’accetta: il solo

Saggio partito, il solo degno è questo.

Conserva al padre la sua speme: ei possa

Reduce almeno e vincitor sognarti,

Infrangitor de’ ceppi suoi, non tinto

Del sangue sparso disperando. – E sogno

Forse non fia: da più profondo abisso

Altri già sorse: non fa patti eterni

Con alcun la fortuna: il tempo toglie

E dà: gli amici, il successor li crea.

– Teudi!