Calvino negli anni sessanta

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La svolta politica
La sua adesione, convinta, al partito comunista viene meno dopo l’invasione dellUngheria da parte delle milizie sovietiche e dopo la denuncia dei crimini commessi da Stalin fatta da Nikita Chruscev.
Egli esprime la sua visione culturale fondando insieme con Vittorini la rivista il Menabò”.
 

Anni sessanta
Parigi (e la Francia illuminista) è sempre stata la patria spirituale” di Calvino, che si trasferisce a Parigi nel 1964 dopo aver sposato Esther Judith Singer, approfondendo in quegli anni parigini i rapporti profondi con Queneau (di cui traduce I fiori blu”) e altri scrittori dellavanguardia francese, portando a piena realizzazione alcuni aspetti già presenti in parte nella sua narrativa precedente, cioè:
La comicità paradossale
L interesse spasmodico per la scienza.

Calvino giornalista
Quando Calvino ritorna in Italia nel 1980, diventa un articolista del Corriere della sera” e de La repubblica”, stigmatizzando con alcuni suoi memorabili editoriali” le stanche abitudini della politica e della cultura italiana di quegli anni
Colpito da un malore improvviso, muore nel 1985 nellospedale di Siena.

Calvino e il linguaggio
Cerco di oppormi alla pigrizia mentale di cui danno prova tanti miei colleghi romanzieri nell’uso di un linguaggio quanto mai prevedibile e insipido.
Credo che la prosa richieda un investimento di tutte le risorse verbali, tal quale come la poesia:
scatto e precisione nella scelta dei vocaboli,
economia e pregnanza e inventiva nella loro
distribuzione e strategia,
slancio e mobilità e tensione nella frase,
agilità e duttilità nello spostarsi da un registro all’altro, da un ritmo all’altro.

La sfida al labirinto (1962)
Da una parte c’è l’attitudine, oggi necessaria per affrontare la complessità del reale, di rifiutare le visioni semplicistiche che non fanno che confermare le nostre abitudini di rappresentazione del mondo; quello che oggi ci serve è la mappa del labirinto la più particolareggiata possibile.
Dall’altra parte c’è il fascino del labirinto in quanto tale, del perdersi nel labirinto, del rappresentare questa assenza di vie d’uscita come la vera condizione dell’uomo.
Resta fuori chi crede di poter vincere i labirinti sfuggendo alla loro difficoltà; ed è dunque una richiesta poco pertinente quella che si fa alla letteratura, dato un labirinto, di fornirne essa stessa la chiave per uscirne.
Quel che la letteratura può fare è definire l’atteggiamento migliore per trovare la via d’uscita, anche se questa via d’uscita non sarà altro che il passaggio da un labirinto all’altro. È la sfida al labirinto che vogliamo salvare, è una letteratura della sfida al labirinto che vogliamo enucleare e distinguere dalla letteratura della resa al labirinto.

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