Il neorealismo

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dalla Tesina L’impegno degli intellettuali nel ‘900

Esame di Stato di Pellegata Maria Beatrice Esame di Maturità 2002

Quadro introduttivo

La situazione della società italiana che si crea in conseguenza della resistenza e della ripresa democratica ha dirette ripercussioni sulla vita letteraria ed artistica: inizia un nuovo corso che si è soliti indicare come “l’età del Neorealismo”. Con questo termine si suole indicare il processo alla letteratura precedente, l’esigenza che la letteratura imbocchi una nuova strada, le suggestioni culturali derivanti dai problemi dibattuti nella società e nella politica e dai nuovi testi venuti alla luce; in sintesi con il Neorealismo si intende rappresentare la realtà italiana con tutto quello che di nuovo presentava. Il Neorealismo che, a grosso modo, abbraccia il decennio che va dal 1945 al 1955 (includendo in questi anni tutto l’arco della sua parabola, cioè dal suo sorgere al suo esaurirsi), non è né una scuola né un gruppo di scrittori operanti secondo un programma e una poetica comuni, ma si tratta di uno stato d’animo collettivo, di un’esigenza, sincera anche se spesso confusa, di impegno. Concordo con il giudizio di un critico, Manacorda, il quale considera il Neorealismo come una disposizione più pratica, etico-politica, che non estetica, più di una unzione della volontà che non della fantasia o dell’intelletto”.

Gli ambiti in cui il Neorealismo si manifesta in modo più incisivo sono essenzialmente due: LETTERARIO e CINEMATOGRAFICO.

AMBITO LETTERARIO L’ambito letterario si divide a sua volta in due branche:

·        Dibattito culturale, coinvolgimento delle riviste con il celeberrimo scontro su “Il Politecnico” tra Vittorini e Togliatti.

·        Forte produzione narrativa, caratterizzata da un lato da una letteratura di testimonianza di Primo Levi e dall’altro da una letteratura di invenzione di Calvino. In questi anni si sviluppa un letteratura nazional-popolare portata avanti soprattutto da Gramsci che si era reso conto della costante frattura fra intellettuali e popolo che secondo lui “si è verificata e continua a verificarsi perché manca un’identità di concezione del mondo tra scrittori e popolo: in pratica i sentimenti popolari non sono vissuti come propri dagli scrittori né gli scrittori hanno una funzione educatrice nazionale, non si sono posti e non si pongono il problema di elaborare i sentimenti popolari dopo averli rivissuti e fatti propri. In sostanza si sente la mancanza di una letteratura che risponda alle esigenze della collettività nazionale, nelle quali non un’elite ma la stragrande maggioranza della popolazione trovi espresse i propri valori e il proprio sentire.

AMBITO CINEMATOGRAFICO Il desiderio di raccontare, il valore della testimonianza, il fervore della rinascita dopo la distruzione operata dalla guerra, si riversò in modo evidente anche nel cinema. Parafrasando il titolo di un successivo film di Rossellini, sì può affermare che “Cinecittà è tornata all’anno zero” dopo che gli studi del complesso romano sono stati utilizzati come campo profughi e lo stabilimento Pisorno di Tirrenia è divenuto un deposito delle forze armate americane…..Cinecittà non è in grado di funzionare o gli uomini del cinema scendono per le strade dimostrando che l’Italia è uno straordinario set naturale e il popolo italiano, nel suo insieme, può essere soggetto di infinite storie cinematografiche.

Il pubblico diviene così destinatario e protagonista dei film realizzati. Le opere di Rossellini e De Sica prima, De Sanctis e Visconti poi, intendono includere il più possibile gli spettatori nel cerchio dei messaggio mettendo in corto circuito le convenzioni spettacolari narrative e recitative. I registi di queste opere sono accusati di diffamare la patria presentando all’estero gli italiani come tanti “sciuscià”, ladri, straccioni: si censurano e si tagliano pellicole e si preferisce immettere nei circuiti cinematografici la nuova produzione hollywoodiana, sorretta da una forte campagna pubblicitaria. Tuttavia l’esperienza neorealista rimarrà fondamentale per il cinema mondiale.

DIBATTITO POLITICO -CULTURALE. una letteratura impegnata

Nel dopoguerra si sviluppa un vivace dibattito letterario caratterizzato in primo luogo dalla politicizzazione del letterato. in generale, si può affermare che, la letteratura, come la cultura vanno risolutamente a Sinistra. Il Paese avverte il bisogno di rivedere la propria storia; si hanno così nuove interpretazioni dei Risorgimento, con un’analisi precisa dell’esclusione da esso delle masse popolari, e, successivamente, del brigantaggio e della questione Meridionale, poi delle lotte operaie, dei ventennio fascista e della Resistenza. Questi argomenti diventano così molto spesso, occasioni e temi narrativi affidati al romanzo che, proprio in questi anni, è protagonista della scena. A questo proposito, si può parlare di un dominante populismo nella nostra letteratura, ossia di una visione ottimistica del popolo, della masse oppresse e avvilite, viste come capaci di una coscienza politica e di un’etica superiori. Inoltre il rivolgersi dei paese a una politica moderata e avara delle riforme di fondo di cui si avvertiva la necessità, orienta molti scrittori verso un’adesione al Partito comunista, che nasce, spesso, da un generico entusiasmo e da una volontà d’azione, piuttosto che di una vera accettazione del Marxismo, e dà presto origine a crisi e ripensamenti, già evidenti in Pavese e Vittorini. Segue poi una crisi più profonda, col rinnegamento, nel ’56, da parte della Russia, dello Stalinismo e la denuncia dei crimini del dittatore, accompagnata, poco dopo, dalla dura repressione dei moti ungheresi, che appare come un ritorno al passato appena annegato. Tralasciando il riflesso immediatamente politico, vediamo il forte impegno intellettuale che interessa la nostra letteratura, allora e subito ,dopo, fra guerra fredda e minaccia atomica, in una vicenda statale, e cioè politico-sociale, condizionata anche da quegli eventi in senso prevalentemente non positivo. Un intenso fervore non soltanto di libertà e di giustizia, ma anche di verità pervade l’Italia all’indomani della Liberazione, con un entusiasmo per le idee e una volontà di riscatto che sfociano in una grande costruzione culturale collettiva: la prima Costituzione democratica del Paese. Gli intellettuali rifiutano la sterile solitudine di un tempo e avvertono la necessità di superare la cultura mistificata, imposta attraverso le anni subdole della propaganda totalitaria. Fra il ’45 e il ’47 gli italiani compiono lo sforzo massimo per uscire dall’ignoranza e dal provincialismo cui li avevano condannati il Fascismo e la loro inerzia. Nascono dovunque centri di cultura dove si discute di marxismo, di esistenzialismo, di nuovo impegno politico dei cattolici e di letteratura. Nasce una nuova cultura progressista che pone fra le sue prime esigenze quella della larga comunicazione e del dibattito.

Fra le numerose riviste coinvolte in quest’opera di rinnovamento culturale, una delle più importanti è senza dubbio “IL POLITECNICO”, diretta da Elio Vittorini, uscita dal 29 settembre 1945 come settimanale, e poi, dal 1 maggio 1946 al dicembre 1947, come mensile. Facendosi portavoce degli intellettuali usciti dalla Resistenza, si pone come obiettivo la fondazione di una cultura in grado di creare un connubio tra le istanze scientifiche e quelle umanistiche, tra la letteratura e il pensiero scientifico; in pratica una cultura attiva nei confronti dell’uomo e della società, combattendo il disimpegno precedente. La crisi della rivista è segnata, sul piano ideologico, dalla polemica fra Vittorini (allora iscritto al partito Comunista) e il segretario del partito Palmiro Togliatti . La cultura, per così dire, di massa che si forma nella nuova Italia democratica e repubblicana, deve fare i conti con le nuove forme di organizzazione del consenso di matrice socio-politica. La lotta è tra letteratura (e cultura) libera e letteratura condizionata, organizzata, cioè finanziata in vista di un consenso. Come testimonianza di questo dibattito, ho analizzato un articolo di Vittorini tratto da “Il Politecnico” del 29 settembre 1945, nel quale l’autore si pone come problema di fondo il ruolo della cultura e stende un bilancio della letteratura nei decenni precedenti: (vedi documento allegato).

Polemica Togliatti-Vittorini: nel 1946 una lettera del leader comunista Togliatti alla rivista, critica “la ricerca astratta del nuovo, dei diverso, del sorprendente”. Vittorini risponde difendendo l’autonomia della cultura dalla politica e proclamando il rifiuto di “suonare il piffero alla rivoluzione”; ma di lì a poco, perduto il rapporto con la sua più naturale base di lettori e collaboratori, si decide a chiudere la rivista. In sintesi. Vittorini si fa portatore di una letteratura libera, vista come un’avventura imprevedibile, come ricerca che si pone prima, e forse al di sopra, dell’impegno anche se dove, comporsi e integrarsi armonicamente con esso. Cultura è senso di ricerca, critica spregiudicata dell’esistente, un po’ come il Marxismo. Togliatti, per contro, è reciso nel collegare la cultura alla lotta per il socialismo, nell’identificarla, anzi, totalmente con essa, secondo l’ortodossia marxista, almeno nel momento in cui la dinamica storica è ancora stabilmente fondata sulla lotta di classe. Per Vittorini è invece importante non fare della cultura un momento meramente strumentale di propaganda politica, di ornamento. li dibattito ha una vasta eco, non solo fra gli intellettuali comunisti, ma fra quelli di sinistra, intesi a un rinnovato impegno culturale e, insieme, etico-politico, nel tentativo di fondare una società nuova, e al dibattito sui fini e sui mezzi con la sinistra marxista. li suo interesse più profondo sta comunque nel fatto che esso pone in forma lucida e appassionata il problema del rapporto, anzi, della dialettica fra cultura e politica, fra intellettuali e partiti, intellettuali e società: fra cultura come spirito di demistificazione e di -ricerca spregiudicata e cultura come posizione e difesa di un sistema di valori.

Togliatti a Vittorini

Quando «li Politecnico» è sorto, l’abbiamo tutti salutato con gioia. Il suo programma ci sembrava adeguato a quella necessità di rinnovamento della cultura italiana che sentiamo in modo così vivo. Naturalmente, noi non pensiamo che spetti a noi, partito politico, il compito immediato e diretto di rinnovare la cultura italiana. Pensiamo che spetti agli uomini stessi della cultura: scrittori, letterati, storici, artisti. Per questo ci sembrava dovesse essere utile un’azione come quella intrapresa dal «Politecnico», alla quale tu chiamavi a collaborare, secondo un indirizzo che ci sembrava giusto, una parte del mondo culturale italiano. […]

Seguendo la strada per la quale «Il Politecnico» tendeva a mettersi, ci sembrava infatti si potesse arrivare, non solo alla superficialità, ma anche a compiere o avallare sbagli fondamentali di indirizzo ideologico, e in questo modo temevamo che la tua iniziativa avesse ad esaurirsi, come molte altre già si esaurirono, in un conato infruttuoso, se non proprio nel contrario di quelle che sono le tue intenzioni. […]

Quante promesse, e quante speranze legate a ciascuno di essi. Ma tu, se osservi con attenzione, constati che a un certo punto essi si esauriscono e finiscono tutti o quasi tutti allo stesso modo. Manca la costanza nel perseguire il fine proposto; affiora spesso una generica irrequietezza, una superficiale ricerca dei nuovo; la forza d’attrazione si perde; […]

A noi rincrescerebbe che «Il Politecnico» o se non esso qualche altra rivista di natura culturale, non riuscisse a rompere una buona volta questa tradizione, e a fare finalmente opera seria, profonda, duratura, di rinnovamento. Il nostro voleva quindi essere, più che altro, un richiamo alla serietà del compito che sta davanti a voi, uomini della cultura, e un appello a lavorare, secondo le linee che voi stessi avete tracciato, in modo adeguato a questa serietà”.

Vittorini a Togliatti

lo non voglio dire che politica e cultura siano perfettamente distinte e che il terreno dell’una sia da considerarsi chiuso all’attività dell’altra, e viceversa. Cercherò più avanti di mostrare come invece le due attività mi sembrino strettamente legate. Ma – certo – sono due attività, non un’attività sola; e quando l’una di esse è ridotta (per ragioni interne o esterne) a non avere il dinamismo suo proprio, e a svolgersi, a divenire, nel senso dell’altra, sul terreno dell’altra, come sussidiaria o componente dell’altra, non si può non dire che lascia un vuoto nella storia.

La cultura che perda la possibilità di svilupparsi in quel senso di ricerca che è il senso proprio della cultura, e si mantenga viva attraverso la possibilità di svilupparsi in «senso di influenza», cioè in un senso politico,

‘La cultura, cioè, deve svolgere il suo lavoro su un doppio fronte. Da una parte  svolgerlo in modo che le masse le restino agganciate e non si fermino, anzi ne ricevano incentivo ad accelerare la propria andatura, e a lasciar cadere sempre più in fretta quelle sopravvivenza di cultura sorpassata che inceppano il loro dinamismo storico. Da un’altra parte svolgerlo (e allo stesso tempo) in modo che non si verifichino arresti nel suo sviluppo e alterazioni nella sua natura, per via dell’arretratezza culturale in cui le masse, o parte di esse, si trovano. La politica può adeguare la propria azione al livello di maturità raggiunto dalle masse, e persino segnare il passo, persino fermarsi, appunto in ragione del fatto che qualche altra cosa, la cultura, continua ad andare avanti. Anzi è in questo, direi, che si effettua in pratica la distinzione tra cultura e politica; o almeno è solo in questo che si riesce a veder scorrere separatamente le acque loro attraverso la storia. Politica si chiamerà la cultura che, per agire (e qui lascio intendere «agire» tanto nel senso dello storicismo idealistico quanto in quello dei materialismo storico), si adegua di continuo al livello di maturità delle masse, e segna anche il passo con esse, si ferma con esse,

[…] Continuerà invece a chiamarsi cultura la cultura che, non impegnandosi in nessuna forma di azione diretta, saprà andare avanti sulla strada della ricerca. Ma se tutta la cultura diventa politica, e si ferma su tutta la linea, e non vi è più ricerca da nessuna parte, addio. Da che cosa riceverà la politica l’avvio alla ripresa se la cultura è ferma? […]

Cultura è verità che si sviluppa e muta; e si sviluppa, muta non solo grazie ai mutamenti concreti del mondo e grazie alle esigenze di mutamento che si presentano nel mondo, ma grazie anche al suo proprio impulso per cui essa «è» nella misura in cui è un tale impulso, ovvero nella misura in cui non si placa, non si soddisfa, non si cristallizza in possesso e sistema. Essa è la forza umana che scopre nel mondo le esigenze di mutamento e ne dà coscienza al mondo. Essa, dunque, vuole le trasformazioni del mondo.

[…]

Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore scorgere, e che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre, e porre accanto alle esigenze che pone la politica, porre in più delle esigenze che -pone la politica.

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