Il male nella politica, nello Stato, nei servizi segreti – di Giovanni Ghiselli

Parto da una elegia di Solone[1] : Eujnomivh, il Buon
Governo
.
Questo mostra ogni cosa ordinata
e armonizzata, fa chiarezza, raddrizza i giudizi tortuosi e fa cessare la
discordia.


In altri termini, non ammette
disuguaglianze eccessive, elimina il torbido dove pescano i farabutti, pone
leggi uguali per tutti, impone imparzialità nell’applicarle, incoraggia la
solidarietà e l’armonia tra i cittadini.

Il Malgoverno (dusnomivh) c’è quando i capi del popolo rubano klevptousi (v. 12) e non rispettano la giustizia. Allora i
cittadini ubbidiscono alle ricchezze e vogliono distruggere la polis, la comunità.

Pasolini  sosteneva che la cultura borghese aveva
eliminato quella popolare. Dunque il cattivo esempio dei capi è la radice del
male. Già Omero nel XIX canto dell’Odissea aveva indicato questa
connessione organica tra il capo e la sua terra
: “Raggiunge l’ampio cielo la tua fama,/ come quella
di un re irreprensibile che pio, regnando su molti uomini forti,/tenga alta la
giustizia; allora la nera terra produce/ grano e orzo, gli alberi si
appesantiscono di frutti,/figliano continuamente le greggi e il mare offre i
pesci,/per il suo buon governo (ejx euhgesivh”), insomma prosperano le genti sotto di lui” (vv.
108-114).
Parla Odisseo rivolto a Penelope prima di essere
riconosciuto
 L’altro lato della
stessa concezione secondo la quale il bene e il male di un solo uomo ridondano
in favore e in danno di un  popolo intero,
per il principio della responsabilità collettiva, lo troviamo  in Esiodo
(Opere, vv.240-244):”spesso anche
un’intera città soffre per un uomo malvagio,/uno che si rende colpevole e
architetta scelleratezze./Su di loro dal cielo il Cronide fa piombare grandi
malanni,/fame e peste insieme,e le genti vanno in rovina,/le donne non fanno
figli e le case diminuiscono”.
 Tale idea del resto
non manca nella letteratura italiana là dove si conserva il succo della
tradizione classica, anche quando questo sia stato assimilato da un organismo
cristiano. Faccio l’esempio di Dante,
Purgatorio  XVI, 103-105:”Ben puoi veder che la
mala condotta/è la cagion che il mondo ha fatto reo/e non natura che in voi sia
corrotta”. E’ Marco Lombardo che parla.
Ma torniamo a Solone
che mette il luce il ruolo dell’avidità di ricchezze nella corruzione del buon
governo e della buona polis. Il legislatore ateniese non era stato preso da
vertigine quando lo straricco re di Lidia, Creso, gli aveva pacchianamente
esibito le sue immense ricchezze. Anzi, aveva detto “Ai Greci,
o re dei Lidi, il dio ha dato di essere misurati (
metrivw” e[cein) in tutto, e, per questa misuratezza (uJpov…metriovthto” ) ci tocca
una saggezza non arrogante ma popolare, non regale né splendida
“(Plutarco, Vita
, 27).
 Lì per lì Creso non comprese, ma poi, una
volta finito sul rogo, gridò tre volte “Oh Solone”, poiché aveva
capito che la sua felicità era stata solo parola e opinione, fama e parvenza.
Solone
ridusse il peso dei debiti per i quali i cittadini poveri cadevano addirittura
nella schiavitù. In effetti le enormi e mostruose disuguaglianze economiche
annientano democrazia e libertà.
Leopardi nello Zibaldone
(123) sostiene addirittura che dove non c’è uguaglianza non c’è vera libertà.
Un
altro strumento di oppressione
che
inficia la libertà e la democrazia è l’ignoranza.
Preziosissima
libertà che la democrazia dovrebbe garantire è la parrhsiva, libertà di
parola
.
 Euripide nello Ione fa dire al protagonista
che la persona priva di parrhsiva ha schiava la bocca (tov ge stoma- dou`lon, vv. 674-675). Ebbene, perché il diritto di parrhsiva sia effettivo, il popolo deve saper parlare. Se viene
rimbecillito a tutte le ore dalle menzogne della pubblicità, dagli slogan
ingannevoli di mille propagande, perde la coscienza del valore vero (e[tumo~) delle parole e smarrisce il giudizio critico, la
capacità di criticare (krivnein). Senza contare che, come scrive Platone nel Fedone
(115e), parlare male fa male all’anima. Se i cittadini non sanno parlare, muore
la politica.
La
fine della politica è la morte della stessa polis democratica, della comunità
sentita come tale dai cittadini.
Platone nel Protagora
racconta che Prometeo, l’inventore della tecnologia, il supertecnico del
mito
, aveva dato agli uomini ogni sapere tecnico appunto, ma non la politikh; tevcnh (322b), non l’arte politica. Quindi gli uomini
commettevano ingiustizie reciproche, poiché, se manca l’arte politica,
scompaiono aijdwv~, rispetto, e divkh, giustizia
sui quali la politikh;
tevcnh si fonda. Senza
questi valori vengono meno gli ordinamenti stessi della polis.
Nel Politico,
Platone
fa dire
allo straniero di Elea che arte politica regia è il prendersi cura (ejpimevleia) dell’intera comunità e non solo in
termini economico-nutritivi. Infatti occuparsi degli uomini conducendoli al
pascolo come si fa con gli animali non è politikh; tevcnh ma qreptikh; tevcnh (276b) tecnica dell’allevamento.
E’ la tecnica praticata da Pericle e prima di lui da Cimone
e Temistocle,  i capi politici che hanno
reso Atene non grande ma gonfia e purulenta, in quanto l’hanno ingrossata con
porti, arsenali e contributi, ma hanno trascurato temperanza (swfrosuvnh) e giustizia (dikaiosuvnh) Lo afferma Socrate nel Gorgia (519a).
Corrisponde allo sviluppo senza progresso degli Scritti corsari di Pasolini.
I regimi possibili secondo una teoria già in nuce nel dibattito costituzionale di
Erodoto (III, 79 ss.), poi sviluppata in Platone, Aristotele e, metodicamente
in Polibio, sono soggetti a mutamenti periodici.
Lo storiografo di Megalopoli chiama ajnakuvklwsi~ (
Storie, VI, 9, 10), questo ciclo, una specie di  orbis
o “eterno ritorno” delle costituzioni. Si parte dalla monarchia-regno
che degenera in tirannide, poi si passa alla aristocrazia che
degenera in oligarchia, quindi alla democrazia che cade nell’oclocrazia.
Poi c’è il caos e si ricomincia.
Le forme cattive sono caratterizzate da u{bri~, prepotenza; le buone dall’ordine e
dal consenso dei cittadini.
Pessima tra tutte è la tirannide. In Erodoto il tiranno (Trasibulo di Mileto, Periandro di Corinto)
taglia le teste eminenti, e così fa pure Tarquinio il Superbo in Tito Livio. Una scappatoia è quella di Bruto,
il falso scocco che si finge scemo appunto incarnando l’ossimoro
. Il
tiranno dunque è un sanguinario. Secondo Platone
è anche un individuo incline all’erotismo, all’alcolismo e alla
depressione  (Repubblica 579e) ed è di animo sostanzialmente servile (579e).
L’antitiranno è il nobile persiano Otane di Erodoto che propugna la democrazia e non
vuole partecipare alla gara per diventare re, in quanto , dice: “:”ou[te ga;r a[rcein ou[te a[rcesqai ejqevlw” (Storie III, 83, 2), infatti non voglio
comandare né essere comandato[2].
Il mouvnarco” raffigurato da
Otane, nel dibattito sulla migliore costituzione (III 79-84), è un vero e
proprio tiranno: è infatti un individuo che invidia i migliori, si compiace dei
peggiori, ed è pronto ad accogliere le calunnie. Dalle ricchezze che possiede
gli deriva l’ u{bri” , mentre fin dall’origine gli è innato lo fqovno” . Siccome ha questi due vizi, e[cei pa’san kakovthta, detiene ogni malvagità (III, 80, 4).  Dunque egli: “novmaiav te kinevei pavtria kai;
bia’tai gunai’ka” kteivnei te ajkrivtou”” (III, 80, 5) sovverte le patrie usanze,
violenta le donne e manda a morte senza giudizio. “Così il persiano Otane
riassume ciò che è in sostanza il motivo comune fra i Greci per l’opposizione
alla tirannide”[3]
Questo
per quanto riguarda la storiografia.
Nella tragedia il tiranno è il paradigma mitico del pessimo capo.
Nei Persiani di Eschilo, il
grande re di Persia, Serse sonoramente sconfitto a Salamina, non perderà il
potere in quanto ” oujc uJpeuvquno” povlei”
(v. 213), non è tenuto a rendere conto alla città. Nell’Edipo re di Sofocle, il tiranno è figlio dell’u{bri~: “la prepotenza fa crescere il tiranno, la
prepotenza/ se si è riempita invano di molti orpelli/ che non sono opportuni e
non convengono  /salita su fastigi
altissimi/precipita nella necessità scoscesa/dove non si avvale di valido piede”
e[nq j ouj podi;
crhsivmw/-crh’tai “(vv. 873-879). La
tirannide è una monarchia claudicante: Edipo ha i piedi gonfi, Periandro era
nipote di Labda, una Bacchiade zoppa, e Riccardo
III
di Shakespeare si presenta
dicendo di essere:”so lamely
and unfashionable/That dogs bark at me, as I halt by them
“(I, 1),
così claudicante e goffo che i cani mi latrano contro quando gli passo vicino
arrancando.
Il tiranno infetta la terra e pure il cielo: “Fecimus
coelum nocens
”, dice l’Oedipus di
Seneca (v. 36). Riccardo viene
chiamato da Lady Anna diffus’d infection
(I, 2), infezione diffusa: un’infezione che contagia il suo popolo e la sua
terra: un cittadino dice che il Duca di Gloucester è pericolosissimo come i
figli e i fratelli della regina e se costoro non governassero ma fossero
governati “this sickly land might solace as
before
” (II, 3), questa terra
malata potrebbe avere ristoro come prima. 
Nelle Supplici
di Euripide
, Teseo  afferma che il tiranno è l’entità più ostile
alla polis:” oujde;n
turavnnou dusmenevsteron povlei” (v.
429). Egli infatti uccide i migliori, quelli dei quali considera la capacità di
pensare, in quanto teme per il suo potere:”kai; tou;” ajrivstou” ou{” a]n
hJgh’tai fronei’n-kteivnei, dedoikw;” th'” turannivdo” pevri” (vv. 444-445). Sicché la città si indebolisce:
come potrebbe essere forte quando uno miete i giovani come da un campo di
primavera si porta via la spiga a colpi di falce?
(vv. 447-449). Inoltre il
despota si impossessa dei beni altrui rendendo vane le fatiche di chi voleva
acquistare ricchezze per i propri figli. Per non parlare delle figlie che
l’autocrate vuole rendere strumenti del suo piacere.
l’Elettra di
Euripide
recitando il biasimo funebre
di Egisto allude, con pudica e verginale aposiopesi, alle porcherie che
l’usurpatore faceva con le donne:”ta; d j eij” gunai’ka”, parqevnw/ ga;r ouj kalo;n-levgein, siwpw’ ” (Elettra, vv. 945-946).
Tiranno può essere un individuo piùo meno malato, come
Periandro, o Creonte di Tebe, o Riccardo III o Macbeth, ma può essere anche una
massa turbolenta (o[clo~) che non rispetta la legge. Per esempio i teppisti
degli stadi.
Nelle Elleniche
di Senofonte la folla furente esige
con grida e ottiene la condanna a morte sommaria degli strateghi delle Arginuse
(405 a.
C.)
  La massa degli Ateniesi, nei quali era stato
inoculato l’odio per gli strateghi e il desiderio dei capri espiatori, gridava
che era grave se qualcuno non permetteva al popolo di fare quanto voleva
(“to; de;
plh’qo” ejbova deino;n   einai, eij
mhv ti” ejavsei to;n dh’mon pravttein o{ a]n bouvlhtai”, Elleniche I, 7, 12).”E’ la rivendicazione che riecheggia
minacciosamente in assemblea ad Atene durante il processo popolare contro i
generali delle Arginuse, è la formula che caratterizza, secondo Polibio, la degenerazione  della democrazia (VI, 4, 4:” quando il
popolo è padrone di fare quello che vuole
“)”.[4]
Dunque “ non è democrazia quella in cui la massa sia
padrona di fare tutto ciò che voglia e preferisca; invece quella presso la
quale è tradizionale e abituale venerare gli dèi, onorare i genitori,
rispettare gli anziani, obbedire alle leggi; presso tali comunità, quando
prevale il parere dei più, questo bisogna chiamare democrazia” (VI, 4).
La tirannide, anche allora, poteva essere quella del mercato e della
pubblicità
.
Negli Acarnesi di Aristofane (del 425 a. C.), il protagonista Diceopoli viene
tormentato dalla iterazione dell’imperativo privw[5] (v. 35), compra, un ordine che lo
dilania.
Il male dello Stato c’è quando la legge non è uguale per
tutti e i tribunali non sono imparziali e si creano via via degli idoli,
polemici in un clima di caccia alle streghe, o si mettono sugli altari eroi e
santi più o meno falsi, per creare confusione. Aristofane satireggia tale torbidume nella sue commedie. Nelle Vespe vengono ridicolizzati i giudici
parziali come il vecchio Filocleone; Nei Cavalieri  (424
a
. C) di Aristofane
Cleone-Paflagone è chiamato “borborotavraxi” (v. 307), il mescola-fango; egli si comporta come i pescatori di
anguille, i quali le acchiappano, solo se mettono sottosopra il fango: “kai; su;
lambavnei”, h]n th;n povlin taravtth/” (v. 867), anche tu arraffi, se scompigli la città,  gli fa il salsicciaio.
Nelle
Anime morte di Gogol’ (1842) un farabutto suggerisce di confondere le idee per
rendere impossibile il compito di fare giustizia: “Confondere, confondere: e
nient’altro…introdurre nel caso nuovi elementi estranei, che coinvolgano altri,
complicare e nient’altro. E che si raccapezzi pure il funzionario
pietroburghese incaricato. Che si raccapezzi…Mi creda, appena la situazione
diventa critica, la prima cosa è confondere. Si può confondere, aggrovigliare
tutto così bene che nessuno ci capirà nulla” (p. 375).
Ancora
a proposito di confusione, C. Marx,
commenta Shakespeare[6]
scrivendo che nel denaro il grande drammaturgo inglese rileva:”la divinità
visibile, la trasformazione di tutte le caratteristiche umane e naturali nel
loro contrario, la confusione universale e l’universale rovesciamento delle
cose”[7].
Utile
al potere tirannico o demagogico è anche un
clima di paura
che limita la socializzazione delle persone, la loro libertà
di parola, il loro spirito critico.
Il
tiranno è circondato da un alone di paura. Egli ha paura e fa paura. Un doppio ruolo sintetizzato bene da Creonte nell’Oedipus  di Seneca:” Qui sceptra duro saevus imperio regit,/timet timentes; metus in
auctorem redit
” (vv. 703-704), chi tiene crudelmente lo scettro con
dura tirannide, teme quelli che lo temono; la paura ricade su chi la incute.
Il potere buono 
è quello razionale e morale, ossia esercitato al servizio dei sudditi
: nelle Epistole
a Lucilio
  Seneca, il maestro di
Nerone già ripudiato dal discepolo imperiale, ricorda che nell’età dell’oro
governare era compiere un dovere non esercitare un potere assoluto:” Officium erat imperare, non regnum” (90, 5).
Luogo simile  in I
Promessi sposi
  :”Ma egli,
persuaso in cuore di ciò che nessuno il quale professi cristianesimo può negar
con la bocca, non ci esser giusta superiorità d’uomo sopra gli uomini, se non
in loro servizio, temeva le dignità, e cercava di scansarle” (cap. XXII).
Concetto analogo si trova in Psicanalisi della società contemporanea  di E. Fromm:”Il capo non è soltanto la
persona tecnicamente più qualificata, come deve essere un dirigente, ma è anche
l’uomo che è un esempio, che educa gli altri, che li ama, che è altruista, che
li serve. Obbedire a un cosidetto capo senza queste qualità sarebbe una
viltà” (p. 299).
Infine il male nei servizi
segreti. Dirò una cosa generica poiché dei servizi segreti non conosco gli arcana..
Male è ciò che danneggia la
vita, bene tutto quanto la favorisce e la aiuta.
I servizi segreti dunque sono
una cosa buona se servono a tutelare le vite di noi tutti. Se invece le
distruggono o anche solo le minacciano, le offendono, le umiliano, vanno
soppressi. Tutte le entità distruttive a partire dalle guerre, dovrebbero
diventare tabù per la nostra razza umana.
Bologna 3 luglio 2012. Giovanni Ghiselli
Discorso di 10 minuti. Piazza Verdi, 6 luglio 2012 con Paolo Bolognesi, Walter Vitali, Loriano Machiavelli.

Note: 

[1] Nel  594
a
. C. Solone fu nominato arconte (a[rcwn) con l’incarico di pacificatore e
legislatore (diallakthv” kai;
nomoqevth”)
[2] Diodoro Siculo  racconta una cosa del genere a proposito
degli Indiani: essi hanno una bella usanza introdotto dai filosofi: non ci sono
schiavi e rispettano in tutti l’uguaglianza: “tou;~ ga;r maqovnta~ mhvq  j uJperevcein mhvq  j uJpopivptein a[lloi~  kravtiston e{xein bivon pro;~ aJpavsa~ ta;~
peristavsei~” (Biblioteca storica, 2, 39, 5), poiché quelli che hanno imparato a
non prevalere e a non sottomettersi ad altri avranno una vita migliore in tutte
le circostanze.
Diodoro Siculo 
racconta una cosa del genere a proposito degli Indiani: essi hanno una
bella usanza introdotto dai filosofi: non ci sono schiavi e rispettano in tutti
l’uguaglianza: “tou;~
ga;r maqovnta~ mhvq  j uJperevcein
mhvq  j uJpopivptein a[lloi~  kravtiston e{xein bivon pro;~ aJpavsa~ ta;~
peristavsei~” (Biblioteca storica, 2, 39, 5), poiché quelli che hanno imparato a
non prevalere e a non sottomettersi ad altri avranno una vita migliore in tutte
le circostanze.
[3]C. M. Bowra, Mito E Modernità Della Letteratura Greca  , p. 170.
[4]Canfora, Lo Spazio Letterario Della Grecia Antica
, Volume I, Tomo II, p. 835.
[5] Da privami, compro.
[6] Il quale nel Timone d’Atene chiama
l’oro “comune bagascia del genere umano”; l’universale mezzana che
“profuma e imbalsama come un dì di Aprile quello che un ospedale di
ulcerosi respingerebbe con nausea” (IV, 3)  
[7] Manoscritti economico-filosofici del
1844
, p.
154.