Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

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Il caso editoriale
Nella
prospettiva grossolana di chi fa libri di storia da secoli, il risorgimento è
una pagina gloriosa della nostra storia, punto. L’impresa dei mille è una
conquista della civiltà, punto. Presentare il risorgimento da un’altra
prospettiva, o tratteggiare melanconicamente la Sicilia dominata dai Savoia
poteva quindi essere tacciato di quello che è il peccato mortale secondo gli
storici moderni, abituati al conformismo culturale, cioè questo romanzo era
accusato di revisionismo.
Oltretutto
il clima culturale risentiva ancora del neorealismo imperante, e la storia
doveva essere considerata dal punto di vista del popolo e delle classi più
umili. Che fosse invece un nobile, come Tomasi, a prendere la parola, in un
romanzo in cui sono i nobili protagonisti era uno scandalo per l’epoca.
La stessa
cultura dominante nelle università dovrà poi riconoscere i suoi errori, e in
decenni più prossimi ai nostri attribuire proprio a questo romanzo un valore
storico-documentario assolutamente innegabile.
L’inizio del romanzo
Nunc et in hora mortis nostrae. Amen. La
recita quotidiana del Rosario era finita. Durante mezz’ora la voce pacata del
Principe aveva ricordato i Misteri Gloriosi e Dolorosi” (pag. 13)
L’incipit
ci conduce subito a incontrare l’ipocrisia del Principe, che ripete stanchi
rituali, cui sono più affezionate le donne di famiglia, rispetto a lui.
Padre Pirrone
È il
religioso di famiglia, che accompagna il Principe a Palermo, quando dà sfogo
con Mariannina ai propri stimoli sessuali, mortificati dalla consorte la
principessa Mariastella troppo casta che concepisce il sesso solo
religiosamente come procreazione di figli (ben sette).
Cane Bendicò
Forse
l’unico essere vivente di casa Salina che dà soddisfazione al Principe è il
cane alano Bendicò, che si può davvero definire suo inseparabile amico.
I figli
Dei tanti
figli che ha avuto con la moglie nessuno corrisponde al modo di essere e
pensare del Principe. Francesco Paolo, il primogenito, è l’erede, è chiamato il
Duca, ma il Principe non ha grande stima di lui. Giovanni il secondogenito è
scappato per andare a fare il commesso a Londra. Insomma il più in sintonia con
il capofamiglia Fabrizio è Tancredi, che in realtà è suo nipote, non suo
figlio.
Tancredi
Il
nipote, posto sotto la tutela del principe Fabrizio, non combatte per grandi
ideali risorgimentali, ma per mantenere le cose come stanno e lo dice chiaramente
allo zio:
“Il
ragazzo divenne serio: il suo volto triangolare assunse una inaspettata
espressione virile. “Parto, zione, parto fra mezz’ora. Sono venuto a
salutarti.” Il povero Salina si sentì stringere il cuore. “Un
duello?” “Un grande duello, zio. Contro Franceschiello Dio Guardi.
Vado nelle montagne, a Corleone; non lo dire a nessuno, sopratutto non a Paolo.
Si preparano grandi cose, zione, ed io non voglio restarmene a casa, dove, del
resto, mi acchiapperebbero subito, se vi restassi.” Il Principe ebbe una
delle sue visioni improvvise: una crudele scena di guerriglia, schioppettate
nei boschi, ed il suo Tancredi per terra, sbudellato come quel disgraziato
soldato. “Sei pazzo, figlio mio! Andare a mettersi con quella gente! Sono
tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri dev’essere con noi, per il Re.”
Gli occhi ripresero a sorridere. “Per il Re, certo, ma per quale Re?”
Il ragazzo ebbe una delle sue crisi di serietà che lo rendevano impenetrabile e
caro. “Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se
vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono
spiegato?” Abbracciò lo zio un po’ commosso. “Arrivederci a presto,
Ritornerò col tricolore.” La retorica degli amici aveva stinto un po’
anche su suo nipote; eppure no. Nella voce nasale vi era un accento che
smentiva l’enfasi. Che ragazzo! Le sciocchezze e nello stesso tempo il diniego
delle sciocchezze. (pp. 33)
Il risorgimento
Nel
romanzo, subito dopo, emerge chiaramente un quadro delle guerre per
l’unificazione dell’Italia molto diverso dalla vulgata storiografica
risorgimentale, ma probabilmente molto più vicina alla realtà rispetto ai
quadri epici tradizionali:
“Molte
cose sarebbero avvenute, ma tutto sarebbe stato una commedia, una rumorosa,
romantica commedia con qualche macchia di sangue sulla veste buffonesca” (pag. 39)
Il colonnello Pallavicino
È il
conservatore piemontese, rappresenta l’esercito dei Savoia e in genere i
borghesi che si sono avvalsi dell’impresa di Garibaldi, e poi lo avevano
fermato e ferito, quando nel 1862 Garibaldi aveva cercato di occupare la città
di Roma.
Tenuta di Donnafugata
È la
residenza di campagna, amministrata da Don Onofrio, dove il Principe trascorre
le vacanze con la sua famiglia.
Concetta
Concetta,
la principessina, è innamorata di Tancredi, che non la ama, mentre il conte
Carlo Cavriaghi, che è un giovane ufficiale amico di Tancredi, prima
garibaldino e poi piemontese (e anche questo passaggio è significativo), è
vanamente innamorato di Concetta.
Don Ciccio Tumeo
È un
organista, borbonico, è la raffigurazione di chi non ha capito da che parte
andava la storia: il nostalgico destinato alla sconfitta, e allo sconforto.
Don Calogero Sedara
Al
contrario, è il simbolo di chi ha capito l’evoluzione politica e ne ha saputo
trarre il massimo vantaggio personale, è il rappresentante della classe
borghese, come ben sappiamo emergente nell’ottocento. Inoltre è un emblema di
chi ha raggiunto certe posizioni, partendo da origini basse e piuttosto
volgari: sua moglie è una zotica, e lui stesso, come vedremo, non è proprio un
esempio di stile. Don Calogero ha colto l’occasione e il momento giusto, quando
sono arrivati i Savoia, è riuscito a diventare sindaco. Sua figlia Angelica è
già diversa da lui, e non ha più nulla della volgarità tipica dei suoi genitori.
Il cardinale di Palermo
Proviene
dal settentrione, e non riesce a capire la mentalità dei siciliani statica e superstiziosa
in campo religioso.
Chevalley
A questo
proposito risulta ancora più illuminante il dialogo del Principe con l’inviato
dei Savoia, il cavaliere piemontese Cheavlley, mandato come funzionario per
convincere il Principe a partecipare allo Stato nascente in qualità di
senatore. (pag. 158-159)
Per un
ulteriore approfondimento rimandiamo alla audiolezione scolastica che abbiamo
fatto sull’argomento sul sito gaudio.org. Basti solo ricordare che il Principe
giustifica a Chevalley la sua rinuncia, il suo disimpegno, rammentando
1)    
la
storia della Sicilia, da tempo avvezza a governanti stranieri (Arabi, Normanni,
Svevi, Angioini, Aragonesi, …) che i siciliani osservano cinicamente succedersi
tra loro;
2)    
l’ambiente
stesso e il clima torrido e afoso dell’estate siciliana che induce
all’indolenza e alla pigrizia.
La morte
Nell’ultima
parte del romanzo sono molte le parti in cui il Principe riflette sul tempo che
fugge e sulla morte che si avvicina. Ad esempio come quando riflette che
moriamo tutti con un volto diverso da quello che abbiamo avuto tutta la vita,
con una maschera sul volto, come se fossimo un’altra persona.
“Don
Fabrizio si guardò allo specchio dell’armadio: riconobbe più il proprio vestito
che sé stesso: altissimo, allampanato, con le guance infossate, la barba l’unga
di tre giorni; un Gattopardo in pessima forma. Perché mai Dio voleva che
nessuno morisse con la propria faccia? Perché a tutti succede così: si muore
con una maschera sul volto.”. Successivamente Don Fabrizio (pag. 207) capisce
di morire solo e amareggiato con la consapevolezza della decadenza della sua
famiglia, che ha cercato invano di contrastare.
«Era
solo, un naufrago alla deriva su una zattera, in preda a correnti indomabili»

Infine,
fa un bilancio della sua vita: in essa, a parte la consolazione del nipote
Tancredi, il resto è ottenebrato dalla tristezza e dall’insoddisfazione.
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