I luoghi della memoria

Pubblicità

Sharing is caring!

Pubblicità

Saggio breve o articolo di giornale

Ambito artistico-letterario

Traccia per l’esame di stato

(sessione suppletiva 2000)

CONSEGNE

Sviluppa l’argomento scelto o in forma di saggio breve” o di articolo di giornale”, utilizzando i documenti e i dati che lo corredano e facendo riferimento alle tue conoscenze ed esperienze di studio.

Da’ un titolo alla tua trattazione.

Se scegli la forma del saggio breve”, indica la destinazione editoriale (rivista specialistica, relazione scolastica, rassegna di argomento culturale, altro).

Se scegli la forma dell’ “articolo di giornale”, indica il tipo di giornale sul quale ipotizzi la pubblicazione (quotidiano, rivista divulgativa, giornale scolastico, altro).
Per attualizzare l’argomento, puoi riferirti a circostanze immaginarie o reali (mostre, anniversari, convegni o eventi di rilievo). Non superare le quattro o cinque colonne di metà di foglio protocollo.

        AMBITO                  ARTISTICO – LETTERARIO

 

ARGOMENTO: I luoghi della memoria nella narrativa italiana del Novecento.

 

DOCUMENTI

 

Allalba partì, lasciando il ragazzo a guardare il podere.  Lo stradone fino al paese era in salita ed egli camminava piano perché lanno passato aveva avuto le febbri di malaria e conservava una gran debolezza alle gambe: ogni tanto si fermava volgendosi a guardare il poderetto tutto verde fra le due muraglie di fichi dindia; e la capanna lassù, fra il glauco delle canne e il bianco della roccia gli pareva un nido, un vero nido.  Ogni volta che se ne allontanava lo guardava così, tenero e malinconico, appunto come un uccello che emigra: sentiva di lasciar lassù la parte migliore di se stesso, la forza che dà la solitudine, il distacco dal mondo; e andando su per lo stradone attraverso la brughiera, i giunchetti, i bassi ontani lungo il fiume, gli sembrava di essere un pellegrino, con la bisaccia di lana sulle spalle e un bastone di sambuco in mano, diretto verso un luogo di penitenza: il mondo.

G. DELEDDA, Canne al vento, 1913

 

Le mura di Pescara, l’arco di mattone, la chiesa screpolata, la piazza coi suoi alberi patiti, langolo della mia casa negletta. È la piccola patria.  È sensibile qua e là come la mia pelle.  Si ghiaccia in me, si scalda in me.  Quel che è vecchio mi tocca, quel che è nuovo mi ripugna.  La mia angoscia porta tutta la sua gente e tutte le sue età.  La mia porta mi sembra più piccola.  Landrone è umido e tacito come una cripta senza reliquie.  Vacillo sul primo gradino della scala.  Ho spavento del silenzio.  Ho paura di vedere lassù le mie sorelle col capo velato Ho vissuto tantanni nella dimenticanza di queste cose; e queste cose possono rivivere così terribilmente in me!  Nella stanza c’è il mio letto bianco; c’è il vecchio armadio dipinto, con i suoi specchi appannati e maculati; c’è linginocchiatoio di noce dove mi sedevo in corruccio e rimanevo ammutolito con una ostinazione selvaggia, per non confessare che mi sentivo male.  Le ginocchia mi si rompono; e le pareti mi prendono, mi vincolano a loro, mi girano, come una ruota di tortura.

G. DANNUNZIO, Il notturno, 1921

 

Di tutto quanto, della Mora di quella vita di noialtri, che cosa resta?  Per tanti anni mi era bastata una ventata di tiglio la sera, e mi sentivo un altro, mi sentivo davvero io, non sapevo davvero bene perché La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo alle case rotte dalla guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo è stato qualcosa per qualcuno e, più ancora che al danno materiale e ai morti, dispiace pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spariti così in una notte senza lasciare un segno. O no?  Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò derbe secche e che la gente ricominci.

C. PAVESE, La l’una e i falò, 1950

 

Senonché, improvvisamente, dal portone rimasto mezzo aperto, là, contro il nero della notte, ecco irrompere nel portico una raffica di vento.  È vento duragano, e viene dalla notte.  Piomba nel portico, lo attraversa, oltrepassa fischiando i cancelli che separano il portico dal giardino, e intanto ha disperso a forza chi ancora voleva trattenersi, azzittito di botto col suo urlo selvaggio, chi ancora indugiava a parlare.  Voci esili, gridi sottili subito sopraffatti.  Soffiati via tutti: come foglie leggere, come pezzi di carta, come capelli di una chioma incanutita dagli anni o dal terrore

G. BASSANI, Il giardino dei Finzi Contini, 1962

Pubblicità
shares
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: