Explorers – tema svolto di Caterina Colombo


Durante le vacanze sono andata a Rimini, al Meeting che è un luogo d’incontro per l’amicizia fra i popoli. Girando per varie mostre mi ha colpito in particolare quella intitolata “Explorers”. Questa mostra parla di un viaggio nell’universo fino ai confini più lontani. La mostra prende spunto da questa frase di Papa Francesco: “Io sono convinto di una cosa: si comprende la realtà solamente se la si guarda dalla periferia, e non se il nostro sguardo è posto in un centro equidistante da tutto”. Il percorso della mostra utilizza proprio questo metodo: allontanandosi, poco per volta, dalla Terra, nel percorso più affascinante verso la Luna, si riscopre la bellezza del proprio pianeta. Questo viaggio inizia col guardare il passato, infatti  sin dalla preistoria gli esseri umani hanno progressivamente espanso i confini del loro ambiente, spesso esponendosi a grandi rischi, alla ricerca di territori inesplorati. Gli antichi navigatori solcavano gli oceani alla scoperta di nuove terre e di mari sconosciuti. L’esigenza di esplorare il mondo è stata sempre viva, motivata da una segreta attrattiva per tutto ciò che esiste. La necessità primordiale dell’uomo di navigare verso ciò che è misterioso non ha portato solamente a una grande espansione della nostra conoscenza del mondo, ma anche a una più profonda consapevolezza di noi stessi.

Nell’era contemporanea, l’impresa scientifica nel suo insieme rappresenta una formidabile forma di esplorazione che ci permette di estendere la conoscenza del mondo fisico fino a confini mai raggiunti prima d’ora. Ma esiste una ben precisa forma di ricerca che incarna in termini moderni la medesima avventura degli antichi navigatori: l’esplorazione spaziale. In questo caso, infatti viaggiamo nell’“oceano cosmico” lanciando navicelle spaziali (con a bordo astronauti o, più spesso, solo sofisticate apparecchiature) per studiare altri mondi e interagire direttamente con ambienti extraterrestri.

Nonostante i grandi rischi, le difficoltà e le gravi perdite, i programmi di esplorazione planetaria sono proseguiti per oltre mezzo secolo senza interruzioni. Grazie a uno straordinario sviluppo tecnologico, gli scienziati hanno esteso la navigazione spaziale ben oltre le orbite intorno alla Terra, con l’invio di decine di sonde verso altri pianeti e l’une del Sistema solare. Alcune di queste missioni, a cominciare dalla conquista della Luna con il programma Apollo hanno avuto e avranno un enorme impatto sulla percezione del nostro posto nell’universo. Tra queste, il programma Voyager emerge come un’impresa di singolare importanza.

Lanciata nel 1977, dopo un viaggio di 18 miliardi di chilometri la Voyager 1 è la prima navicella spaziale che ha varcato il confine del nostro Sistema solare. Le due navicelle Voyager, sfruttando un raro e favorevole allineamento planetario hanno raggiunto tutti i pianeti esterni, da Marte a Nettuno, scoprendo nuove l’une e restituendoci straordinarie immagini ravvicinate di mondi inesplorati. L’odissea della Voyager ha rivoluzionato la nostra conoscenza del Sistema solare e ha aperto la strada a una serie di missioni successive, con obiettivi più mirati su singoli pianeti e satelliti.

Ognuna delle due Voyager contiene un “Disco d’oro”, una sorta di “cartolina cosmica” che riporta informazioni su noi esseri umani, sulla nostra eredità culturale e scientifica, sul nostro pianeta. Il loro obiettivo è quello di far conoscere qualcosa di noi stessi, nell’improbabile caso in cui eventuali esseri extraterrestri entrino in contatto con una delle navicelle. Questo bisogno urgente di una compagnia è il motivo che spinge l’uomo a cercare, a viaggiare, a sfidare apparenti limiti. Noi non esploriamo solo per trovare, ma anche per essere trovati. Quest’ultimo concetto, ovvero quello di esplorare anche per essere trovati mi ha colpito molto, perché a parer mio vuol dire che noi non ci accontentiamo mai di quello che già abbiamo, ma desideriamo sempre un qualcosa di più che ci permette di andare avanti e crescere nella ricerca di altri posti abitati e di altri essere umani. Il fatto di essere trovati e non solo di trovare è secondo me un passo importante per la crescita e lo sviluppo del mondo e quindi della vita che adesso conosciamo.

La mostra mi ha portato a bordo della Voyager per un ideale viaggio interplanetario, partendo dalla Terra per raggiungere il confine esterno del Sistema solare. Un aspetto di questa mostra che mi ha molto colpita è stato un’ immagine. Essa  è l’ultima che è stata scattata dal Voyager che rappresenta una rifrazione dei raggi solari e al centro si vede un puntino che rappresenta la Terra. Quest’immagine mi ha colpita molto perché per me rappresenta quanto piccoli siamo noi nell’universo, ma pur essendo così piccoli all’interno della terra ci sono un sacco di cose e esseri viventi che neanche ci si aspetta a vedere un’immagine del genere.
Ad un certo punto si entra in una stanza della mostra dove è rappresentata la Luna e dove viene spiegato lo sbarco da parte di Armstrong. La cosa che più mi ha colpito di questa stanza è il dialogo originale che ci hanno fatto ascoltare tra Armstrong e Aldrin, un astronauta. In questa conversazione si può notare lo stupore di Armstrong appena atterrato sulla Luna, perché non si aspettava una bellezza del genere.
Alla fine del viaggio, apprezzeremo il nostro pianeta in modo inedito: ci accorgeremo infatti di quanto minuscola, meravigliosa e ospitale sia la nostra Terra. Osservare la realtà dalle periferie più lontane, infatti, può rappresentare un punto di vista vantaggioso dal quale il centro, il luogo da cui veniamo, può essere meglio considerato e compreso. Come scrisse T. S. Eliot: “Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta.”
Questa mostra mi è piaciuta molto perché permette di conoscere e riflettere su quello che c’è e accade al di fuori della terra; fa apprezzare quello che siamo e è in grado di mostrare che pur essendo così piccoli dall’esterno all’interno siamo grandi.