Il figlio del re, senza niente, che aveva tutto: ovvero, la parabola della mia vita – di don Savino

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Era figlio di un Re, ma lui non lo sapeva.
Era un po’ piccolo, ma lui sentiva di portare dentro di sé un cuore molto grande; sì, perché tutte le volte che incontrava un altro cuore, il suo si ingrossava ancora di più come se volesse fare spazio al nuovo ospite.
E li metteva dentro tutti nel suo cuore, i cuoricini che incontrava; e quando ne incontrava di più grandi vi si accucciava dentro come se lui appartenesse a loro.
Non era mai sazio perché niente riusciva a riempire totalmente il suo cuore – che era piccolo – ma stranamente elastico e si allargava a dismisura.
Fin da piccolo, il figlio del Re, inseguiva sogni meravigliosi di conquiste di città e popoli che pur incontrava, ma non gli bastavano.
Allora scoprì che per possedere doveva amare, amare tanto.
Come gli piaceva amare!
Ma una donna non bastava: le voleva tutte!
Un giorno sentì una voce che gli promise cento madri, cento padri, cento figli, cento, cento…
Se avesse lasciato tutto!
Fu attirato da quella promessa e si buttò a capofitto nel “Paese del nulla”.
Non c’era proprio nessuno in quella città; sembrava abbandonata. C’erano sì le case, gli abitanti, ma è come se nessuno si accorgeva del vicino e ognuno andava per la sua strada, che non sapeva qual era. Il cuore del Figlio del Re cominciò a palpitare molto forte, ma così forte che il rumore lo sentirono tutti e tutti si accorsero di avere lo stesso cuore e che era bello sentire che il cuore dell’altro emanava la stessa musica.
Il figlio del Re era felice perché la promessa del centuplo si realizzava.
Ma proprio mentre gli sembrava di stare per raggiungere la meta, d’improvviso, senza nessun motivo all’apparenza, gli viene tolto tutto, anzi viene strappato e portato via da quel paese meraviglioso dove i cuori si erano risvegliati.
E così, il nostro figlio del Re – che non sapeva di esserlo – si trovò solo e ramingo in una grande città, in mezzo a tanti, ma tutti estranei l’uno verso l’altro.
Anche qui non poteva però fare a meno di far sentire il palpito del suo cuore che incominciò ad arrivare alle orecchie dei più semplici, i piccoli, non solo di età.
Pian piano accadde una cosa strana: proprio quegli uomini e quelle donne che erano estranei tra loro, incominciarono a scoprirsi familiari, parenti stretti, ritrovando un legame che c’era sempre stato, ma chissà perché, avevano dimenticato.
Niente ormai poteva più cancellare questo legame, neanche la separazione che, ancora una volta, inspiegabilmente, avvenne.
Il figlio del Re si trovò ancora senza niente e senza nessuno.
Questa volta incontrò sì una famiglia, ma un po’ disunita; incontrò un popolo, ma un po’ disperso; incontrò dei cuori, questi sì pronti a rispondere al risveglio di un palpito che risvegliasse l’emozione per la sorpresa, la commozione per la bellezza e la compassione per l’umano.
Il popolo rinacque, i bambini ridevano, le donne cantavano, i giovani si entusiasmavano, gli uomini costruivano.
Il Figlio del Re anche questa volta era pronto a lasciare tutto, ma fece una scoperta straordinaria: che la vita non è qualcosa che se ne va, ma è Qualcuno che ti viene incontro.
E fu proprio allora che, nel dramma dell’ennesimo distacco, – incomprensibile – questa volta non andò lui a cercare altri cuori, ma gli vennero incontro.
Certo, c’erano cuori freddi, cuori sazi, cuori indifferenti… ma anche cuori curiosi, cuori aperti, cuori bisognosi.
Il figlio del Re, forte della sua storia, di quello che aveva visto, pensò di essere in grado di cambiare lui i loro cuori.
Fu l’errore più grande della sua vita perché il cuore non si cambia, si può solo accogliere, e questo lui l’aveva dimenticato.
E così incominciò a curare il suo cuore per guarirlo da quella malattia nativa che lo faceva ansioso di possedere tutto e tutti.
Fu allora che il figlio del Re incominciò a fare l’esperienza di un possesso nuovo: gli venivano incontro dei cuori nuovi, ma non perché li attirava lui, ma misteriosamente gratuiti, sorgevano come i raggi del sole che irrompono delicatamente e meravigliosamente nell’aurora e nell’alba che vince le tenebre della notte.
Il Figlio del Re era felicissimo.
Ormai credeva di aver raggiunto la meta; il sogno della sua vita si stava realizzando. Aveva superato di gran lunga i “cento”, e tanti cuori continuavano ad entrare nel suo, senza che lui facesse nulla!
Che cosa poteva desiderare di più?
Credeva ormai di aver quasi terminato la corsa.
Per la prima volta poteva dire di essere soddisfatto.
Ma il figlio del Re, che non sapeva di esserlo, fece l’esperienza più terribile e affascinante della sua vita.
Una notte, mentre dormiva, arrivarono degli uomini incappucciati che lo strapparono dal letto e lo portarono via.
Si ritrovò in un luogo sconosciuto, con il volto coperto: non vedeva e non capiva nulla, sentiva solo delle voci che continuavano a urlargli: “Tu non sei nessuno – niente è tuo – tu non possiedi nulla – è stata tutta un’illusione”!
Lo lasciarono così: nudo, sulla nuda terra, con lo sguardo smarrito nel vuoto.
Fu allora che venne inondato da una luce abbagliante che lo avvolse ricoprendolo e riscaldandolo.

NON AVERE PAURA – disse quella voce tenera e forte – tu sei il figlio del re e anche se ti portano via tanto, tu hai gia’ tutto, come lo hai sempre avuto, perche’ hai me che sono il re, TUO PADRE. 
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