
Elsa Morante
27 Gennaio 2019Citazioni da Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini
27 Gennaio 2019
I ventitré giorni della città di Alba: Il debutto folgorante di Beppe Fenoglio
Pubblicato nel 1952 all’interno della collana dei “Gettoni” diretta da Elio Vittorini per Einaudi, I ventitré giorni della città di Alba rappresenta l’esordio narrativo di Beppe Fenoglio e una delle pietre miliari della letteratura della Resistenza italiana.
L’opera raccoglie una serie di racconti brevi (nove nella prima edizione, poi arricchiti nelle edizioni successive) dominati dal racconto eponimo che rievoca un episodio storico ben preciso: la breve e tragica parentesi della città di Alba liberata dai partigiani e riconquistata dai nazifascisti nell’autunno del 1944.
1. Il contesto storico e la trama del racconto eponimo
«Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944.»
Con queste parole secche e inesorabili si apre il racconto centrale del volume. Ai primi di ottobre del 1944, pressato dall’avanzata delle formazioni partigiane sulle colline delle Langhe, il presidio repubblichino decide di sgomberare la città di Alba, garantendosi un’uscita indolore grazie alla mediazione dei sacerdoti.
La mattina del 10 ottobre i partigiani fanno il loro ingresso in città. Fenoglio descrive la scena con un realismo tagliente e disincantato, definendola «la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce n’era per cento carnevali». Ad occupare la città sono perlopiù giovanissimi, ragazzi quasi minorenni alla loro prima esperienza bellica, impreparati e sorpresi dalla portata degli eventi.
Quella che sembrava una vittoria trionfale si rivela tuttavia un’illusione effimera. Il controllo della città dura appunto ventitré giorni. La mattina del 2 novembre, approfittando di una fitta pioggia battente e della scarsa visibilità, le truppe nazifasciste sferrano una controffensiva violenta. I partigiani tentano un’eroica difesa a Cascina Miroglio e alle porte della città, mentre dai comandi continuano ad arrivare promesse di rinforzi via telefono che non si materializzeranno mai. Alle due del pomeriggio del 2 novembre la città è perduta; i partigiani sono costretti a ritirarsi in collina, lasciandosi alle spalle una scia di sangue e la disillusione cocente di una sconfitta.
2. I temi chiave della raccolta
Sebbene nasca dal terreno fertile della narrativa neorealista del dopoguerra, I ventitré giorni della città di Alba si distingue immediatamente per la sua radicale autonomia rispetto ai canoni dell’epoca.
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Il rifiuto dell’agiografia partigiana: Fenoglio non idealizza i partigiani e non costruisce eroi di cartapesta. Mostra le divisioni interne, la paura, l’inesperienza, la confusione e persino l’inconsapevolezza di chi si trovava a gestire un conflitto feroce senza gli strumenti adeguati.
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Il paesaggio come specchio dell’anima: Le colline delle Langhe non fanno da semplice sfondo bucolico, ma partecipano intimamente al dramma umano. La natura è aspra, fangosa, ostile o indifferente, capace di amplificare il senso di solitudine dei combattenti.
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La guerra vista “dal basso”: L’epopea collettiva si sbriciola nei singoli destini individuali, nei pensieri dei ragazzi che guardano per la prima volta la morte in faccia, nella spaccatura dolorosa tra il mondo contadino arcaico e la violenza della storia contemporanea.
3. Lo stile e la lingua
La scrittura fenogliana si muove sul filo di un espressionismo unico nel panorama italiano. L’autore contamina l’asciuttezza della cronaca con un ritmo incalzante e febbrile, innestando nella lingua italiana vocaboli dialettali piemontesi e termini mutuati dalla sua viscerale passione per la lingua inglese.
Questo stile antiletterario e muscolare evita ogni forma di retorica patriottica o di facile sentimentalismo. La voce di Fenoglio è quella di un testimone oculare che racconta la verità dei fatti con implacabile onestà intellettuale, ponendo le basi per i capolavori futuri come Il partigiano Johnny e Una questione privata.
«Scesero la collina, molti piangendo e molti bestemmiando, scuotendo la testa guardavano la città che laggiù tremava come una creatura.» — Beppe Fenoglio

Nato ad Alba nel 1922, partigiano, traduttore dall’inglese, muore nel 1963 a Torino.
Pubblica in vita i racconti lunghi I ventitré giorni della città di Alba (1952) e La malora (1954).
Saranno invece pubblicati postumi i romanzi Una questione privata (1963) e Il partigiano Johnny (1968)

I ventitré giorni della città di Alba
Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944.
Ai primi di ottobre, il presidio repubblicano , sentendosi mancare il fiato per la stretta che gli davano i partigiani dalle colline […] fece dire dai preti ai partigiani che sgomberava, solo che i partigiani gli garantissero l’incolumità dell’esodo. I partigiani garantirono e la mattina del 10 ottobre il presidio sgomberò.
Così la gente, pressata contro i muri di Via Maestra, vide passare i partigiani delle Langhe.
Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce n’era per cento carnevali […]
Il fatto è che tra loro non cera un adulto, quelli che avevano fatto il soldato nel Regio Esercito erano forse cinque ogni cento. Nel buio di quella vigilia di battaglia, molti di quei minorenni che, per non aver mai voluto tirare alle galline, non avevano mai sparato il fucile, si domandavano ora se sparare poteva esser complicato e se il colpo faceva male alle orecchie. […]
La mattina del 2 novembre ci fu per sveglia un boato, verso le quattro e mezzo. […]
Il 2 novembre 1944 fu una giornata molto piovosa, e i fascisti sfruttarono la scarsa visibilità dovuta alla pioggia battente per sorprendere i partigiani. […]
Difesero Cascina Miroglio e, dietro di essa, la città di Alba per altre due ore, sotto quel fuoco e quella pioggia. Ogni quarto dora l’aiutante si attaccava al telefono e si sporgeva a gridare: – Tenete duro che vi arrivano i rinforzi! Ma fino alla fine arrivarono solo per telefono.
In quel medesimo giorno, a Dogliani chè un grosso paese a venti chilometri da Alba, cera la fiera autunnale e in piazza ci sarà stato un migliaio di partigiani che sparavano sui tirassegni, taroccavano le ragazze, bevevano le bibite e riuscivano con molta facilità a non sentire il fragore della battaglia di Alba.
Che così fu perduta alle ore due pomeridiane del giorno 2 novembre 1944.” […]
Scesero la collina, molti piangendo e molti bestemmiando, scuotendo la testa guardavano la città che laggiù tremava come una creatura.




