Cesare Beccaria – di Carlo Zacco

Vita. Di
famiglia nobile, ebbe un carattere schivo e riservato. Importantissima per la
sua vita, sia pubblica che privata, fu l’amicizia che lo legò ai fratelli Verri,
in particolare a Pietro, una delle figure più eminenti dell’Illuminismo
milanese.
 – Nasce a Milano nel
1738;   studia legge all’università di Pavia, dove si laurea.
L’università di Pavia è una delle più
antiche del mondo, fondata in epoca carolingia; 
 – fu distrutta nel 1525, durante la
guerra tra Spagna e Francia (Battaglia di Pavia), e per due secoli praticamente
non funzionò;
 – la sua rinascita si deve all’intervento di
Maria Teresa D’Austria
(vi insegnò Foscolo);
 – gli austriaci Milano fondarono anche
l’accademia di belle arti di Brera
, all’interno di un edificio religioso
precedente (orto botanico, osservatorio astronomico).
 – nel ’61 sposa una
donna di umili origini, Teresa Blasco, dalla quale avrà una figlia, Giulia, che
sarà la madre di Alessandro Manzoni.
 – Grazie
all’amicizia coi Verri entra a far parte del «caffè», nella quale rivista
pubblicherà alcuni articoli, su temi di economia e politica.
Dei delitti e
delle pene
Pubblicazione
Nel 1764, sempre su stimolo di Pietro Verri pubblica il Dei delitti e
delle pene;
 – la scrittura del
libro è stata seguita da vicino da Pietro verri, che portava materiale
all’amico,  e si occupava anche di correggere man mano le bozze;
 – spesso Verri si è
lamentato del carattere pigro di Cesare; del fatto che non prendesse molto sul
serio l’attività di ricerca e di scrittura; del modo disordinato di condurre il
proprio lavoro;
 – senza l’intervento
attivo di Pietro Verri l’opera non sarebbe venuta alla luce;
 – dopo la
pubblicazione
 il testo viene subito tradotto in francese, ed ha una
vastissima risonanza in tutta Europa, per l’attualità e l’importanza dei temi
trattati: il dibattito sul libro di Beccaria infiamma l’Europa per diversi anni:
Francia, Germania, Inghilterra, e persino in Russia;
 – il libro subisce
anche pesanti attacchi, soprattutto dalla chiesa:  immediatamente dopo la sua
pubblicazione, nel 1765, uno studioso gesuita, padre Ferdinando
Facchinei
, scrive un opuscolo, rigettando argomentazioni di Beccaria su base
morale;
 – a questo opuscolo
risponderà Pietro Verri con un altro articolo, dove rigetta punto per punto,
sulla base di argomentazioni giurisprudenziali, i motivi di padre Facchinei;
 – dato il successo
dell’opera, Beccaria viene invitato in Francia, dai philosophes (tra cui
Voltaire).
 – Ma Cesare ha un
carattere schivo e riservato, non  ama l’ambiente culturale francese, e dopo
pochi mesi torna in Italia;
 – a questo punto il
rapporto con Pietro Verri si incrina: proprio per il fatto che, non solo Pietro
lo ha aiutato a scrivere l’opera (che ha praticamente scritto lui!), ma non ha 
nemmeno saputo sfruttare la risonanza dell’opera stessa;
 – A partire dagli
anni ’70 Cesare Beccaria si occupa di insegnamento (economia presso le scuole
palatine di Milano) e di incarichi amministrativi per conto del governo
austriaco.
Il progetto
culturale
. Il progetto culturale di Beccaria, come del resto di tutti gli
illuministi milanesi, era quello di incidere nella società: il motto era quello
di procurare il maggior benessere possibile, per il maggior numero di individui
possibile.
Il problema della
giustizia
.  Nello specifico, Beccaria (su consiglio di Verri), si occupa del
problema della giustizia, che in quel periodo, a Milano, era macchiata da una
gestione totalmente irrazionale, da inadempienze, malfunzionamenti,
contraddizioni, assurdità, e soprattutto abusi e arbitrii di ogni tipo da
parte dei giudici e dagli amministratori stessi.
 – la giustizia,
anziché procurare benessere ed equilibrio nella società, finiva per essere un
elemento
di maggior disordine e iniquità, infondendo nella
popolazione un  senso di estraneità verso il potere, e quindi (cosa più grave)
portandoli a compiere ulteriori delitti.
 – l’apoteosi
di questa gestione irrazionale del potere giurisdizionale erano la tortura
e la pena di morte, due capisaldi della magistratura da più di mille anni
che, nonostante abbiano ormai ampiamente dimostrato la loro assoluta inutilità
nel prevenire i delitti, venivano allora ancora ampiamente usate;
 – a questi due temi
Beccaria dedicherà due dei più vibranti capitoli del trattatello.
La pena di morte. Per la cronaca: la pena di morte è stata abolita per la
prima volta nel mondo nel Gran Ducato di toscana, nel 1786, ad opera di
Pietro Leopoldo, imparentato con gli Asburgo-Lorena.
 – quindi venne abolita dal codice Zanardelli (il nuovo codice penale
dell’Italia unita) neo 1889; ma di fatto già dal 1861, l’anno
dell’unificazione, non era più eseguita.
 – venne poi ristabilita durante il ventennio fascista, per essere poi
abolita di nuovo nel 1944.
Il contratto
sociale
. L’opera prende le mosse a partire dalle teorie contrattualiste
dell’epoca, che, nel corso degli ultimi decenni, avevano rielaborato i vari
interventi in proposito di Locke, Montesquieu, e Rousseau.
 – la teoria
contrattualistica
identifica l’esistenza di un patto, di un tacito
accordo che gli uomini hanno stipulato nel momento stesso in cui si sono
consorziati in una società
;
 – in altre parole:
l’esigenza dei primi uomini di unirsi in società allo scopo di uscire dalla
barbarie
, ed evitare la «legge della giungla» del più forte che domina il
più debole, implica la stipula di questo contratto.
 – Il contratto
prevede
, naturalmente, un dare qualcosa in cambio di qualcos’altro:
 – ogni membro della
comunità cede parte della propria libertà personale, per avere in
cambio
la garanzia che la libertà che resta in suo possesso sia tutelata in
modo stabile e duraturo: io sacrifico un 10% in modo che il restante 90% che
rimane in mio possesso sia assicurato.
 La somma delle
piccole porzioni di libertà a cui ogni uomo ha rinunciato vanno a formare un
deposito:
1)                                               
Il garante di questo deposito è lo Stato, che deve
fare in modo che nessuno usurpi la libertà di un altro, riprendendosi la
porzione che ha depositato;
2)                                               
lo strumento con cui lo stato garantisce il rispetto delle libertà di
tutti è la legge.
  – perché questo
patto possa funzionare, cioè: perché il patto sia conveniente per i
contraenti
, è necessario che la porzione di libertà che lo Stato deve
chiedere ai propri cittadini sia la minore possibile:
 – ogni tentativo
dello Stato di privare dei propri cittadini di una libertà al di sopra minimo
necessario
, è tirannico.
Le pene. Per
scoraggiare gli individui ad usurpare la libertà altrui, si dimostrano
necessarie le pene:
 – lo scopo della
pena non è punitivo, ma preventivo: serve a scoraggiare (con la minaccia di
punizione) il delitto;
 – l’uomo infatti è
portato naturalmente non solo a riprendersi la porzione di libertà a
cui ha rinunciato durante la stipula del patto, ma anche ad usurpare
quella altrui
:
 – per evitare
che ciò avvenga, lo Stato deve necessariamente comminare delle pene che
colpiscano in qualche modo i sensi
: questo è insito nella natura
dell’uomo, che evita di delinquere solo se spaventato da un motivo sensibile.
 – Pensare che l’uomo
abbia ceduto gratuitamente parte dei propri diritti, unicamente per il
bene pubblico è una sciocchezza: la dura realtà è che ognuno in cuor suo
desidera essere escluso dai vincoli
che limitano gli altri: «né
l’eloquenza, né le declamazioni, nemmeno le più sublimi verità sono bastate a
frenare per lungo tempo le passioni eccitate dalle vive percosse degli oggetti
presenti
».
Diritto di punire.
Lo Stato ha dunque diritto di punire, e anche il dovere: e tanto più è
giusta la pena, quanto più inviolabili sono quei diritti che  lo Stato deve
difendere.
 – Ma, come
dice Montesquieu: ogni pena che non derivi da assoluta necessità, dice
Montesquieu, è tirannica:

– le pene, per
adempiere correttamente al loro scopo (cioè prevenire i delitti) non devono
essere aspre, ma devono essere certe
: solo la certezza della
pena fa in modo che l’individuo sia portato ad evitare il delitto.