“Il giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani – di Daniele Sammartino

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Il nostro struggente racconto si colloca nel tempo tra il
1929 e il 1938, pertanto in un periodo antecedente la Seconda guerra mondiale;  sono comunque anni  gravidi di ingiustizie e di soprusi: il
fascismo si è ormai affermato (Mussolini riceve l’incarico di formare il nuovo
governo da Vittorio Emanuele 3° nel 1922), e le leggi raziali, varate in Italia
tra il 1938 e il 1945 per suggellare il patto con  l’insania Hitleriana, condannano il popolo
ebraico e non solo, inizialmente a un insensato isolamento estraniante e poi al
gelo e all’inumanità dei lager.
B., ragazzo avvenente, colto, timido e trasognante (io
narrante identificabile con Giorgio Bassani) s’innamora di Micol, giovane rampolla
del nucleo famigliare alto-borghese dei Finzi-Contini. Tale famiglia, per la
quale il protagonista nutre grande stima, abita una maestosa e signorile
reggia, la “magna domus”, incastonata in un immenso e lussureggiante giardino,
costellato di ogni genere di piante e di alberi da frutto. Questo luogo
idilliaco, bucolico, immerso nel verde e attraversato da un canale detto
Panfilio,  è protetto e preservato da una
cinta muraria avvolgente e dal fare materno, che sembra nascondere ai suoi
figli, mediante l’altezza, l’iniquità di un mondo transitoriamente  distopico e irrazionale. Il “locus amenus” in
questione, edulcora con la sua beltà e naturale tenerezza la breve vita di una
famiglia, irrimediabilmente destabilizzata dagli eventi, lacerata dalla
stupidità umana e condotta al cospetto di una folle morte.

L’autore riesce magistralmente a celare le paure e
l’angoscia dovute al panorama politico nazionale e internazionale, sempre più
orientato verso una guerra inevitabile, plasmando un microcosmo etereo e
cristallino, che consente di non percepire la brutalità e la crudeltà
dell’uomo. I signori Finzi-Contini, il professor Ermanno  e la moglie Olga, tentano strenuamente di
garantire un’esistenza normale e il più possibile serena e spensierata ai due
figli Micol e Alberto; infatti, dopo l’espulsione di quest’ultimi dal circolo
tennistico di Ferrara e data la loro passione per lo sport, decidono di
invitarne gli amici  e di ospitare gli incontri
nei propri terreni, in un piccolo campo da gioco di fronte alla magna domus.
Provano così a ricreare le condizioni favorevoli a un equilibrio vitale degno:
la loro dimora diviene luogo di colloqui e di dispute culturali e politiche,
sito di incantevoli passeggiate e di armoniosi momenti d’amore. Il legame
affettivo tra B. e Micol sopraffà l’odio e l’ignoranza fascista, spiccando
imperiosamente in una realtà nella quale le diatribe politico-sociali passano
in secondo piano, per lasciar spazio a effusioni amorose intense, ma destinate
a terminar amaramente con l’incrinarsi del rapporto tra i due. B. ricerca
spasmodicamente Micol, ma quest’ultima, trattenuta da un’estrema verecondia,
non cede mai completamente alle tentazioni 
dell’eros. I due si abbandonano semplicemente a baci che non durano un
attimo ma un’eternità. I secondi diventano ore e i minuti giorni: tutto
rallenta, cristallizzandosi a poco a poco. Lei rimane bellissima, pura,
irraggiungibile col cuore, ma così vicina da poter essere vagheggiata in tutta
la sua femminilità con gli occhi. Il desiderio ardente, incrementato
dall’atmosfera poetizzata  e dalle
rimembranze giovanili, trasfigura fallacemente l’amata, spingendo il
protagonista a violarne impulsivamente la sensibilità. Tutte quelle ore, quei
momenti inenarrabili, poiché talmente meravigliosi da essere fuggevoli . 
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