Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello – analisi del testo di Sebastian Salassi

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Il Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello

analisi del testo di Sebastian Salassi

Autore

Luigi Pirandello nacque nel 1867 a Girgenti da una famiglia agiata.
Studiò al liceo classico di Palermo, poi si iscrisse
alla facoltà di Lettere. Di qui passò nel 1887 all’università di Roma, poi a
quella di Bonn dove conseguì la laurea. Al suo ritorno, volendo dedicarsi alla
letteratura, si stabilì nella capitale dove cominciò a collaborare, (con poesie
e scritti critici) a riviste come la “Nuova Antologia” e il
“Marzocco”. Nel 1894 sposò Antonietta Portulano dalla quale avrà tre
figli. Nel ’97 gli venne conferita, presso l’Istituto Superiore di
Magistero, la cattedra di stilistica e poi di letteratura italiana, che terrà
fino al 1925. A partire dal 1903, seguì un periodo difficile per lo
scrittore, a causa della rovina dell’azienda paterna e con essa, del
patrimonio suo e della moglie. Intanto pubblicò poesie, saggi, romanzi e
novelle, ma la fama arrivò soltanto come autore drammatico. A partire dal
1922 diede vita ad una raccolta completa delle sue novelle sotto il
titolo “Novelle per un anno”, che allude al progetto rimasto
incompiuto, di scrivere una novella per ogni giorno dell’anno. Nel ’25 Pirandello
lascia l’insegnamento per dirigere il Teatro d’arte di Roma e fondare una sua
compagnia. Nel ’34 gli fu conferito il Nobel per la letteratura. Morì a Roma
nel 1936.

 

Titolo

Il fu Mattia Pascal è un romanzo di Luigi Pirandello
pubblicato a puntate tra l’aprile e il giugno del 1904 sulla Nuova
Antologia; fu scritto a seguito della grave crisi familiare che nel 1903 pose
l’autore in cattive condizioni economiche, scatenò la malattia mentale della
moglie e provocò il crac della famiglia. Egli scrisse in una situazione tristissima, dopo aver
trascorso un’intera giornata di lavoro per risollevare le sorti della
famiglia, mentre vegliava la moglie malata. Nello stesso anno fu pubblicato in
volume su- bendo successivi ritocchi e modifiche.

 

Trama

Il romanzo può essere suddiviso in tre parti, corrispondenti a tre diversi moduli narrativi.

Nei primi due capitoli Mattia Pascal, il protagonista, vive in uno stato di non-vita, in una
condizione di acronia, di immobilità, di totale estraniazione rispetto all’esistenza, in un tempo fermo e
in uno spazio morto, quello di una biblioteca che nessuno frequenta. Si è in una
situazione in cui non si può sviluppare alcuna storia: il modulo narrativo è chiuso ed
esclude qualsiasi possibilità di svolgimento.

La seconda parte è un secondo romanzo nel romanzo corrispondente ai
capitoli III – VI. In essi il protagonista è il giovane Mattia Pascal; il modulo narrativo è quello idillico-familiare: il
luogo è campestre, vicino al paese di Miragno, lontano dalla moderna civiltà
industriale. Tuttavia, questa vi penetra attraverso la figura dell’amministratore-ladro Batta
Malagna che pone in crisi il precedente equilibrio idillico,
depauperando pian piano il patrimonio familiare di Mattia e della madre. Per
vendicarsi di lui, Mattia seduce Romilda da cui il vecchio amministratore
vorrebbe un figlio. La beffa, che il protagonista vorrebbe tendere
all’amministratore si complica per il fatto che Mattia ingravida anche la moglie
di Batta Malagna, Oliva. A questo punto il beffatore finisce beffato: mentre
Malagna riconosce come proprio il figlio di Oliva, Mattia deve accettare come
moglie Romilda, che invece puntava a farsi sposare dal ricco amministratore.
L’inferno della nuova vita coniugale, la difficoltà economica in cui cade la
nuova famiglia di Mattia, le disgrazie: muoiono, infatti, nel frattempo, la madre
di Mattia e le due gemelle avute da Romilda, inducono Mattia a pensare al suicidio:

«Dopo una delle solite scene con mia suocera e mia moglie, che ora, oppresso e fiaccato
com’ero dal
la doppia recente sciagura, mi
cagionavano un disgusto intollerabile; non sapendo più resistere alla noja,
anzi allo schifo di vivere a quel modo; miserabile, senza probabilità né speranza
di miglioramento, senza più il conforto che mi veniva dalla mia dolce
bambina, senza alcun compenso, anche 
minimo, all’amarezza, allo squallore, all’orribile
desolazione in cui ero piombato; per una risoluzione 
improvvisa,
ero fuggito dal paese, a piedi, con le cinquecento lire di Berto in tasca»

Appunto, per una risoluzione improvvisa, decide di recarsi a Montecarlo
e di giocare alla roulette i soldi che gli aveva regalato Berto, il fratello. Vinta
un’ingente somma al gioco, si risolve a tornare al suo paese, ma durante
il viaggio di ritorno in treno, apprende dal giornale di essere stato
riconosciuto, tanto dalla moglie che dalla suocera, in un cadavere in stato
di putrefazione nella gora di un mulino di Miragno. Decidendo di approfittare di
tale accadimento: si fa passare per morto e si entusiasma all’idea di poter cambiare
identità e di poter iniziare una nuova vita libera dai vincoli e dagli oneri
caratterizzanti la precedente.

«Nel primo impeto, tutte le mie energie vitali insorsero violentemente per protestare: come se quella notizia,
cos’ irritante nella sua impassibile laconicità, potesse anche per me essere vera.
[…] Guardai di nuovo i
miei compagni di viaggio
[…] ebbi la tentazione di scuoterli, svegliarli, per gridar  loro che non era vero.

[…]

Fremevo.
Finalmente il treno s’arrestò a un’altra stazione.

Aprii lo sportello e mi precipitai giù, con l’idea confusa di fare qualche cosa, subito:
un telegramma
d’urgenza per smentire quella notizia.

Il salto che spiccai dal vagone mi salvò: come se mi avesse scosso dal cervello quella stupida fissazione,
intravidi in un baleno… Ma si! la mia liberazione la libertà una vita nuova!

Ero morto, ero morto: non avevo più debiti, non avevo più moglie, non avevo più suocera: nessuno! libero!
libero! libero! Che cercavo di più?»

 

A questo punto comincia la terza parte del romanzo e il terzo romanzo nel romanzo (capitoli VIII- XVI). Questa volta il modello narrativo è quello di formazione. Il tempo e lo spazio cambiano: quello della grande
metropoli (Torino e poi Roma). Di questo terzo romanzo è protagonista
l’incarnazione di Mattia Pascal, il quale assume il nome di Adriano Meis,
cercando di costruirsi un nuovo io e di vivere in completa libertà,
senza più obblighi di sorte.

«Stava a me:
potevo e dovevo essere l’artefice del mio nuovo destino, nella misura che la
fortuna ave
va voluto concedermi. E innanzi tutto avrò cura di questa mia libertà: […] Mi darò a
poco a poco una 
nuova educazione; mi trasformerò
con amoroso e paziente studio, sicché, alla fine, io possa dire non 
solo di aver
vissuto due vite, ma d’essere stato due uomini»

 

Dopo aver viaggiato per il nord-Italia e l’Europa, dunque, aver fatto l’esperienza della modernità, Adriano Meis si reca a Roma, trova sistemazione nella pensione di Anselmo Paleari e s’innamora della figlia di quest’ultimo, Adriana, che
il cognato Papiano insidia. Ma i timori che venga scoperta la sua vera identità e
l’impossibilità di avere uno stato civile che renda possibile il matrimonio con
Adriana lo angosciano incessantemente. «ah povera Adriana, e come
avrei potuto io chiuderla con me nel vuoto della mia sorte,
farla compagna
d’uomo che non poteva in alcun modo dichiararsi e provarsi vivo?»

Per non farsi riconoscere, si fa operare all’occhio strabico; e, tuttavia, per non essere scoperto, deve rinunciare a denunciare un furto che, durante una seduta spiritica, subisce ad opera di Papiano. «E io? che potevo fare
io? Denunziarlo? E come? Ma niente, niente, niente! io non potevo far niente!
Che diritto avevo io alla protezione
della legge? Io ero fuori d’ogni legge. Chi ero io? Nessuno! Non esistevo io, per la legge»
5. Dopo aver capito di non poter sposare, in alcun modo, Adriana, per allontanarla da sé, si risolve a corteggiare Pepita Pantogada, la fidanzata di un pittore spagnolo, il Bernaldez, ed è, da questi, sfidato a duello; privo d’identità, non riesce però a trovare i padrini necessari per battersi. Cos’, estenuato da tante difficoltà, decide di fingere il suicidio nel Tevere e quindi, di
andare incontro alla sua seconda morte.

NOTE

1 Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal,
Mondadori Edizioni 1993, cap. VI, pag. 46

2 ivi, cap. VII, pag. 65-66

3 ivi, cap. VIII, pag. 73

4 ivi, cap. XV

5 ivi, cap. XV

«Vedevo finalmente: vedevo in tutta la sua crudezza la frode della mia illusione: che cos’era in fondo ciò che
m’era sembrata la più grande delle fortune, nella prima ebbrezza della mia liberazione.

Avevo già sperimentato come la mia libertà, che a principio m’era parsa senza limiti, ne
avesse purtroppo nella scarsezza del mio denaro; poi m’ero anche accorto
ch’essa più propriamente avrebbe
dovuto chiamarsi solitudine e noja, e che mi condannava a
una terribile pena: quella della compagnia di me stesso; mi ero allora
accostato agli altri; ma il proponimento di guardarmi bene dal riallacciare
[¼] le fila
recise, a che era valso? Ecco: s’erano riallacciate da se, quelle fila; e la
vita, per quanto
io, già in guardia, mi fossi opposto, la vita mi aveva trascinato, con la sua foga
irresistibile: la vita che non era più per me.

***

M’è sembrato una fortuna l’esser creduto morto? Ebbene, e sono morto davvero! Morto? Peggio
che
morto: i morti non debbono più morire, e io sì: io sono
ancora vivo per la morte e morto per la vita. Che vita infatti può essere più
la mia? La noja di prima, la solitudine, la compagnia di me stesso?»
6

Lo slancio verso la riconquista di un’originaria purezza e autenticità
falliscono: perché la vita deve comunque darsi una forma, e la fatica che bisogna
affrontare per crearne una nuova e sostenerne i condizionamenti e i
compromessi è talora cos’ grande che costringe a rientrare precipitosamente
nella vecchia; la quale, pur con i suoi originari limiti e le sue falsità,
impedendoci di essere altro che noi, allontanando il rischio della
disgregazione, rende possibile l’esistenza, inchiodandoci ad una realtà s’
fittizia ma inalienabile.

Finto il suicidio nel Tevere, si rientra nel primo romanzo, quello di
cui è protagonista il “fu Mattia”.

Fuggito da Roma, egli torna a Miragno, dove trova Romilda sposata all’amico Pomino e, peraltro,
con una figlia avuta da costui. Rinuncia allora a vendicarsi contro di lei e ad
avvalersi della legge (sarebbe lui il legittimo marito della donna); decide
invece di restare a Miragno «come fuori della vita», trascorrendo il resto dei suoi
giorni tra la biblioteca di Santa Maria Liberale, godendo della compagnia del
solo don Eligio Pellegrinotto, e la casa della zia Scolastica, rimasta sola
dopo la morte della sorella e madre di Mattia. Ormai Mattia è diventato un
personaggio, una maschera nuda della vita: non vive più, si guarda e guarda gli altri
vivere.

Alla fine del romanzo don Eligio, cercando di definire una “morale”, propone la più ovvia delle conclusioni,
ispirata ad un piatto senso comune: «Fuori della legge e di quelle particolarità, liete o tristi che sieno, per cui noi siamo noi, caro signor Pascal non è possibile vivere»7; affermando, quindi, la necessità di una accettazione dello
“stato civile” e l’impossibilità di rinunciare alla propria identità,
socialmente determinata. Parole alle quali, il “fu Mattia”, obietta di
non essere assolutamente rientrato nella “legge”, nel sistema delle convenzioni
sociali, né di avere la pur minima intenzione di rientrarvi. Insomma, Mattia ha
capito che la vera identità non esiste né questa, d’altra parte, può essere conferita da uno “stato civile”, che semmai riduce
l’uomo a maschera, a forma:

«Basta.
Io ora vivo in pace, insieme con la mia vecchia zia Scolastica,
¼ Dormo nello
stesso letto 
in cui morì la povera mamma mia,
e passo gran parte del giorno qua, in biblioteca, in compagnia 
di don Eligio

Ho messo circa sei mesi a scrivere questa mia strana storia, ajutato da lui. Di quanto è
scritto qui
egli serberà il segreto, come se l’avesse saputo sotto
il sigillo della confessione.

Abbiamo discusso a lungo insieme su i casi miei, e spesso io gli ho dichiarato di non
saper vedere
che frutto se ne possa cavare.

– Intanto, questo, – egli mi dice: – che fuori della legge e di quelle particolarità, liete o tristi che sieno, per cui noi siamo noi, caro signor Pascal non è possibile vivere.

Ma io gli faccio osservare che non sono affatto rientrato né nella legge, né nelle mie
particolarità.
Mia moglie è moglie di Pomino, e io non s’aprei proprio
dire ch’ io mi sia.

Nel cimitero di Miragno, su la fossa di quel povero ignoto che s’uccise alla Stia, c’è
ancora la la
pide dettata da Lodoletta.

[…]

Io vi ho portato la corona di fiori promessa e ogni tanto mi reco a vedermi morto e sepolto là. Qualche curioso mi segue da lontano; poi, al ritorno,
s’accompagna con me, sorride, e – conside
rando la
mia condizione – mi domanda :

 

NOTE

6 ivi, cap. XV, pag. 160, 168

7 ivi, cap. XVII

 

– Ma voi, insomma, si può sapere chi siete?

Mi stringo nelle spalle, socchiudo gli occhi e gli rispondo:

– Eh, caro mio, Io sono il fu Mattia Pascal»8

In definitiva non reste che porsi al di fuori della vita: «Recidendo
qualsiasi legame vitale con l’esistenza, il
personaggio
rifiuta ogni immediatezza e concretezza, per limitarsi a guardare befardamente
dall’esterno, in forme
riflessive, dunque mediate e astratte, la vita di coloro che
credono di essere persone e invece sono soltanto delle masche
re incapaci di nudità» 9.

 

Caratteristiche dei personaggi:

Mattia Pascal (Adriano Meis)

Il ritratto fisico del protagonista è ben chiaro: egli ha una “faccia placida e stizzosa”, il “mento piccolo”, un
“barbone rossastro”
, un naso “troppo piccolo” e una fronte “spaziosa e greve”; ma soprattutto un occhio “che tendeva a guardare per conto suo”, elemento più caratterizzante della fisionomia di Mattia. Nella sua giovinezza emerge una grande vitalità, che sfuma fino a svanire ed a tramutarsi in depressione quando è costretto al matrimonio con
una donna che non lo ama più ed al misero impiego come bibliotecario nella più
completa solitudine di una chiesina sconsacrata. È proprio in questo luogo che
Mattia interiorizza una sua maturazione: inizia a riflettere sulla
propria inettitudine, sulla sua misera esistenza e sull’impotenza di mutarla
e di renderla migliore. Egli scorge l’assurdità della sua vita, la sua miseria, la
famiglia che da lui è vista come una sorta di prigione, come un luogo di agonia
e di sofferenza, dal quale si ritrova costretto a fuggire, oppresso da tutto ciò
che lo circonda. La maturazione spinge il protagonista a ricercare le cause
della sua attuale situazione; egli domanda al caso perché proprio a lui
deve essere toccata tanta sfortuna, ma l’unica risposta che ottiene è un
susseguirsi di altre atroci disgrazie quali la morte delle due figlie e della madre,
che lo spingeranno al suicidio e alla fuga da quel calvario, credendo di migliore la propria
condizione, che da troppo tempo è costretto a sopportare silenziosamente. Mattia
non subisce però un reale mutamento psicologico, egli dimostrerà insofferenza
per le convenzioni sociali, il suo senso di estraneità alla vita che conduce,
la sua pro- fonda solitudine e tenterà di lottare contro ciò che ha determinato
questa sua situazione, ma pur- troppo egli è un “inetto” e come tale non
riuscirà a mutare la propria vita, non uscirà dalla forma di cui è
prigioniero, anzi ne diventerà sempre più schiavo. Mattia, dunque, vuol
dimenticare il passato, inteso come fardello, veste gravosa. Dopo la vincita a
Montecarlo e dopo aver appreso della “sua morte”, egli si sente
finalmente libero, giovane e felice, vuole far di sé un altro uomo e l’idea del cambiamento
lo fa sentire più leggero, immaginandosi un futuro di ameni luoghi tranquilli:
prova l’ebbrezza di recidere il suo squallido passato per cominciare una nuova vita. Ma Adriano
non vuole liberarsi solo della sua precedente esistenza, ma anche di Mattia
Pascal. Egli infatti si sbarba, cambia occhiali, si fa allungare i capelli (e
successivamente si fa operare all’occhio strabico) ed il suo intento sarebbe quello di
cambiare il proprio carattere per non incorrere nel pericolo di essere
sottoposto a quelle che lui ritiene ingiustizie. La sua figura non è perciò
quella di un uomo vero, e anche il cambiamento di nome non comporta una nuova identità; la
storia del suo passato è frutto della fantasia, e la sua libertà è fittizia. Adriano
però non raggiungerà mai i fini che si è proposto in quanto egli non sarà capace,
prigioniero di se stesso, di indossare un’altra forma e si troverà
nuovamente al centro di situazioni grottesche e patetiche nelle quali saprà
dimostrare soltanto la sua inettitudine. Adriano come Mattia non potrà raggiungere
la vita, che viene considerata come una sorta di flusso dinamico, ma sarà costretto
a restare prigioniero di quella parte fissa che è la forma la quale in
fondo rappresenta per il protagonista l’unico modo di esistere; molto
presto, infatti, si renderà conto di essere soltanto un’ombra,
arrivando a chiedersi se è più ombra lui o l’ombra stessa. Si accorge che la
primitiva sensazione di leggerezza e di libertà da lui provate nel momento
della sua prima morte non era altro che un’illusione, solitudine e noia; infatti adesso il protagonista
si rende conto che Adriano può lasciarsi vivere come uno straniero nel mondo a condizione
di non lavorare, né possedere, né amare. La nuova identità è una costruzione fittizia, esattamente
come la precedente, ma ben peggiore: è costretto a indossare una maschera e a
mentire difronte agli altri, non avendo però la possibilità (al contrario di
quella normale) di poter stabilire “le fila della vita”, legami con gli altri. E sarà appunto il dolore per il non poter continuare l’amore con Adriana che lo porteranno alla seconda morte: Profondamente amareggiato, cercando una
via d’uscita e trovandosi solo davanti ad un ponte, decide di simulare il
suicidio, illudendosi, cos’, di poter recuperare la vita di Mattia e di
vendicare coloro che lo hanno costretto a vivere in tale condizione, la moglie
e la suocera. Nel momento della sua “reincarnazione” Mattia prova
le medesime sensazioni che hanno caratterizzato la nascita di Adriano Meis.
Anche questo episodio si svolge in un treno, il quale però questa volta invece
di allontanarsi dal paesino natale del protagonista, vi si avvicina. Man mano
che esso procede, Mattia si sente sempre più vivo e pensa a quanto sia stato
stupido anche solo a pensare di poter vivere come “un’ombra con una cappa di piombo
addosso”
. Fisicamente torna ad avere le caratteristiche di
Mattia, a parte l’occhio operato, segno visibile della incombente presenza di
Adriano, ed in questo momento si sente sia Adriano che Mattia, le
due forme si assomigliano cos’ tanto da sembrare la stessa. Con il
ritorno a Miragno, Mattia scopre di non poter rientrare più nella sua vecchia
forma
: Romilda, la moglie, si è risposata con l’amico Pomino, e ne ha avuto
una figlia e comprende di essere morto nella coscienza degli altri. Ora l’eroe non
può avere alcuna identità. Assume cos’ quella condizione di estraniamento dalla vita, di
“forestiero”, egli si trasforma nel fu Mattia Pascal, un osservatore della vita, senza più alcuna identità. L’errore dell’eroe
consiste proprio nel non essere stato capace di vivere davvero la propria
libertà, rifiutando definitivamente ogni identità individuale, e nell’essersi
costruito una nuova forma, per di più falsa, che lo ha costretto alla compagnia di se
stesso. Egli però diviene un eroe perché ha saputo comprendere
come l’identità non esista, sia solo una costruzione illusoria, ma si limita
solo a rendersi conto di non sapere più chi è; egli pone “fu” prima del
nome, a modo di indicare l’avvenuta negazione dell’identità.

NOTE

8 ivi, cap. XVII, pag. 215-216

9 Romano Luperini, L’allegoria del mondo

 

Madre di Mattia

Mattia ha un particolare rapporto di devozione, di affetto e di stima
nei confronti della madre. È una donna molto pacata, placida, quasi infantile, gracile
e spesso malata dopo la morte del marito, anche se non si lamenta mai dei propri mali; ha una voce
nasale e viene definita da Mattia stesso come una “bambina cieca”
che non si accorge di ciò che la Talpa (Batta Malagna) sta facendo. È sempre stata molto buona
con i figli e non ha mai fatto mancare loro niente. Ciò che più la preoccupa è
la sorte dei suoi figli, rimasti praticamente senza nulla dopo la morte del padre. La
donna è inoltre succube del comportamento iroso e maleducato della suocera
di Mattia, che riversa la sua delusione per il matrimonio della figlia proprio
sulla povera donna che finisce col diventarne una vittima. Fugge di casa con la
cognata ma la morte la colpisce dopo poco, a causa degli affanni e dei feroci
litigi subiti in precedenza.

 

Romilda Pescatore

Personaggio rilevante è Romilda moglie di Mattia e figlia di Marianna
Dondi; è una ragazza sensi- bile e psicologicamente fragile, vittima delle perfidie
della madre, era infatti la madre che avrebbe voluto sposasse Batta Malagna per i
suoi averi. Proprio questa sua debolezza la porta ad abbattersi se le cose vanno
male; prima del suo matrimonio, infatti, è descritta come una ragazza di
bell’aspetto e con una grande voglia di vivere; successivamente al matrimonio, non
sopportando le scarse condizioni in cui diviene costretta a vivere, e dimostrando,
assieme alle madre, scarsa stima in Mattia, cadde in depressione, si
abbruttisce e l’amore di entrambi per entrambi viene a mancare (sarà poi questa
condizione che spingerà Mattia a fuggire). Dopo la “morte” del protagonista, si
sposa con Pomino (col quale avrà una figlia); Al ritorno Mattia nota che
Romilda ha riacquistato la sua originale bellezza e voglia di vivere, la vede
infatti diversamente, sotto un’altra luce, quasi cambiata da come era prima (sarà, poi ,per
questo, che il protagonista rinuncia al suo piano di “vendetta”). Il
suo animo non è, comunque, cattivo, anzi, è quasi dispiaciuta per quello
che è accaduto.

 

Marianna Dondi

Personaggio, non disonesto, ma negativo, la mamma di Romilda Pescatore,
ovvero la terribile suocera di Mattia, cugina di Batta Malagna, “Vedova
Pescatore”. È paragonabile ad una strega: sempre pronta a
criticare e a offendere, ha un temperamento furioso, non sopporta il genero che
lo giudica inetto e scapestrato perché non riesce a mantenere la sua famiglia,
ritenendolo, quindi, indegno per sua figlia; ella è la rovina della consuocera, la
madre di Mattia. Il suo personaggio esprime antipatia, ma è molto
divertente vedere il comportamento del protagonista nei suoi confronti, quanto
poco venga
considerata e rispettata.

 

Adriana Paleari

È la figlia di Anselmo Paleari; ragazza timida, pura, gentile,
educatissima, tenera e discreta ma allo stesso tempo è responsabile di sé stessa e di tutta la
famiglia, è lei che nonostante tutti i problemi ha il compito di
mandare avanti la pensione. Proprio per queste sue doti particolari che la
rendono uni- ca, Mattia si innamora perdutamente della ragazza: «Non lo dissi
neanche a me stesso; ma, da quella sera in
poi, mi sembrò più soffice il letto
ch’io occupavo in quella casa, più gentili tutti gli o$etti che mi circondavano,
più
lieve l’aria che respiravo, più azzurro il cielo, più splendido il sole» (10). Lei ricambia
l’amore ma la “non identità” del protagonista impedirà il matrimonio e
quindi qualsiasi altra evoluzione del rapporto: «ah povera Adriana, e
come avrei potuto io chiuderla con me nel vuoto de!a mia sorte, farla compagna
d’uomo che
non poteva in alcun modo dichiararsi e provarsi vivo?» (11).

 

Anselmo Paleari

Ex caposezione ministeriale è il padre sessantenne di Adriana e il
proprietario della pensione di via Ripetta a Roma, dove “Adriano Meis”
alloggia durante il soggiorno a Roma. È un personaggio completamente estraneo
alla realtà che lo circonda, sbadato, con la testa fra le nuvole, ingenuo ma onesto,
impressionabile e credulone, insomma non bada a tutto quello che gli accade
intorno; è continuamente preso dalle sue riflessioni sulla
teosofia che espone continuamente al povero Pascal-Meis, il quale non ne
capisce pienamente il senso. Ma è il personaggio attraverso il quale Pirandello
espone,
in un certo senso, alcuni suoi ideali; come la lanternisofia o la
metafora dello “strappo nel cielo di carta” del teatrino di marionette dove si svolge la
tragedia di Oreste: «Se, nel momento culminante, proprio quando la
marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra
Egisto e la madre, si
facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che
avverrebbe? Dica lei? […] Ma è facilissimo, signor Meis!
Oreste
rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo. […] si
sentirebbe cader le braccia. Oreste, in-
somma, diventerebbe Amleto. Tutta la
differenza
 tra la tragedia
antica e la moderna consiste in ciò, creda pu
re: in un buco
nel cielo di carta» (
12).

 

Roberto Pascal

È il fratello maggiore di Mattia, più grande di due anni. Tra i due è
sempre presente un buon rapporto di complicità e di affetto. Alla fine della vicenda
lo ritroviamo più maturo, capace di compensare i debiti causati da Batta
Malagna, sposandosi con una ragazza ricca e vivendo nella sua casa natale.

 

Pinzone

Insegnante dei due ragazzi, Berto e Mattia, spesso complice dei due
nelle loro scorribande. Il suo vero nome sarebbe stato Francesco, o Giovanni,
di cognome Del Cinque, narra Mattia nel racconto; anche se dice
che tutti lo chiamavano Pinzone e che infine si presentava lui stesso come
Pinzone. Il suo aspetto fisico appariva ossuto: «di una magrezza da far ribrezzo;
e molto alto».

 

Gerolamo Pomino

È il miglior amico di Mattia Pascal, proveniente da una famiglia di
contadini è un personaggio timido, onesto e buono che aiuterà Mattia a trovare
lavoro presso la biblioteca del paese per risollevare la
situazione finanziaria della famiglia. Già da ragazzo nutre un profondo afetto
per Romilda Pescatore;
ed, infatti, Mattia conosce quest’ultima proprio per metterla in contatto con
Pomino. Tuttavia dopo una relazione si
trova costretto a sposarla. Pomino però non serba rancore e aiuta lo stesso Mattia. Alla fine del romanzo sarà il
“nuovo” marito di Romilda.

 

NOTE

10 ivi, cap. XI

11 ivi, cap. XV

12 ivi, cap. XII;

 

Secondo la teorie del Paleari/Pirandello,
Oreste, a seguito dello strappo, riconoscendosi soltanto una
illusione, una maschera, si trasformerebbe in Amleto, in cui il dubbio
prenderebbe il sopravvento sull’agire; alludendo al fatto che la nostra
personalità è una costruzione fittizia
e basta un non nulla, lo strappo nel cielo, appunto, per metterla in crisi.

 

Zia Scolastica

Zia di Mattia, fiera e battagliera, che nei momenti di difficoltà aiuta
sia la sorella che il nipote e cerca di aprire gli occhi alla sorella, ma inutilmente
mentre Batta Malagna continua scavar loro la fossa sotto i loro stessi piedi.

 

Batta Malagna

Detto “la Talpa” è l’unico amico del Signor Pascal, a cui per
questo la madre ha affidato l’amministrazione delle sue ricchezze dopo la morte del marito,
cosa che ha portato alla rovina la famiglia Pascal. È un tipico borghese, avido
che vive per il denaro. Ha un aspetto particolare e secondo Mattia non si
addice ad un ladro. Anche riguardo i sentimenti Malagna è sempre pronto ad
agire con egoismo e avidità: ad esempio il caso di Oliva, ragazza
amata da Mattia ma successivamente sposa di Ma- lagna, che viene trattata male
poiché non riesce a dargli un erede. Il Malagna accusa Oliva di non essere
fertile ma, riuscendo a rimanere incinta di Mattia Pascal, egli dovette
prenderla in sposa sostenendo che il figlio che ella aspettava era suo.

 

Oliva

Ragazza del villaggio in cui vive Mattia, di cui quest’ultimo si
innamora e avrà un figlio; ma che è costretta a sposare Malagna.

 

Terenzio Papiano

È il cognato di Adriana (era il marito dell’ormai defunta sorella della
fanciulla), amante nonché sfruttatore della povera signora Caporale, cerca a tutti
i costi di sposarsi con Adriana, per non perde- re la dote. È un uomo spietato,
avido, con un comportamento “untuoso”, subdole, loquace e dallo sguardo
indagatore: «occhi grigi, acuti e irrequieti come le mani. Vedeva tutto e
toccava tutto»
13; ha un profilo ipocrita, è un
freddo calcolatore che farebbe di tutto per il denaro, capace anche di
sfruttare il fratello malato per i suoi intrighi. È proprio lui, infatti,
che durante la seduta spiritica, ruberà il denaro a Mattia (12.000
lire), servendosi del fratello.

 

Signora Silvia Caporale

È un personaggio particolare, vive anche lei nella pensione di Anselmo
Paleari, ha circa quarant’anni ma non è ne fidanzata ne sposata, è descritta come
una persona di non bell’aspetto: «- Donna brutta e vecchia,
– esclamò: – tre disgrazie, a cui non c’è rimedio! Perché vivo io?
»14, ha una
personalità debole, e non si sente realizzata, non ha amici e nessuno che si
possa prendere cura di lei, è sfruttata da Papiano nelle sedute spiritiche come
medium, anche se alla fine si ribellerà per aiutare Mattia Pascal alias Adriano
Meis innamorato di Adriana; Adriana è, invece, costretta, per una serie di
compromessi, a darle conforto; ed è proprio per questa sua condizione che spesso di
dispera e cade in uno stato di depressione e solitudine, trova sfogo nell’alcool e ogni
volta Adriana cerca di consolarla.

 

Don Eligio Pellegrinotto

È il prete amico di Mattia che lo aiuta a ordinare la biblioteca; dopo
la “morte” del protagonista ne diventa il successore. Al ritorno di Mattia nella
biblioteca egli dice di averlo riconosciuto subito ma, «aspettò
ch’io pronunziassi il mio nome per buttarmi le braccia al collo,
 non potendo abbracciar subito uno che gli pareva
Mattia Pascal» (
15). È colui al quale
Mattia racconta tutta la sua vicenda e gli suggerisce di scrivere il libro
«con l’obbligo però che nessuno possa aprirlo se non cinquant’anni dopo la mia
terza, ultima e
definitiva morte» (16).

 

Note

13 ivi, cap. XII

14 ivi, cap.XII

15 ivi, cap. XVIII

16 ivi, cap. II

 

Bernaldez

Pittore della casa del marchese Giglio D’Auletta, è colui che sfida Mattia.

 

Pepita Pantogada

È la nipote “dello spagnolo”, il personaggio che Mattia
incontra al casino di Montecarlo; fidanzata di Bernaldez, è descritta come è
una bella “signora” anche se non è precisata l’età, con un carattere prepotente e
forte.

 

Temi:
I temi principali del romanzo sono i seguenti:

  • la famiglia, sentita come nido o come prigione. È un nido la
    famiglia originaria, fondata sul rapporto di
    tenerezza fra Pascal e la madre e sentita come idillio minacciato dall’avidità
    dell’amministratore; è una prigione il rapporto coniugale con Romilda e quello con
    la suocera, la terribile vedova Pescatore. In questo secondo caso, sembra possibile
    solo l’evasione. Si riflette in ciò un elemento indubbiamente autobiografico:
    l’idealizzazione della madre è costante in Pirandello e si accompagna, invece,
    all’esperienza infelice del matrimonio;
  • il gioco d’azzardo. Pirandello rappresenta minuziosamente il casinò di Montecarlo, nei pressi di Nizza, dove Mattia vince alla roulette divenendo improvvisamente ricco. Esso affascina Pirandello perché l’importanza del caso e il potere della sorte contribuiscono a rafforzare la sua teoria della relatività della condizione umana, sottolineando i limiti della volontà e della ragione. Emblematica è la frase «Estrarre la logica dal caso, come il sangue dalle pietre» : il caso che precedentemente aveva voluto vedere il protagonista prostrato davanti ad una miriade di disgrazie, adesso gli offre la libertà di farsi un’altra vita con il denaro vinto. Dunque, si viene a creare una situazione assurda, difficile da risolvere; l’opportunità di fuggire dalla vecchia vita, il rimorso per l’abbandono della famiglia ed il dolore per la perdita delle figlie e della madre si mescolano insieme ed insidiano malignamente Mattia il quale ancora una volta è stato sopraffatto dal caso che ne ha da sempre governato la vita. Egli tenta disperatamente di cogliere il nesso logico delle vicende che lo hanno travolto ma non vi riesce perché non c’è logica in quello che il caso decide ed è paradossale anche solo pensare di trovare le risposte ai tanti perché che Mattia si pone.
  • l’inettitudine. Il protagonista non fa tesoro dell’esperienza accumulata nella prima parte della sua vita, prendendo le distanze dal sistema che ha provocato il suo fallimento: semplicemente, è in cerca di un’altra possibilità per realizzarsi, ma sempre all’interno dello stesso sistema e mantenendone invariate le condizioni. Mattia è l’emblema dell’uomo moderno: è un inetto, un velleitario che pretende di dare una svolta alla propria vita occupandosi solo di curare i mutamenti esteriori e tralasciando di lavorare sulla propria interiorità. Ma la vera libertà non dimora lungo tale via, se ne accorgerà durante la vicenda, si accorgerà di essersi trasformato in un ombra non riuscendo a distinguersi con la la sua reale ombra: «Chi era più ombra di noi due? Io o lei? Due ombre!». Il fatto che Mattia fugga dalla realtà e dalla possibilità di una reale evoluzione interiore fa s’ che l’evasione tanto anelata da Mattia sia impossibile ed è inevitabile il fallimento.

«Uscii di casa, come un matto. Mi ritrovai dopo un pezzo per la via Flaminia, vicino a
Ponte Mol
le. Che ero
andato a fare l’? Mi guardai attorno; poi gli occhi mi s’affissarono su l’ombra
del mio
corpo, e rimasi un tratto a contemplarla; infine alzai
un piede rabbiosamente su essa. Ma io no, io
non potevo
calpestarla, l’ombra mia.

Chi era più ombra di noi due? Io o lei? Due ombre!

L’ombra d’un morto: ecco la mia vita!

Scoppiai d’un maligno riso; il cagnolino scappò via, spaventato; il carrettiere si voltò
a guardar-
mi. Allora mi mossi; e l’ombra, meco, dinanzi. Affrettai
il passo per cacciarla sotto altri carri, sotto i piedi de’ viandanti,
voluttuosamente. Una smania mala mi aveva preso, quasi adunghiandomi
il ventre; alla fine, non potei
più vedermi davanti quella mia ombra; avrei voluto scuotermela dai piedi. Mi voltai; ma ecco, la avevo dietro, ora.

“E se mi metto a correre” pensai, “mi seguirà!”

Mi stropicciai forte la fronte,
per paura che stessi per ammattire, per farmene una fissazione. Ma s’! Cos’ era! Il simbolo, lo spettro della mia
vita era quell’ombra: ero io, là per terra, esposto alla mercé dei piedi altrui. Ecco quello che restava
di Mattia Pascal, morto alla Stia: la sua ombra per le vie di Roma.

Ma aveva un
cuore, quell’ombra, e non poteva amare; aveva denari, quell’ombra, e ciascuno
pote
va rubarglieli; aveva una testa, ma per pensare e
comprendere ch’era la testa di un’ombra e non 
l’ombra
d’una testa. Proprio cos’!

Allora la sentii come cosa viva, e sentii dolore per
essa, come il cavallo e le ruote del carro e i pie
di de’
viandanti ne avessero veramente fatto strazio. E non volli lasciarla più l’,
esposta, per terra.

Passò un tram, e vi montai» 17

 

  • lo specchio, il doppio, la crisi d’identità. Mattia Pascal ha un rapporto difficile non solo con la propria interiorità ma anche con il proprio corpo: ha difficoltà a identificarsi con se stesso. Spia di questo malessere è l’occhio strabico, che guarda sempre altrove. Un particolare curioso da evidenziare è la ripetizione, per due volte, di alcune situazioni: Mattia Pascal seduce prima Romilda, poi Oliva; muore due volte; per due volte si dà una nuova personalità, prima come Adriano Meis , poi come “fu” Mattia Pascal. Infine, Mattia, tende sempre a ripetere la stessa situazione collocandosi come terzo all’interno di un rapporto di coppia : si inserisce tra Malagna e Romilda, e anche fra la ragazza e Pomino, innamorato di lei; poi fra Adriana e Papiano; infine tra il pittore spagnolo e la fidanzata e, di nuovo, tra Romilda e Pomino.
  • la modernità, la città, il progresso, le macchine. Nel cap. IX Adriano Meis è a Milano e, frastornato dai rumori, dai tram elettrici e dalla vista della folla, riflette sulle conseguenze del progresso tecnico, negando che la felicità sia favorita dallo sviluppo scientifico e che le macchine possano realmente servire a migliorare la condizione dell’uomo:

«Ma la vita,
a considerarla cos’, da spettatore estraneo, mi pareva ora senza costrutto e
senza sco
po; mi sentivo sperduto tra quel
rimescolio di gente. E intanto il frastuono, il fermento continuo della città m’intronavano.

“O perché gli uomini” domandavo a me stesso, smaniosamente, “si
affannano cos’ a rendere man
mano più complicato il congegno della loro vita? Perché
tutto questo stordimento di macchine? E
che farà l’uomo quando le
macchine faranno tutto? Si accorgerà allora che il cos’ detto progresso
non ha
nulla a che fare con la felicità? Di tutte le invenzioni, con cui la scienza
crede onestamente
d’arricchire l’umanità (e la impoverisce, perché costano
tanto care), che gioja in fondo proviamo 
noi, anche ammirandole?” ».18

 

Nel capitolo successivo, il X, Meis si sposta da Milano a Roma. La
capitale viene descritta come città morta, paralizzata da un contrasto insanabile
fra il glorioso passato e lo squallido presente incapace di farlo rivivere. Roma è
un’acquasantiera che la modernità ha degradato trasformandola in portacenere
(cos’ sostiene Anselmo Paleari, esponendo ovviamente il punto di vista
dell’autore):

«Mia figlia Adriana mi ha detto dell’acquasantiera, che stava in camera sua, si ricorda?
Adriana 
gliela tolse dalla camera, quell’acquasantiera; ma, l’altro giorno le cadde di mano e si
ruppe: ne 
rimase soltanto la conchetta, e questa, ora, è in camera mia, su la mia scrivania, adibita all’uso che lei per primo, distrattamente, ne aveva fatto.
Ebbene, signor Meis, il destino di Roma è l’identico. I papi ne avevano fatto – a modo loro,
s’intende – un’acquasantiera; noi italiani ne abbiamo fatto, a modo nostro, un portacenere. D’ogni paese
siamo venuti qua a scuotervi la cenere del nostro sigaro, che è poi il
simbolo della frivolezza di questa miserrima vita nostra e dell’amaro e ve
lenoso
piacere che essa ci dà» (
19)

 

  • Per quanto riguarda le posizioni filosofiche, esse sono esposte per bocca di Anselmo Paleari nel cap. XIII, intitolato Il lanternino, e coincidono con le concezioni stesse di Pirandello. Il cerchio di luce proiettato dal lanternino allude al carattere fittizio del nostro io e della nostra identità, e della inconsistenza della realtà oggettiva, che non è altro che una proiezione del nostro sentimento soggettivo. Il cerchio di luce segna il confine tra io e non-io e ci fa guardare alle tenebre al di là di questo come qualcosa di pauroso. A complicare le cose, va aggiunto che gli stessi lanternini delle coscienze individuali cessano d’illuminare il cammino nei momenti di trapasso e di crisi: essi, infatti, prendono luce dai lanternoni, cioè dalle grandi ideologie, le fedi e i sistemi di valori collettivi, che ci servono da punto di riferimento, dando sicurezza al nostro vivere e orientano l’umanità. Quando i lanternoni cessano di far luce, a causa del crollo dei valori e delle certezze, proprie, delle epoche di trapasso e di grave crisi, allora anche i lanternini si spengono, e come accade ad Oreste nella metafora dello «strappo del cielo di carta» diventando Amleto, anche gli uomini piombano in un angoscio- so smarrimento.  Pirandello allude proprio alla condizione della sua epoca in cui si ha il crollo dei saldi valori del passato, la fede positivistica nella scienza e la fede religiosa.

NOTE:

17 ivi, cap. XV, pag. 170-171

18 ivi, cap. IX, pag. 93

19 ivi. cap. X, pag. 106

«E Questo sentimento della vita per il signor Anselmo era appunto come un lanternino che
ciascu
no di noi porta in sé acceso; un lanternino che ci fa vedere sperduti sulla terra, e ci fa vedere il male e il bene; un lanternino che projetta tutt’intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l’ombra nera, l’ombra paurosa che non esisterebbe, se il lanternino non fosse acceso in noi, ma che noi dobbiamo pur troppo creder
vera, fintanto ch’esso si mantiene vivo in noi. Spento alla fine a un soffio, ci accoglierà la notte
perpetua dopo il giorno fumoso della nostra illusione, o non rimarremo noi
piuttosto alla mercé dell’Essere, che avrà soltanto rotto le vane forme della 
nostra ragione?

Il lume d’una idea comune è alimentato dal sentimento collettivo; se questo sentimento però si scinde, rimane s’ in piedi la lanterna del termine astratto, ma la fiamma dell’ idea vi crepita dentro e vi guizza e vi singhiozza, come suole avvenire in tutti i periodi che son detti di transizione. Non sono poi rare nella storia certe fiere ventate che spengono
d’un tratto tutti quei lanternoni. Che 
piacere!
Nell’improvviso bujo, allora è indescrivibile lo scompiglio delle singole lanternine […
]

Mi pare, signor Meis, che noi ci troviamo adesso in uno di questi momenti. Gran bujo e gran confusione!
Tutti i lanternoni, spenti. A chi dobbiamo rivolgerci?»
20

 

Spazio

I due luoghi principali dove si svolge la vicenda sono Miragno, suo paese natale, e Roma, dove risiede presso la
famiglia Paleari. Durante la narrazione Mattia compie molti viaggi visitando
sia città estere che italiane, come Montecarlo, Torino, Pisa, Colonia e Worms.

 

Tempo

L’autore non riferisce precisi elementi che riescano a determinare l’anno preciso dell’ambientazione dell’opera, ma,
grazie alle informazioni che dà di Roma, ormai diventata capitale del Regno
d’Italia, si sa che si svolge tra il 1870 e l’inizio del ‘900. Si può
dedurre anche dal fatto che ci sono i tram e l’elettricità. Possiamo dire
però che le vicende di Mattia Pascal hanno una durata temporale di circa due
anni e mezzo. Per quanto riguarda la struttura temporale, la fabula e
l’intreccio, non coincidono: la narrazione avviene a eventi già accaduti.

 

Tecniche narrative

La storia comincia dalla fine della vicenda vissuta, sotto forma di un
grande flash-back: ormai estraneo alla vita,
già “fu Mattia”, il protagonista racconta la propria storia, in prima
persona, affidando ad un memoriale la sua esperienza. La focalizzazione è sull’io
narrato, sul personaggio mentre vive i fatti; punto di vista,
quindi, soggettivo, parziale, mutevole e inaffidabile, che non fornisce una
prospettiva certa sugli eventi, e contribuisce a dare il senso sulla relatività
del reale. All’interno del romanzo sequenze narrative e riflessioni sul
racconto s’intrecciano fino a mescolarsi l’una con l’altra, finendo per porre
in discussione la naturalezza e la verità della narrazione. Detto ciò, non si posso fare a
meno di cogliere le differenze tra Pirandello e il narratore ottocentesco:
mentre autori come Verga e Manzoni si prefiggevano di far
convinto il lettore che la vicenda narrata fosse reale (la poetica del vero),
Pirandello non crede più ad alcune verità e invita il lettore alla diffidenza,
come egli stesso scrive in Avvertenze sugli scrupoli della fantasia (in relazione
all’assurda storia de Il fu Mattia Pascal): «la vita, per tutte le
sfacciate assurdità, pic
cole e grandi, di cui beatamente è piena, ha
l’inestimabile privilegio di poter fare a meno di quella stupidissima vero
simiglianza, a
cui l’arte crede suo dovere obbedire. Le assurdità della vita non hanno bisogno
di parer verosimili, per-
ché sono vere. […] Un caso della vita non può essere
assurdo; un opera d’arte, se è opera d’arte, no»
21.

Numerose sono anche le sequenze descrittive, alle quale don Eligio asserisce negativamente
nelle due premesse; il linguaggio e semplice e colloquiale ma acquista una
notevole carica espressiva.

 

NOTE:

20 ivi, cap. XIII, pag. 138-139

21 ivi, pag. 218

 

Giudizio personale

Nell’esordio del romanzo, il protagonista afferma più volte: «Io mi chiamo Mattia Pascal».
Questa frase serve al protagonista ad affermare se stesso e la sua identità, ma quando egli si rende
conto che la certezza del suo nome non gli basta e tenta di andare alla
ricerca del Mattia al di là della “forma” il protagonista si
accorge di non essere nessuno. In questa conclusione si scorge il relativismo
pirandelliano: come non si può dare un’interpretazione univoca della realtà, in quanto
essa cambia da soggetto a soggetto, anche l’uomo si trasforma, ciascuno è “uno,
nessuno e centomila”. Ma essere centomila è come essere
indeterminati e quindi nessuno. Il grottesco finale dunque è l’opposto
dell’esordio. Nega assolutamente anche quella misera verità a cui il protagonista
fa appello. Egli, colpevole di aver tentato di ottenere una vita
più autentica e gratificante, è condannato ad essere quel fu Mattia
Pascal che lui stesso aveva seppellito.

In complesso il romanzo è stato molto interessante perché interessanti e
soprattutto attuali i temi trattati. La conclusione a cui arriva è estremamente vera
e quanto mai appartenente a questa società, che, infondo, quasi costringe a
portare una o a volte più maschere.

Audio Lezioni su Luigi Pirandello del prof. Gaudio

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