Della Famiglia e De Pictura di Leon Battista Alberti – di Carlo Zacco

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Fondazione del dialogo umanistico in volgare.
L’altra fase che riguarda il quattrocento riguarda
l’Alberti. Altra fase per l’appunto poiché l’Alberti scrive in volgare.
L’Alberti è il primo umanista di calibro che scrive, anche in modo nuovo e
sperimentale in volgare. Ci sono anche altri fiorentini che scrissero trattati
in volgare, ma l’unico che lo fece con una consapevolezza del
punto di vista metodologico, e una volontà di rifondare
letterariamente il genere del dialogo e del trattato in forma di dialogo in
volgare è proprio l’Alberti. Il quale scrisse una serie molto ampia di opere.

Il pubblico.
Alberti è uno degli autori
più versatili del quattrocento, e si è cimentato in opere scritte sia in latino
che in volgare. Nell’ambito della trattatistica d’Arte, l’Alberti ha anche
questa peculiarità: con il de pictura, trattato scritto sia in latino che in
volgare. Perché si rivolge a due pubblici diversi: un altro aspetto dell’Alberti
è la consapevolezza acuta del rapporto tra lo scrittore e il pubblico: la
destinazione
delle proprie opere.

• Il latino.
Naturalmente laddove
Alberti vuole rifondare la moderna trattazione dell’architettura nel tempo
moderno, allora scrive in latino: perché il de architettura è il trattato
della nuova architettura
. Quindi come progetto in quel senso è
specificamente dedicato ad un pubblico colto
per l’operazione che egli svolge.

• Il volgare
. Col de pictura quando
scrive in volgare si rivolge ad un pubblico che è innanzitutto quello dei
pittori
e degli artisti, nel senso più ampio del termine: a chi è
dedicato infatti il De pictura: a Brunelleschi, proprio esaltando la novità e la
capacità dei moderni perché sono stati capaci di trovare cose da nessun altri
prima esperite; la grande cupola di Santa Maria del Fiore è la dimostrazione
della grandezza dei moderni nell’ideare cose nuove. Quindi al gruppo dei pittori
e scultori che vengono citati in quella stesa dedicatoria viene dedicata l’opera
in volgare, e a tutti coloro che vogliono leggere ed avere una rifondazione su
basi scientifiche, l’arte della pittura. La parte in latino è rivolta ai dotti
naturalmente, dedicata al signore di Mantova, perché vuole dimostrare la sua
capacità di rifondare l’arte. Per dare un idea, la cupola del Brunelleschi è
conclusa nel 1434 e consacrata nel 36. Il de pictura dovrebbe essere più o meno
del 36.
I
libri della famiglia

Nasce il trattato umanistico in volgare.

Per quello che riguarda il trattato umanistico in volgare, l’atto di nascita
sono i libri della famiglia dell’Alberti: un opera sperimentale, che ha
certamente delle disuguaglianze al suo interno; composta certamente tra gli anni
1433 (come progetto almeno) e compiuta senz’altro entro il
1440
.

Della Pittura e Della Famiglia.
Prima di
parlare del Della Pittura, inizio a parlare della parte relativa ai libri della
famiglia. In realtà la composizione delle due opere si intreccia: la
composizione dei Libri della Famiglia si prolunga per un certo tempo; non
sappiamo fino a quando perché Alberti ci dà (nella sua autobiografia) alcune
notizie da non prendere alla lettera: avrebbe cominciato a scriverli quando
ancora non aveva la piena padronanza della lingua volgare toscana nel
1433/34
, poi, dopo un soggiorno a Firenze avrebbe completato l’opera in
anni successivi. L’opera è senz’altro conclusa nel 1440.

Il certame
e la curia pontificia.
L’ Alberti
promosse l’istituzione del  certame coronario organizzato nel
1441
: una gara poetica in volgare ma che non ebbe esito sperato: non
fu infatti dato il premio, non senza polemiche nei confronti dei giudici. I
giudici erano di fatto degli eminenti umanisti della curia papale di
Eugenio IV
. Teniamo presente che la
presenza in città del papa c’è in tempi diversi tra il 1434 e il 1439 circa e in
questi momenti i vescovi a seguito del papa hanno modo di frequentare i circoli
intellettuali della città. Alberti aveva dei legami ed anche dei compiti in
curia e quindi tra questi personaggi c’era un rapporto significativo.

• Il dibattito sul latino.
Un’altra
discussione tenuta tra alcuni dei segretari della curia pontificia ed esponenti
della curia fiorentina si riflette in questo proemio al terzo dei libri della
famiglia: una discussione che si era tenuta nel 1434 intorno alla lingua
latina
: Alberti ne riprende alcuni tratti e li riprende in modo
funzionale per sostenere la sua battaglia in difesa del volgare.

La posizione del Bruni.
Va aggiunto, in
relazione a ciò che si è già detto del bruni, che il bruni stesso nella seconda
parte dei Dialogi dove fa svolgere al Niccoli la ritrattazione lodando le tre
cosiddette glorie fiorentine (non senza ambiguità), il Bruni per l’appunto, per
la maggior parte delle sue opere scrive in latino e non in volgare: al
Bruni si devono però proprio nel 1436 due vitae importanti: una di
Dante ed una di Petrarca. E proprio si afferma in relazione a questa scrittura
della vita di Dante il significato ed il valore del volgare;
valore che tuttavia per il Bruni, per quanto ci è dato capire, non è preminente
in relazione alla scrittura in latino, proprio perché il Bruni scrive per tutta
la vita in latino ed al latino affida le sue opere più importanti.
La questione della
lingua.
Per quanto alcune di queste affermazioni intorno al volgare siano
significative da parte del Bruni, è l’Alberti l’umanista di punta che si batte
in modo specifico per la difesa del volgare ed anche in relazione a quella che è
la perfettibilità del volgare. Nella volontà di dare da un lato
regolarità del volgare: all’Alberti infatti si deve una delle prime
grammatichette
del volgare, e dall’altro il fatto di scrivere in volgare
da parte dei dotti è per l’Alberti uno dei modi e delle forme per mostrare la
capacità e la potenzialità del volgare e di portarlo ulteriormente a perfezione.
Scrittura/Pubblico.
Proprio in questo terzo libro della famiglia si Mette in evidenza anche una
motivo di grande consapevolezza da parte dell’Alberti in relazione al pubblico:
c’è un legame molto stretto tra la sua scrittura in volgare e il pubblico a cui
si rivolge. Il pubblico a cui si rivolge nei libri della famiglia è il pubblico
dei non litterati: cioè di coloro che non conoscono il latino. Un
pubblico più ampio dei litterati: avevamo già affrontato un discorso di questo
genere in relazione a ciò che Dante diceva nel convivio. Per fare cosa utile ai
più la scrittura in volgare è quella da adottare se ci si vuole rivolgere ad un
pubblico veramente ampio.
I generi antichi.
D’altra parte lo scrivere il trattato in volgare ha un significato ben preciso:
si tratta del tentativo da parte dell’Alberti di rifondare a sua volta generi
già praticati dai classici, ora in volgare: il modello, non unico, è ancora una
volta il De Oratore di Cicerone. D’alta parte l’Alberti ora si può
avvalere anche filologicamente di un testo migliore, che tra l’altro nemmeno il
Bruni possedeva: infatti nel 1421 a Lodi viene riscoperto un testo
completo, migliore di quello di cui si disponeva precedentemente, e l’Alberti se
ne avvale ampiamente.
Questo trattato è anche un
opera che possiamo dire sperimentale: sono disuguali i risultati
da libro a libro, e si può dire che uno dei risultati migliori che Alberti
ottiene è proprio in questo terzo libro che tratta della amministrazione
della casa e del patrimonio domestico: questo è poi il libro che ebbe più
fortuna
in termini di circolazione anche grazie a delle riduzioni fatte
da altri. D’altro canto l’Alberti dichiara di aver scritto questi suoi libri per
la propria famiglia, per gli Alberti, e di aver fatto tesoro sia della lezione
degli antichi sia degli insegnamenti raccolti all’interno della sua stessa
famiglia.
I conflitti familiari.
La famiglia degli Alberti era una famiglia di Mercanti; la posizione
dell’Alberti nei confronti della sua stessa famiglia è una posizione
conflittuale. Questo è un aspetto che dobbiamo tenere presente: Alberti è figlio
naturale, riconosciuto dal padre Lorenzo quando il padre era in
esilio (la famiglia Alberti subì l’esilio alla fine del 300 e furono riammessi
alla fine degli anni 20 del 400 a Firenze). Finché visse il padre Alberti fu
protetto da lui, alla morte del padre si trovò in una situazione
difficile: i suoi interessi erano legati agli studi, non solo
letterari ma anche scientifici e giuridici, ma i suoi parenti ritenevano che
questi studi non producessero quei beni che potessero essere interessanti per
interessi mercantili e dunque fu fortemente avversato sotto questo profilo. Si
trovò nella condizione dell’orfano; si trovò nella situazione di grosso
conflitti anche difficoltà economiche; ad un certo punto si trova in una
situazione tale che denunciata dall’autore sembrò sfociare addirittura in un
attentato contro la propria stessa vita. Poi i rapporti con la famiglia ebbero
momenti diversi di allontanamento ed avvicinamento; uno dei pochissimi membri
con cui mantiene rapporti è proprio questo Francesco cui è
dedicato il terzo dei libri della famiglia.
La
cornice
Ambientazione. Il
motivo autobiografico è un motivo portante di questa opera e questo si vede
anche nella cornice: c’à una cornice narrativa non continuata;
cioè la cornice introduce l’opera, introduce ogni libro; viene riproposta in
conclusione ed in punti interni di ogni libro, a fare da dislocatore delle parti
di questo libro. Questa cornice ci porta a Padova nel 1421
nell’imminenza della morte del Padre.
Personaggi. Ci
presenta tre personaggi: la figura di Battista, un Alberto
giovane; la figura del fratello Carlo; ed altri personaggi della
famiglia Alberti che sono rappresentati in posizioni ed età diverse: le due
figure principali sono Lionardo Alberti, che troveremo in questo
libro, e D’altra parte l’altro personaggio che si trova in questi libri,
Adovardo
Alberti non è presente in questo momento, e ritornerà solo alla
fine del terzo libro. Personaggi, età, caratteri diversi: Lionardo è il
litterato di Famiglia. Adovardo è sia letterato sia padre di Famiglia. La figura
davanti alla quale ci troviamo in questo libro è quella dell’anziano di
famiglia: Giannozzo Alberti, l’illetterato per eccellenza, ma
anche l’esperto e in quanto tale la sua figura è introdotta.
Il modello ciceroniano.
Teniamo presente che il rapporto che si crea tra i personaggi, il luogo e i temi
trattati c’è una congruenza molto significativa: l’Alberti mostra con questo di
avere colto uno dei punti di fondo ed anche di forza della rappresentazione del
De Oratore: che si svolge nella casa di un
importante oratore come Crasso, che vede la presenza di una serie di oratori di
età diversa, tra cui alcuni giovani, e d’altra parte una
situazione in cui si parla del perfetto oratore. Quindi una
congruenza che sarà poi pienamente considerata e ripresa, anche se in un’altra
dimensione, nel cortegiano.
Il tema: la famiglia.
L’Alberti riunisce nella casa Padovana del padre Lorenzo diversi personaggi di
età diverse della famiglia Alberti e tratta di un tema importante che riguarda
tutto quello che ha a che fare con la famiglia, a partire da quello che
riguarda l’educazione dei figli e via via specificando di libro in libro
una serie di elementi congruenti.
Auto-risarcimento.
Introduce sé stesso come personaggio con una duplicazione speculare, un sé
giovane (e questo è diverso rispetto a Cicerone) però non rende in dialogo
contemporaneo: c’è a sua volta uno scarto temporale, al contrario dei dialogi
del Bruni che sono in contemporaneità: uno scarto temporale che è funzionale per
l’Alberti perché ci riporta per l’appunto quando la propria situazione sul piano
autobiografico era ancora in una prospettiva positiva: è come se in un
certo senso quest’opera costituisse anche una sorta di auto-risarcimento:
teniamo presente che Alberti poi dichiara che in un certo senso con quest’opera
sperava di essere accolto nella sua famiglia in Firenze e di essere di
fatto lodato per il lavoro fatto, il che non fu tuttavia apprezzato.


 
Il
terzo libro
Doppia matrice.
Consideriamo ora il terzo libro. Va innanzitutto detto per quello che concerne
la scrittura Albertiana, che l’Alberti nello scrivere in volgare, per quanto
possa sembrarci sorprendente, punta su due poli fondamentali: da un lato la
matrice latina
, dall’altro quella che definisce “questa nostra
d’oggi lingua toscana
”. L’Alberti non parla affatto di Dante,
Petrarca e Boccaccio
: è chiaro che chi scrive in volgare non può ignorare la
grandezza dei tre scrittori fiorentini sul piano dei fatti però è altrettanto
evidente la volontà dell’Alberti di ridare dignità al volgare scavalcando
quella che era stata la tradizione in volgare
del passato: è una operazione
che riesce solo in parte, il libro che risulta più felice anche sul versante che
riguarda una abilità nel riprodurre le movenze vivaci del parlato è proprio
questo terzo libro: ma vedremo su che modello dice di essersi basato.

Proemio.
Questo proemio è particolare
in questa collocazione perché di fatto fu composto specificamente per
accompagnare il terzo libro, come vedremo alla fine del proemio parla degli
argomenti dei due precedenti libri, ed è l’unico libro che ha un proemio a sé
stante. Probabilmente questo libro fu inviato al dedicatario ed è quindi una
dedicatoria che fa da viatico al libro stesso.

Prima parte
Una disputa tra Lorenzo e
Antonio.
Che situazione ci presenta l’Alberti all’inizio di questo libro? Ci
presenta l’evocazione di una disputa: ancora una volta ci troviamo di fronte ai
modi di na discussione: una discussione non di scuola perché questa disputa,
secondo quello che dice appunto Battista, sarebbe stata tenuta tra
Antonio
, lo zio di Francesco
, che è il dedicatario, e il padre
dell’Alberti
, Lorenzo. Questi due spesso passeggiavano e
disputavano in questi giardini bellissimi della villa di Antonio degli Alberti,
tanto bella questa villa da essere definita “il Paradiso degli
Alberti”, disputavano passeggiando (anche questo non è casuale
evidentemente), e discutendo di diverse questioni: la questione qui affrontata
riguardava la maggior perdita costituita o dalla perdita dell’impero
romano, oppure dell’antiqua nostra gentilissima lngua latina.
• Lingua veicolo di
fondamentali contenuti.
E ci viene subito dopo a dire che, secondo il
giudizio del padre, la maggior disgrazia era proprio questa ultima delle due: e
cioè “essere spogliati di quella emendatissima lingua …”: la lingua
come espressione e veicolo di importanti e fondamentali contenuti:
non a caso sottolinea i due aspetti centrali per l’Alberti che sono le buone
arti e quanto è relativo al vivere, e ritorna in un
contesto di carattere morale.
La perdita senza furto.
Spiega perché il padre sosteneva questo e spiega le cause della perdita mettendo
in evidenza la grande disgrazia, la maggiore, nella perdita della lingua perché
essa non era dovuta come la perdita dell’impero alla volontà dei popoli
sottomessi di liberarsi, ma in realtà era stata persa senza che
nessuno l’avesse sottratta
. Osserva che è «straordinario e incredibile il
trovarsi corrotto e mancato quello che per uso si conserva».
La teoria di Biondo
Flavio.
Qual è l’origine del volgare dunque? L’origine del volgare viene
per corruzione a causa delle conquiste barbariche della lingua latina
.
Pg 147, par 5: qui l’Alberti
riprende la tesi dell’umanista flavio Biondo che aveva appunto sottolineato come
a causa della corruzione della lingua latina in conseguenza delle invasioni
barbariche
aveva collegato a questo l’origine della lingua volgare.
• in positivo. Ma
attenzione: nel contesto del discorso del Biondo questo risulta essere un
aspetto negativo che scredita il volgare. Teniamo presente se
consideriamo Lorenzo Valla, questi non scrive in volgare né si interessa al
volgare, anzi, vuole riportare alla sua purezza la lingua latina. Alberti
la pensa diversamente.

Seconda parte
Unità linguistica vs
bilinguismo.
Per arrivare ad affermare ed a sottolineare gli aspetti legati
alla lingua volgare c’è però un altro passaggio: in quelle discussioni  di cui
si è accennato prima ed a cui aveva partecipato il Biondo e il Bruni sulla
lingua latina si erano delineate due posizioni diverse: tra chi riteneva che vi
fosse un unità linguistica nel mondo antico, e chi riteneva, come il
Bruni
che ci fosse una doppia e parallela situazione analoga e
parallela a quella che nel loro mondo contemporaneo
vi era tra il volgare ed
il latino.
• Il malinteso sulla
posizione del Bruni
. In realtà il Bruni non ha mai detto che  il nostro
volgare era il volgare dei romani, ma aveva stabilito semplicemente
un’analogia
. In larga misura fu interpretata così: come se il bruni
avesse detto che l’origine del volgare appartenesse al mondo latino
.
Contro la teoria sul
bilinguismo antico.
Qui l’Alberti sottolinea appunto la non pertinenza di
questa seconda posizione. Sono diversi gli argomenti evocati, a partire da un
argomento di carattere misogino: e cioè che le donne del mondo
antico non sarebbero state in grado di acquisire quello che nel mondo
contemporaneo solo uomini dotti con grande fatica erano capaci di fare. Il
latino sarebbe stato dunque una invenzione artificiosa e non la lingua
effettivamente in uso, tesi già diffusa ai tempi di Dante. L’Alberti qui
introduce la serie delle sue obiezioni mettendo in evidenza che non ha
intenzione di svolgere una vera e propria disputa: pag 148, riga 46: «dai
quali.. vi manderei»: questa è la prima di domande che introduce, poi introduce
una serie di domande che farebbe a interlocutori immaginari se ci fosse una
disputa in atto; immaginari ma anche evocati, in relazione alla disputa che
c’era stata nel 1435.
Il latino come unica
lingua d’uso.
Il succo del discorso è che di fatto i latini scrivevano e
parlavano e comunicavano in latino, sia tra di loro che ai servi che alle mogli
che ai figli
: e d’altra parte stabilisce per analogia questa situazione: la
difficoltà di fatto per l’imparare o meno una lingua si può valutare anche su
quello che riguarda l’imparare il volgare attualmente da parte di coloro che
appartengono a genti straniere.
Latino e volgare in
parallelo.
Quindi: se i dotti del tempo contemporaneo all’Alberti hanno
difficoltà ad imparare il latino e giudicano questo impossibile a chi non avesse
la stessa cultura, non si rendono conto che anche per una lingua come quella del
volgare, cambiando quello che c’è da cambiare, una volta che si consideri che
questa è una lingua straniera, è ugualmente difficile da imparare da chi sia
straneiro. Per chi non l’abbia come proprio madre lingua. Badiamo che quando qui
si parla di servi, ohimè, si intendono gli schiavi, proprio persone che vengono
da altri paesi.
Scrivere per essere
intesi.
Introduce poi altri argomenti su cui non mi soffermo mentre mi
soffermo su quello che è la motivazione determinante che riguarda l’utilità:
il parlare e lo scrivere per essere intesi.
Pag 148: « e con che ragione ..
molto volevano essere intesi»: quindi: il rapporto della scrittura con il
pubblico cui ci si rivolge: si scrive per essere intesi; non avrebbe senso
scrivere per non essere capiti.


 

Terza parte
Contro i detrattori.
A questo punto si introduce il rapporto privilegiato con l’interlocutore, che è
d’accordo con lui, e contro i detrattori: dicendo appunto «chi sarà mai così
temerario che possa perseguitarmi … a questi dì i letterati».
Contro chi critica.
L’attacco ulteriormente si specifica poi nei confronti di coloro che di fatto
non sanno far altro che criticare e che non riconoscono il carattere stesso
della lingua, pur riconoscendo, da parte dell’Alberti, che il latino è lingua
copiosa e ornatissima non capisce perché si debba odiare la lingua toscana di
oggi. Biasimando per l’appunto quelli che da un lato non sanno se non tacere in
latino, cioè non scrivono nulla, e in volgare non sanno far altro che biasimare
gli altri; in controluce in questa polemica, è una posizione degli studiosi, c’è
di nuovo la figura del Niccoli: visto a distanza di tempo rispetto ai
dialoghi del Bruni, e visto come un personaggio che si pone come ostacolo sulla
via si un cambiamento, di un rinnovamento; ma che anche d’altra parte, per
quello che riguarda gli studi umanistici, rimane chiuso nell’intimo della sua
biblioteca, e non produce nulla di nuovo c’è nell’una né nell’altra lingua.
La perfettibilità del
volgare.
E l’Alberti ribadisce che ci sono ornamenti in questa lingua
comune, basta saperli riconoscere. E risponde all’obiezione che quella lingua
antica era piena di autorità presso tutte le genti legandola al fatto che in
essa scrissero molti dotti, e dunque simile diverrà la lingua volgare, dice
l’Alberti, se in molti la vorranno molto con studio «essere e limata e polita»
(pag 150): e questa è un osservazione riguardo alla perfettibilità della lingua
volgare; se chi scrive in lingua volgare è un dotto e si impegna a scrivere
usando ala lingua volgare a sua volta vedrà che la lingua volgare che pur non
essendo copiosa e limata come la lingua latina, non è tuttavia priva di
ornamenti, può diventare ancora migliore e in progressione diventerà una lingua
non inferiore a quella degli antichi.
E ricomincia di nuovo ad
attaccare i detrattori prima di passare all’argomento del libro, ponendosi in
senso antagonistico: come una sfida dell’Alberti che ruota proprio in questa
direzione: quello che è importante è non marcire nell’ozio e fare cose utili, e
rinfaccia ai detrattori di sapere solo criticare e di non produrre nulla.
L’utilità è un aspetto determinante riaffermato costantemente in questo proemio.
Aspetti sintattici e
stilistici di questa prosa.
Avrete notato quanti siano i latinismi,
per esempio il commendato , e come non manchi una certa faticosità
nell’andamento sintattico costruito alla latina: questo è uno degli aspetti in
cui l’Alberti mostra come nel rinnovare il volgare sulla matrice latina non
manchino dei problemi quando la nozione del latino possa essere tropo diretto
come matrice o non reso sufficientemente utile nelle strutture sintattiche
adattandole al volgare.

Quarta parte
L’argomento. Da
questo momento in poi si rivolge all’interlocutore e gli spiega come procede:
richiama i due libri scritti precedentemente, ne richiama la struttura e
l’argomento sintetizzando senza entrare nei particolari e collega l’argomento
del terzo libro alla materia svolta nel libro precedente.
•  Primo e secondo libro.
Brevemente: il primo libro tratta soprattutto dell’educazione dei
figli; il secondo libro ha due parti: nella prima c’è una disputa sull’amore,
nella seconda si imposta una trattazione che comporta un vero e proprio
insegnamento, insegnamento svolto da parte di Leonardo ai due giovani Battista e
Carlo in relazione a quanto fa diventare grande la famiglia: si tratta
innanzitutto di far diventare la famiglia popolosa quindi c’è una trattazione,
anche in questo secondo libro, sul matrimonio, e si tratta di vedere come possa
la famiglia aumentare per quello che riguardano le ricchezze e come debbano
essere aumentati i patrimoni: quindi l’accumulazione delle ricchezze
era stato il tema su cui si era chiuso il libro precedente.
• L’argomento del terzo
libro: la masserizia.
Si tratta, ora che le ricchezze sono state accumulate,
di saperle amministrare. E questa è la trattazione che viene
svolta in questo terzo libro, dedicato alla masserizia: espressio fiorentina che
vuol dire sia risparmio che soprattutto una oculata
amministrazione del patrimonio
  familiare. Alberti spiega poi che cosa
vedrà il dedicatario in questo libro. E lo spiega mostrando chi sia il
protagonista: «in questo libro troverai decritto il padre di famiglia …
conservi».
Il rapporto scrittore
destinatario.
Questo proemio sichiude poi con il ribadire il rapporto
privilegiato con l’interlocutore, con la sottolineatura che in questo libro
viene mandato come pegno e segno di amicizia e con l’invito perché il
destinatario legga questo libro, perché lo aiuti nel correggersi affinché ai
detrattori rimanga meno materia di attacco, e d’altro canto l’invito finale è di
carattere molto personale, e ricompare un motivo autobiografico dell’Alberti che
cerca di trovare una corrispondenza in termini di affetti anche in questo suo
parente Francesco.
Un particolare topos
modestiae: la richiesta di emendatio
. La richiesta di essere emendato è
sistematica nei proemi Albertiani: questa sostituisce per certi versi quel
topos modestiae
che abbiamo visto. Alberti ritiene che il ruolo del lettore,
lettore competente, è che possa intervenire per migliorare l’opera: non dunque
criticare, ma comprendere ed aiutare a migliorare l’opera.

Libro terzo: l’economico
Una novità: la
caratterizzazione dei personaggi.
Torniamo alla figura di Giannozzo come
protagonista, che aiuta a mettere in evidenza i caratteri del trattato. Avevo
già accennato come ci sia un’attenzione ai personaggi del dialogo in quanto
personaggi: questo ha una pertinenza di stampo teatrale per quello
che riguarda il gioco delle voci e le connotazioni dei personaggi. Per quello
che riguardava i dialoghi del Bruni si era detto che il bruni, da come
scriveva e metteva le varie battute puntava a rendere, e lo dichiarava anche,
quelle che erano realisticamente i modi e le espressioni dei suoi personaggi;
l’Alberti fa un’altra cosa: cerca di rappresentare il personaggio nella sua
dimensione anche psicologica, per quello che il personaggio
rappresenta anche all’interno del testo. La figura di Giannozzo è figurata come
quella del padre di famiglia, dotato di virtù, saggio, avanti negli anni,
esperto e non letterato.
Il modello di Senofonte
La fonte greca. Il
modello qui indicato come modello distile è identificato in Senofonte, nell’economico.
Possiamo partire una brevissima parentesi, e porre un problema, che resterà come
tale poiché si tratta di un problema non risolto: non sappiamo dove l’Alberti
avesse studiato il greco, né se ne avesse una piena padronanza: l’economico di
Senofonte però a questa altezza cronologica non era tradotta in
latino. C’era stata sì nel mondo antico una traduzione fatta da Cicerone, ma
questa traduzione in latino on ci è giunta. Che l’Alberti abbia potuto avere un
accesso diretto all’economico e che conoscesse il greco anche se non abbiamo
documenti è un ipotesi; un’altra ipotesi possibile è che qualcuno tra gli altri
segretari di curia avesse compiuto per lui questa mediazione: ci sono accanto ad
Alberti altri umanisti che conoscevano il greco quindi è possibile questa
seconda ipotesi. Quello che è evidente è che l’Alberti ha saputo cogliere tuta
una serie di spunti che ha poi saputo riprendere sia da un punto di vista
strutturale sia da un punto di vista stilistico riattualizzandoli nella sua
stessa opera. L’operazione che Alberti fa è abbastanza complessa sotto questo
profilo perché si mettono insieme aspetti e ricreazioni diverse nella
rappresentazione della figura di Giannozzo.
Giannozzo / Iscomaco.
La figura di Giannozzo corrisponde a un personaggio dell’economico di Senofonte
che si chiama Iscomaco. Nell’economico Socrate
rievoca una conversazione avuta appunto con Iscomaco al fine di fare un
ammaestramento sull’amministrazione della casa ad un giovane
discepolo: Socrate che non era un esperto nell’amministrazione della casa fa
intervenire l’esperto, ma non interviene la figura di questo esperto
nell’economico direttamente, interviene attraverso il discorso fatto da Socrate,
qui invece è personaggio (Giannozzo).
[Nel contesto dell’ Economico di Senofonte
abbiamo una struttura ad incastri: in questa struttura di fatto abbiamo un
dialogo appena accennato con cornice che ci introduce un dialogo tra
Socrate
e Critobulo: a un certo punto quando Critobulo
vuole sapere da Socrate quello che riguarda l’organizzazione della casa Socrate
sostiene che non può personalmente svolgere questo insegnamento e riporta il
discorso che fece con Iscomaco che è l’esperto]
 
L’Alberti non usa questo
schema, ma ci mette di fronte direttamente il padre di famiglia,
Giannozzo. Questo Giannozzo viene reso più vecchio rispetto a quella che sarebbe
stata l’età reale di Giannozzo Alberti. Giannozzo Alberti è l’unico personaggio
della famiglia che era ancora vivente, e aveva un età avanzata nel momento di
scrittura dei libri della famiglia, ma non così avanzata nel momento in cui il
dialogo è ambientato che è il 1421. Alberti lo invecchia usando un altro modello
eccellente e cioè il … questi sono i due modelli entro cui si muove la
ricreazione e imitazione Albertiana.
Anziano, esperto,
illitterato
. Attraverso questi l’Alberti crea un personaggio: il personaggio
di Giannozzo è rappresentato proprio anche con i tratti della persona anziana,
nel modo di porsi, di parlare per proverbi, nell’evocare le genealogie di
famiglia, nel lamentare le proprie condizioni fisiche, è il personaggio di
un’altra generazione, è il personaggio che è depositario della sapienza e della
virtù anche della famiglia Alberti: si pone da un punto di vista empirico
come la figura dell’esperto; ma questa figura che si pone dal punto di vista
empirico è in realtà letteraria quant’altre mai, e ricreata dall’Alberti
evidentemente. Nella finzione il personaggio è illetterato e come tale viene
rappresentato. Questo è molto gustoso in diversi tratti del terzo libro: la
parte in una certa misura più divertente non è qui riportata ed è quella in cui
Giannozzo rievoca l’educazione della giovane moglie: li ci sono tratti con scene
familiari e sembra quasi di leggere una commedia antica.
Un tipo particolare di
trattazione
. La parte che ho riportato è la parte iniziale per far vedere in
che modo è introdotta la trattazione: introdotta cioè in modo apparentemente del
tutto casuale. Questo è un esempio che ci interessa perché è un
precedente
, cambiando quello che c’è da cambiare, tutt’altro che
insignificante per quello che riguarderà l’elaborazione del Castiglione.
Il modo in cui cioè i personaggi dialogano tra di loro, ed entro questo
dialogare si introduce la trattazione vera e propria, la parte diciamo così
trattatistica del discorso.

Avvio della conversazione
La situazione iniziale.
Che cosa presenta innanzitutto l’inizio del libro? L’inizio del libro ci
presenta la cornice, che mette in evidenza la situazione nella quale ci
troviamo, e che ci porta al giorno dopo rispetto ai dialoghi che erano stati
svolti il giorno precedente e alla trattazione che Lionardo aveva fatto. Ci
mostra come Carlo e Battista avevano trascritto quello che ricordavano delle
conversazioni sentite precedentemente.
• L’arrivo di Giannozzo.
In questa situazione arriva il personaggio, Giannozzo Alberti, che è nella
cornice dotato immediatamente di una definizione. È definito «uomo
per sua grandissima umanità e per suoi costumi interissimi, da tutti chiamato e
reputato, come veramente era, buono
, sopraggiunse»: questa definizione
corrisponde alla definizione dell’uomo buono, proprio definito in quanto a
costumi comportamenti e modo di essere, esemplato sul testo greco che era
appunto Iscomaco.
• Il motivo della sua
venuta.
E si spiega anche come sempre in modo verosimile in
termini narrativi il motivo per  cui era arrivato Giannozzo. Teniamo presente
che nei precedenti libri non si parlava di lui e qui sarebbe arrivato per il
lettore all’improvviso, e dunque bisogna spiegare la ragione
. Era venuto per
vedere un altro personaggio, che si chiama Ricciardo, che era il
fratello di Lorenzo. Questo Ricciardo era stato mostrato come il personaggio
arrivato precedentemente sulla scena dei dialoghi. Giannozzo era venuto li e da
questo comincia il discorso.
• Gli affetti damiliari.
L’incontro tra i due però non è possibile perché Ricciardo si trova presso
Lorenzo malato. Viene ad essere dunque introdotto il motivo degli affetti
familiari e della malattia; viene evocato per voce di Lionardo
l’incontro che fuori scena è stato fra Ricciardo e Lorenzo e questa parte del
dialogo oltre che ad evocare in termini di verosimiglianza questa tipologia di
incontro serve anche a mettere in evidenza le connotazioni che sono proprie di
Giannozzo e il mondo degli affetti che si viene a ricreare presso
la figura di Lorenzo. Lorenzo aveva affidato i figli al fratello Ricciardo e
dunque viene evocata la situazione favorevole all’Alberti e a Carlo di una
continuità  di rapporti famigliari che in realtà non ci sarebbe stata. Ricciardo
tra l’altro sarebbe morta a sua volta e gli Alberti si sarebbero trovati nella
condizione di orfani abbandonati dalla famiglia.
L’attesa di Ricciardo.
Dopo questa serie di battute in cui Giannozzo chiede per informarsi e Lionardo
gli risponde, si stabilisce il tempo dell’attesa: c’è un tempo in cui Giannozzo
dovrà fermarsi qui perché attende che Riccciardo abbia finito di Parlare con
Lorenzo. Lorenzo deve dare a Ricciardo le disposizioni testamentarie, quindi in
questo tempo dell’attesa si svolgeranno i dialoghi e si svolgerà la trattazione
sulla masserizia. Questo noi riusciamo a capirlo via via all’interno del
dialogo.
Notazioni di
verosimiglianza.
Man mano si introducono tutta una serie di notazioni in
termini di verosimiglianza per presentarci l’età avanzata di Giannozzo, dunque
la stanchezza di Giannozzo, la necessità per Giannozzo di
sedersi
e dl’altra parte la virtù di Giannozzo, le sue doti,
la sua volontà di essere utile agli altri: dice che era andato a Padova a
trovare un amico per aiutarlo, ma che non aveva trovato nessuno e quindi si era
trovato li; poi c’è una notazione di tipo religioso perché ci dice
che deve far presto perché poi deve recarsi in chiesa. Ora si ferma qui, stanco,
e rievoca in questa sua stanchezza la propria condizione; c’è anche qualche
notazione un po’ caricata, che rende involontariamente anche un po’ caricaturale
questa figura di Giannozzo.
La
giovinezza di Giannozzo
Presente e passato.
Giannozzo viene riconosciuto per le sue virtù e dichiarato «buono» da Lionardo e
in modo naturale si avvia la conversazione sul rapporto tra presente e passato.
Giannozzo rievoca il tempo in cui era giovane, la differenza in
cui si trovavano, non solo per ragioni fisiche e psicologiche, ma anche la con
le proprie ambizioni, e attraverso questa via si introduce il tema dello
spendere e del risparmiare
. Infatti evoca il tempo in cui era giovane ed
ambizioso
, in cui voleva mettersi in mostra, in cui gli Alberti non
soltanto erano ricchi, ma erano una famiglia di grande prestigio ed amavano
mostrarsi alla cittadinanza in attitudini cavalleresche facendo giostre e
presentandosi dunque riccamente abbigliati in questi che sono naturalmente
simbolici, ma che pure in questo ambiente cittadino come Firenze, avevano avuto
il loro pregio.
• Scontro di generazioni.
Giannozzo contrappone la propria condizione di giovane a quella dei suoi
genitori. Giannozzo voleva apparire, spendere, essere partecipe di tutte queste
manifestazioni, ma i genitori e i parenti glielo volevano impedire. Da un lato
per quello che riguardava la sua condizione personale di sicurezza, cioè perché
i giochi erano pericolosi, e dall’altra perché si trattava di mettere in campo
cifre anche considerevoli del patrimonio familiare. Questa contrapposizione tra
il sé di allora e il sé di oggi viene anche rappresentata vivacemente nel
mettere in evidenza tutto quello che aveva tentato di fare per convincere i
propri parenti e familiari senza esserci riuscito.
• Esigenza della
masserizia
. E dunque giunge ad una prima conclusione questa evocazione: pag
156, riga 120: « molto … largheggiava». E qui c’è un capovolgimento: quello che
allora gli sembrava da fare è cambiato radicalmente, e c’è una espressione quasi
proverbiale. « chi getta via il suo è giudicato essere pazzo» e « chi non presta
misura nello spendere, suole presto impoverire», e questo è un vero e proprio
proverbio attribuito ai contadini del tempo. Il discorso si chiude con una
piccola conclusione: «figlioli miei .. superflue spese».

Masserizia vs Avarizia
Il problema. Ma c’è
un problema che viene subito messo in chiaro da Lionardo, perché c’è il problema
del fatto che non essere spendente potrebbe far si che si sia avari,
e Lionardo suppone per l’appunto che a Giannozzo non piaccia ne essere ne parere
avaro. Si introduce dunque il tema della avarizia: vizio particolarmente
vergognoso per le persone d’animo, anche in termini di fama. Quindi Lionardo
obietta: « chi non vuole parere avaro non tiene necessitate essere spendente».
• Progressive
approssimazioni.
Come possiamo ben capire si tratta di arrivare per
progressive approssimazioni a definire che cosa sia la masserizia come se questo
avvenisse attraverso la naturalezza di un discorso.
• Come ha fatto petrarca.
Avevamo visto il modo di procedere nel de Vita Solitaria: il Petrarca procedeva
mostrando l’indaffarato con tutte le connotazioni negative dell’indaffarato e
invece il tranquillo e amante della soltudine in contrapposizione.
• un esempio concreto: il
convito.
Fa qualcosa del genere anche Giannozzo ma in termini più naturali:
ci dà un quadro molto vivace di quello che succede apparecchiando un convito e
del fatto che questo non comporti una soddisfazione tale da poter consentire di
essere soddisfatti in alcun modo , e poi presentandosi successivamente dopo una
serie di battute, le due opposte figure del prodigo e del massaio. In primo
luogo ci dà una rappresentazione colorita del convito: il convito è uno
dei modi in cui si spendono i denari. E sarebbe un modo tutt’altro che
improprio, perché di fatto il convito è definito una spesa civilissima, per
mantenere benevolenza e familiarità tra gli amici. Ma cosa succede per preparare
il convito? E qui c’è tutta uan serie di cose che devono essere fatte, di
contrattempi di situazioni presentate molto dinamicamente attraverso una serie
di verbi, che altro non fanno che concludere che il volersi dedicare a cose di
questo genere non possa essere altro che pazzia. Certo non significa escludere
totalmente dal campo delle possibilità anche spese di questo genere, ma
oculatamente destinare una o due occasioni all’anno.
• La definizione: il
prodigo.
Chi fa cose diverse da queste si trova nella condizione di
sperperare il proprio patrimonio: ma Giannozzo essendo illetterato non sa
spiegare chi sono quelli che sperperano il proprio patrimonio, perché non ha la
definizione: a chi spetta dare la definizione della prodigalità? Spetta al
letterato Lionardo, ed è quello che viene fatto.
• La rappresentazione del
prodigo.
Ma non è la definizione in sé che importa, ma di quello che sono le
connotazioni: chi si comporta in modo da essere prodigo e chi sa oculatamente
risparmiare. E come vi ho detto in primo luogo ci viene mostrata, la figuretta,
il quadretto, e anche qui in modo concretamente vivace la figura del prodigo, il
codazzo di parassiti che sempre lo segue, la condizione in cui si viene a
trovare nel corso del tempo fino a mostrarne la necessità di sottrarre beni alla
famiglia, e rovinare il proprio patrimonio per ritrovarsi infine solo e
abbandonato da tutti. Al contrario viene fatto per opposto l’elogio del massaio,
e l’elogio della santa masserizia, contrapponendo chi rovina il patrimonio e chi
invece tutela la salute della famiglia.
• La definizione: l’avaro.
Ma il discorso sull’avarizia non può concludersi in questo modo; va chiarito
cosa significa masserizia, e in che senso non essere spendenti va distinto
dall’avarizia. Per distinguere questo si introduce l’altra accezione del termine
avaro. Sappiamo che nella lingua antica Avaro significa «avido», cioè chi viole
avere sempre più bene, e per questo li sottrae agli altri; Avaro vuol dire anche
avere una soverchia strettezza nello spendere. Allora non è avaro chi non
spende, è avaro chi è prodigo: perché ha sempre bisogno di soldi e dunque
diventa avido. Con ciò non deve essere considerato, da parte di chi non è
prodigo, il vivere con troppa strettezza di denaro. Di nuovo arriva una
ulteriore conclusione: «ben confesso questo .. che godereccio» (pag 160).
La
definizione di Masserizia
La definizione di
Masserizia.
Si articola ora un dialogo a due voci tra Lionardo e Giannozzo,
da cui poi parte la necessità di chiarire che cosa sia la masserizia. C’è
un’affermazione di Giannozzo come uomo senza lettere che ha un peso per
sottolineare la situazione empirica in cui si pone Giannozzo: « tua sai Lionardo
che io non so lettere … questi chiamo io massai»: la definizione cui giunge
anche l’illetterato è una definizione che viene fatta in modo diverso rispetto a
quello che potrebbe fare il letterato che la desume dai libri ragionando secondo
l’allegazione dei libri, e secondo l’autorità; qui viene data invece per prova.
• Definizione per prove.
Allora, questa dichiarazione di Alberti non viene data in senso assoluto, perché
qui il significato è dato in relazione a ciò che per prova può essere
dimostrato, è evidente che se si trattasse di un altro argomento che non potesse
essere dimostrato per prova, il discorso di Giannozzo avrebbe un altro peso. Ciò
non togli che questa dichiarazione  di procedere senza autorità sia importante
da sottolineare in relazione a quello che è proprio dell’Alberti: il modo di
procedere e la volontà  da parte dell’Alberti di ricercare le ragioni delle cose
secondo prove, esperienze e non secondo autorità. E attraverso questa via vuole
mostrare come tramite approssimazioni di giunga alla definizione della
masserizia: non attraverso una trattazione sistematica ed ordinata del discorso,
ma attraverso quello di cui può essere data dimostrazione da parte di chi ha
saputo ben amministrare il proprio patrimonio e adesso né dà una lezione a chi
questa esperienza non ha fatto.
• Il ruolo secondario del
letterato.
Il ruolo di Lionardo, il letterato, è un ruolo che qui viene
visto in subordine: viene qui Lionardo ad Aiutare Giannozzo a mettere via via a
fuoco quelle che sono le connotazioni del discorso di Giannozzo. Attraverso
questa via si giunge a definire quello che è il tema trattato e poi a spiegare
in che modo possa essere svolto il seguito della trattazione; si insiste sulla
conoscenza per prova, e si insiste in un gioco delle parti, nello scambio di
posizione e nella volontà da parte di Lionardo di attribuire questo compito a
Giannozzo. Una trattazione che è fatta in modo aperto e domestico: e questo
viene messo in evidenza dal fatto che gli interlocutori sono disposeti intorno
al personaggio di Giannozzo: Lionardo viene fatto sedere, i giovani restano in
piedi. Ma Lionardo viene fatto sedere: non è un discorso svolto in pubblico, ma
un discorso svolto in un interno domestico. Se ci trovassimo in pubblico gli
altri non dovrebbero stare seduti accanto a Giannozzo, poiché a lui è dovuta la
riverenza. Lionardo seduto però simbolicamente rappresenta l’altra voce del
dialogo: colui che interverrà via via per dare quelle precisazioni anche di
carattere terminologico che l’inesperto non è in grado di dare.
L’ultima parte del discorso
interessa per i modi di introduzione degli esempi: essendo Giannozzo illetterato
introduce degli esempi molto concreti, e che sono anche molto evidenti, e
introdotti con tutta la vivacità di un parlato fiorentinesco. Per esempio
nell’ultima pagine, quando Giannozzo mette a fuoco attraverso le domande di
Lionardo che cosa significhi usare e non usare ai bisogni. L’esempio che porta
Giannozzo (pa 164) è quello delle donnicciole vedovette (anche lo stesso uso
degli alterati è tipico del paralto fiorentino). E l’esempio del servar le mele:
l’andamento sintattico si adatta al parlato; le stesse espressioni: «mele
magagnate e guaste», lo stesso esmpio scelto da Giannozzo illetterato, e
approvato dal letterato.

 
Che cosa abbiamo visto fin
qui? Allora: attraverso un modo apparentemente naturale, nell’ambito di un
discorso e di una conversazione che punta sulla caratterizzazione del
personaggio di Giannozzo si introduce prima un confronto con la giovinezza di
Giannozzo e la sua età anziana; attraverso questo abbiamo via via una serie di
avvicinamenti alla definizione di masserizia mettendo in evidenza attraverso la
posizione di chi è massaio e chi è spendente, la condizione del prodigo e del
massaio e la differenza che intercorre tra chi è avaro e chi è massaio. Una
volta definita attraverso questa serie di approssimazioni che cosa è la
masserizia, e che l’amministrazione oculata non è non spendere ma spendere
ai bisogni
, allora si tratta di vedere in che cosa debba essere
esercitata la masserizia: che cosa significa usare e serbare le cose in
relazione alle cose che sono da usare e da serbare. E qui comincia
l’insegnamento di Giannozzo in modo adeguato alla figura del personaggio, in
modo dunque da far corrispondere alla figurazione del personaggio i vari temi
che vengono trattati: innanzitutto quello che è da serbare e cioè ciò che
appartiene all’uomo, per passare poi ai beni, all’organizzazione della casa e
così via. Questa rappresentazione viene fatta in termini molo letterari per cui
ci viene raffigurato un personaggio illetterato in una figurazione che è
letterariamente e stilisticamente molto sapiente. Naturalmente questo
personaggio ha questa parte per circa tre quarti del terzo libro, poi le cose
cominciano a cambiare e questa figura viene messa in subordine  nel quarto libro
dove altri tempi e altri modi entrano in campo.
Come detto quest’opera ha
carattere sperimentale; non è priva di durezze e incongruenze nelle sue parti; è
opera molto importante anche come costituzione in volgare del dialogo da parte
dell’Alberti, anche per la ricchezza dei temi trattati e la varietà dei modi di
rappresentazione di questi temi attraverso i personaggi.
Non è l’unico trattato da
parte dell’Alberti scritto in volgare, questo è il più vario per gli argomenti
interni con un tema comune che riguarda la famiglia. Ci sono altri trattati che
hanno significato propriamente morale. Questi trattati hanno andamento dialogico
ma non hanno tutti la stessa impronta e lo stesso modo di sviluppo.
Abbiamo poi i trattati sulle
arti. Questi hanno una diversa forma: monologia. L’esempio del trattato sulla
pittura è particolarmente interessante perché ha una duplice redazione fatta
sempre dall’Alberti sia in latino che in volgare. La redazione in volgare
precede quella latina, ed ha  un prologo-lettera dedicatoria interessante perché
rivolta al Brunelleschi.
Va anche aggiunto che dal
punto di vista letterario l’Alberti non rivendica, con la forza con cui
rivendica qui, la propria originalità di scrittore; né rivendica altrettanto la
grandezza dei moderni rispetto agli antichi, come invece fa qui. Per quello che
riguarda le opere letterarie, secondo l’Alberti gli scrittori moderni hanno di
fronte a loro tutta la grandezza degli scritti degli antichi, che hanno scritto
su tutti i temi, quindi è molto difficile poter dire qualcosa di veramente
nuovo; tanto che l’Alberti riserva allo scrittore il proprio spazio
nell’emulazione nella capacità di trarre elementi (usa nei suoi trattai
l’esempio del mosaico: si tratta di trarre dalla scrittura degli antichi, alcune
tessere che sono poi riprese e riusate secondo un disegno nuovo con un tono
nuovo, senza che ci siano fessure visibili, in modo tale da rispondere sì alla
novità, ma non una novità assoluta; una novità che si  misura sulla scrittura
degli antichi). Questo è quello che ci viene affermato all’inizio del terzo
libro di uno dei trattai morali Albertiani di quello che si intitola
Profugiorum ab aerumna libri
. All’inizio di questo trattato c’è questa
immagine della poetica del mosaico. Se noi dovessimo stare a questo noi non
capiremmo altri aspetti dell’opera Albertiana: questo vale si per scritti di
carattere filosofico e letterario; per quello che riguarda l’arte e le scienze
il discorso cambia: e infatti l’Alberti spiega bene anche il suo percorso
intellettuale: si era meravigliato e dispiaciuto, ci dice all’inizio del
prologo, vedendo che le opere degli antichi, tante ottime divine scienze erano
mancate; e in tutto perdute, ma ora vede che i moderni sanno fare cose che  non
sono state mai viste né udite prima. Aveva creduto l’Alberti che la natura fosse
ormai stanga, una volta giunta nei tempi moderni, così come non produce più i
giganti, non produce nemmeno ingegni così grandi come quelli degli antichi; ma
quando ha visto che cosa è stato capace di fare il Brunelleschi con la cupola di
Santa Maria del Fiore, ha visto che i moderni non sono inferiori agli antichi, e
che gli ingegni dei moderni possono entrare a gara a trovare quello che gli
antichi non hanno mai potuto trovare.
Pag 165: «pertanto mi avvidi
… virtù»: in primo luogo questo lo aveva visto con il lavoro del Brunelleschi,
ma anche con tutto il gruppo degli artisti fiorentini, che qui cita: Donatello,
Ghilberti, Della Robbia e Masaccio: questi hanno saputo trovare, senza esempio
alcuno, arti e scienze non minori delle antiche. Parte poi l’esaltazione della
cupola del Brunelleschi. Ed è per Brunelleschi che scrive questo libro in
volgare.
Il pubblico a cui è rivolto
questo trattato è quello dei pittori: il pubblico in larga misura di non
litterati: si dimostra la volontà da parte dell’Alberti di rivolgersi, in nome
del’utilità, al pubblico dei non letterati.
Ma la scrittura in volgare
di un trattato di questo tipo ha anche un altro significato ben preciso: il
voler mostrare che anche nella lingua volgare si può scrivere un trattato che
affronta difficoltà non da poco nella definizione tecnico-scientifica: scritto
da pittore, non da matematico, ma scritto con la volontà per l’appunto di far
corrispondere lo stile della scrittura appunto alla materia non facile per
quello che riguarda una trattazione di livello adeguato in una lingua volgare.
Una funzione di carattere pionieristico: non è il primo trattato che noi abbiamo
sulle arti, ma se noi andiamo a vedere il trattato del Cellini scritto tra il
3/400 la distanza è notevole. Teniamo presente che l’altro trattato
significativo sulla pittura, scritto da un pittore (alberto è soprattutto
architetto) importante come Ghilberti, si pone in età prossima a quello di
Alberti: il trattao di Ghilberti è importante perché fa una ricostruzione della
storia dell’arte soprattutto fiorentina da giotto ai contemporanei.




 

Il
de Pictura
Una più grassa Minerva.
La scrittura è sintetica, che punta alla definizione, alla chiarezza, anche se
come spiega l’autore si avvale di una più grassa minerva: non è fatto per i
matematici, ma per i pittori. E’ diverso il modo di dare definizioni e di
procedere rispetto alla situazione in cui si troverebbe se scrivesse a
matematici.
Il dialogo in volgare nel
400. In ambiente fiorentino l’Alberti non è
certo l’unico a scrivere un dialogo in volgare. L’esempio che viene spesso
portato è quello, politico, del primo 400, di
Matteo Palmieri
della
Vita Civile. Qui la differenza è vistosa nel’impianto: abbiamo un
dialogo con una ambientazione in un tempo (1430), in campagna, perché c’era la
peste a Firenze, con personaggi di peso nella vita politica fiorentina; ma il
trattato come dialogo non decolla: la parte trattatistica è interessante, da
punto di vista dei contenuti, ma il dialogo è quasi una forma calata dall’altro:
non decolla, è quasi un monologo alternato, voci, non personaggi delineati. Si
dimostra la volontà di fare cosa utile scrivendo in volgare, ed anche il
Palmieri testimonia degli attacchi subiti da parte di chi sosteneva che non si
dovesse scrivere in volgare. Ci sono elementi comuni si, ma c’è una differenza
di carattere sostanziale. L’opera dell’Alberti è rilevante dal punto di vista
letterario, quella del palmieri è interessante soprattutto da un punto di vista
storico, culturale, documentario.

Temi ricorrenti.
Concludiamo il quattrocento brevemente. Naturalmente nel contesto del 400 la
scrittura di trattati è ampia. Sia in forma di dialogo che monologo. Un esempio
è il barbaro. Ci sono temi ricorrenti e comuni pur in una notevole varietà: tra
i temi ricorrenti uno è quello visto nel barbaro, in relazione al
matrimonio
o alle donne. Altro tema che percorre tutto il
400 in modi e forme diverse sia in forma di dialogo che monologo sia che in
forma di orazione è quello della nobiltà: le discussioni sulla
nobiltà hanno un impatto notevole. Non è un caso che qui ritroviamo ancora
tracce consistenti di una presenza dantesca. Nel quarto trattato del convivio
abbiamo come tema la nobiltà: questo aspetto dell’opera dantesca torna nella
trattatistica quattrocentesca. Una discussione sulla nobiltà torna anche nel
primo libro del Cortegiano. Temi dunque, oltre che forme, presenti e comuni.  
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