Centochiodi di Ermanno Olmi

Il film
contiene diversi spunti di riflessione e affronta le seguenti tematiche, che mi
piace sintetizzare anche sotto forma di domande.

 

La cultura e la scuola

Anzitutto, la
cultura e la scuola esauriscono il desiderio di completezza, di felicità
dell’uomo? L’esperienza del protagonista pare smentirlo.

All’investigatore
che gli chiede se fa parte di qualche organizzazione terroristica, il
professorino, (cos’ è chiamato il professore di filosofia delle religioni che
volge le spalle alla sua professione)  risponde “Ho fatto parte del
corpo insegnanti.” “Ma non è un reato!” gli dice il commissario,
“A volte s’…” risponde lui.

Questa frase
mi ha molto colpito, perché, in qualità di insegnante, la prima cosa che devo
chiedermi quando faccio il mio lavoro è la seguente: “ma le cose che sto
spiegando o facendo fare ai ragazzi sono davvero essenziali per la loro vita,
e, cosa strettamente legata a questo, lo sono per me, per la mia vita?”

Infatti, dopo
aver vissuto tutta quanta la sua vita sui libri, dopo essere diventato uno
stimato professore e ricercatore, il protagonista si accorge che ciò non è
servito a nulla e dice “Se mi volto indietro vedo solo pagine di libri:
una vita fatta di carta…”

Sempre nel
dialogo con il commissario, il professorino gli chiede quanti libri ha letto
“Avrà letto dieci libri in tutta la sua vita?”. “in tutta la
vita, penso di s'” gli risponde il commissario. “Si ritiene felice
della sua vita?”.

Gli chiede
allora. “Direi di si, non posso lamentarmi” gli risponde il
commissario. “Allora vuol dire che gli sono bastati” è la risposta
laconica che dimostra ancora una volta che i libri non sono necessari per
vivere.

E ancora «C’è
più verità in una carezza che in tutte le pagine di questi libri».

Nel dialogo
finale fra il professorino e il monsignore emerge quanto sia inconciliabile la
prospettiva di chi ha dedicato tutta la sua vita quasi feticisticamente ai
libri, e chi ha capito che la vita è altrove, non tra le mura di una
biblioteca.

 

Vivere a contatto con la natura

Il
professorino, dopo aver commesso il “reato”, decide di vivere una
vita semplice e armoniosa tra i contadini della valle del Po.

C’è infatti
un gruppo di persone che frequentano il fiume e i suoi paraggi, che vivono in
modo semplice e felice, perché si accontentano di giocare o chiacchierare
insieme. Essi rappresentano nel film:

                   
la critica al consumismo della
nostra epoca che ci induce a considerare importanti cose che non sono per
niente necessarie alla vita

                   
l’amicizia, un’amicizia vera, non
dettata da interesse o secondi fini. E il professorino scopre cos’ che «Tutti i
libri del mondo non valgono un caffè con un amico».

                   
l’anticultura, perché tutto
quello che hanno imparato della vita non l’hanno appreso dai libri

                   
l’accettazione del diverso,
perché in altri luoghi, in altri contesti, chi fa fatica a parlare ad
esprimersi in modo brillante, viene emarginato, qui invece valorizzato

                   
la solidarietà perché quando il
professorino ha bisogno di aiuto per ristrutturare il rudere in cui ha deciso
di vivere, tutti si rimboccano le maniche

                   
la natura e il fiume Nel
documentario RAI “Lungo il fiume” (1992) e nel film dello stesso anno
“Il segreto del bosco vecchio” (1992), tratto dal romanzo di Dino
Buzzati, la natura era già stata presentata come espressione del divino.

In
Centochiodi la fotografia del figlio Fabio Olmi e gli scatti lungo il fiume Po,
creano uno stato d’animo di rara tranquillità, e contribuiscono a questa
“manifestazione religiosa”, come a sottolineare ancora una volta che
se l’uomo vuole trovare dei “segni” di una presenza, di una verità,
deve cercarli non sui libri. Dice infatti il professorino: «Dio non parla con i
libri. I libri servono qualsiasi padrone e qualsiasi Dio».

 

L’amore

Abbiamo già
citato la frase «C’è più verità in una carezza che in tutte le pagine di questi
libri».

Infatti sulle
sponde del fiume incontra anche l’amore semplice, paesano, spontaneo di
Zelinda, la commessa di un negozio alimentare, con la quale instaura un
rapporto che è spesso segnato dalla canzone “Non ti scordar di me”,  anche se il finale del film, quando i suoi
amici e Zelinda attendono invano che il professorino ritorni, fa pensare che in
realtà lui, preso da chissà cosa, si sia scordato di questa fuggevola
avventura.

Infatti
Zelinda piange.

 

La religione nei film di Olmi

La religione
in forme diverse è stato uno dei temi fondamentali della filmografia di Ermanno
Olmi.

In pellicole
come “Cammina cammina” (1982) racconta la storia dei Re Magi in cerca
di Gesù Bambino;

“La
leggenda del santo bevitore” (1988) tratta dal libro di Joseph Roth è una
parabola dell’ incontro con Dio che è stato paragonato a “Ordet” di
Dreyer, per la sua profondità religiosa.

Questo film,
su questo argomento, lascia spazio a interpretazioni contrastanti, che noi
abbiamo condensato nei prossimi due paragrafi: critiche alla religione e
“religione s’, solamente se è un incontro”.

Critiche alla religione

Anche se ha
forti connotazioni religiose con una figura simile al Cristo sofferente per
l’umanità, ci dice anche che le religioni non ha mai salvato il mondo e che nel
giorno del giudizio, Dio dovrà rendere conto agli uomini per tutte le
sofferenze che ha permesso.

È importante a
questo proposito il dialogo del professorino con una ragazza indiana che
intende fare una tesi di laurea in filosofia delle religioni, ma che il
professore tenta di dissuadere.

Altre frasi
tratte dal libro sono: «La verità è che la religione non salva il mondo. Non ne
fa un luogo migliore».

«Dio [è] il
massacratore del mondo. Non ha salvato nemmeno suo figlio sulla croce».

Inoltre,
nelle scritture (la religione del “libro”) si dice che si aspetta la seconda
venuta di Cristo, ma il film si chiude con l’amara constatazione che “lui è
atteso, ma non ritorna

Religione s’, solamente se è un incontro

Malgrado
quanto detto finora, c’è da dire che nel film si recupera una dimensione
evangelica e primordiale della religione (ma il vangelo non è un libro?) quando
il professorino (che non a caso è un attore israeliano, Raz Degan, dai
lineamenti nazareni) racconta alcune vicende del vangelo (le nozze di Cana, la
parabola del figliol prodigo) ai suoi amici paesani.

Pertanto, si
potrebbe anche sostenere che questo film non è una denuncia senza appello dei
mali della religione, ma la riscoperta di una dimensione religiosa personale,
di rapporto, di esperienza, di avvenimento, che pure è tipica del
cristianesimo. lontana da ogni intellettualismo.

Del resto,
non sono stati i farisei (gli intellettuali del tempo) a voler inchiodare
Cristo sulla croce, proprio con dei chiodi simili a quelli usati dal
professorino per inchiodare i libri?

In fondo,
Olmi dice che il suo scopo era quello di mostrare un Cristo che “non era
il Figlio di Dio, ma il Figlio dell’uomo”, quindi qualcuno da incontrare,
con cui condividere la propria avventura umana.

 

Trama

All’inizio
del film, uno sconosciuto dissacra una biblioteca universitaria tirando giù un
centinaio di libri dagli scaffali, aprendoli, e inchiodandoli a terra con il
tipo di chiodi pesanti utilizzati per inchiodare Cristo alla croce nella
letteratura biblica.

In un primo
momento l’identità del colpevole è un mistero e la polizia è chiamata ad
indagare. È però presto chiaro che il colpevole è il professore di filosofia
delle religioni, che è scomparso e ha lasciato la sua BMW nei pressi di un
ponte sul fiume Po, fingendo il suicidio e gettando in acqua la sua giacca, le
chiavi della macchina e il portafoglio (tranne i denari e una carta di
credito).

Presto si
trasferisce in una casa abbandonata lungo la sponda del Po, dove vive la gente
del luogo che gli fornisce cibo e lo sostiene nella ricostruzione del suo
nascondiglio. Presentandosi come un moderno  San Francesco d’Assisi, con i
capelli scuri e la barba, è visto come un salvatore dai contadini poveri e si
fonde nella loro comunità. Cos’ va a pescare con loro, balla e fa l’amore con
Zelinda, la commessa della vicina panetteria.

Quando gli
abitanti sono minacciati di sgombero e di pagare una multa di 27.000 euro,
però, il professore (che ora chiamano Gesù Cristo) dà loro la sua carta di
credito per pagare la multa, ma in questo modo è rintracciato dalla polizia e
viene arrestato.

In seguito ad
una condanna agli arresti domiciliari, il professorino potrebbe ritornare
presso i suoi amici del villaggio che attendono il suo ritorno illuminandogli
la strada, come Cristo in una seconda venuta, ma il professore non ritorna.