Giovanni Pascoli

Pubblicità

Sharing is caring!

Pubblicità

di Nicola Fusco

Giovanni Pascoli nacque il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna(Forlì),da una piccola borghesia rurale di condizioni abbastanza agiate. Un tragico evento toccò la sua infanzia:il 10 agosto 1867 il padre fu assassinato in circostanze mai chiarite. L’episodio segnò la sensibilità del poeta, che perdette in breve tempo altri familiari: la madre, la sorella maggiore nel 1868, il fratello Luigi nel 1871 e l’altro fratello Giacomo nel 1876. Ricevette una formazione classica, che costituì la base della sua cultura. Nel ’71 dovette lasciare il collegio a causa delle ristrettezze familiari, ma grazie alla generosità di un suo professore poté continuare gli studi a Firenze. Negli anni universitari subì il fascino dell’ideologia socialista, che proprio allora si andava diffondendo. Successivamente si trasferì a Massa. Qui chiamò a vivere con sé le due sorelle, Ida e Mariù, ricostituendo così idealmente quel “nido” familiare che i lutti avevano distrutto. La chiusura gelosa del “nido” familiare e l’attaccamento morboso alle sorelle rivelano la fragilità psicologica del poeta che cerca la protezione da un mondo esterno, che gli appare pieni di inganni. A questo si unisce il ricordo ossessivo dei morti, le cui presenze aleggiano continuamente nel “nido” riproponendo il passato di lutti e di dolori. Dentro di se ha il desiderio di un vero “nido”, dove esercitare una vera funzione di padre, ma il legame con il “nido” infantile spezzato gli rende impossibile la realizzazione del sogno. La vita amorosa ai suoi occhi ha un fascino impuro, è qualcosa di misterioso e di proibito, da fissare da lontano, con palpiti e ansie.
Egli non sa concepire il rapporto con la donna, se non nelle forme morbose della violenza,dello strazio. Le sue esigenze affettive sono soddisfatte dal rapporto sublimato con le sorelle, che rivestono una funzione materna.
Da questo “nido” intimo, caldo, geloso, il sesso e la procreazione restano esclusi: essi sono qualcosa che si colloca fuori, da guardare con turbamento, apprensione, vago timore. Si può capire perché il matrimonio di Ida, nel 1895, fu sentito da Pascoli come tradimento,un’ offesa della santità del “nido” e determinò in lui una reazione spropositata, con manifestazioni depressive.
Questa difficile situazione affettiva è una premessa per penetrare nel mondo della sua poesia.
Dopo il matrimonio della sorella Ida, nel 1895 si trasferì a Castelvecchio di Barga con la sorella Mariù; qui ebbe un grande contatto con il mondo della campagna. Infatti la campagna, in Pascoli, diventa il rifugio dalle tempeste della vita: gli alberi e le siepi(evocati nelle sue poesie) lo difendono dai pericoli del mondo. E’ stato notato, inoltre, come la campagna, intesa come luogo di protezione, possa essere interpretata anche come simbolo della patria.
All’inizio degli anni ’90 aveva pubblicato una prima raccolta di liriche, Myricae(1891), poi negli anni seguenti pubblicò diverse poesie e importanti riviste, “La Vita Nuova”, ”Il Marzocco”, ”Il Convito”.
Myricae si ampliava sempre più ad ogni nuova edizione. Nel 1897 uscirono i Poemetti arricchiti poi in successive ristampe; nel 1903 uscirono “I Canti di Castelvecchio” e nel 1904 i “Poemi Conviviali”
Al Pascoli schivo, chiuso nel suo ambito domestico, si affiancò anche il letterato ufficiale, che assunse il compito di diffondere ideologie e miti. Oltre che con le sue poesie, egli portò a termine questo suo compito con una serie di discorsi pubblici, tra i quali è rimasto famoso “La grande proletaria si è mossa” , tenuta il 26 novembre 1911 per la celebre guerra in Libia.
Ma il poeta era ormai minato al male, aveva un cancro allo stomaco, infatti morì poco dopo, il 26 aprile 1912.

Visione del mondo

La formazione del Pascoli fu essenzialmente positivistica, dato il clima culturale che dominava negli anni in cui egli compì i suoi studi liceali ed universitari. Questa sua matrice è riconoscibile nella precisione con cui, nei suoi versi, egli usa la nomenclatura ornitologica (studio degli uccelli) e botanica (studio dei vegetali), ma anche le fonti da cui trae le osservazioni sulla vita degli uccelli sono fondate sul positivismo.
Ad un certo punto della sua vita, nel Pascoli, si riflette quella crisi della scienza che caratterizza la cultura di fine secolo, che segna la fine del Positivismo e l’inizio di tendenze idealistiche e spiritualistiche. Infatti in lui sorge la sfiducia nella scienza, come per tanti della sua epoca che vivono la stessa crisi, e anche per lui, al di là dei confini raggiunti dalla scienza, si apre l’ignoto, il mistero. Per il Pascoli l’unico modo per penetrare nel mistero è seguire il nostro irrazionale, un grande esempio è il Fanciullino che riesce a penetrare nel mistero, e il poeta è l’unico ad essere un fanciullino in quanto ha le stesse sensazioni e gli stessi comportamenti che ha un bambino dinanzi alla realtà. Pascoli dimostra la sua formazione positivistica nelle sue poesie con l’uso di termini specifici anzicchè generici, ogni termine ha un valore connotativo, cioè leggere al di là della parola al di làdel significato letterale acquistando un significato simbolico.
Il mondo, nella visione pascoliana, appare frantumato, disintegrato. Le sue componenti si allineano tra i suoi versi in modo casuale senza neppure alcuna gerarchia d’ordine tra gli oggetti: ciò che è piccolo si mescola con ciò che è grande; il minimo può essere ingigantito come attraverso una lente d’ingrandimento, e viceversa. Gli oggetti materiali hanno un rilievo fortissimo nella poesia pascoliana, anche se non sono visti da un punto di vista oggettivo, ma sono “filtrati” attraverso la particolare visione soggettiva del poeta, caricandosi di significati allusivi e simbolici rimandando a qualcosa che è al di la di essi.

Poetica

Da questa visione del mondo scaturisce la poetica del Pascoli, che trova la sua formulazione più compiuta nell’ampio saggio “Il fanciullino” pubblicato sul “Marzocco” nel 1897. L’idea centrale è che nel poeta c’è una parte dell’animo che rimane fanciullino, ed è proprio quell’anima di fanciullino che sa capire il segreto delle cose, perché il fanciullino vede tutte le come “come per la prima volta”, con stupore e meraviglia. Dietro questa metafora del fanciullino si scorge una concezione della poesia come conoscenza alogica e immaginosa, concezione che ha radici nel romanticismo ma che Pascoli piega in direzione decadente.
La poesia di Pascoli è la poesia delle piccole cose, dei fiori, degli alberi, dei bambini, della casa, degli oggetti e degli affetti familiari, piccole cose che nel loro significato più profondo possono rivelare frammenti di verità.
La poesia di Pascoli è una poesia pura, lo scrittore non si pone nessuna finalità ma pone la sua attenzione nel creare la poesia che esalti il valore estetico, infatti il suo scopo è di penetrare nella sostanza da sola. Nelle poesie del Pascoli abbiamo versi brevi perché egli in una parola concentra tutto il suo significato;quesa poesia pura è anche una poesia perfetta, non c’è l’atto della creazione perché le cose parlano da sole.
Pascoli rifiuta gli schemi metrici della poesia tradizionale e crea strofe e versi di misura inedita; utilizza un linguaggio nuovo fatto di vocaboli tratti dalla vita quotidiana e dal dialetto accostati a termini letterali; mira ad ottenere un’intensa musicalità nei versi, anche con l’uso frequente d’onomatopee.

I temi di Pascoli

I motivi della poesia pascoliana sono quattro:
1. Le memorie autobiografiche;
2. La celebrazione degli ideali morali,patriottici e umanitari;
3. Il motivo georgico;
4. I l motivo del mistero della vita e della comicità della terra.

1. Il motivo delle memorie autobiografiche è quello che rievoca con struggente commozione i momenti della vita del poeta e i lutti familiari (La tessitrice; L’aquilone; X Agosto; La cavalleria storna).
2. Il motivo della celebrazione degli ideali morali,patriottici e umanitari(Due fanciulli; Al duca degli Abruzzi) è di natura tradizionale ottocentesca legato al concetto del poeta vate e della poesia intesa come strumento di elevazione spirituale e di educazione morale,patriottica e civile. Queste poesie sono generalmente considerate scadenti per l’eccessivo aspetto didascalico.
3. Il motivo georgico (Lavandaie; Arano; Novembre; ecc) è quello della contemplazione della natura e della campagna. E’ uno dei più suggestivi per la freschezza delle impressioni e l’acuta sensibilità del poeta.
4. Il motivo del mistero della vita e della comicità della terra (La vertigine; ecc) è quello più profondo e originale, il più vicino ai grandi temi del Decadentismo. La terra appare al Pascoli come un atomo opaco del male, sperduto nell’immensità dell’universo. Questa visione da al poeta un senso di solitudine, di sgomento e di vertigine,che lo rende sensibilissimo a percepire le voci misteriose provenienti dallo spazio sterminato.

Le opere

La prima raccolta del Pascoli uscì nel 1891 con 22 liriche (la 4° edizione del 1897 ne conteneva ben 156) è dedicata al padre Rugero e ha come titolo una parola virgiliana “Myricae” ricavata dai versi del 4° Egloga di Virgilio. Il titolo riassume il motivo georgico dell’ispirazione, ma è anche una dichiarazione di umiltà da parte del poeta (la traduzione significa umili tamerici che sono dei piccoli arbusti) infatti il poeta afferma che la sua poesia si eleva poco da terra, è umile nei confronti della grande poesia epico-storica del Carducci. La raccolta si caratterizza dalla presenza di argomenti semplici e modesti, che spesso ricadono sul tema della famiglia e della vita campestre,nelle opere del Pascoli il paesaggio assume un forte significato, evidenziando anche l’animo dello scrittore stesso. Il tema dominante è quello della campagna,contemplata in tutti i suoi aspetti,specialmente in quelli più malinconici e suggestivi dell’autunno.
Due poesie fra le più importanti di questa raccolta sono “X agosto” e “Lavandare”.
La prima tratta della morte del padre, avvenuta proprio il 10 agosto dove il cielo, secondo il poeta, piange con le proprie stelle la morte di suo padre e la malvagità del mondo. In questa poesia è forte la presenza del focolare domestico, della famiglia e del nido famigliare.
La seconda invece è ambientata in novembre, mese caro al poeta in quanto presenta giorni nebbiosi avvolti nel mistero, in un’atmosfera quasi sospesa tra sogno e realtà e dove un aratro abbandonato in mezzo a un campo mezzo arato, assume il significato simbolico di chi ha perso l’affetto che dava un senso alla propria vita, come la lavandara. La raccolta successiva è costituita dai poemetti(1897) poi divisi in “Primi poemetti” e “Nuovi poemetti”. In questa raccolta si narra la storia di una famiglia di contadini della Garfagnana,che fa un ciclo di vitaparallelo a quello delle 4 stagioni. Ai poemetti seguirono i “Canti di Castelvecchio” dedicati alla madre che si possono considerare la continuazione ideale delle “Myricae”. Poi seguirono nel 1904 i “Poemi conviviali”, così intitolati perché i primi di essi furono pubblicati sulla rivista “Il convito”. In essi il Pascoli rievoca leggende e figure del mondo classico greco e romano, ma non si tratta di una ricostruzione oggettiva. Gli eroi rievocati (Achille,Ulisse,Alessandro,ecc) non hanno nulla del loro fascino tradizionale di esseri eccezionali per virtù ed eroismo,ma sono di esseri inquieti,delusi e smarriti. I poemi conviviali realizzano un tipo di poesia colta,raffinata,lontanissima dalla poetica del fanciullino. Infine “Odi ed Inni” nei quali veniva cantato l’eroismo e il patriottismo e
”I Poemetti del risorgimento” e “I Poemetti Italici” ,”Carmina”, invece, che vogliono sottolineare come la poesia deve avere una funzione sociale, per invitare l’uomo ad essere più buono.
Quindi, dopo tutto ciò, si può sottolineare ancora una volta come il Pascoli cercò di analizzare i diversi significati delle “piccole cose”, a valorizzare la famiglia e la semplice vita contadina, il mistero e la morte, e cercò di raddrizzare l’umanità malvagia esortandola ad essere più buona.

Le soluzioni formali

Il modo nuovo di percepire il reale si traduce, in soluzioni formali innovative, che aprono la strada alla poesia novecentesca. Tra queste soluzioni abbiamo :
• LA SINTASSI: è diversa rispetto a quella della tradizione poetica italiana che era modellata sui classici. Nei testi poetici del Pascoli la coordinazione prevale sulla subordinazione in modo che la struttura sintattica si frantumi in brevi frasi,spesso collegate non da congiunzioni, ma per asindeto; Non esiste più gerarchia tra le parole, tutte hanno lo stesso valore, sta al poeta caricale di significato.
• IL LESSICO: Pascoli non usa un lessico “normale”, mescola tra loro codici linguistici diversi. Infatti nei testi del Pascoli troviamo termini aulici e preziosi della lingua dotta; termini gergali e dialettali che si riferiscono alla realtà campestre; termini dimessi e quotidiani; e parole provenienti da lingue straniere;
• ONOMATOPEA: sono in prevalenza riproduzioni onomatopeiche di versi d’uccelli, o di suoni di campane, non a caso sono suoni che in Pascoli si caricano di intenso valore simbolico. Queste onomatopee non mirano ad una riproduzione naturalistica, ma indica un’esigenza di aderire all’oggetto, di entrare nella sua essenza segreta evitando le meditazioni del pensiero e delle parole;
• METRICA: è apparentemente tradizionale, usa i versi più consueti della poesia italiana (endecasillabi,decasillabi,novenari, settenari,ecc..) e gli schemi di rime e le strofe più usuali (rime baciate, rime alternate,ecc..). Ma in realtà questi materiali sono piegati dal poeta in direzioni personali;
• VERSO FRANTUMATO : anche il verso è di regola frantumato al suo interno, interrotto da numerose pause, segnate da parentesi, puntini di sospensione. La frantumazione del discorso è accentuata dal frequente uso degli enjambements;
• LINGUAGGIO ANALOGICO: il meccanismo è quello della metafora, la sostituzione del termine proprio con uno figurato, che ha con il primo un rapporto di somiglianza. Ma l’analogia del Pascoli accosta in modo impensato e sorprendente due realtà tra loro remote.

Lavandare

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l’aratro in mezzo alla maggese

Lavandare è un breve componimento composto da 3 strofe 2 terzine e una quartina. Un ruolo dominante ha l’aratro abbandonato in un campo. E’ descritta la campagna autunnale e l’immagine dell’aratro richiama per analogia la solitudine di un giovane. Il lavandare infatti per la misteriosa corrispondenza che intercorre tra gli uomini e le cose, questo aratro diventa il simbolo della solitudine e dell’abbandono dell’uomo. Della poetica del fanciullino la poesia riflette la contemplazione stupita ed ingenua della natura e la percezione delle voci, dei rumori che la attraversano. Della poetica del decadentismo rispecchia il simbolismo, la tendenza cioè a non vedere le cose nella loro oggettività me come simbolo di una realtà più profonda come è il caso dell’aratro abbandonato assunto come simbolo della solitudine e dell’abbandono. Nel testo sono presenti enjambement, delle assonanze (frasca – rimasta), allitterazioni ed onomatopee.

Parafrasi

Nel campo arato a metà, è rimasto un aratro senza buoi, come dimenticato, tra la nebbia leggera. Dal canale arriva il rumore ritmato delle lavandaie con tonfi frequenti e lunghe canzoni: “Soffia il vento e cadono le foglie, e tu non sei ancora ritornato al tuo paese. Quando sei partito, sono rimasta come l’aratro abbandonato su un terreno a riposo (maggese).

di Nicola Fusco

  • Lavandare parafrasi e commento, videolezione del prof. Gaudio su 29 e lode

Pubblicità
shares
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: