La favola del piacere, da “Il giorno” di Giuseppe Parini – Meriggio – vv. 250-339 – di Carlo Zacco

Sharing is caring!

Prima di sedersi a tavola, il precettor d’amabil rito si
rivolge al giovin signore, e gli spiega da dove ebbe origine il piacere.

250

 

 

 

 

255

 

 

 

 

260

 

 

 

 

265

 

 

    Forse vero non è; ma un giorno è
fama,

Che fur gli uomini eguali; e ignoti nomi

Fur Plebe, e Nobiltade. Al cibo, al
bere,

All’accoppiarsi d’ambo i sessi, al sonno

Un istinto medesmo, un’egual forza

Sospingeva gli umani: e niun consiglio

Niuna scelta d’obbietti o lochi o tempi

Era lor conceduta. A un rivo stesso,

A un medesimo frutto, a una stess’ombra

Convenivano insieme i primi padri

Del tuo sangue, o Signore, e i primi
padri

De la plebe spregiata. I medesm’antri

Il medesimo suolo offrieno loro

Il riposo, e l’albergo; e a le lor
membra

I medesmi animai le irsute vesti.

Sol’ una cura a tutti era comune

Di sfuggire il dolore, e ignota cosa

Era il desire agli uman petti ancora.

 

Lo
stato di natura
. All’inizio tutti gli uomini erano uguali, e non
esistevano le definizioni di Plebe e di Nobiltà;

 – uguale
era il per tutti l’istinto di mangiare, bere e accoppiarsi;

 

 – a
nessuno era lasciata facoltà di scegliere ciò che preferivano, perché
ciascuno mangiava ciò di cui aveva bisogno;

 – tutti
bevevano ad un medesimo fiume, sedevano alla stessa ombra: sia i
progenitori del nobile giovin signore, sia quelli della spregevole
plebe;

 

 –
riposavano nelle stesse caverne;

 –
vestivano delle stesse pelli di animali;

 – tutti
inoltre aveva un’unica occupazione comune: sfuggire al dolore;

 – il
desiderio era ignoto;

(questa
rappresentazione fa venire in mente vico)

 

 

270

 

 

 

 

175

 

 

 

 

280

 

 

 

     L’uniforme degli uomini sembianza

Spiacque a’ celesti: e a varïar la terra

Fu spedito il Piacer. Quale già i numi

D’Il’io sui campi, tal l’amico genio,

Lieve lieve per l’aere labendo

S’avvicina a la terra; e questa ride

Di riso ancor non conosciuto. Ei move,

E l’aura estiva del cadente rivo,

E dei clivi odorosi a lui blandisce

Le vaghe membra, e lentamente sdrucciola

Sul tondeggiar dei muscoli gentile.

Gli s’aggiran d’intorno i Vezzi e i
Giochi,

E come ambrosia, le lusinghe scorrongli

Da le fraghe del labbro: e da le luci

Socchiuse, languidette, umide fuori

Di tremulo fulgore escon scintille

Ond’arde l’aere che scendendo ei varca.

 

La
raffigurazione del Piacere
. Ma l’uniforme condizione degli uomini
spiacque agli dei:

 – che ad
introdurre un elemento di variazione inviarono sulla terra il piacere.

 – come
gli dei scendevano nei campi di Troia, così questo genio si fece largo
sulla terra;

 – il
piacere si avvicina alla terra, e viene carezzato in ogni parte del suo
corpo dall’aria;

 

 

 

 – è
accompagnato da divinità minori: i Vezzi e i Giochi;


                                                                                

 

 

 

 

285

 

 

 

 

290

 

 

 

 

295

     Alfin sul dorso tuo sentisti, o
Terra,

Sua prim’orma stamparsi; e tosto un
lento

Fremere soavissimo si sparse

Di cosa in cosa; e ognor crescendo,
tutte

Di natura le viscere commosse:

Come nell’arsa state il tuono s’ode

Che di lontano mormorando viene;

E col profondo suon di monte in monte

Sorge; e la valle, e la foresta intorno

Mugon del fragoroso alto rimbombo,

Finché poi cade la feconda pioggia

Che gli uomini e le fere e i fiori e
l’erbe

Ravviva riconforta allegra e abbella.

 

La
reazione della terra.
Infine il Piacere appoggia il piede sulla
terra, che avverte la sua presenza per la prima volta, provando un
brivido di eccitazione;

 

 – come
un fresco temporale estivo rigenera la natura sconvolta dal calore;

 

 

300

 

 

 

 

305

 

 

 

 

310

 

 

 

 

315

 

 

 

 

 

320

 

 

 

 

325

 

 

 

 

 

330

 

 

 

 

335

 

 

Oh beati tra gli altri, oh cari al cielo

Viventi a cui con miglior man Titáno

Formò gli organi illustri, e meglio
tese,

E di fluido agilissimo inondolli!

Voi l’ignoto solletico sentiste

Del celeste motore. In voi ben tosto

Le voglie fermentár, nacque il desio.

Voi primieri scopriste il buono, il
meglio;

E con foga dolcissima correste

A possederli. Allor quel de’ due sessi,

Che necessario in prima era soltanto,

D’amabile, e di bello il nome ottenne.

Al giudizio di Paride voi deste

Il primo esempio: tra feminei volti

A distinguer s’apprese; e voi sentiste

Primamente le grazie. A voi tra mille

Sapor fur noti i più soavi: allora

Fu il vin preposto all’onda; e il vin
s’elesse

Figlio de’ tralci più riarsi, e posti

A più fervido sol, ne’ più sublimi

Colli dove più zolfo il suolo impingua.

 

Così l’Uom si divise: e fu il Signore

Dai volgari distinto a cui nel seno

Troppo languir l’ebeti fibre, inette

A rimbalzar sotto i soavi colpi

De la nova cagione onde fur tocche:

E quasi bovi, al suol curvati ancora

Dinanzi al pungol del bisogno andáro;

E tra la servitute, e la viltade,

E ’l travaglio, e l’inopia a viver nati,

Ebber nome di Plebe.

                                        
Or tu Signore

Che feltrato per mille invitte reni

Sangue racchiudi, poiché in altra etade

Arte, forza, o fortuna i padri tuoi

Grandi rendette, poiché il tempo alfine

Lor divisi tesori in te raccolse,

Del tuo senso gioisci, a te dai numi

Concessa parte: e l’umil vulgo intanto

Dell’industria donato, ora ministri

A te i piaceri tuoi nato a recarli

Su la mensa real, non a gioirne.

Le
razioni degli uomini.
Tra gli uomini, quelli che ebbero più fortuna
furono quelli a cui il titano prometeo formò sensi più ricettivi e
delicati;

 

 – questi
sentirono il primo solletico del piacere;

 – in
loro per primi nacque il desiderio;

 

 – loro
scoprirono le differenze tra le cose, e impararono a distinguere le cose
buone e quelle migliori;

 –
allora, il sesso femminile, che prima di allora era destinato solo alla
procreazione, fu definito «bello»;

 

 – un
esempio di ciò fu il giudizio di Paride;

 

 

 – quei
primi uomini, i progenitori degli attuali nobili, distinsero per la
prima volta i sapori più dolci;

 – fu
scoperto il vino;  

 – e dei
vari vini si scoprì come produrre il migliore;

 

 

 

La
plebe
. Così l’uomo si divise:

 – i
nobili furono distinti dai volgari individui a cui erano rimaste fibre
insensibili, incapaci di reagire agli stimoli del piacere;

 

 – questi
lavorano curvi come buoi;

 

 – questi
ebbero il nome di Plebe: nati per vivere in schiavitù, umiliazioni,
fatiche, e povertà;

 

Il giovin
signore deve quindi rallegrarsi di tutto questo.

 

 

shares