Ulisse di Dante

Ulisse di Dante

   Il motivo che fu sviluppato dai poeti venuti dopo Omero, della figura così ricca di Ulisse, è lo spirito avventuroso, è la curiosità di nuove esperienze. Fu sviluppato in modo così forte che l’Ulisse di Dante e dei moderni è senz’altro diverso da quello dell’Iliade e di quello dell’Odissea è una accentuazione che ha la sua logica.

    Come si sa la comune cultura del tempo di Dante  non si estendeva alla lingua greca; Dante dunque non aveva letto Omero. La figura di Ulisse gli giungeva perciò solo attraverso la grande fama di lui sopravvissuta nel Medioevo. Due erano essenzialmente i suoi caratteri essenziali: l’astuzia, esplicata soprattutto mediante la sopraffina arte della parola, e l’inesauribile sete di conoscenza. Concordemente, Cicerone (De fin. V XVIII 48 ss.), Seneca (De Constantia sapientis, II 2), Orazio (Ep I II 17-26) additavano Ulisse come “exemplar” dell’ardore di conoscenza.

   Dante accoglie tutte e due le versioni antiche e mette Ulisse nel suo Inferno, nelle Malebolge, nell’VIII bolgia, senza però descriverci le sottili arti della sua astuzia, ricordando solo : “l’aguato del caval che fe’ la porta / ond’uscì de’ Romani il gentil seme”. A lui interessa l’altro Ulisse, quello del “folle volo”.

Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando

87        pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,

90               come fosse la lingua che parlasse,

gittò voce di fuori, e disse: «Quando

mi diparti’ da Circe, che sottrasse

e più d’un anno là presso a Gaeta,

           93         prima che sì Enea la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta

del vecchio padre, né ‘1 debito amore

96        lo qual dovea Penelope far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore

ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,

99        e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l’alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

102      picciola da la qual non fiú diserto.                           

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,

fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,

105      e l’altre che quel mare intorno bagna.                                 

Io e ‘ compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

108      dov’Ercule segnò li suoi riguardi                             

acciò che l’uom più oltre non si metta;

da la man destra mi lasciai Sibilia,

111      da l’altra già m’avea lasciata Setta.                         

“O frati”, dissi “che per cento milía

perigli siete giunti a l’occidente,

114      a questa tanto picciola vigilia                                              

d’i nostri sensi ch’è dei rimanente

ma misi me per l’alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

102      picciola da la qual non fiú diserto.                           

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,

fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,

105      e l’altre che quel mare intorno bagna.                                 

Io e ‘ compagni eravam vecchi e tardi

 

quando venimmo a quella foce stretta

108      dov’Ercule segnò li suoi riguardi                             

acciò che l’uom più oltre non si metta;

da la man destra mi lasciai Sibilia,

111      da l’altra già m’avea lasciata Setta.                         

“O frati”, dissi “che per cento milía

perigli siete giunti a l’occidente,

114      a questa tanto picciola vigilia                                              

d’i nostri sensi ch’è dei rimanente

per la distanza, e parvemí alta tanto

135      quanto veduta non avea alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,

ché de la nova terra un turbo nacque,

138      e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;

                        la quarta levar la poppa in suso

                        la prora ire in giù, com’altrui piacque,

142      infin che ‘1 mar fu sovra noi ríchiuso».

   Ritornato ad Itaca e trascorso un certo tempo, Ulisse fu ripreso dall’irrequietezza dell’andare incontro all’ignoto: non riuscirono a fermarlo in patria né l’amore paterno, né l’amore filiale, e nemmeno l’amore coniugale. Più forte di tutto fu “l’ardor.. a divenir del mondo esperto / e degli vizii umani e del valore”; eterna e nobilissima aspirazione umana di affrontare qualunque pericolo pur di tentare, se non di riuscire, un’altra impresa che deve schiudere nuovi orizzonti alla conoscenza umana. E appena “in alto mare aperto”, si trova nel suo vero elemento nel quale può essere veramente se stesso. Non si può star tranquilli finché c’è ancora qualcosa d’ignoto; anche se nel mondo sono stati posti dei limiti “acciò che l’uom più oltre non si metta”, non è giusto che ci si debba adattare. E’ tanto poco il tempo che ci resta ancora da vivere – dice Ulisse ai suoi compagni – che non è il caso di rinunciare all’esperienza.

    La terra è la sorgente inesauribile delle cognizioni umane, trascurare una possibilità è essere meno uomini.

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