Buona [scuola] è categoria morale – di Enrico Maranzana

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Le
parole non hanno quasi mai un significato semplice, univoco: il loro contenuto
deriva dal contesto in cui sono inserite, vincolo che, violato, conduce allo
stravolgimento del senso delle comunicazioni.
Il DDL del governo, infrangendo tale
principio, ha semplificato, banalizzandolo, il problema educativo.

1    
Autonomia delle istituzioni
scolastiche

Carica
di significato la scelta del riferimento legislativo: la legge 15 marzo 1997 n°
59 “conferisce al governo la
delega ad
emanare, entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge,
uno o più decreti legislativi
”.  Si tratta di una norma superata, senza valore:
il DPR 275/99 avrebbe dovuto essere il fondamento del disegno di legge.

L’errato richiamo normativo ha un’inequivocabile
valenza: respingere l’idea di scuola veicolata dal decreto attuativo.

Il DDL del governo Renzi non affronta la
complessità del problema scolastico, rifiuta di considerare che la scuola è un
sistema, rigetta la disposizione “l’autonomia
delle istituzioni scolastiche si sostanzia nella progettazione e nella
realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo
sviluppo della persona umana
” e ripropone l’antico modello fondato
sull’insegnamento delle singole materie.

La superficialità caratterizza l’elaborazione governativa:
il buon padre di famiglia, prima di modificare l’esistente, ne studia il
comportamento, ne analizza l’evoluzione e capitalizza l’esperienza. In altri
termini: il governo avrebbe dovuto indagare sull’efficacia della disposizione
sull’autonomia e, se avesse letto i POF elaborati dalle scuole, avrebbe costatato
che la progettazione educativa, la progettazione formativa, la progettazione
dell’istruzione sono pratiche sconosciute.

Il significato del DDL governativo è: torniamo al
passato; validiamo l’attività delle scuole che hanno sistematicamente eluso la
legge.

2    
Il dirigente scolastico

Il DDL ignora i
dettami delle scienze dell’organizzazione, principi che la vigente normativa ha
fatto propri. Il problema educativo non è stato studiato, non è stata
riconosciuta la sua dimensione, responsabilità e potere sono stati accentrati
in un unico soggetto. E’ stato stravolto l’art. 37 del decreto legislativo
150/2009 che “rafforza il principio di
distinzione tra le funzioni di indirizzo e controllo spettanti agli organi di
governo e le funzioni di gestione amministrativa spettanti alla dirigenza
”, principio posto a fondamento dei decreti delegati del 74.

Affiora nuovamente la superficialità del DDL: se
fossero stati presi in considerazione gli ordini del giorno che i dirigenti
scolastici hanno stilato per convocare gli organismi collegiali sarebbe emersa
la sistematica elusione della legge. Un esproprio, la sterilizzazione degli
organi di governi che, sradicati dal loro terreno vitale, hanno perduto
incisività e, di conseguenza, la partecipazione è stata scoraggiata.

Il significato del DDL governativo è: premiamo i
presidi, diamo loro più potere per ricompensarli della battaglia condotta per
impedire l’ammodernamento dell’istituzione.

3     Merito e premialità

Didattica e insegnamento sono i parametri
indicati nel disegno di legge che il dirigente scolastico utilizzerà per
valutare i docenti. Anche in questo caso la superficialità impera: la legge
53/2003 ha sostituito il termine scuola con SISTEMA EDUCATIVO DI ISTRUZIONE E
DI FORMAZIONE per indicare i traguardi verso cui l’istituzione deve muovere.

La didattica e l’insegnamento assumono una
propria significatività solamente se i problemi formativi, i problemi
educativi, i problemi dell’istruzione sono stati affrontati e sono state
prefigurate strategie risolutive. La lettura dei POF avrebbe svelato la desolante
situazione in cui opera l’istituzione.

Il significato del DDL governativo è: torniamo al
tempo delle note di qualifica per affermare la supremazia dei dirigenti
scolastici, per incentivare la cieca obbedienza del docente.

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