Avvicinare lui era avvicinare una certezza – di Carmen

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Una fede granitica, incrollabile, impermeabile a qualsiasi prova, una fede oserei dire “testarda”. Questo mi ha sempre commossa in Don Savino. Avvicinarlo era come avvicinare una certezza, la certezza su cui fondare la propria vita. Anche io anni fa ho attraversato l’esperienza devastante del cancro e di una chemio che mentre cura, corrode il corpo e l’anima. Anche io sono stata curata con lo stesso mix di farmaci con i quali i medici hanno cercato di proteggerlo dall’aggressione del male: io, nei giorni successivi al ciclo di chemio a letto in attesa del prossimo, lui sull’altare a dire Messa. Ecco il miracolo che ogni giorno ho visto accadere per un anno e mezzo. La fede lo ha sorretto al di là di ogni razionale spiegazione, la fede lo ha portato oltre l’umanamente possibile, di fronte al quale, come spesso mi diceva, i medici per primi restavano sbalorditi. Non ci sono altre spiegazioni, perché è la fede che compie i miracoli, prima ancora di Dio, perché Dio senza la nostra fede non può nulla, e Dio in lui ha compiuto il miracolo di una fede assoluta. Guardando Don Savino lottare tenacemente contro il suo male mi veniva spesso in mente l’immagine del piccolo Davide che combatte contro il gigante Golia. Cosa ha spinto Davide ad osare sfidare chi lo avrebbe potuto schiacciare con la punta di un dito? La fede in un Dio che non lo avrebbe abbandonato mai. E don Savino aveva questa certezza: che Dio non lo avrebbe abbandonato mai, certezza che non lo ha lasciato neppure durante la fase terminale del suo male. E la fede di una malato senza speranza è diventata subito, per chi ha saputo farsi condurre da lui nel suo cuore, speranza per ogni ammalato. Anzi certezza. Certezza che tutto quello che accade è perché il Signore sceglie sempre il meglio per noi, anche quando questo meglio ci appare un paradosso. E Don Savino ha vinto il suo male anche se alla fine l’ultima parola l’ha avuta la malattia. Ha vinto ancora lui. La fede nel miracolo della remissione completa, per la quale lui ha sempre pregato, era ormai completamente trasformata in amore, perché la sofferenza offerta, e lui l’ha sempre offerta per il bene della chiesa, è la manifestazione più alta dell’amore con il quale Cristo ha redento il mondo. E questo mi permette di affermare con forza che in Don Savino la malattia non ha vinto neppure l’8 febbraio, la morte è infatti arrivata nel momento in cui questo suo sacrificio ha raggiunto il pieno compimento d’amore per i suoi figli, pertanto essa era già partecipazione del mistero pasquale.

                                                                                                                                             Carmen
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