Ulisse di Ugo Foscolo

 

Ulisse di Ugo Foscolo

   La storia di Ulisse continua nel tempo. Si arriva così all’Ulisse del Foscolo.

Né più mai toccherò le sacre sponde

Ove il mio corpo fanciulletto giacque,

 

Zacinto mia, che te specchi nell’onde

Del greco mar da cui vergine nacque

 

5          Venere, e fea quelle isole feconde

Col suo primo sorriso, onde non tacque

 

Le tue limpide nubi e le tue fronde

L’inclito verso di colui che l’acque

 

Cantò fatali, ed il diverso esiglio

10        Per cui bello di fama e di sventura

Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

 

Tu non altro che il canto avrai del figlio,

O materna mia terra; a noi prescrisse

Il fato illacrimata sepoltura.

   Il discorso delle prime tre strofe è perfettamente circolare: il concetto espresso dal primo verso è ripreso dall’ultimo (per contrasto: Foscolo non potrà toccare l’isola natale, Ulisse baciò la sua Itaca). La sintassi così tortuosa appare omologa all’errare dei due eroi, Foscolo e Ulisse; a sua volta la circolarità della struttura è omologa al ritorno dei due esuli al punto di partenza (reale per Ulisse, ideale, mediante il “canto”, per Foscolo).

   A questo punto però si profila una contrapposizione tra il poeta e l’eroe omerico, denunciata dal rapporto di contrasto tra i versi 1 e 11: Foscolo non toccherà mai più Zante – Ulisse baciò la sua petrosa Itaca: sono due peregrinazioni volute dal fato, ma con esito diverso: ad Ulisse gli dei concessero il ritorno, a Foscolo lo negarono. Si può leggere così il sonetto secondo un duplice codice, “classico” e “romantico”.

   Codice classico: l’eroe classico, positivo, conclude felicemente le proprie peregrinazioni;

   Codice romantico: l’eroe romantico, negativo, non può concludere felicemente le proprie peregrinazioni.

   Sono due concezioni dell’eroe profondamente diverse, l’una propria dell’antichità classica,, l’altra propria dell’età moderna.

   E’ un tema tipicamente romantico quello di un errare senza approdo che si conclude con la morte in terre lontane e sconosciute. Questi viaggi errabondi degli eroi letterari sono la proiezione simbolica di una condizione di smarrimento, di incertezza, di mancata identificazione con un dato sistema sociale e con i suoi valori.

   L’eroe romantico, sentendosi sradicato da una società in cui non si riconosce, ama rappresentarsi miticamente come un esule, un estraneo al mondo, condannato a un perenne  vagabondare, segnato da un’arcana maledizione che lo isola dagli altri uomini e lo condanna alla sconfitta, alla solitudine, all’infelicità.

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