Contro i filmacci natalizi – di Giovanni Ghiselli

Un simbolo del degrado culturale
in cui è caduta l’Italia può essere costituito dai filmacci natalizi
interpretati  da furbetti che fanno gli
idioti, veri ossimori viventi.

Queste pellicole sembrano
contraddire la festa della nascita di Cristo, o il dies natalis solis
invicti
, la rinascita del dio Sole, come i pagani consideravano le prime
avvisaglie dell’allungarsi del dì.

Era l’eterno ritorno della luce,
la più rallegrante delle cose visibili, simbolo di salvezza e di vita eterna.

Questi orribili film annualmente
ricorrenti, ora per fortuna al tramonto, significano  l’eterno ritorno del cattivo gusto, della
volgarità meno e peggio che plebea. Anticipo la domanda e l’obiezione che mi si
potrebbe fare: “ma tu, ne hai mai visto almeno uno?”. Devo ammettere che non ho
mai avuto lo stomaco di vederne uno intero, poiché la ripugnanza istintiva è
scattata come una molla alla vista degli spezzoni nauseabondi mostrati in
qualche programma televisivo. Lo stile di tali sottoprodotti disgustosi è il
rovescio del bello con semplicità, amato da chi ha un minimo di educazione
estetica e mentale. Si rimane sbalorditi e schifati dalla mancanza totale di
idee, di sentimenti, di parole che esprimano un pensiero. Parlare male fa male
all’anima:. Lo afferma Socrate nel Fedone platonico (115 e): “ sappi
bene, ottimo Critone, che il non parlare bene non è solo una stonatura in sé,
ma mette anche del male nelle anime”

Aggiungerei che parlare male è
pure un sacrilegio poiché “in principio c’era la Parola, e la Parola era con
Dio e la Parola era Dio (Vangelo di Giovanni, 1, 1).

Il cattivo agire è la prassi del
cattivo parlare che è dunque la teoria del mal’affare. L’incapacità di parlare
prelude alla violenza. Si pensi alle parole, al tono, allo stile con cui gli
sciacalli e le iene commentavano il terremoto dell’Aquila.

La cosa peggiore di tali filmacci
è che tali porcate generano la cattiva educazione in gente indifesa dalla
cultura.

Ci sono
tuttavia tanti giovani e non giovani desiderosi di cultura, addirittura bramosi
di imparare cose belle e buone, magari anche difficili, ma utili a potenziare
l’identità umana dell’uomo.

Partecipo
tutti gli anni, anche come relatore, al festival della filosofia di Modena, a
quello bresciano dei filosofi lungo l’Oglio e ad altre iniziative di alta
cultura come il festival del dramma antico di Siracusa e  quello rossiniano di Pesaro; ebbene in tali
occasioni di crescita mentale convergono nelle città  che le offrono migliaia di persone
entusiaste, motivate  a sapere.

Le persone un poco attrezzate  capiscono e sentono che la cultura è davvero
potenziamento della natura. Non è tanto l’erudizione, il sapere neutro (
sofón
) che produce e incrementa la vita, quanto la sapienza (sofìa,
femminile) una vera e propria alma mater.

Il gusto di quanti desiderano la
sapienza è sensibile a un’educazione che pone dei fini al di là degli slogan
pubblicitari e delle mode. Anche le scuole, tutte le scuole, dovrebbero dotarsi
di tale forza educativa. “Amiamo il bello con semplicità e la cultura senza
mollezza”, dice il Pericle di Tucidide. Gli Ateniesi della sua polis
venivano educati a teatro, e nell’agorá, da oratori e da poeti a loro
volta stimolati dalla prospettiva di un popolo avido di sapienza e di bellezza.
Ebbene, credo che anche in Italia ci sia una parte non minima di popolazione
che cambierebbe volentieri la volgarità propinata da tali presunti film, e da
tanta televisione spazzatura, con cicli di conferenze tenute da studiosi bravi,
con rappresentazioni frequenti di drammi e melodrammi, con visioni di film d’
autore magari anche commentati da critici dotati di gusto e competenza. Un poco
alla volta cambierebbero in meglio i gusti di tutti. E pure l’etica generale ne
trarrebbe vantaggio. Poiché la cultura rende migliori le persone, mentre
l’ignoranza degrada la natura della gente, e la carenza di idee, argomenti,
parole, produce violenza.

Chi non è in grado di parlare da
persona educata, usa le mani e i piedi per colpire il prossimo.

In effetti Cnemone, il Dyskolos
di Menandro, invece di colloquiare, tira pietre e zolle a chi gli si avvicina

P. P. Pasolini aveva capito che
la povertà del linguaggio è una forma di impotenza che prelude alla violenza:
“Quando vedo intorno a me i giovani che stanno perdendo gli antichi valori
popolari e assorbono i nuovi modelli imposti dal capitalismo, rischiando così
una forma di disumanità, una forma di atroce afasia, una brutale assenza di
capacità critiche, una faziosa passività, ricordo che queste erano le forme
tipiche delle SS: e vedo così stendersi sulle nostre città l’ombra orrenda
della croce uncinata” (Scritti corsari, p. 187).

Le porcate filmiche e televisive,
in conclusione, tendono a corromperre il pensiero la lingua, e siccome noi
siamo animali linguistici, animali pensanti, se ci tolgono la lingua e, con
questa squisita facoltà umana, il pensiero, rimaniamo animali senz’altro.

Giovanni Ghiselli  g.ghiselli@tin.it