Che cos’è la poesia

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Che cos’è la poesia

Che cos’è la poesia?

A1. La poesia dei testi e della realtà

Non è facile definire la natura e i contorni della poesia.

In questa Antologia intendiamo in primo luogo indicare dove la poesia mostra di esistere, e cioè nei testi e nella realtà, e perché vale la pena leggere poesie.

A Silvia di Leopardi o I fiumi di Ungaretti sono testi poetici.

Un bel tramonto osservato in compagnia di una persona cara o una tenera notte di luna sono momenti in cui si manifesta la poesia della realtà.

Il rapporto fra la poesia in quanto testo e la poesia della realtà genera la questione secolare circa la vera poesia di un testo.

La vispa Teresa, per esempio, è una poesia, ovvero un testo poetico,

La vispa Teresa
avea tra l’erbetta
A volo sorpresa
gentil farfalletta.
E tutta giuliva
stringendola viva
gridava a distesa:
“L’ho presa! L’ho presa!”.

A lei supplicando
l’afflitta gridò:
“Vivendo, volando
che male ti fo’?
Tu sì mi fai male
stringendomi l’ale!
Deh, lasciami! Anch’io
son figlia di Dio!”.

Teresa pentita
allenta le dita:
“Va’, torna all’erbetta,
gentil farfalletta”.
Confusa, pentita,
Teresa arrossì,
dischiuse le dita
e quella fuggì.

(L. Sailer, La farfalletta (La vispa Teresa); il testo apparve la prima volta nella raccolta per bambini L’arpa della fanciullezza nel 1865).

fonte: www.filastrocche.it/contenuti/la-farfalletta-la-vispa-teresa/

ma non tutti sarebbero disposti a giurare che si tratti di vera poesia. Un testo che abbia la forma della poesia è veramente poetico quando realizza una particolare corrispondenza tra una realtà e una forma testuale  in cui, per diverse ragioni, si organizzano alcune frasi, o anche solo alcune parole.

ll fatto che la realtà sia bella o brutta, piacevole o sgradevole non toglie o non aggiunge niente al fatto che un testo sia bello o brutto, piacevole o sgradevole. Si può scrivere una bellissima poesia su un paesaggio orrendo, o una orrenda poesia su una persona stupenda.

I due ambiti (quello della realtà e quello della lingua) si incontrano sul testo poetico in modo tale che l’uno esalta I’altro.

Quando Leopardi, trovandosi su una collina da cui si scorge il mare in una notte estiva, fissò questo momento in versi come i seguenti:

Giunta al confin del cielo,

dietro Appennino od Alpe, o del Tirreno

nell’infinito seno

scende la luna; e si scolora il mondo

rese possibile a se stesso ed a noi dire di quel momento cose che un modo meno attento di trattare il Iinguaggio mai sarebbe riuscito ad esprimere.

Da allora in poi non solo la lingua è stata resa più bella dalla necessità di dire “quella cosa”, ma anche il sottile arco di luna immobile sull’orizzonte che si confonde col mare, il cui azzurro scolora nella luce di madreperla, è stato reso più bello e – forse – più vero dall’esistenza dei versi di quel Poeta.

 

(vedi anche Zibaldone, La teoria del suono e la teoria della visione; La poeticità delle parole)

 

A2. La difficoltà della poesia

Per leggere una poesia è necessario disporre di adeguati strumenti, o chiavi di lettura.

lndovinare di quali si tratta, scoprire quali sono i più utili, è il compito del lettore.

Chi non sappia quali difficoltà sia necessario superare per far suonare dolcemente un violino, per esempio, o quale esperienza sia necessaria per eseguire in un certo modo un passaggio della partitura, potrebbe essere indotto, dall’apparente naturalezza dell’esecuzione, a non cogliere tutta la meraviglia di quel che sente.

Alcuni testi poetici hanno potuto sfidare i secoIi perché hanno saputo esprimere qualcosa che è stato percepito come una illuminazione, tanto improvvisa quanto tenace, da parte di qualcuno che possedeva una grande esperienza della vita e che sapeva usare gli strumenti linguistici in modo mirabile.

Facciamo un esempio. Poniamo il caso di un tale che, colpito dalla bellezza di un lago, senta un groppo in gola e taccia per qualche secondo. Probabilmente tutti sanno che il silenzio commosso di fronte alla bellezza è – di per sé – una esperienza intima e profonda. Ma non tutti riescono a stabilire un legame Iinguistico fra un lago e il silenzio.

 

Così, se trovano scritto che:

… per quelle acque

gli si ruppe la voce

e pianse. E tacque.

Dentro il cuore, atroce

non si stupiscono subito del fatto che, per arrivare a stabilire la rima, il lago deve trasformarsi in acque e che, di tutto quanto attiene al silenzio, bisogna scovare la terza persona singolare del passato remoto di tacere.

E meno ancora sono coloro che si accorgono che in tacque si sente il tonfo di un sasso nell’acqua, e che questo assomiglia ad un groppo di dolore che ci costringe ad inghiottire.

Il fatto che non sia facile riuscire di primo acchito a cogliere il lavoro necessario a scrivere quei versi (qualunque ne sia il valore) non significa, tuttavia, che non si possa imparare ad affinare la propria sensibilità. Mettersi in contatto con Ia poesia, al contrario, è possibile per tutti. Per tutti coloro che decidano Iiberamente di avvicinarsi alle esperienze più intime e più universalmente umane che la storia ci abbia regalato.

 

La natura del testo poetico

Riteniamo che – belle o brutte che siano – facciano parte della poesia le ninne nanne che, da generazioni, le mamme o le nonne cantano ai neonati; gli inni nazionali che commuovono anche se i loro testi sono spesso elementari; le filastrocche insensate e i versi scritti su carta già usata e consegnati di soppiatto alla persona amata; le frasi cifrate affidate alle cartoline quando ci si strugge di nostalgia, i canti popolari, i testi delle canzoni rap, come i testi prestigiosi in collane o riviste leggendarie. (link video Begnini che spiega l’inno nazionale).

L’elenco vuole suggerire l’idea che la poesia, col suo ritmo, con le sue tonalità, con I’improvviso sorgere di una immagine, con Ia sua resistenza nella memoria, ha sempre aiutato gli uomini a vivere, migliorando – se non altro per qualche attimo – la qualità del loro rapporto con la realtà delle cose.

Ma questo significa anche che la vera natura di un testo poetico dipende, prima di ogni altra cosa, dal ritmo delle parole e delle frasi, dalla forza delle immagini e dal rapporto che queste intrattengono con le precedenti. E che quindi non basta, perché si possa parlare di testo poetico, che sia poetica la realtà di cui parla.

Tentar di mostrare perché può essere importante conoscere I’esistenza di un testo poetico, provare a indicare la natura dei rapporti fra la forma che esso ha assunto e la realtà di cui parla, e quali siano i problemi ancora da risolvere in questo campo è l’argomento di questo capitolo.

Esso propone alcuni testi sui quali ci sembra che si possano studiare in maniera efficace gli elementi che, variamente combinati, permettono di definire il valore della presenza della poesia nella nostra civiltà e nella vita quotidiana di un lettore interessato alla propria esperienza umana.

Brasioli, D. Carenzi, C. Acerbi, I libri di Ulisse, volume C – La poesia, Atlas)

 

Un po’ di storia…..

 

Il termine poesia deriva da un’antica parola greca: POIEIN, FARE.

Perché proprio questo verbo?

La bellezza di una poesia è determinata dal modo in cui il poeta,  scegliendo le parole, combinandole  e giocando con i loro suoni e i loro significati, dà voce all’esperienza, ai valori e agli ideali di un popolo.

 

Qualche esempio

  1. Lasciatemi divertire di Aldo Palazzeschi

Tri, tri tri
Fru fru fru,
uhi uhi uhi,
ihu ihu, ihu.

Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente.

Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.

Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!

Cosa sono queste indecenze?
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche,
Sono la mia passione.

Farafarafarafa,
Tarataratarata,
Paraparaparapa,
Laralaralarala!

Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la… spazzatura
delle altre poesie,

Bubububu,
fufufufu,
Friù!
Friù!

Se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?

Bilobilobiobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!

Palazzeschi, Lasciatemi divertire, in www.poesieracconti.it/poesie/a/aldo-palazzeschi/e-lasciatemi-divertire)

 

2. Il proemio dell’Eneide di Virgilio

Canto le armi e l’uomo che per primo dalle terre di Troia
raggiunse esule l’Italia per volere del fato e le sponde
lavinie, molto per forza di dei travagliato in terra
e in mare, e per la memore ira della crudele Giunone,
e molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare
la città, e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe
latina, e i padri albani e le mura dell’alta Roma.
O Musa, dimmi le cause, per quali offese al suo nume
insigne per pietà a trascorrere tante sventure, ad imbattersi
in tanti travagli? Tali nell’animo dei celesti le ire?
Città antica fu, la tennero coloni tiri,
Cartagine, lontano di fronte all’Italia e alla foce
del Tevere, ricca di mezzi, fortissima di ardore guerriero;
che, sola, si dice Giunone prediligesse fra tutte
le terre trascurata S’amo; qui le sue armi,
qui il suo carro; che questa regni sui popoli,
se i fati permettano, la dea fin d’allora si prefigge e medita.
Tuttavia sapeva che sarebbe discesa da sangue troiano
una stirpe che un giorno abbatterebbe le rocche tirie;
di qui un popolo largamente sovrano in guerra
verrebbe a rovina della Libia: così filavano le Parche.
Temendo ciò la Saturnia, e memore della passata guerra
che aveva fatto per prima Troia in favore della diletta
Argo infatti non le erano ancora cadute dall’animo
le cause dell’ira e dei crudeli dolori: rimane serrato
nel profondo del cuore il giudizio di Paride e l’offesa della spregiata
bellezza, e l’invisa stirpe, e gli onori a Ganimede rapito,
adirata di queste cose teneva lontano dal Lazio,
travagliati per tutta la distesa delle acque, i Troiani, relitti
dei Danai e del feroce Achille; e già da molti anni
erravano, spinti dai fati, intorno a tutti i mari.
Tanto costava fondare la gente romana.>

(Virgilio, Eneide, I, vv. 1-33)

[1] Fonte: “Testo poetico”, Istituto Professionale di Stato per i servizi commerciali, turistici e sociali “L. Milani” di Meda

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