Esercizi spirituali predicati da don Savino – introduzione

Sharing is caring!

Esercizi spirituali predicati da don Savino – introduzione

“Chi mi ha toccato?”
E intanto quella donna era lì quasi nascosta, rinchiusa nel suo dolore, ma piena di attesa e di pudore.
Siamo qui a partecipare a questi esercizi con la stessa attesa, e cioè con la stessa FEDE di quella donna: ci aspettiamo che servano a qualcosa.
Ci aspettiamo che illuminino i passi bui della nostra vita.
Ci aspettiamo che ci aiutino nella lotta che stiamo sostenendo con la nostra incoerenza che non riusciamo ad accettare; con il nostro carattere che ci sembra più brutto degli altri; con quella serietà della vita che desideriamo, ma che non riusciamo mai a raggiungere in modo costante.
Ci aspettiamo un miracolo: questa è la nostra Speranza.
Certo ci vuole un grande coraggio per sostenere la speranza degli uomini: infatti quello che stiamo iniziando è un grande gesto, è un gesto di coraggio: è un gesto che ha la pretesa di sostenere la nostra speranza.
Ma siamo qui con lo stesso pudore di quella donna: una discrezione mista a paura e timore. Vogliamo toccare Gesù, ma senza esporci troppo; potessimo anche noi almeno toccare l’orlo del suo mantello, ma essere certi che è il mantello di Gesù! Forse c’è ancora un residuo di diffidenza, mista ad un certo attendismo (vediamo se succede qualcosa…)
Forse c’è ancora un’ombra di scetticismo moderato da una sorta di giustificazione per quello che faccio già o comunque per il fatto che non faccio nulla di male, anzi! Certo che se avessimo questa fede! “Figlia, la tua fede ti ha salvata!”
Il lembo del mantello di Gesù
Ma siamo qui anche per una Attrattiva destata da un incontro; almeno una volta durante la nostra vita il nostro cuore ha vibrato come non mai per una gratuità, per un amore, per una carità che c’è stata usata… “Il Signore ne ebbe compassione: non piangere” (Lc. 7,11-13).
Come una mamma che si commuove per il figlio che soffre e vorrebbe soffrire lei al suo posto!
Come un padre che sta vedendo la figlia morire e vorrebbe morire lui al suo posto!
Gesù ci vuole togliere il pianto, la disperazione, la solitudine, il non senso o il senso di vuoto o inutilità che a volte ci prende e se lo vuole assumere su di sé.
Questa è la Carità: Dio è carità, è amore, e se ce lo ricordiamo, se lo imitiamo, possiamo amare con la stessa carità.
Ma la vita è qualcosa di estremamente fragile; per questo bisogna appoggiarsi a qualcun Altro!
Altrimenti si annega: anneghiamo noi che crediamo di essere già a posto!
“Signore salvami”
I discepoli nel vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: “E’ un fantasma” e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò a loro: “Coraggio, sono io, non abbiate paura”. Pietro gli disse: “Signore sei tu, comanda che io venga da te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, si impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: “Tu sei veramente il figlio di Dio!”.
Per la violenza del vento, si impaurì e cominciò ad affondare: è la violenza del vento della distrazione, della dimenticanza, del risentimento, dell’indolenza, del pregiudizio.
“Signore, salvami” e subito Gesù stese la mano e lo afferrò. Questa è la PREGHIERA: domanda di aiuto ad un TU presente. Sì, la preghiera è la domanda come di un medicante, cioè senza pretesa; è la domanda ad un TU: parleremo di Cristo, ma per parlare a Cristo.
La preghiera è il gesto di uomini coraggiosi, di chi intravede un amico e non vuol perdere l’occasione di incontrarlo, per accorgerci di questa presenza, per incontrare il TU di Cristo; perché lasciamo che ci parli: o ci parlano gli altri (il mondo) o ci parla Cristo.
Guardiamo la Madonna: “Serbava tutte queste cose nel suo cuore”. Non le capì subito, ma col tempo le comprese guardando a Colui che portava e che le era stato affidato.
C’è un’ultima condizione che ci permette di entrare negli esercizi, nella familiarità con Gesù, nella comprensione della realtà per scoprirne il senso: “Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei Cieli”. (Mt. 18,3) e cioè se non sarete così anche da grandi, non entrerete mai, non capirete mai, non sentirete mai!
La semplicità del bambino è l’atteggiamento che sta davanti alle cose senza ma e però, ma le tocca e le tratta con immediatezza.
L’apertura del bambino non lo fa mai dire: lo so già, ma per lui tutto è nuovo, è come se fosse la prima volta.
La meraviglia del bambino deriva da una tensione a curiosare, a conoscere e a stupirsi perché tutto ciò che incontra gli è dato: è un dono.
Insomma, è una familiarità con Cristo cui siamo chiamati: “Non vi chiamo più servi, vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che io sono ve l’ho detto” (Gv. 15,15). “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni e gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi; vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo Vi comando: amatevi gli uni e gli altri”.
Con quale emozione gli Apostoli, (lo Spirito ci doni la stessa commozione) si saranno sentiti dire così quella sera che precedette la Passione.
La vocazione cristiana è la chiamata all’amicizia suprema con il Mistero di Dio che è Gesù.
Perché ci ha chiamati a questa amicizia? Perché il mondo ci vede e crede. Questa è la Gloria di Cristo.

E allora la Chiesa forma i suoi figli per questo scopo, per questo ideale, un lavoro di assimilazione, imitazione, comprensione e amore di Cristo. Questo lavoro la Chiesa l’ha sempre chiamato Tensione alle virtù teologali: Fede – Speranza – Carità.

shares