Il mattino, da “Il giorno” di Giuseppe Parini – vv. 1-169 – di Carlo Zacco

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Giovin Signore, o a te scenda per lungo

Di magnanimi lombi ordine il sangue

Purissimo celeste, o in te del sangue

Emendino il difetto i compri onori

E le adunate in terra o in mar ricchezze

Dal genitor frugale in pochi lustri,

Me Precettor d’amabil Rito ascolta.

    Come ingannar questi nojosi e lenti

Giorni di vita, cui sì lungo tedio

E fastidio insoffribile accompagna

Or io t’insegnerò. Quali al Mattino,

Quai dopo il Mezzodì, quali la Sera

Esser debban tue cure apprenderai,

Se in mezzo agli ozj tuoi ozio ti resta

Pur di tender gli orecchi a’ versi miei.

    Già l’are a Vener sacre e al giocatore

Mercurio ne le Gallie e in Albione

Devotamente hai visitate, e porti

Pur anco i segni del tuo zelo impressi:

Ora è tempo di posa. In vano Marte

A sé t’invita; che ben folle è quegli

Che a rischio de la vita onor si merca,

E tu naturalmente il sangue aborri.

Né i mesti de la Dea Pallade studj

Ti son meno odiosi: avverso ad essi

Ti feron troppo i queruli ricinti

Ove l’arti migliori, e le scienze

Cangiate in mostri, e in vane orride larve,

Fan le capaci volte echeggiar sempre

Di giovanili strida. Or primamente

Odi quali il Mattino a te soavi

Cure debba guidar con facil mano.

    Sorge il Mattino in compagnìa dell’Alba

Innanzi al Sol che di poi grande appare

Su l’estremo orizzonte a render lieti

Gli animali e le piante e i campi e l’onde.

Allora il buon villan sorge dal caro

Letto cui la fedel sposa, e i minori

Suoi figlioletti intepidìr la notte;

Poi sul collo recando i sacri arnesi

Che prima ritrovàr Cerere, e Pale,

Va col bue lento innanzi al campo, e scuote

Lungo il picciol sentier da’ curvi rami

Il rugiadoso umor che, quasi gemma,

I nascenti del Sol raggi rifrange.

Allora sorge il Fabbro, e la sonante

Officina riapre, e all’opre torna

L’altro dì non perfette, o se di chiave

Ardua e ferrati ingegni all’inquieto

Ricco l’arche assecura, o se d’argento

E d’oro incider vuol giojelli e vasi

Per ornamento a nuove spose o a mense.

 

1-32. Proemio. L’autore si propone
come precettore, che intende insegnare all’aristocratico
il modo di riempire i giorni vuoti della sua vita;

 – il giovane è stanco di
bordelli e sale da gioco;

 – respinge con orrore la guerra
trincerandosi dietro falsi alibi pacifisti;

 – respinge gli studi perché
criticando la durezza retrograda delle scuole;

 

Con l’ironia qui Parini
colpisce la classe nobiliare
:

 – è ormai incapace di intraprendere
quelle occupazioni (armi o studi) che dovrebbero esserle
proprie
;

 – e con le quali avrebbe ancora un
ruolo attivo nella società
, e non parassitario.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

33-53. Idealizzazione del lavoro.
Dopo il proemio, segue la descrizione del risveglio del contadino e
dell’artigiano:

 

 – il contadino: è
portatore di una serie di valori positivi: affetti familiari, moralità,
laboriosità;

 

 – è nobilitato dalla presenza delle
divinità Cerere (agricoltura) e Pale (pastorizia);

 – l’artigiano: al
lavoratore dei campi si affianca il lavoratore delle città, con la
stessa funzione:

 – si crea un contrasto con la vita
oziosa e inutile della società nobiliare;

 – nuove spose: il giovin
signore è un cavalier servente, e stravolge i valori della famiglia;

 

 – Contrasto campagna-città: dignità del
lavoro contro vita frivola e parassitaria della nobiltà;

 – Parini esprime così le sue idee di
egualitarismo sociale: disprezzo del privilegio aristocratico;
esaltazione dell’operosità all’interno del corpo sociale.

 

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    Ma che? tu inorridisci, e mostri in capo,

Qual istrice pungente, irti i capegli

Al suon di mie parole? Ah non è questo,

Signore, il tuo mattin. Tu col cadente

Sol non sedesti a parca mensa, e al lume

Dell’incerto crepuscolo non gisti

Jeri a corcarti in male agiate piume,

Come dannato è a far l’umile vulgo.

    A voi celeste prole, a voi concilio

Di Semidei terreni altro concesse

Giove benigno: e con altr’arti e leggi

Per novo calle a me convien guidarvi.

   Tu tra le veglie, e le canore scene,

E il patetico gioco oltre più assai

Producesti la notte; e stanco alfine

In aureo cocchio, col fragor di calde

Precipitose rote, e il calpestìo

Di volanti corsier, l’unge agitasti

Il queto aere notturno, e le tenébre

Con fiaccole superbe intorno apristi,

Siccome allor che il Siculo terreno

Dall’uno all’altro mar rimbombar feo

Pluto col carro a cui splendeano innanzi

Le tede de le Furie anguicrinite.

   Così tornasti a la magion; ma quivi

A novi studj ti attendea la mensa

Cui ricoprien pruriginosi cibi

E licor lieti di Francesi colli,

O d’Ispani, o di Toschi, o l’Ongarese

Bottiglia a cui di verde edera Bacco

Concedette corona; e disse: siedi

De le mense reina. Alfine il Sonno

Ti sprimacciò le morbide coltrìci

Di propria mano, ove, te accolto, il fido

Servo calò le seriche cortine:

E a te soavemente i lumi chiuse

Il gallo che li suole aprire altrui.

   Dritto è perciò, che a te gli stanchi sensi

Non sciolga da’ papaveri tenaci

Mòrfeo prima, che già grande il giorno

Tenti di penetrar fra gli spiragli

De le dorate imposte, e la parete

Pingano a stento in alcun lato i raggi

Del Sol ch’eccelso a te pende sul capo.

   Or qui principio le leggiadre cure

Denno aver del tuo giorno; e quinci io debbo

Sciorre il mio legno, e co’ precetti miei

Te ad alte imprese ammaestrar cantando.

 

54-100. Entra in scena il
giovin signore
.

 – Parini lo presenta subito con una
fisionomia comica
: capelli irti come un istrice, in contrapposizione
con la dignità delle figure del contadino e dell’artigiano;

 

 

 

 

 

 

 

 – seconda partenza.

– Poi descrive il rientro
del giovin signore dopo i divertimenti serali.

 

 – il procedimento è ironico;
l’ironia di Parini si fonda sulla figura dell’antifrasi, cioè
affermare il contrario di ciò che si vuole lasciare intendere:

 – il poeta vuole mettere in luce la
vacuità insulsa della vita nobiliare, ma non lo fa direttamente:

 – finge di essere colmo di
ammirazione
per lui, e di volerlo celebrare con immagini
iperboliche;

 – proprio la sproporzione che si
crea tra l’immagine usata e l’oggetto descritto serve a
mettere in rilievo la negatività dell’oggetto stesso;

 

 – ad esempio: la carrozza del giovin
signore è paragonata a quella di Plutone preceduta dalle furie
anguicrinite, durante il ratto di Proserpina;

 – questo mette in evidenza la meschinità
di una corsa inutile dopo una serata di stravizi;

 

 – l’ironia sta anche nel nominare realtà
basse e quotidiane attraverso il linguaggio aulico e solenne del
classicismo: lo stesso che usava per il contadino e il fabbro;

 – l’effetto è rovesciato: anziché
innalzare la materia, la degrada ulteriormente, perché il procedimento
ironico è chiaro;

 

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   Già i valetti gentili udîr lo squillo

Del vicino metal, cui da lontano

Scosse tua man col propagato moto;

E accorser pronti a spalancar gli opposti

Schermi a la luce; e rigidi osservâro

Che con tua pena non osasse Febo

Entrar diretto a saettarti i lumi.

Ergiti or tu alcun poco, e sí ti appoggia

Alli origlieri i quai, lenti gradando

All’omero ti fan molle sostegno.

Poi coll’indice destro, lieve lieve

Sopra gli occhi scorrendo, indi dilegua

Quel che riman de la Cimmeria nebbia;

E de’ labbri formando un picciol arco,

Dolce a vedersi, tacito sbadiglia.

Oh se te in sí gentile atto mirasse

Il duro Capitan qualor tra l’armi,

Sgangherando le labbra, innalza un grido

Lacerator di ben costrutti orecchi,

Onde a le squadre vari moti impone;

Se te mirasse allor, certo vergogna

Avría di sé più che Minerva il giorno

Che, di flauto sonando, al fonte scorse

Il turpe aspetto de le guance enfiate.

   Ma già il ben pettinato entrar di nuovo

Tuo damigello i’ veggo; egli a te chiede

Quale oggi più delle bevande usate

Sorbir ti piaccia in preziosa tazza:

Indiche merci son tazze e bevande;

Scegli qual più desii. S’oggi ti giova

Porger dolci allo stomaco fomenti,

Sí che con legge il natural calore

V’arda temprato, e al digerir ti vaglia,

Scegli il brun cioccolatte, onde tributo

Ti dà il Guatimalese e il Caribbèo

C’ha di barbare penne avvolto il crine:

Ma se noiosa ipocondria t’opprime,

O troppo intorno a le vezzose membra

Adipe cresce, de’ tuoi labbri onora

La nettarea bevanda, ove abbronzato

Fuma et arde il legume a te d’Aleppo

Giunto, e da Moca, che di mille navi

Popolata mai sempre insuperbisce.

   Certo fu d’uopo che dal prisco seggio

Uscisse un regno, e con ardite vele

Fra straniere procelle e novi mostri

E teme e rischi ed inumane fami

Superasse i confin, per lunga etade

Invïolati ancora; e ben fu dritto

Se Cortes e Pizzarro umano sangue

Non istimâr quel ch’oltre l’Oceàno

Scorrea le umane membra, onde tonando

E fulminando, alfin spietatamente

Balzaron giú da’ loro aviti troni

Re Messicani e generosi Incassi;

Poiché nuove cosí venner delizie,

O gemma degli eroi, al tuo palato!

   Cessi ’l Cielo però, che in quel momento

Che la scelta bevanda a sorbir prendi,

Servo indiscreto a te improvviso annunzi

Il villano sartor che, non ben pago

D’aver teco diviso i ricchi drappi,

Oso sia ancor con pòlizza infinita

A te chieder mercede. Ahimè, che fatto

Quel salutar licore agro e indigesto

Tra le viscere tue, te allor farebbe

E in casa e fuori e nel teatro e al corso

Ruttar plebeiamente il giorno intero!


Il risveglio


 


 


 


 


 


> come alzarsi


 


 – origlieri: cuscini;

> come sbadigliare

 – Cimmeria: i popoli cimmeri erano collocati dagli antichi
(Omero) in un  luogo sempre nebbioso;

> se ti vedesse un generale militare, ti invidierebbe!

> il flauto di Minerva: derisa dalle altre mentre suonava il
flauto, si specchia in uno stagno, e getta via lo strumento, vedendosi
deturpata;

 


La colazione

 

 

 

 

 

 – dolci fomenti: bevande calde;

> il cioccolato, tributo di indigeni del Guatemala o dei Caraibi;

 – ipocondria: cattiva digestione;

> il caffè


 

– la scelta del caffè o del cioccolato è presentata come una scelta
delicatissima
, da compiere con grande cautela;

> la scoperta delle Americhe: è servita per portare al giovin
signore queste bevande!

 – hanno fatto bene Cortès e Pizzatto a non curarsi di spargere fiumi di
sangue umano al di là dell’oceano!

 – tonando: con gli scoppi delle armi da fuoco;

 – ecco il motivo delle scoperte geografiche: per soddisfare i
bisogni frivoli dei ricchi europei;

 – l’ironia è amara: è vero che le scoperte geografiche si sono fatte
per ragioni economiche, quindi qui Parini dice il vero!


Visitatori indesiderati

 – il Cielo non voglia che mentre bevi, il servo annunci la visita del
sarto che non è stato pagato;

 – polizza: conto;

Narratore
inattendibile.
Anche in questo passo si assiste a una celebrazione della
vita nobiliare, ma al lettore appare chiaro che la voce è quella di un
narratore inattendibile
:
 – questo narratore
assume il punto di vista del suo personaggio;
 – adotta la sua
visione del mondo;
 – giudica la realtà
secondo il suo metro di giudizio;
 – approva quello che
il signore ama;  condanna ciò che egli detesta;
Ma l’impostazione
generale del racconto ci fa capire che non dobbiamo prestargli fede:
 – il narratore ad
esempio celebra come fatti di straordinaria importanza la
scelta tra il caffè e il cioccolato;
 – questa
esagerazione
mette in rilievo la banalità di questi
infimi gesti
quotidiani del nobile.
 – l’inattendibilità
del racconto di questo precettore emerge con evidenza se guardiamo alla
realtà oggettiva
che viene raccontata, che è estremamente banale.
Lo sdegno
umanitario
. Affermare che Cortés e Pizarro abbatterono regno interi,
versando fiumi di sangue innocente, solo per assicurare le delizie del caffè e
del cioccolato al «giovin signore» può sembrare un’affermazione da intendere al
rovescio;
 – in realtà qui
l’iperbole contiene una tragica e vergognosa verità:
 – la conquista dei
territori d’oltre mare ha effettivamente avuto motivazioni economiche,
volte a commercializzare in Europa prodotti di lusso provenienti dalle Americhe,
vendendoli ai ceti privilegiati;
 – si tratta di una
verità amara: la sproporzione tra il sangue versato, e la
futilità di tali piaceri non suscita più riso, ma lo sdegno del  poeta;

 

 

 – qui emerge l’umanitarismo e la filantropia di
Parini.