Elettra di Gabriele D’Annunzio

Elettra di Gabriele D’Annunzio

Libro Secondo delle Laudi del Cielo del Mare della Terra e degli Eroi

ELETTRA

Alle montagne

Candide cime, grandi nel cielo forme solenni

cui le nubi notturne

stanno sommesse come la gregge al pastore, ed i Vegli

inclinati su l’urne

profonde dànno eterne parole, e fanno corona

le stelle taciturne;

o Montagne, terribili dòmi abitati da Dio,

ove gli anacoreti

d’un tempo immemorabile per sola virtù di dolore

conobbero i segreti

del Mondo e nelle rocce co’ i cavi occhi lessero come

in libri di profeti;

Montagne madri, sacre scaturigini delle Forze

pure, quando non era

l’Uomo; donde gioiosa alla cieca tenebra sparsa

balzò l’alba primiera

e alle vergini valli guidando le forme dei fiumi

scese la Primavera;

donde scesero stirpi umane d’oltrepossente

vita, giù per aperte

vie più vaste de’ fiumi, stampando titaniche orme

nella pianura inerte

che fumigava umida al sole purpureo, pregna

delle future offerte;

o Montagne immortali, non parla nel sacro silenzio

delle cose ignorate

il vostro Spirto? Ascolta l’anima mia se non giunga

un messaggio. Deh fate,

o Montagne immortali, che scenda dai vostri misteri

cinto di luce il Vate!

La speranza e la gioia fuggirono lungi dai cuori

umani; e tutti i sogni

della bellezza e tutti i sogni dell’arte felice

vanirono; e stringe ogni

cuore un’arida angoscia; e rugge d’intorno la guerra

degli atroci bisogni.

Chi finalmente, sceso a noi dalle alture inaccesse,

ricondurrà la gioia?

Chi su la vasta fronte avrà, mai veduta possanza,

una luce di gioia?

O tu dalle Montagne purissime, Spirito ignoto,

scendi con la tua gioia!

Dai culmini virginei che splendono sotto le stelle

pie, dalle inesplorate

sedi ove le sorgenti perenni cantano inconsce

della superna estate,

dalle vene incorrotte dei geli, dal sacro silenzio

delle cose ignorate,

da tutta la grandezza venerabile delle Montagne

madri io t’evoco, o puro

Spirito senza nome, che l’occhio dell’anima vede

trascorrere l’oscuro

abisso dove tanto umano dolore si torce

e schiudere il Futuro!

A Dante

Oceano senza rive infinito d’intorno e oscuro

ma lampeggiante, e con un silenzio sotto i terribili tuoni

immoto ma vivente come il silenzio delle labbra

che parleranno:

tenebrore dei Tempi, profondità dell’affanno

umano, assidua mutazione delle cose, ritorno

perpetuo delle sorti:

oceano senza rive tra due poli, tra il Bene e il Male,

con le sue bave disperse dalla procella eternale,

co’ suoi abissi ingombri dalle spoglie dei popoli morti,

era il Destino;

e tu come una rupe, come un’isola montuosa,

come una solitudine di pensiero e di potenza,

come una taciturna mole di dolor meditabondo

che ode e vede,

sorgevi uno dal gorgo; e nell’ululo delle prede,

nel sibilo dei nembi, nel rombo delle correnti,

il tuo orecchio udiva

quel silenzio e la sola Parola che doveva esser detta;

e di sotto alla fronte percossa dalle schiume e dai v’ènti

il tuo occhio insonne vedeva infiammarsi il mondo

all’alta tua vendetta.

Allora, nei baleni e nell’ombre, lo spirito dell’uomo

stette davanti a te, ignudo, senza la sua carne,

senza le sue ossa, disvelato davanti alla scienza

del tuo dolore;

e nel cavo delle tue mani, che sapean l’arme e il fiore,

più mansuefatti degli augelli che la neve caccia

verso gli asili umani,

discesero i messaggi delle divine speranze,

i poteri sconosciuti delle verità divine;

e ti diede i suoi tuoni e i suoi raggi il tuo Dio, cui tu alzasti il canto

che non ha fine.

O nutrito in disparte su le cime del sacro monte,

abbeverato solo nell’albe al segreto fonte

delle cose immortali, Eroe primo di nostro sangue

rinnovellante;

oceanica mente ove dieci secoli atroci,

carichi d’oro d’ombra di strage di fede e di paura

metton lor foci

silenziosamente; anima vetusta e nuova,

instrutta e ignara, memore e indovina, ove si serra

tutto il pensier dei Saggi e palpitano il Fuoco l’Aria

l’Acqua e la Terra;

o Risvegliatore, o Purificatore, o Intercessore

per la vita e per la morte, o tu che cresci il vigore

della stirpe come il pane nato dal nostro sudore,

noi t’invochiamo;

o tu che col tuo canto disveli agli uomini i cammini

invisibili e discopri i vólti nascosti dei destini,

noi ti preghiamo;

o tu che risusciti l’antica virtù delle contrade

e tempri il medesimo ferro per la bontà delle spade

e per la gioia delle falci nelle profonde biade,

noi ti attendiamo;

perocché tu sii pur sempre atteso in prodigi, come il Figlio

del tuo Dio, dai cuori che nei battiti del tuo canto

appresero a sperare oltre il volo delle fortune,

o profeta in esiglio,

e pur sempre su le nuove tombe e su le nuove cune,

là dove un’opra si chiuse e là dove s’apre un germe,

suoni il tuo nome santo,

e il tuo nome pei forti sia come lo squillo degli oricalchi,

e solo il nomar del tuo nome, come il turbine agita i lembi

d’un gran vessillo, scuota nei suoi mari e nei suoi valchi

l’Italia inerme.

Dove sono i pontefici e gli imperatori? Splendenti

erano nella specie dell’oro, e stampavano con piedi

obliqui le vestigia sanguigne, vestiti dell’antica

frode, e i lor vestimenti

odoravano. Rotti come i sermenti addi, perduti

come i fuscelli nella tempesta, diffusi come crassa

cenere ai v’ènti.

E pallido il postremo alza le mani verso le porte

dei cieli e attende un segno, e chiama, e nulla appare fuor che la morte.

Ma il cuore della nazione è come la forza delle sorgenti

meraviglioso;

e tu rimani alzato nel conspetto della nazione

con la tua parola eterna nella tua bocca respirante,

col tuo potere eterno nel tuo pugno vivo; e la tua stagione

sta su la nostra terra

senza mutarsi; e la tua virtù è dentro le radici

di nostra vita come il sale è nel mare, come la fecondità

è nella nostra terra;

e nulla di te perisce nei tempi ma la tua passione,

ma il tuo furore, ma il tuo orgoglio e la tua fede e la tua pietà

e la tua estasi e tutta la tua grandezza dura nei tempi come

dura la nostra terra.

Tu la vedesti col tuo profetico onniveggente occhio infiammato

l’Italia bella, come una figura emersa dall’interno

abisso del tuo dolore, creata dalla tua stessa fiamma,

con i suoi monti,

con i suoi piani, con i suoi fiumi, con i suoi laghi,

con i suoi golfi, con le sue città ruggenti d’ire,

l’Italia bella;

e la tua rampogna la rifece sacra, la tua preghiera

fece risplendere di purità le sue membra schiave;

sì che sempre gli uomini vedran su lei bella il duplice splendore

del cielo e del tuo verbo.

Sol nel tuo verbo è per noi la luce, o Rivelatore,

sol nel tuo canto è per noi la forza, o Liberatore

sol nella tua melodia è la molt’anni lagrimata

pace, o Consolatore,

quando la cruda pena il veemente sdegno il duro spregio

si fanno eguali alle più dolci cose della foresta

primaverile

e la mano che torturò la carne immonda, che trattò la ghiaccia

e il fuoco, la pece e il piombo, gli sterpi e i serpi, il fango e il sangue,

tocca segrete corde e nel silenzio fa il divin concento

ch’ella può sola.

Cammineremo noi ne’ tuoi cammini? O imperiale

duce, o signore dei culmini, o insonne fabbro d’ale,

per la notte che si profonda e per l’alba che ancor non sale

noi t’invochiamo!

Pel rancore dei forti che patiscono la vergogna,

pel tremito delle vergini forze che opprime la menzogna,

noi ti preghiamo!

Per la quercia e per il lauro e per il ferro lampeggiante,

per la vittoria e per la gloria e per la gioia e per le tue sante

speranze, o tu che odi e vedi e sai, custode alto dei fari, o Dante,

noi ti attendiamo!

Al Re Giovine

Nella gran bandiera

che agitarono i v’ènti marini

a poppa della nave guerriera

tutt’armata di ferro gigante

contra i ferrei destini,

nella gran bandiera

di battaglia e di tempesta

avvolgi il tuo padre esangue,

coprigli la bianca testa,

consacragli il petto forte

con quella croce raggiante,

o tu, della purpurea sorte

erede, che navigavi il Mare,

Giovine, che assunto dalla Morte

fosti re nel Mare!

Avvolgi il tuo padre

nell’insegna che attese la gloria

sopra le acque così lungamente;

componilo sul carro scemato

del bronzo possente;

dàgli a scorta mute squadre

che in arme sognino la vittoria

pel sangue non vendicato

sul deserto ardente;

nella luce dell’Urbe fatale,

nel silenzio delle scorte

e del tuo dolor regale,

accompagna il tuo padre clemente,

o tu che chiamato dalla Morte

venisti dal Mare.

Accompagna il padre

alla tomba ove già l’avo dorme,

nel tempio sublime

che alzò su colonne

di granito la forza di Roma.

La romba degli inni austeri

come un turbine all’ultime cime

rapisca i tuoi pensieri

nuovi, oltre la tomba, oltre l’altare.

E i grandi pensieri

ti facciano insonne; e Roma

e la sua Fortuna dalla chioma

terribile ti facciano insonne,

Giovine, che assunto dalla Morte

fosti re nel Mare.

Tu non dormirai

se il tuo cuore è degno che lo morda

l’avvoltore violento;

tu non dormirai

se de’ tuoi nervi indurati

attorca tu la corda

per l’arco che t’è innanzi lento;

tu non dormirai

se tu oda la voce dell’Urbe,

sepolcrale e marina,

non voce di volubili turbe

ma d’immutabili fati,

ma dell’anima eterna latina,

o tu che chiamato dalla Morte

venisti dal Mare.

Tu non dormirai

se degni sieno i tuoi occhi

di contemplar l’orizzonte

che il Quirinal discopre

al dominatore;

tu non dormirai

se le tue mani sien pronte

alle lotte ed all’opre,

alla spada ed al martello,

a foggiar per la tua fronte

un’altra corona di ferro

col ferro d’un altro Salvatore

sopra l’incudine d’un altare,

Giovine, che assunto dalla Morte

fosti re nel Mare.

Non dormimmo noi

nella notte solenne

quando passò per l’ombra

d’Italia il funereo convoglio

che portava il buono infranto cuore.

Non dormimmo. Ascoltammo gli eroi

favellare nella notte ingombra.

Ascoltammo il fragore

dei carri nel vento d’estate.

Tremammo. Più del cordoglio

poterono le speranze alate.

Per l’ombra era un fremito di penne.

Lampeggiavano i monti e le coste.

Gravido di vita e di morte

anelava il Mare.

Tremammo di forza

chiusa e di volontà raccolta;

fummo ebri d’un sogno virile.

Sentimmo nei polsi robusti

ardere la febbre civile.

Sentimmo nel suolo profondo

rivivere gli iddii vetusti.

Ebri di presagi augusti,

vedemmo ancóra sul mondo

splendere il latin sangue gentile.

Ascoltammo gli indigeti eroi

favellare nella notte ingombra.

Seguimmo nell’ombra

infinita il volo della Morte

lungo il patrio Mare.

E dicemmo: «Passa

lungo il patrio Mare,

Maestà della Morte!

Alza gli spirti; fa palpitare

il popolo che veglia

nella notte balenante.

Genova ti saluta

sul suo golfo magnifica e forte,

coronata di baleni.

La Spezia ti saluta,

in vista dell’Alpe, austera e forte,

coronata di baleni.

Salutano il tuo passare

le due madri delle navi, o Morte,

veglianti sul Mare.

Più grande saluto

avesti tu mai?

Ma, giunta alla mèta, tu avrai

il saluto del Sole e di Roma.

E il nuovo destino, segnato

dal sangue regio, avrà nella nuova

luce principio solenne».

Per l’ombra era un fremito di penne.

Lampeggiavano i monti e le coste.

E dicemmo: «O Italia, o Italia,

non ti vedremo noi su l’alba,

per questo buon sangue che ti giova,

per la divina prova

di questa sacrificale morte,

rifiorir nel Mare?».

E dicemmo: «O Italia,

Italia sonnolente,

alfine ti svegli

tu dal tuo sonno vile?

Ahi sì lungamente

sotto il sole giaciuta

con l’obbrobrio senile,

tra le mani dei vegli

scaltri che t’han polluta

che di te han fatto strame

docile all’ignavia loro

e d’ogni tuo nobile alloro

una verga per batter la fame,

non senti l’odor della morte?

Oh nuova sul Mare!».

Così noi dicemmo,

questo sognammo ascoltando

il fragore dei carri nel vento

d’estate per la funebre notte

recanti alla tomba il re spento,

al silenzio di Roma, alla pace.

Questo pregò sotto il firmamento

ingombro la nostra ansia seguace.

Or chi sarà l’eroe che attendiamo,

il pastor della stirpe ferace?

Tendi l’arco, accendi la face,

o tu che chiamato dalla Morte

venisti dal Mare,

Giovine, che assunto dalla Morte

fosti re nel Mare!

T’elesse il Destino

all’alta impresa combattuta.

Guai se tu gli manchi!

È perigliosa l’ora.

Ma tu sai che il periglio

è la cintura pe’ fianchi

dell’eroe. Dal sangue vermiglio

fa che nasca un’aurora!

La fortuna d’Italia

prese l’ali sul campo

d’una battaglia perduta.

Ricòrdati d’un altro padre

partito per un più triste esiglio,

Giovine, che assunto dalla Morte

fosti re nel Mare.

T’elesse il Destino.

Ricòrdati del figliuol vinto

che cavalcò quel giorno

tra la Sesia e il Ticino

verso il bianco maresciallo.

Rifiorì l’itala primavera

tra i dolci fiumi; e il re sardo

scese dal suo cavallo

per segnare il duro patto.

Tutto fu nemico intorno.

Egli disse al suo cuore gagliardo:

«Sopporta, o cuore, e spera!».

Ricòrdati di quel ritorno

tu che chiamato dalla Morte

venisti dal Mare.

Egli volle Roma,

egli ebbe il Campidoglio,

egli ha pace nel Tempio romano.

Che vorrai tu sul tuo soglio?

Quale altura è il tuo segno?

Miri tu lontano?

È largo quanto il tuo orgoglio

il gesto della tua mano?

Sai tu come sia bello il tuo regno?

Conosci tu le sue sorgenti

innumerevoli e la forza

nuova o antica delle sue correnti?

Ami tu il suo divino mare,

Giovine, che assunto dalla Morte

fosti re nel Mare?

T’elesse il Destino

all’alta impresa audace.

Tendi l’arco, accendi la face,

colpisci, illumina, eroe latino!

Venera il lauro, esalta il forte!

Apri alla nostra virtù le porte

dei dominii futuri!

Ché, se il danno e la vergogna duri,

quando l’ora sia venuta,

tra i ribelli vedrai da vicino

anche colui che oggi ti saluta,

o tu che chiamato dalla Morte

venisti dal Mare,

Giovine, che assunto dalla Morte

fosti re nel Mare.

Alla memoria di Narciso e di Pilade Bronzetti

Canta, o Verità redimita

di quercia, canta oggi gli eroi

al genio d’Italia che t’ode!

Al popolo ardente di vita

novella tu canta oggi i suoi

leoni, il suo sangue più prode

che corse la gleba feconda!

Tu fa che fiammeggi nell’ode

ciascuna ferita

e lungi la fiamma s’effonda

per tutte le prode,

per tutte le cime,

per tutta la patria sublime

che freme di gloria sepolta!

Canta, o Verità redimita

di quercia, canta oggi gli eroi

al genio d’Italia che ascolta!

Ma ascolta dall’ombra dei monti

Trento, l’indomata

figlia cui la corda

non spegne la voce iterata

che chiama che chiama la madre

nell’orror notturno;

e grida: «Ricorda

tu prima dell’altre

glorie la mia gloria

oggi che su l’ardue fronti

dell’Alpe volò la Vittoria

e che l’Adige taciturno

n’ebbe rinnovata

promessa! Ricorda

Castel di Morone, Tre Ponti

con l’Aquila che dal Tifata

piombò sul Volturno».

Canta dunque, pria che si parta

la nova speranza da noi

e si spenga il sùbito ardore,

canta dunque il fior degli eroi,

il prode dei prodi

che dorme leggero sul cuore

di Brescia fedele,

e l’emulo del re di Sparta

con i suoi trecento,

con i suoi trecento custodi

che la dolce Campania tiene;

canta oggi la gloria di Trento

per lei consolare in catene

del vano amor del van dolore,

oggi che da mano servile

la sua pura corona è sparta

come fronda vile.

Come vil lordura

dal tempio di Roma lo sgherro

spazza quella corona pura

che tesseano, ideal tesoro,

(ancor dunque ai monti si sogna?)

fedeltà più dura del ferro,

speranza più ricca dell’oro.

Giovi ella a crescere lo strame

su cui la frode e la paura

giaccion come buoi

stracchi ruminando menzogna.

Giovi ella a crescere il letame

che impingua l’annosa vergogna.

Ma tu non piangere; tu sogna,

anima chiusa, ancor nei tuoi

monti. È alto il sole sul Fòro.

Cantiamo gli eroi!

Non piangere. Aspetta nei monti;

poi che non indarno

nel libero azzurro

sul Gianicolo, alto a cavallo,

sta Colui che udisti a Tiarno

per te su la via sfolgorata

tonare col bronzo.

Ma sogna. Come il bianco alburno

celandosi sotto la scorza

si fa vigor novo del tronco,

nell’anima tua sempre alzata

il sogno convertasi in forza.

Non piangere. Sogna nei monti.

Cantiamo la gesta obliata,

Castel di Morone, Tre Ponti

con l’Aquila che dal Tirata

piombò sul Volturno.

Cantiamo la vetta ridente

su l’antico fiume

esperto di strage, la vetta

ridente di giovine sangue.

Oh tumulo grande

che gioiosamente

di sé fece l’alta coorte!

Ciascun combattente

su la sua terribile ebrezza

col sole e con l’aria

sentiva il guardar leonino

del Duce, dell’Onnipresente.

Oh vendemmia di giovinezza

più forte che il vino!

Porpora d’autunno,

porpora di morte

su la dolce di uve Campania!

Non piangere, anima di Trento,

la tua calpestata corona.

Dimentica il male, se puoi.

Non fare lamento.

La tua madre non t’abbandona:

ha il cuore profondo.

Passano i Bonturi

e il seguace lor gregge immondo.

Durano gli eroi

eterni nei fasti

d’Italia, e quel Dante che alzasti

nel bronzo, al conspetto dell’Alpe

dura solo più che le rupi,

gran Mésso dei fati venturi

signore del Canto sul mondo.

Passano i Bonturi

e il seguace lor gregge immondo.

Non fare lamento. Perdona

pel lungo martirio di Dante,

perdona pel chiuso dolore

di Quegli che disse la grande

parola. Sovvienti? Ei ti vide

perduta, ei vide tanto sangue

invano sparso, tanto fiore

di libere vite

invano reciso,

Trieste come te perduta,

come te perduta

l’Istria, alla mercé del nemico

le porte d’Italia, ottenuta

Venezia con man di mendico,

laggiù laggiù sola su l’Adria

la macchia di Lissa, l’infamia,

tutta l’onta; e disse: «Obbedisco».

Ah ti sovvenga! Ti sovvenga

ancóra di Lui doloroso,

col piombo nell’ossa dolenti,

combusto dal fuoco

di cento battaglie e pensoso

già del vasto rogo

che alzato ei volea sul selvaggio

granito, al conspetto del mare,

per dar la sua cenere ai v’ènti

del suo mar selvaggio.

Ei disse: «Ah ch’io venga

ch’io venga anche all’ultima guerra!

Legatemi sul mio cavallo.

Ch’io veda brillare le stelle

su la Verruca, oda al Quarnaro

cantare i marinai d’Italia!

Legatemi sul mio cavallo».

Verrà, verrà sul suo cavallo,

con giovine chioma.

Torrà il nero e giallo

vessillo dal suo sacro monte

che serba il vestigio di Roma.

Ridere su l’antica fronte

vedrà le sue vergini stelle;

più oltre, più oltre

verso le marine sorelle,

anche udrà anche udrà nel Quarnaro

i canti d’Italia sul vento.

Non piangere, anima di Trento,

la tua calpestata corona.

Ribeviti il tuo pianto amaro.

Dimentica il male, se puoi.

Non fare lamento. Perdona.

Prepara in silenzio gli eroi.

Per i marinai d’Italia morti in Cina

Chi ti vide col suo cuore

puro, o Italia liberata,

detersa dal sangue e dal pianto,

dalla polve e dal sudore,

dopo l’alta gesta, alzata

nel mare nel sole nel canto?

Chi ti vide, dopo l’alta

gesta, vivere nel mare

col grande tuo corpo fecondo?

Chi sentì nella tua calda

giovinezza palpitare

l’antica speranza del mondo?

Forse i figli, forse i figli

tuoi migliori, i marinai

su l’acque remote, nei porti

strani, gli umili tuoi figli

che non sai né rivedrai,

ti videro e caddero morti.

Ah ti videro più bella

essi, i tuoi semplici eroi,

negli ultimi palpiti sacri!

Canterò oggi, per quella

tua bellezza, se tu m’odi,

il pianto di tutte le madri.

Ecco, una madre nell’antica Ichnusa

dei pastori, nell’isola diserta

che stampa sul Tirreno dalla Nurra

al Campidano sua durabile orma,

ecco, la madre che filò la nera

e bianca lana, ecco, la madre a sera

vien su la soglia con la nuora pregna,

quando le greggi tornan di pastura.

Sta su la soglia con la nuora, e conta

le stelle prime nell’aria serena,

nell’aria dolce ove il colmigno fuma;

e sta con nel suo cor la sua preghiera;

e guarda sopra i gioghi di Gallura

la falce della luna che tramonta.

E guarda verso il mare la Caprera

ove dorme il Leone in sepoltura

con un respiro che solleva l’onda;

e guarda l’ombra della Maddalena,

sul dolce mare un’ombra di guerriera

che tutta armata a guerreggiare è pronta.

E prega, ignara della sua sciagura,

e prega e dice: «Chi me l’assicura?

Tu, Vergine Maria, Vergine pura,

tu guardalo dal male e tu l’aiuta!

T’accenderò quant’io potrò di cera,

quant’io potrò d’oliva, se sventura

non gli accade, se salvo mi ritorna.

Guardalo, Vergine, alla madre sua,

guardalo alla sua madre e alla sua donna.

Dov’è, dov’è? Che fa egli a quest’ora,

il buono figliuol mio, mentre che annotta?

Lo rivedemmo ch’era primavera.

La rondine non era anco venuta.

Giunse improvviso, giunsemi alla porta

gridando: «O madre, o madre, apri la porta!».

Eri al telaio sotto la lucerna…».

A lungo a lungo ella così racconta

al cuore che ben sa, che ben ricorda,

che ben ricorda ch’era primavera.

Così racconta la madre canuta;

e guarda sopra i gioghi di Gallura

la falce della luna che tramonta;

e guarda verso il mare la Caprera

ove dorme il Leone in sepoltura

con un respiro che solleva l’onda.

E un’altra madre viene su la soglia

d’un’altra casa e guarda un’altra altura

e un altro mare, il mar di Siracusa

e l’Etna grande che nell’ombra fuma;

e prega in cuore e dice: «O creatura

del sangue mio, quando ti rivedrò?».

Odorano le selve alla riviera

con frutta d’oro; cantano alla luna

le ciurme prima ch’ella si nasconda:

trema la rete, palpita la vela.

E un’altra madre viene su la soglia

d’un’altra casa, là nella remota

Italia, là sul Garda ove Peschiera

sorge custode nella sua cintura

forte, ove il Mincio memore saluta

i campi di battaglia. E un’altra ancóra

prega in silenzio e guarda la pianura

tra l’Oglio e l’Adda ove la primavera

fu cerula di molto lino. E ancóra

un’altra prega dalla pampinosa

rama dei Monti d’Alba, dalla volsca

Velletri che disotto le sue mura

vide un mattino tempestar fra l’onda

dei cavalli il Leone ebro di Roma.

E un’altra ancóra sta su la picena

spiaggia, di là dal Tronto, e si ricorda

del bel naviglio che la prima volta

portò il fanciullo a Spàlato, a Gravosa,

a Sebenico, alla latina sponda

cui San Marco legò la sua galera

e prega in cuore e dice: «O creatura

delle mie pene, non ti rivedrò?».

Sì penano le madri in su la sera

al novilunio, alla dolce frescura.

E non, di qua dal Tronto, nella terra

d’Abruzzi, nella terra ove riposano

i miei maggiori con la rugginosa

àncora di speranza e di fortuna,

non prega qualche madre per ventura

guardando su la placida Maiella

tramontare la falce della luna?

Guarda greggi passare ad una ad una

l’ungh’esso il lito andando alla pianura

dell’Apulia, ai lor paschi, dall’altura

del Sannio che laggiù si fa nevosa;

migrar le greggi per la via saputa

dai primi avi la madre guarda, muta

presso la casa ove restò la cuna

antica per la nova genitura,

la madre veneranda cui virtù

di nostra prima gente in grembo dura;

e prega in cuore e dice: «O creatura,

creatura, che fai mentre che annotta?

Se sei grondante, ora chi ti rasciuga?

Forse hai tu sete, e la vigna ha tanta uva!

Figlio, che fai? Pensi alla madre tua?

Pensi alla madre tua che non t’aiuta?».

E guarda pel sentiere che s’oscura,

e il cor le stringe sùbita paura.

Tramontata è la falce della luna;

nell’ombra intorno altro non v’è che luca

se non il ferro pronto all’aratura.

È il mésso quei che per l’erta s’indugia?

Gran silenzio negli alberi s’aduna.

La madre ascolta, non respira più.

S’ode il campano in lontananza ancóra,

della greggia che valica la duna;

s’ode il passo per l’erta che s’oscura.

La madre attende, non palpita più.

Morti sono i figli, morti

sono i figli, morti sono

i figli alla guerra lontana.

Pochi erano contro molti.

Essi avean pel suolo ignoto

lasciata la nave lontana.

Morti come sopra il ponte

della nave, come sanno

marinai dovunque morire.

Non il fiume, non il monte,

non il piano, essi non hanno

veduto la casa e il confine.

Veduto non han Gallura

né il Mar Ligure né l’Adria

morendo su l’orride porte,

ma veduto han la figura

grande e sola della Patria

risplendere sopra la morte.

Veduto non hanno i Monti

d’Alba o l’Etna, non Peschiera

né il Garda, ma l’unica Italia.

Morti sono i figli, morti

sono intorno alla bandiera

d’Italia d’Italia d’Italia.

A Roma

Aurea Roma, sia testimone

dal ciel di settembre la faccia

del Sole che mai cosa più grande

di te visitò nell’alterno Orbe;

sieno testimoni dal confino

dell’Agro il Soratte santo

apollineo con le sue corone

di nubi e il Cimino proclive

che dal Tevere al Mare

tende le sue cerulee braccia;

e testimoni sieno i Monti

d’Alba pampinei ridenti

al cielo dai profondi

occhi dei laghi; e il divino

Agro che tace, co’ suoi armenti

irti, co’ suoi pastori biformi

dall’aspetto umano ed equino,

l’erbifero sepolcro dei regni

sia oggi testimone al canto

che memora il detto sibillino.

«Manca la Madre» disse il carme

euboico al sacerdote.

O Roma, guerriera senz’arme,

ti manca l’universa Idea

che sorga, su l’ombre

oblique, su le forme vuote

di alito, su le cloache ingombre

di uomini, generatrice.

Manca la Grande Madre. Ti manca

il vergine eroe, il nepote

ultimo del magnanimo Enea,

che con la sua man pura

la tragga vivente alle tue mura

auguste e instituisca la Festa

nova e inizii la nova Epopea.

L’ancile di Marte è scodella

al mezzano; la meretrice

è addetta al fuoco di Vesta;

del tuo Campidoglio non resta,

o Roma, che la Rupe Tarpea.

Ma, sotto il ciel settembrale

che riversa il suo calice d’oro

ampio dal Celio al Viminale

dal Gianicolo al Vaticano

dall’Anfiteatro al Fòro,

nel dì fausto dell’alta conquista,

cantiamo l’avvento fatale,

su la torbida acqua corrotta

chiamando l’imagine prisca.

Contro l’un concistoro

che ciancia baratta confisca

e l’altro che munge il tesoro

di Pietro per l’anima ghiotta,

alziamo la statua ideale.

Sorse fervido il popolo quando

intese il responso canoro:

«Manca la Madre. O Romano,

che tu chieda la Madre io comando.

Com’ella venga, addotta

sia da una pura mano».

Venne la Magna Madre

su la nave alla foce del fiume

biondo; e nel limo ristette,

immota, incrollabile come

una rupe. I cavalieri,

il senato, la plebe di Roma,

le vergini del fuoco santo

accorsero in turba alla foce

del fiume incontro alla veneranda

Ospite. Ed era ne’ cuori

letizia. Ma stava nel vado

limoso la carena immota

simile a una rupestre

isola. Legarono all’alta

prora una fune gli uomini forti

e fecero gran forza di braccia,

e con voci iterate

aiutavano eglino la vana

opera, a trarre la nave

dipinta nel Tevere biondo.

Ma sedeva la Magna Madre

incrollabile sopra la tolda,

con la sua corona di mura

su le chiome che fingono i flutti

del ponto e i solchi dell’agro,

con le sue mani invitte

benefiche di beni infiniti

prone su le ginocchia più salde

che le roveri annose nei monti;

al conspetto del popolo grande

sedeva la Madre dell’aurea

fecondità, la nutrice

dei mortali e degli immortali,

la donatrice delle semenze

ineffabili, la dea

che moltiplica il sangue

animoso, edifica le chiare

città, conduce i pensieri

i timoni gli aratri, errante

sonante in circoli immensi.

E la forza degli uomini forti

s’accrebbe di tutta la plebe

romana, s’accrebbe di tutti

i cavalieri romani. E tutti

le braccia davano alla fune

ritorta e iteravan le voci

al travaglio, ma indarno; ché stava

immota nel vado la dipinta

carena e il simulacro sublime

splendeva sopra la tolda

nell’aer salino tacente.

Attonita interruppe il conato

la moltitudine e tacque

pavida innanzi al prodigio

con supplice cuore. S’udiva

fluire il Tevere biondo,

addurre all’imperio del Mare

la maestà di Roma.

Tra il popolo supplice, allora

s’avanzò Claudia Quinta vestale.

Offendeva lei casta il sospetto

del volgo, iniquo rumore.

S’avanzò Claudia Quinta e con mani

pure attinse l’acqua del fiume;

tre volte il capo s’asperse,

tre volte levò al cielo le palme;

prona nel suo crine giacente,

invocò a gran voce la dea.

Quindi, alzata, legò il suo cinto

alla prora e con lene fatica

trasse la Magna Madre nel fiume,

trasse la Madre dell’eterna

fecondità verso l’arce eterna

dell’Urbe. Tonarono i petti

romani; sanguinò la bianca

giovenca dinanzi alla poppa

coronata. Sedente sul plaustro

de’ buoi la Turrigera, addotta

da virtù di vergine pura,

entrò per la porta Capena.

Così, o Roma nostra, negli anni

verrà non dal Dindimo ululante,

non pietra esculta in nave dipinta

pel Mediterraneo Mare,

verrà dagli oceani lontani

ove la vita allaccia la vita

d’isola in isola per correnti

misteriose di voleri

umani e di sogni umani

che cercano le novelle forme,

verrà dai continenti

immensi ove ancóra dorme

la ricchezza nei misteri

delle montagne e delle lande

promessa agli insonni messaggeri,

verrà dai confini del mondo

con l’impeto degli elementi

e con l’ordine dei pensieri,

verrà dall’alto e dal profondo

la Potenza in cui sola tu speri.

Così, o Roma nostra, nei tempi

un vergine eroe di tua stirpe

così la trarrà alle tue mura.

Non carena immobile in sirte

limosa, non simulacro

già venerato in templi

estranei trarrà la man pura,

ma la Potenza umana, ma il sacro

spirito nato dal cuore

dei popoli in pace ed in guerra,

ma la gloria della Terra

nel divino fervore

della volontà che la scopre

e la trasfigura

per innumerevoli opre

di luce e d’ombra, d’amore

e d’odio, di vita e di morte,

ma la bellezza della sorte

umana, dell’uomo che cerca

il dio nella sua creatura.

Però che in te come in un’impronta

indistruttibile, debba

la Potenza dell’Uomo

assumere forma ed effigie,

instituita nel Campidoglio

e nel Fòro, di contro all’Onta

dell’Uomo, su le vestigie

della forza e dell’orgoglio

che chiesero la Grande Madre

alle montagne frigie

per lei custodir nelle tue sacre

mura che sole credevi

tu degne di chiudere l’altrice

universa quantunque sì brevi.

O Roma, o Roma, in te sola,

nel cerchio delle tue sette cime,

le discordi miriadi umane

troveranno ancor l’ampia e sublime

unità. Darai tu il novo pane

dicendo la nova parola.

Quel che gli uomini avranno pensato

sognato operato sofferto

goduto nell’immensa Terra,

tanti pensieri, tanti sogni,

tante opere, tanti dolori,

tante gioie, ed ogni

diritto riconosciuto ed ogni

mistero discoperto

ed ogni libro aperto

nel giro dell’immensa Terra,

tutte le speranze umane

volanti da porti sonori,

tutte le bellezze umane

cantanti per boschi d’allori,

vestiranno le forme sovrane,

appariranno alla luce eterna,

o Roma, o Roma, in te sola.

Ai liberi ai forti materna,

o dea, spezzerai tu il novo pane

dicendo la nova parola.

Aurea Roma, o donna dei regni,

sien testimoni all’augurale

Ode che canta oggi il tuo destino

le cose che portano i segni:

la nube che sul Palatino

sanguigna risplende

come porpora imperiale

tra gli ardui cipressi; il divino

silenzio del vespero che accende

i Diòscuri domitori

di cavalli sul Quirinale;

l’ombra spirante che occupa i Fòri

gli Archi le Terme taciturna;

la fonte di Giuturna

che dalla ruina risale;

la tavola delle Leggi sacre

che dalla polve riappare;

e la mia speranza, o Madre,

e il fior del mio sangue latino,

e il fuoco del mio focolare.

A uno dei mille

O vegliardo, consunto come l’usto

dell’àncora che troppe volte morse

con sue marre i tenaci fondi, pregno

del sale amaro,

splende la gloria sul tuo vólto adusto

quando nelle fortune indaghi l’Orse

e t’argomenti di campar tuo legno

cercando il faro?

Quando torni dall’isola dei Sardi

carico, e taciturno al tuo timone

stai rugumando il tuo masticaticcio,

tese le scotte,

a tratti co’ tuoi grigi occhi non guardi

per l’ombra se tu scorga il tuo Leone

fiammeggiare laggiù sul sasso arsiccio

contro la notte?

E quando poi governi a prender porto,

maggio illustrando la città dei Doria,

non cerchi tu quella che a Quarto eresse

magra colonna

la modestia del popolo risorto,

per figurarvi in sommo la Vittoria

che sul gran cor parea ti sorridesse

come tua donna?

Tu non rispondi. Solo ascolti i v’ènti

e disputi talor con la tempesta.

Hai crudo e breve il motto a dir tua noia,

e più non dici.

Tua vita va tra due divini eventi,

tra bonaccia e fortuna; e quella gesta

la scrisser già su le tue vecchie cuoia

le cicatrici.

Ond’io ti priego che mi sii benigno,

o tu che troppo sai d’amaro sale,

se consecrarti ardii questi miei carmi

tumultuanti.

In van chiesi al tuo mar che nel macigno,

nell’invitto macigno sepolcrale,

volesse per l’eternità foggiarmi

strofe giganti.

Ma tu vi sentirai correre, sopra

al rosso bulicame, odor salmastro;

romoreggiar v’udrai l’onda nemica

come il frangente;

vi rivedrai quale t’apparve all’opra

Colui che fu buon calafato e mastro

d’ascia, d’ogni arte artiere, dell’antica

tirrenia gente.

Io ne cercai l’imagine sicura

entro gli occhi tuoi tristi, in cor tremando.

Eri presso il cordaio per rinnovare

tue gomenette;

seguivi l’arte della torcitura,

il crocile, la pigna, il naspo; quando

su le tue labbra le parole amare

lessi non dette.

«Il torticcio dell’àncora s’è rotto.

Rinnovarlo non giova. Orvia, tralascia!

Per flagelli e capestri, o cordaio, l’acre

canape torci.

La terza Italia si distende sotto

ogni bertone come una bagascia.

E Roma all’ombra delle querci sacre

pascola i porci.»

La notte di Caprera

I.

Donato il regno al sopraggiunto re,

il Dittatore silenziosamente

sul far dell’alba con suoi pochi sen viene

alla marina dove la nave attende.

Ei si ricorda nell’alba di novembre:

quando salpò da Quarto era la sera,

sera di maggio con ridere di stelle.

Non vede ei stelle ma l’alta accesa gesta

dietro di sé nella stagion sì breve.

Ei seco porta un sacco di semente.

Quella è la nave che all’acque di Sardegna

già navigò dal Faro in gran segreto

per il soccorso, innanzi ch’ei prendesse

Reggio ed i monti, innanzi che Soveria

fossegli resa, quando le nuove schiere

precipitò nella Calabria estrema

e duce fu alle armi, alle carene

fu calafato, fu mastro d’ascia, artiere

d’ogni arte, pronto ei sempre alla diversa

necessità con vólto sorridente.

Donato il regno al sopraggiunto re,

ora sen torna al sasso di Caprera

il Dittatore. Fece quel che poté.

E seco porta un sacco di semente.

II.

Ancóra dorme la città che ululò

d’amor selvaggio all’apparito Eroe

nel bel settembre. Emmanuele dorme

là nella reggia ove tanto tremò

l’erede esangue di Ferdinando. Implora

Dominedio Francesco di Borbone

chiuso in Gaeta con la sua fulva donna,

con l’aquiletta bavara che rampogna.

«Calatafimi! Marsala!» Chiama a nome

i suoi cavalli di guerra il Dittatore,

novo nell’alba, gli arabi suoi sul ponte

recalcitranti al vento che riscuote

il Golfo. Palpa le lor criniere ondose

che sanno ancor d’arsiccio, le lor froge

palpa, e le labbra frenate onde fioccò

la spuma come neve su i moribondi.

Ed ei li pensa lungi, franchi del morso,

per le ferrigne rupi; e dice: «Anche a voi

la libertà!». Quella divina voce

odono i due cavalli che hanno i nomi

delle Vittorie e lui guatan con occhi

di fanciul!i, ecco, obbedienti. Sorge

l’aurora. È pronta la nave. Il Dittatore

delle tempeste grida: «Salpa!». L’alta onda

del dominato Oceano gli torna

nella memoria e nella voce. Scioglie

l’ultimo capo dell’ormeggio allor con

atto che par santo al devoto stuolo.

L’anima già per l’acque si diffonde

simile al dì. Ripete ei la parola

che consolò i suoi laceri prodi:

«A Roma, a Roma ci rivedremo! A Roma!».

Bello non è come il raggiante vólto

del donator di regni il novo Sole.

III.

Ed or sen va il Ligure pel suo

Tirreno. Guarda vigile, dalla prua

che non ha rostro, se non vegga la rupe

brulla apparir tra i nugoli; o seduto

resta sul sacco delle semente a lungo,

tutto pensoso della seminatura

nei magri solchi e delle sue lattughe

anco e de’ suoi magliuoli e de’ suoi frutti.

Novera già col pensier nel suo chiuso

la scarsa greggia, e le lane valuta,

i negri velli ed i candidi, cui

non mai segnò la robbia; alla futura

prole sorride, e allarga la pastura

sopra il macigno. In quale tempo ei fu

pastore? Quando migrò con la tribù

su le grandi orme dei padri alle pianure?

Quando agli armenti cinse i fuochi notturni,

fatta la sosta presso la fonte pura?

Mondo di strage, ei beve il vento. I flutti

crespi e canuti accorrono ver lui

come le bianche pecore per l’azzurra

erba; ed ei sa il suono che le aduna.

D’antico tempo gli sovviene. Di tutto

quel che fu ieri non gli sovviene più.

Apre così le braccia la Natura

subitamente al buono figliuol suo

per riposarlo, sopra il suo petto ignudo,

di tanto sangue e di tanta ventura.

E il figlio a lei così volge dischiusa

la sua divina anima di fanciullo.

IV.

Ma ecco l’ombra di Caprera. Ecco l’aspra

Gallura, i monti aerei nell’aria.

Ecco il granito ov’ei riposerà.

Ecco la tomba che gli lavorerà

l’arte del Mare. Come in petrose tazze,

nei grembi cavi l’isola solitaria

serba il silenzio ch’è bevanda al pugnace.

Quivi placato nella sua verità

ei può sognare; né quel silenzio mai

gli mancherà, sopra il fragor del Mare.

V.

Or liberati i cavalli di guerra

(ei palpitò forte veggendo selci

risfavillar sotto l’urto del ferro,

udendo su per le rupi deserte

eco del gran galoppo senza freno)

or nella bianca stanza è solo con sé

il Dittatore, solo con sé fedele.

Guarda le bianche mura ch’ei fece, artiere

d’ogni arte, dopo che preso e difeso ebbe

quelle di Roma. È senza mutamento

la povertà, è senza mutamento

la pace. Il sacco delle semente è a piè

del letto. L’arme, disopra l’origliere,

al vacillar della lucerna splende.

Palpita e guizza la fiammella. E gran vento

alle finestre, gran vento di maestro

sul mar che romba nelle anse di Caprera,

grande cl’amore a quando a quando, immenso

grido, selvaggio urlo come a Palermo,

come a Palermo urlo di popolo ebro.

«O cuore, balzi? Placato ancor non sei?»

L’Eroe sorride; ma gli occhi del veggente

veggono il sole su la città che ferve

colui che parla e l’ultimo suo gesto,

il furibondo palpito che solleva

tutto quel muto popolo come un petto

immortale, e tutto il sangue repente

sparir dai vólti innumerevoli, e

tutte le bocche urlanti, tutte le

mani distese in alto alla ringhiera;

Piazza Pretoria fatta dal travincente

amore vasta come l’Italia intera;

l’anima d’un popolo fatta un cielo

di libertà, eguale al giorno ardente;

una bellezza nuova per sempre accesa

nel triste mondo, un’imagine eterna

di gloria impressa nel vano velo, eretta

un’altra cima, ala data alla Terra!

VI.

«O cuore, balzi? Non sei placato ancóra?»

L’Eroe sorride; ma si tocca la fronte

ove in quel dì battevan forte il sole

siciliano e il vento dell’ignoto

destino e il suo volere. Poi s’accosta

al bianco letto che dà i profondi sonni,

ove il lin rude par che di sale odori

(lavato in mare e torto su lo scoglio?),

ma il cuore è insonne, riposare non può.

Ei crolla il capo e dice: «Spartirò

le mie semente». Si china; piano scioglie

la bocca al sacco; e ripone la corda.

VII.

Seduto sta; le sue semente ei sparte,

faville d’oro dall’una all’altra mano.

Sparte e col soffio ventila come fa

esso il colono che non mai fece altra arte.

La man non falla quando l’occhio s’inganna:

sa come pesi nella palma il buon grano.

Tenne la spada ed or terrà la marra.

Mezzo novembre avran repente e chiaro

l’opre, poiché non anco Aldebarano

sorse dal mare ed ecco il Maestrale

porta il sereno a chi vuol seminare.

«O cuore, o cuore, entra nella tua pace!»

Gli àlbatri intorno soli rosseggeranno,

cui tolta fu la terra lavorata.

«Guardiamo innanzi, all’alba che verrà!»

Chino la fronte, le sue semente ei sparte,

faville d’oro dall’una all’altra mano.

«Ciò che compimmo altri lo canterà.»

VIII.

Ma la grandezza di ciò che fu compito

s’alza e sovrasta alla notte sublime,

sovrasta al cuore di colui che ha sorriso,

occupa la solitudine, vince

la pace, infiamma l’ombra; non ha confine

in breve nome. O Italia, i Mille, i Mille!

Ali fulminee delle Vittorie latine,

rapidità della forza e dell’ira

su le riviere del sangue, alte e succinte

vergini d’oro, messaggere vestite

di vento, immenso amor di Roma, chi

si chiamerà fra voi l’eguale di

quella che un volo su da Calatafimi

sino al Volturno volò senza respiro

e dissetò la sua gran sete alfine

sol nelle vene di Leonida ucciso

un’altra volta? Pianto alla Porta Pila,

silenzioso pianto alla dipartita,

coro di donne liguri! Ultimo addio

di ferree madri ai giovinetti figli!

Divinità rivelata nei cigli

umani e primo tremito delle prime

stelle nel puro cielo primaverile!

Più dolce maggio in terra non fiorì.

Navi sospinte nel mare dal respiro

stesso dei petti eroici, dal destino

e dalla febbre, dalla speranza invitta

e dal prodigio, piene di melodìa

e di ruggito, nell’oscuro periglio

illuminate dai baleni d’un riso

silenzioso, con la prora diritta

a gloria e a morte, a un punto e all’infinito!

Rapida gioia de’ bei delfini amici

nel solco, méssi d’un rinnovato mito!

Stelle augurali dell’Orsa al grande ardire,

accesa in cielo bandiera del naviglio!

Più alto sogno in Dante non salì.

IX.

Chino la fronte, sparte le sue semente

il Dittatore, sotto la sua lucerna

che per le mura d’ombre e di luci crea

notturne vite coi lunghi aliti della

notte. È gran vento alle finestre: geme,

sfida, minaccia, rugge, ulula, intermesso.

La man nell’atto a quando a quando trema.

Fissi alla gesta son gli occhi del veggente.

L’anima eterna è cinta di baleni.

Ei vede, ei vede il patrio mare ardente,

i suoi vascelli nel fulgido silenzio

misteriosi come due giganteschi

spiriti, fatti leggieri dall’ebrezza

che vi s’aduna, dal sogno che vi ferve,

come le navi dei templi dalla prece:

e il primo approdo, Telamone col segno

dell’Argonauta, le odorifere selve

dell’Argentaro, la pallida Maremma

tinta del sangue gallico, ove raccese

Mario la febbre di Minturno ed il ferro

trasse dal piè degli schiavi, ne fece

spade battute per la strage crudele.

E l’altro monte, e l’altro monte ei vede,

l’Erice azzurro, solo tra il mare e il cielo

divinamente apparito, la vetta

annunziatrice della Sicilia bella!

X.

Ed ora tutto è baleni, ora tutto

folgori e tuoni, furore e sangue, azzurro

e sole, ferro e fuoco, aure e profumi.

L’inno è nel vento, l’ebrezza è nell’arsura.

Ei squassa l’aspre chiome della fortuna

in pugno e fa d’ogni uomo una virtù,

una virtù d’ardore ch’ei conduce

col suo sorriso terribile nell’ultimo

impeto al cuor d’un astro. E l’armatura

della sua possa è il suo sorriso; e ovunque

risplenda, quivi è il prodigio; e nessuno

lo vede senza vedere un dio nel suo

cielo; e beato colui, quasi fanciullo,

che primamente lo vede nella luce

e tra le spiche ucciso cade giù.

XI.

O Verità cinta di quercia, quando

canterai tu per i figli d’Italia,

quando per tutti gli uomini canterai

tu questo canto? Ecco il pane spezzato

sotto l’olivo, prima della battaglia;

ecco irto d’armi il colle di sì grande

nome, nomato il Pianto dei Romani,

aspro di sette cerchi, balzo di Dante,

per ove gridan come stuol di selvagge

aquile sette Vittorie disperate;

Alcamo in festa, Partinico fumante;

l’avida sosta della falange, al Passo

di Renna, in vista della Conca e del Mare;

la sete, la fame; la corsa verso Parco

nella tempesta e nella notte, inganno

meraviglioso; la montagna affocata

di Gibilrossa ove ecco ogni uomo par

che trasfiguri come se oda parlare

una divina voce alla sua speranza;

e la discesa muta di sasso in sasso,

per gli arsi aromi, lungo le schegge calde,

mentre la sera coi richiami lontani

de’ suoi pastori e coi suoi flauti fa

la melodìa dell’obliata pace;

e poi la notte vigile di fatali

stelle; e poi l’alba, e nell’alba il tonante

impeto, l’urto, la furibonda strage,

l’inferno al ponte dell’Ammiraglio; il maschio

Nullo a cavallo oltre la barricata

con la sua rossa torma, ferino e umano

eroe, gran torso inserto nella vasta

groppa, centàurea possa, erto su la vampa

come in un vol di criniere; il grifagno

Bixio, il risorto Giovanni delle Bande

Nere, temprato animato metallo,

voce a saetta, sottil viso che sa

la cote come il filo d’una spada

laboriosa, ossuta fronte salda

come l’ariete che dirocca muraglie,

eccolo all’opra che balza da cavallo

per trarsi il piombo con le sue stesse mani

fuor delle fibre tenaci; ecco espugnata

la Porta, data la rotta alle masnade

regie col ferro alle reni; le strade

ancor nell’ombra, deserte; la città

ancor dormente, e la prima campana

che suona a stormo verso l’aurora alzata

su Gibilrossa; Fieravecchia che batte

già colma come un cuor che si rinsangua;

Macqueda sotto la grandine mortale;

Montalto ai regi tolto dallo spettrale

Sirtori; atroci strida, crollar di case,

rossor d’incendii; la morte che s’ammassa

nella ruina; l’afa delle carni arse,

il cielo azzurro su l’urlante fornace;

e il Dittatore terribile che passa,

il Dittatore sorridente con pace

tra quel delirio umano, il dio che guarda,

indubitata forza, con nella faccia

il sole, il sole del sorriso eternale.

Gloria per sempre! Ecco Palermo schiava

che si risveglia giovine tra le fiamme,

che si solleva, memore della Gancia,

nella vendetta e nella libertà.

XII.

Sotto l’immensa gloria chino la fronte,

il Dittatore onniveggente è immoto.

Nel sacco rude la sua mano s’affonda

e inerte sta, immemore dell’opra.

Or è interrotta l’opra del buon colono.

Ei più non vede rilucere pe’ solchi

le sue semente, né ribatte le porche

ei con la marra in suo pensiero. Ascolta

il vento e il mare nella notte profonda.

Ascolta il rombo del suo spirito solo.

Non proferì la sua più gran parola

quando a quel re sopraggiunto donò

il regno e solo poi si ritrasse all’ombra

d’un casolare, lungi alla bella scorta,

sol con tal’uno de’ suoi laceri prodi?

Triste è la bocca nella sua barba d’oro,

ché le sovvien del molto amaro sorso.

Era laggiù, presso Teano, incontro

ai foschi monti del Sannio, il donatore;

seduto all’ombra era, su vecchia botte

non più capace di contener la forza

del vin novello. Era l’autunno intorno;

ammutolito sul Volturno il cannone;

piegata e rotta la gente di Borbone

sul Garigliano; scomparso con la scorta

splendida il re sul suo cavallo storno,

andato a mensa. Era l’autunno intorno:

cadean le foglie dal tremolio dei pioppi;

i campi roggi fumigavano sotto

l’aratro antico tratto dai bianchi buoi

campani cui rauco urgeva il bifolco

fasciato le anche dal vello del montone,

coperto il bronzeo capo dal frigio corno.

Antiche e grandi eran le cose intorno;

antico e grande era il cuore dell’uomo

seduto in pace su la fenduta botte.

Ognun taceva al conspetto dell’uomo

meditabondo. Quasi era a mezzo il giorno:

era il meriggio muto come la notte.

Ognun taceva, ogni anima era prona

dinanzi a lui, col silenzio che adora

e riconosce: alta preghiera in ora

che parve a ognuno scorrere per ignota

profondità. E il forte elce nodoso,

che negreggiava quivi, fu santo come

i dolci olivi dell’orto ove pregò

tre volte un altro uomo di fulve chiome.

E il donatore, seduto su la doga

vile, crollò la testa di leone.

Calmo guardò pei fumi il campo roggio,

col calmo sguardo cerulo che soggioga

il rischio; udì l’anelito dei buoi

affaticati per quelle terre sode;

seguì un aratro che discendea da un poggio,

considerò se fosse dritto il solco

dietro l’attrito vomere. Anche ascoltò

la lodoletta che facea sua melode.

Venne per l’aria il suono d’un rintocco.

Allor fu quivi recato da un pastore

giovine irsuto di pelli, sopra un moggio,

al donator di regni un duro tozzo

di pane, e cacio stantìo, di grave odore.

Aveva ei seco il suo coltello a scrocco,

il suo coltello di marinaio, ancóra

raccomandato alla sua vecchia corda;

l’aperse pronto, con quello s’affettò

il pane e il cacio. Maciullando, guardò

l’aratro antico tratto dai bianchi buoi,

e giudicò del dritto solco; poi,

come il più duro non passava pel gozzo,

chiese da bere sorridendo al pastore.

Allor fu quivi recato in un orciuolo

al donator di regni acqua di pozzo.

Avido ei bevve, accostatosi il rozzo

vaso alla bocca, ma la bocca schifò.

L’acqua putiva, come d’un otro immondo.

Senza sdegnarsi ei versò l’acqua al suolo.

Poi s’asciugò, tranquillo; e disse: «Il pozzo

è infetto. Certo, v’è una carogna al fondo».

S’alzò nel detto; e andò pei campi solo.

XIII.

Or si ricorda ei ben del sorso tristo;

e il cuor gli duole d’un lento presagire

(riarderà l’agosto su le cime

dell’Aspromonte torbido, e di vermiglie

bacche il novembre allegrerà le infide

macchie a Mentana). Ei vede il buono Elìa

col piombo in bocca laggiù su la collina

dei sette cerchi; e laggiù sul sottile

istmo, a Milazzo, entro i maligni intrichi

delle paludi e dei canneti, ritto

il suo Missori bellissimo che uccide

i cavalieri. Ode il grifagno Bixio

che nel più folto della mischia gli grida:

«Dunque così voi volete morire?».

Subitamente Deodato Schiaffino,

quel da Camogli, il biondo, gli apparisce:

il marinaio biondo che gli somiglia,

occhi cilestri, d’oro la barba e il crino,

ma più membruto, più alto, d’una stirpe

ingigantita nel travaglio marino.

Subitamente gli apparisce supino,

a mezzo il colle, nel sangue che invermiglia

tutto il pianoro. È caduto così

l’alfiere, primo all’assalto. Garrisce

dopo lo schianto la bandiera investita,

come da un vento d’ira, dal grande spiro:

e sul torace come sur un macigno

fanti e cavalli s’azzuffano in prodigi

di furia, e tutta la virtù dell’estinto

ecco risorge viva in un cuore vivo,

ed è il torace dell’eroe come un plinto

alla grandezza d’un altro eroe. «Così

dunque volete morire?» Un leonino

fremito scuote il Dittatore. Ei mira

sé nel gigante biondo che gli somiglia,

nel marinaio ligure che morì

com’ei vorrebbe. Cupo aggrotta le ciglia;

con gli occhi fissi interroga il Destino.

XIV.

E dalla morte sorge l’ombra di Roma.

Come il pastore dell’Agro spaventoso

nel ferin sangue porta germe nascosto

d’antica febbre che sùbita riscoppia

mentre di sotto l’arco dell’acquedotto

inaridito ei guata fuggir l’ora

su l’erba e sta con l’anima gravosa

ch’ebbe immutata per geniture molte

dal tempo quando con solfo e con alloro

Pale odorava la pecora feconda:

conosce il segno del vigile malore,

conosce il gelo che in foco si risolve;

dà la sua vita alla vorace forza:

ed ei ben sa ch’ella non abbandona

se non l’ossame, e guata fuggir l’ora

per l’erba e sta con l’anima gravosa

e brucare ode la pecora d’intorno:

così l’insonne sente dal più profondo

sangue salir la febbre sacra, il morbo

divino, ardore immedicabile, odio

ed amore ambi indomati, onde il corpo

arde e la mente, sacra febbre di Roma,

ultima vita terribile del suolo

esercitato dai padroni del Mondo.

XV.

Ei lo conobbe come conosce il figlio

il sen materno, conobbe il suol latino

come colui che alla mammella antica

s’abbeverò con sete di giustizia.

Vi giacque armato, sotto il seren d’aprile,

e di rugiada nell’alba si coprì.

Vi colse il fiore dell’asfodelo; misti

alle fresche orme vi rinvenne i vestigi

dei Fabii; v’ebbe a ginocchio il nemico;

vi fu calpesto dai suoi nello scompiglio,

dai cavalieri suoi fuggiaschi, ferito

dallunghie dure, di polve e sangue intriso,

tremenda impronta, quando del cuore invitto

impedimento al terrore improvviso

ei fece solo e là, prono, col viso

nella carraia, baciò la madre, vivo

oltre la morte, e nel fragor sinistro

l’urlo supremo della sua Lupa udì.

XVI.

O Verità cinta di quercia, quando

canterai tu per i figli d’Italia,

quando per tutti gli uomini canterai

tu questo canto? L’umano alito mai

più grandemente magnificò la carne

misera; mai con émpito più grande

l’anima pura vinse il carcame ignavo.

L’onta dell’uomo, il corpo che si lagna

e trema, che ha sonno, che ha sete fame

paura, che ha orrore del suo sangue

e delle sue viscere, che si salva,

si cela, fugge, cade, invoca pietà,

prega soccorso, per soffrire si giace

e per morire chiude gli occhi, la salma

pesante opaca e fragile, la carne

misera e impura, l’onta dell’uomo schiavo,

veduta fu sùbito trasmutarsi,

al nomar d’un nome, in una sostanza

novella, armata d’una vita tenace

e numerosa come di germinanti

membra e di vene perenni, inebriata

di strage come di allegrezza, agitata

con risa e grida se molto era la piaga

vasta, se orrenda era, come si squassa

una bandiera superba a rincuorare

stanchi e codardi. Cantami, o Verità

cinta di quercia, cantami questo canto!

Eccoti innanzi le donne, ecco i vegliardi,

ecco i fanciulli: le donne senza pianto,

senza vecchiezza i vegliardi, a mortale

gioco i fanciulli con la morte che passa;

ecco guidato a suon di trombe il ballo

dal buon Manara sotto il colle tonante;

ecco il Masina, con la sua schiera franca

di cavalieri bolognesi, l’uom d’arme

e di piacere, ardentissima spada,

gioioso a mensa come in campo, che già

tinto in vermiglio ritorna al quarto assalto

per la Corsina e sprona il suo cavallo

su la scalèa, gli dà ferocia ed ali,

colpito in petto non fa motto né lai,

vuota la sella, stramazza, con le braccia

aperte e il ventre prono sul sasso sta;

ed ecco i suoi già pronti a dargli bagno

di grana e coltre di porpora, le lame

battute a freddo, le lance di Romagna,

che per ammenda di Velletri han pagato

un fiero scotto, eccoli tempestare

su l’atterrato per trar dalla battaglia

il corpo e dargli sepoltura, gli eguali

dei belli Achei corazzati di rame

sul corpo di Patroclo nato dal

cielo, del caro al Pelìde compagno;

mentre dardeggia la voce del grifagno

Bixio ferito di piombo all’anguinaglia,

voce di scherno, che fischia sfonda e taglia

come la spada che tronca gli è rimasta

nel pugno; e il fabro d’inni Mameli, il vate

soave come Simonide ceo, ma

più puro che l’ospite di Tessaglia,

guerreggiatore laureato, sul franto

ginocchio cade sorridendo; e di vasta

anima un altro artefice, il lombardo

Induno, alfine cade, giace forato

come selvaggio bugno e per tanti varchi

non la sua vasta anima dà ma inganna

la morte, due volte fatto immortale.

Ecco il Bronzetti, ad altri campi sacro,

ad altro antico esempio, che il suo caro

non abbandona già sotto le calcagna

nemiche ma l’ardire e la pietà

di Niso ingenuo innova; ecco il toscano

Masi, il Sampieri veneto, ecco il lombardo

Vismara, il Bacci piceno, l’apuano

Giorgieri, duci e gregarii, il romano

Spada, e Fulgenzio Fabrizi umbro ammirando

al Ponte Milvio, e il conte ravennate

Loreta, e il buon Savoia mantovano,

e il buon Maestri, il monco, il mutilato

di Morazzone, e quel gentil Montaldi

già cacciatore al Salto e capitano

che navigando laggiù pel guerreggiato

fiume fu solo ed ebbe cento braccia

a sostener con l’arme l’arrembaggio;

ecco l’Anceo, il Silva, il Rodi, il Sacchi,

il pro’ Daverio, il Mellara, gli Strambio,

il più bel fiore del sangue di Romagna

e di Liguria e d’Umbria e di Toscana,

d’ogni contrada, figli della montagna,

figli del piano, figli del litorale,

della città e del borgo selvaggio,

il più bel fiore fiorito dalle madri

nel vaticinio della gesta fatale,

speranza e forza della profonda Italia,

speranza che arde e forza che combatte,

dolor che ride e giubilo che assale,

solenne ebrezza, funebre voluttà,

il più bel fiore fiorito dalle madri

potenti come la terra che bagna

il fiammeo flutto ond’è converso il latte

robusto dato con compagnia di canti;

e il Morosini, e i Dandolo, sonanti

nomi nel bronzo della gloria navale,

stirpe di dogi, sangue republicano

che tinse già di suo colore i fianchi

delle galere, il Mare Nostro, Candia,

la Morea, Nasso, in cento assedii, e i sacri

marmi d’Atene e l’oro di Bisanzio,

spoglie del Mondo offerte alla Città.

XVII.

Villa Corsina, Casa dei Quattro V’ènti,

fumida prua del Vascello protesa

nella tempesta, alti nomi per sempre

solenni come Maratona Platèa

Crèmera, luoghi già d’ozii di piaceri

di melodie e di magnificenze

fuggitive, orti custoditi da cieche

statue ed arrisi da fontane serene,

trasfigurati sùbito in rossi inferni

vertiginosi, chi dirà la bellezza

che in voi s’alzò dalla ruina e stette

su l’Urbe come terribile astro a sera?

chi canterà la vostra grande sera?

Cadeva il dì crudo su fuoco e ferro.

Tre volte e quattro iterato per l’erte

scalèe l’assalto: grado per grado, pietra

per pietra, preso e perduto e ripreso

e riperduto il baluardo orrendo;

accumulati i cadaveri a piè

degli agrifogli, dei balaustri, delle

statue, delle urne; fatto il pendìo riviera

del sangue, cupo bulicame di membra

lacere; acceso l’incendio; alzato al cielo

impallidito il cl’amore supremo

i Legionarii ansanti, arsi di sete

e d’ira, armati di tronconi e di schegge

neri di fumo e di polvere, belli

e spaventosi parvero come quelli

che superato avean l’uman potere

con la scagliata anima (tale il segno

superato è dal dardo veemente)

e respiravan dai lor profondi petti

piagati l’ansia d’un miracolo ardente.

«Avanti!» allora gridò la voce immensa.

Erano questi reduci dall’inferno

raccolti presso le mura, tra il Vascello

e San Pancrazio. Ansavan come belve

cacciate innanzi dal fuoco nelle selve

incendiate, esausti, dalla sete

stretti le fauci; e non avean da bere

se non sudore e sangue. Ognun coi denti

secchi mozzò l’anelito, e si tese

per obbedire. «Avanti!» ripeté

la voce immensa. Ed il bianco mantello

ondeggiò, come l’onda delle bandiere,

su gli aridi occhi. S’udìa, contra il Vascello,

spesso il nemico tonar dalle trincere

della Corsina come da una fortezza.

Perduta omai l’altura; folle impresa

tentare un altro assalto; tutta l’erta

spazzata; dubbio giungere a mezzo; certa

la strage. «Avanti!» gridò la voce immensa

e pura come il ciel di primavera

sopra le fronti degli uomini promessi.

E comandò agli uomini il portento.

«Orsù, Emilio Dandolo, riprendete

Villa Corsina! Su, di corsa, con vénti

dei vostri prodi più prodi, a ferro freddo!»

Ed il nomato tremò nel cuore udendo

il nome suo in bocca della stessa

Gloria. Caduto eragli già il fratello

su la scalèa, spento. E disse: «O fratello,

teco verrò!». Pronto, fece l’appello

dei morituri. E la falange breve

mosse all’assalto ultimo. Una gran febbre

allora parve palpitare nel vespro,

visibil come l’ardore nei deserti

quando per l’aere vibra incessantemente.

Sorse un cl’amore terribile nel vespro,

terribil come quel dei romani petti

che ferì l’aere ed i volanti uccelli

quando rostrata salpò la quinquereme

di Scipione. Videsi in alto un negro

stuolo di corvi sbattere sul funesto

Gianicolo, ove scendean le aquile un tempo

con i presagi. E nel fuoco e nel ferro

il fato della Republica fu certo.

I morituri la videro morente

nel sangue loro. Un disse: «Vinceremo».

XVIII.

Veniva, senza squilli, in corsa, alla Porta

di San Pancrazio la seconda legione

lombarda, quella dal Medici condotta

florida schiera giovenile, corona

di Lombardia. Il Vascello, dal prode

Sacchi difeso fin quasi a mezzo il giorno,

quindi tenuto da quel santo e feroce

Manara cui serbata era la gloria

di Villa S