GIOVANNI PASCOLI: IL FANCIULLINO

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LA VITA:

Giovanni Pascoli nasce il 31 dicembre 1855 a san Mauro in Romagna, in provincia di Forlì dal 1861 al 1871 studia nel collegio degli Scolopi, ad Urbino.

Ma il 10 maggio 1867 una tragedia sconvolge la vita della famiglia: Ruggero Pascoli è assassinato mentre torna in cadesse da Cesena.

Lasciato il collegio a causa delle difficoltà economiche, Giovanni si trasferisce a Rimini.

Nel 1873 vince una borsa di studio e si iscrive alla facoltà di lettere dell’Università di Bologna (tra i professori ha Carducci).

Si avvicina al socialismo e partecipa ad una manifestazione studentesca contro il ministro Ruggero Borghi, in seguito della quale è privato del sussidio che gli era necessario per continuare gli studi.

Incontra Andrea Costa e partecipa alla propaganda del movimento socialista, viene anche arrestato per aver partecipato a una manifestazione, esce dal carcere dopo tre mesi, v iene assolto dall’accusa di sovversione grazie ad un intervento di Carducci.

Nel 1882 si laurea e con l’interessamento di Carducci ottiene un posto al liceo di Matera.

Dopo due anni è trasferito al liceo di Massa, dove qualche anno dopo chiama a vivere presso di sé le sorelle Ida e Maria.

Nel 1892 vince la prima medaglia d’oro al concorso di poesia latina ad Amsterdam. Il matrimonio a sorpresa della sorella Ida lo sconvolge.

Scrive alla sorella Maria da Roma, dove è “comandato” al Ministero della pubblica istruzione: “Questo è l’anno terribile, dell’anno terribile questo è il mese più terribile”. Colpito da un male inguaribile (un tumore maligno allo stomaco), Pascoli morì a Bologna il 6 aprile 1912.

LA METAFORA DEL FANCIULLINO:

All’incirca negli stessi anni in cui D’Annunzio elabora il mito del «superuomo», Pascoli, nelle celebri pagine del Fanciullino (1 897), sta teorizzando la sua poetica, intimamente connessa al Decadentismo.

La prosa del Fanciullino è la riflessione più sistematica di Pascoli sulla poetica; il titolo originario era, infatti, Pensieri sull’arte poetica.

1 venti capitoli del Fanciullino partono dall’idea che esistono due età poetiche, fanciullezza e vecchiaia: la seconda sa dire, ma la prima sa vedere.

Il poeta è chi, divenuto vecchio e non potendo più vedere, dice ciò che a visto da fanciullo.

Natura intuitiva della poesia:

Il poeta è quel fanciullino presente “in un cantuccio dell’anima di ognuno di noi, un fanciullino che rimane piccolo anche quando noi cresciamo e cambiamo la voce, anche quando nell’età più matura siamo “occupati a litigare e a perorare la causa della nostra vita ” e meno siamo disposti a badare a quell’angolo d’anima.

Esso arriva alla verità non attraverso il ragionamento ma in modo intuitivo ed irrazionale, guardando tutte le cose con stupore, come fosse la prima volta.

Anche la poesia deve essere spontanea e intuitiva, come intuitivo è appunto il modo di conoscere e di giudicare dei fanciulli.

Dunque è il rifiuto della ragione e l’ammettere il fallimento del Positivismo. Se il poeta-fanciullo arriva alla verità in maniera alogica e irrazionale, per lampi intuitivi, la poesia allora deve affidarsi all’intatto potere analogico e suggestivo dei suoi occhi, non ancora inquinati da alcuno schema mentale, culturale, storico.

Gli occhi del fanciullo scoprono “nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose “; adattano “il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario”; rimpiccioliscono “per poter vedere” ingrandiscono “per poter ammirare”, giungendo, immediatamente e intuitivamente, quasi per suggestione, al cuore delle cose, al mistero che palpita segreto in ogni aspetto della vita.

Poesia come scoperta:

La poesia non è invenzione, ma scoperta, perché essa sta nelle cose che ci circondano, anzi in un particolare di quelle cose che solo il poeta sa vedere.

Poesia è “trovare nelle cose il loro sorriso e la loro lacrima e ciò si fa da due occhi infantili che guardano semplicemente, e serenamente tra l’oscuro tumulto della nostra anima”.

La poesia ci mette in comunicazione immediata con il mistero che è la realtà vera dell’essere, essa è un mistico contatto con l’anima delle cose, è la forma suprema di conoscenza.

La poesia delle umili cose:

Se la poesia è nelle cose stesse, nel particolare poetico, allora anche i motivi della poesia non necessariamente devono essere grandiosi ed illustri, o avere il fascino dell’antico e dell’esotico, quel fascino che tanto ammalia i poeti del secondo Ottocento francese.

Per il poeta, come per il fanciullo, sono belle di lode anche le piccole cose, umili, quotidiane e familiari: le piante più consuete e modeste, i piccoli animali, gli eventi del mondo naturale e campestre.

E’ una tematica, quella delle piccole cose, peraltro legata all’universo contadino e campagnolo da cui Pascoli proviene e a cui sempre rimase fedele

Il simbolismo:

Il fanciullo-poeta non riesce a cogliere i rapporti logici di causa ed effetto tra le cose, a fissarle in un insieme o in un sistema coerente.

Gli oggetti vengono piuttosto percepiti in modo isolato, svincolato dal contesto, scatenando così l’immaginazione che li carica dei propri ricordi, delle proprie esperienze, del proprio universo immaginario, e ne fa un simbolo.

Ecco ad esempio che l’ “aratro dimenticato” in mezzo al campo diventa il corrispettivo di una vita solitaria, di uno stato d’animo pervaso di malinconia e di tristezza. L’ «albero spoglio e contorto» diventa simbolo dell’angoscia dell’uomo;il «nido vuoto» simbolo della casa vuota delle presenze familiari.

Tutta la poesia pascoliana tende al simbolo, perché la realtà che essa rappresenta è il mistero impenetrabile che circonda la vita degli esseri e del cosmo.

Il mito del poeta – fanciullino:

Un uomo mite, animato da un sentimento di umana partecipazione per le classi subalterne, con nel cuore la spina dell’assassinio del padre avvenuto quando egli era ancora adolescente, perciò desideroso di vedere la pace regnare tra gli uomini e pronto al perdono.

Pascoli però non è solo questo; la sua personalità è assai complessa e si riflette in una produzione letteraria articolata che va dalle liriche a sfondo autobiografico a quelle di contenuto squisitamente politico.

La poetica de Ilfanciullino è un insieme d’idee, in parte in aperta polemica contro la poetica del suo maestro Carducci e la tradizione lirica italiana, ancora legata a Petrarca.

Questa poetica pascoliana, e l’opera che la contiene, prende nome dall’immagine di un fanciullino, dedotta dal Fedone di Platone.

L’idea di Pascoli è che per essere veramente poeti occorre recuperare quella condizione d’animo che è tipica dei fanciulli.

Essa è contraddistinta da verginità spirituale, fatta da assenza di malizia, estrema semplicità, capacità di meraviglia di fronte ad ogni scoperta relativa al mondo che ci circonda.

Il fanciullino, per dirla con le parole del poeta stesso, e quello che “ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere, che piange e ride senza perché di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione … egli è 1Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente”.

L’uomo dunque che voglia essere poeta deve saper recuperare la dimensione interiore del fanciullo, che è poi la sua condizione primitiva.

E il poeta per Pascoli è “colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta”.

Il poeta pertanto è sempre un fautore di buoni e civili costumi, ma questo non deve essere il fine diretto della sua opera, perché “il poeta è poeta e non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro”.

Come sia nata e si sia sviluppata in Pascoli questa concezione del poeta-fanciullino, e come questo sia potuto divenire un mito, occorre ricordare una molteplicità di eventi, alcuni dei quali relativi all’esperienza personale del poeta, altri invece di carattere più generale riguardanti la società dell’età in cui egli visse.

Possiamo dire che tutto può essere ricondotto da una parte all’assassinio del padre e dall’altra alla minaccia rappresentata dalla sinistra rivoluzionaria socialista italiana del tempo.

LA POETICA DEL FANCIULLINO:

Nelle pagine del “fanciullino” Pascoli esprime il suo concetto di poetica: il poeta è colui che si fa simile ad un fanciullino nello scoprire con ingenuità e primitività quello che le cose suggeriscono; in ognuno di noi è latente, dorme un fanciullino: il poeta è colui che riesce a svegliarlo, a farlo parlare dentro di sé e a comunicare i significati agli altri uomini.

L’atteggiamento del poeta di fronte alla realtà è dunque quello proprio del fanciullino: stupore e meraviglia, curiosità e loquacità, capacità di dare i nomi alle cose con simboli e metafore, per scoprisse il significato nascosto, capacità di assimilare tra loro il piccolo e il grande.

Questo spiega l’uso di un linguaggio polivalente, fonico e simbolico, e da ragione anche del venire meno della personalità del poeta davanti alla poesia delle cose.

La poesia di Pascoli è nuova e si allontana da quella romantica per aderire alla cultura del Decadentismo; infatti, nelle sue opere sono presenti molti caratteri del Decadentismo: la sfiducia nei valori della storia e della tradizione, l’individualismo esasperato, la malinconia, la solitudine, l’infanzia sentita come la sola età felice della vita e come rifugio dagli affanni dell’esistenza l’uso di un linguaggio nuovo e originale.

Pascoli, al contrario di Carducci, rifiuta gli schemi metrici della poesia tradizionale e crea strofe e versi di misura inedita; utilizza un linguaggio nuovo fatto di vocaboli tratti dalla vita quotidiana e dal dialetto accostati a termini letterali; mira ad ottenere un’intensa musicalità nei versi, anche con l’uso frequente d’onomatopee.

TECNICHE POETICHE DEL FANCIULLINO:

Se la poesia appartiene al fanciullino, è evidente che essa dovrà rinunciare all’eloquenza, alla dottrina, all’ammirazione.

Il fanciullino s’ispira allo stormire delle fronde, al canto dell’usignolo’. all’arpa che tintinna; rifugge le odi solenni da poeta-vate (come invece faceva il maestro Carducci). E se il fanciullino vede le cose in maniera discontinua, slegata, allora accosta immagini in maniera prelogica, se non irrazionale, così pure, frammentistica e analogica dovrà essere la sua poesia.

Il fanciullo vede solo i primi piani, non il prima e il dopo: tutto gli appare ugualmente importante, gli sfuggono le giuste dimensioni.

Avremo perciò nella poesia pascoliana una disposizione paratattica, che giustappone, una dopo l’altra, le sequenze, senza rielaborarle nel giusto ordine.

Inoltre, il fanciullo non soffre di complessi di superiorità nei confronti della natura; semmai si immerge in essa, parla con gli animali e alle nuvole, s’immedesima coi fili d’erba.

Le sue parole sono quelle incontaminate della gente semplice di campagna: parlate dialettali, gerghi d’arti e mestieri, tutto contribuisce a ringiovanire l’espressione poetica.

Queste sono le radici dello sperimentalismo pascoliano, condotto a livello di forme e contenuti.

Pascoli era un poeta simbolista.

TESTO:

I

E dentro di noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e con tendono tra loro, e insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tien fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tìnnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell’ età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella, occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell angolo d anima d’onde esso risuona. E anche egli l’invisibile fanciullo, si pèrita vicino al giovane più che accanto all’uomo fatto e al vecchio, che più dissimile a sé vede quello che questi. Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo che ne sdegna la conversazione, come si vergogni d’un passato ancor troppo recente. Ma l’uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tòno e grave; e l’armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d’un usignolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora.[…]

III

Ma è veramente in tutti il fanciullo musico?
In alcuni non pare che egli sia; alcuni non credono che sia in loro; e forse è apparenza e credenza falsa. Forse gli uomini aspettano da lui chi sa quali mirabili dimostrazioni e operazioni; e perché con le vedono, o in altri o in sé, giudicano che egli non ci sia. Ma i segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili. Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra di sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle, che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei. Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. Egli è quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva. Egli è quello che nella gioia pazza pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena. Egli rende tollerabile la felicità e la sventura, temperandole d’amaro e di dolce, i facendone due cose ugualmente soavi al ricordo. Egli fa umano l’amore, perché accarezza esso come sorella (oh! il bisbiglio di due fanciulli fra un bramire di belve), accarezza e consola la bambina che è nella donna. Egli nell’interno dell’uomo serio sta ad ascoltare, ammirando, le fiabe e le leggende, e in quello dell’uomo pacifico fa echeggiare stridule fanfare di trombette e di pive, e in un cantuccio dell’anima di chi più non crede, vapora d’incenso l’altarino che il bimbo ha ancora conservato da allora. Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, che ora vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccale la selce che riluce. E ciarla intanto, senza chetarsi mai; e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario.

E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare. Ne il suo linguaggio è imperfetto come di chi non dica la cosa se non a mezzo, ma prodigo anzi, come di chi due pensieri dia per una parola. E a ogni modo da un segno, un suono, un colore, a cui riconosco sempre ciò che vide una volta. C’è dunque chi non ha sentito mai nulla di tutto questo? Forse il fanciullo tace in voi, professore, perché voi avete troppo cipiglio, e voi non lo udite, o banchiere, tra il vostro invisibile e assiduo conteggio. Fa il broncio in te, o contadino, che zappi e vanghi, e non ti puoi fermare a guardare un poco; dorme coi pugni chiusi in te, operaio, che devi stare chiuso tutto il giorno nell’officina piena di fracasso e senza sole. Ma in tutti è, voglio credere. Siano gli operai, i contadini, i banchieri, i professori in una chiesa a una funzione di festa; si trovino poveri e ricchi, gli esasperati e gli annoiati, in un teatro a una bella musica: ecco tutti i loro fanciullini alla finestra dell’anima, illuminati da un sorriso o aspersi d’una lagrima che brillano negli occhi de’ loro ospiti inconsapevoli; eccoli i fanciullini che si riconoscono, dall’impannata al balcone dei loro tuguri e palazzi, contemplando un ricordo e un sogno comune.

XI

il poeta, se e quando è veramente poeta, cioè tale che significhi solo ciò che il fanciullo detta dentro, riesce perciò ispiratore di buoni e civili costumi, d’amor patri o e familiare e umano. Ma il poeta non deve farlo apposta. Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del maestro, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l’oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l’uno e l’altra. Egli, anzi, quando li trasmette, pur essendo in cospetto d’un pubblico, parla piuttosto tra sé, che a quello. Del pubblico, non pare che si accorga. Parla forte (ma non tanto!) più per udir meglio esso, che per farsi intendere da altrui. per usare imagini che sono presenti ora al mio spirito, è, si, per quanto possa spiacere il dirlo, un ortolano; un ortolano, sì, o un giardiniere, che fa nascere e crescere fiori o cavolfiori. Sapete che cosa non è? Non è cuoco e non è fiorista, che i cavolfiori serva in bei piatti, con buoni intingoli, che i fiori intrecci in mazzetti o in ghirlandette. Egli non sa se non levare al cavolo qualche foglia marcia o bacata, e legare i fiori alla meglio, con un torchietto che strappa lì per lì a un salcio: come a dire, unisce i suoi pensieri con quel ritmo nativo, che è nell’anima del bimbo che poppa e del monello che ruzza. Ora il poeta sarà invece un autore di provvidenze civili e sociali? Senza accorgersene, se mai. Si trova esso tra la folla; e vede passar le bandiere e sonar le trombe. Getta la sua parola, la quale tutti gli altri, appena esso l’ha pronunziata, sentono che è quella che avrebbero pronunziata loro. Si trova ancora tra la folla: vede buttare in istrada le masserizie di una famiglia povera. Ed esso dice la parola, che si trova subito piena delle lagrime di tutti. Il poeta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta. Ma non è lui che sale su una sedia o su un tavolo, ad arringare. Egli non trascina, ma è trascinato; non persuade, ma è persuaso.

BREVE ANALISI:

Nel primo capitolo è espressa l’idea secondo cui la poesia è la prima forma di conoscenza e il primo linguaggio dell’umanità.

Di rilievo è anche il rifiuto dell’età virile dell’uomo, vista come età impoetica, perché offuscata dall’eros e da tensioni conflittuali – aggressive.

Pascoli le oppone la fanciullezza, in cui l’individuo sa vedere, e la vecchiaia, quan do sa dire.

Nel terzo capitolo è espressa l’immagine del fanciullino come “Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente

Alla base stessa del decadentismo appartiene infatti l’idea che l’arte sia la forma,sostitutiva dell’esperienza religiosa: qui Pascoli prende come esempio il libro biblico della Genesi.

A questa si accompagna l’altra, decisiva teorizzazione delle sovrumane qualità del poeta, benché mascherate da limitazioni infantili.

Accanto al poeta-Dio c’è dunque il poeta-mago, con tutta la suggestione dei recenti esempi della poesia francese (Baudelaire).

Si noterà che lo stile rimane costantemente ricercato, solo in apparenza vicino all’espressione popolare, ma in realtà sintetico e analogico, tale da obbligare il lettore ad uno sforzo d’immedesimazione e quasi d’auscultazione interiore.

Se invece si analizzano gli ultimi capitoli si capisce che il fulcro del discorso di Pascoli è estetizzante: la poesia si giustifica sul solo piano estetico.

Da ciò dipende il rifiuto del fanciullino di tutto ciò che è brutto, che equivale al cattivo. Da qui, in particolare proviene il rifiuto della funzione civile ed ideologica del poeta-vate.

dalla tesina multidisciplinare esame di stato 2005 di Elisa Cerri

Il cammino dall’infanzia all’adolescenza

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