Italo Calvino: un intellettuale impegnato

 

dalla Tesina L’impegno degli intellettuali nel ‘900

Esame di Stato di Pellegata Maria Beatrice Esame di Maturità 2002

Nato a Santiago de Las Vegas, Cuba, nel 1923, morto nel 1985, narratore e saggista, amico di Pavese (che lo scopr’), e di Vittorini (col quale diresse la rivista “Il Menabò”), partecipò alla Resistenza e militò nel partito comunista fino al tempo della rivolta ungherese, battendosi contro ogni conformismo culturale. È forse lo scrittore di più lucida intelligenza e di più matura consapevolezza della sua generazione: un intellettuale impegnato, uscito dalla Resistenza e rimasto sempre fedele a un ideale di letteratura in cui si fondessero impegno conoscitivo e volontà etico- politica di trasformazione del reale. Partito dal Neorealismo del dopoguerra, ne superò le limitazioni con un senso complesso della storia come sviluppo problematico e incessante che pone di continuo in discussione le barriere ideologiche e razionali. Il suo razionalismo assume la vitalità come mistero continuamente presente e riaffiorante di là dalle singole costruzioni intellettuali. In Calvino persiste un ottimismo vitale che nasce dalla fede nella ragione e, al tempo stesso, dall’amore della vita come azione e costruzione dell’uomo. La non accettazione della situazione data, la volontà di contrasto, lo scatto attivo e cosciente, sono i mezzi attraverso i quali Calvino afferma la propria presenza e la propria dignità davanti alla storia e alla natura. Vasta fu la tematica di Calvino: dalla Resistenza alla crisi della guerra fredda, all’alienazione del neocapitalismo, alle prospettive sconvolgenti delle nuove dimensioni cosmiche scoperte dalla scienza. Tra le opere più importanti ricordiamo: “Il sentiero dei nidi di ragno “; “Ultimo venne il corvo “; “I racconti “; “Marcovaldo “; “La giornata di uno scrutatore”; “Il cavaliere inesistente”; “Il barone rampante”; “Il visconte dimezzato”; “Le città invisibili”.

Alla produzione narrativa si accompagnò in Calvino una costante meditazione sul romanzo, sull’atto dello scrivere, sul loro significato nella vita del singolo e della società. La problematico trattata da Calvino investe il Neorealismo, anche come fatto etico-politico, e la sua crisi, la nuova cultura legata allo sviluppo della civiltà industriale e al tramonto delle ideologie, la rivolta del sessantotto e lo sfaldamento di valori e della stessa creatività che sembra anzi caratterizzare il tempo più vicino a noi.

L’attività di pubblicista influ’ notevolmente sulla sua ideologia. Già al tempo del primo romanzo, Calvino fa parte di un gruppo di intellettuali d’avanguardia, con Pavese e Vittorini, intesi alla formazione di una nuova cultura e di un nuovo impegno letterato collabora al Politecnico e ai programmi culturali ed editoriali della casa editrice Einaudi, una delle più impegnate a livello nazionale. Nel 1980 raccolse tutti i suoi contributi giornalistici più importanti nel volume “Una pietra sopra”: un approdo della progettazione intellettuale e culturale esperita fino ad allora. Il titolo alludeva a un segnale posto come punto di arrivo di un’esperienza che appariva ormai superata, davanti ai problemi di una società e di una letteratura in via di ulteriore trasformazione. Nella prefazione Calvino interpretava l’obiettivo del lavoro fino ad allora compiuto come la ricerca di fondazione di una cultura che divenisse il “contesto in cui situare le opere ancora da scrivere” e tracciava una storia del proprio impegno culturale in tal senso.

Nell’immediato dopoguerra l’ambizione era stata quella del 1 progetto di costruzione di una nuova letteratura che a sua volta servisse alla costruzione di una nuova società” . Di conseguenza il nuovo intellettuale ce Calvino si sente ora di impersonare è quello che ancora cerca di “comprendere, indicare e comporre la realtà“, non però con l’impazienza di traguardi immediati, ma facendo propria e diffondendo la coscienza del complicato e del molteplice e del relativo”. È un accanito sostenitore di una “letteratura che sia presenza attiva nella storia”, un’educazione che richiami l’uomo ad essere consapevole degli eventi, lo aiuti a mantenere la propria responsabilità intellettuale e morale anche in epoche in cui difficile appare orientarsi: una letteratura come rifugio dell’intelligenza. In questa volontà di non cedere alla massificazione perdura il messaggio resistenziale di Calvino: il richiamo alla responsabilità dell’intellettuale e del letterato nella storia di tutti.

Come è già stato accennato, poiché è difficile una definizione precisa ed univoca dei Neorealismo, il testo che a mio parere può essere maggiormente utile per tracciare un bilancio su questa “stagione”, è la PREFAZIONE (chiamata postfazione”) de “Il sentiero dei nidi di ragno”.

Questa prefazione , scritta nel giugno del 1964 per una nuova edizione dei libro (ecco perché prese il nome di postfazione) divenne subito un testo fondamentale della riflessione di Calvino sulla propria opera. Calvino vuole trattare del Neorealismo non per farne un’epopea al contrario, cerca di interpretarlo con un certo distacco.

Il testo può essere suddiviso in vari paragrafi nei quali lo scrittore più volte cerca di riprendere il discorso, che nel frattempo si è andato frantumando, sull’esperienza di lettore di se stesso. Il testo propone diverse problematiche:

  • La letteratura neorealista nasce da un clima umano ben preciso, ricco di esperienza, di tensione morale; pertanto i racconti delle avventure di guerra nascono come racconti orali anonimi, senza il filtro del narratore. Predominante è la coralità, come conseguenza dell’aver vissuto l’esperienza comune della guerra, tutti hanno qualcosa da raccontare e l’autore è, al tempo stesso, una voce singola che esce dal coro ma con il quale anche si identifica.

  • Il Neorealismo non ha l’intenzione di informare , quanto piuttosto di esprimere un’esperienza eccezionale; ciò in polemica con l’intenzione ideologica di molti intellettuali. Si assiste alla rinascita della libertà di parlare; lo scrittore non vuole più semplicemente documentare ma esprimere se stesso, questo è il Neorealismo di cui si sente partecipe Calvino.

  • Si assiste al superamento dell’estetismo solitario della prosa d’arte e si cerca di riportare il romanzo ad una tonalità epica, nazionale e popolare, giungendo “alla molteplice scoperta delle diverse Italie, soprattutto di quelle più inedite alla letteratura”. Il Neorealismo infatti “non fu una scuola ma un insieme di voci, in gran parte periferiche…”, il punto di partenza è quindi la lezione delle cose. Calvino riprende alcuni tratti del regionalismo veristico ma non si voleva chiudere nel localismo, o diventare eccessivamente paesano e specifico.

  • Calvino tenta di scrivere un romanzo della Resistenza, pertanto opera una scelta che parte dalla sua esperienza senza intenzione di illustrare tesi definite a priori, evitando cos’ di cadere nell’inutile retorica.

  • Un altro elemento importante è, secondo Calvino, la ricerca stilistica, dal lessico (le influenze dialettali e dei “parlato”: un altro modo per unire le due Italie, quella paesana e quella borghese), al ritmo narrativa e alla scrittura, secondo una linea che univa Verga a Vittorini e Pavese al romanzo nordamericano, nel tentativo di superare regionalismo e provincialismo.

Nel seguito della Prefazione , l’autore parla più direttamente dei romanzo “Il sentiero dei nidi di ragno” , con osservazioni di notevole interesse come la volontà di non idealizzare la Resistenza, e di salvarla, contemporaneamente, da troppo facili denigrazioni. La Resistenza in Calvino, rappresenta la fusione tra personaggio e paesaggio, è la peripezia che scaturisce il romanzo.

Da molti suoi romanzi, ma in particolare da questo che ho preso in esame, emerge un Calvino che, oltre ad essere uno scrittore impegnato, è anche, senza dubbio, uno scrittore in movimento. Leggere i suoi libri è come seguire le tracce di qualcuno che cerca di capire il mondo senza mai essere soddisfatto delle risposte e continua instancabilmente ad allargare il proprio orizzonte di osservazione.

Estratti dalla Postfazione a Il sentiero dei nidi di ragno

Più che come un’opera mia lo leggo come un libro nato anonimamente dal clima generale d’un’epoca, da una tensione morale, da un gusto letterario che era quello in cui la nostra generazione si riconosceva, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

L’esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. Avevamo vissuto la guerra, e noi più giovani – che avevamo fatto appena in tempo a fare il partigiano – non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, «bruciati», ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d’una sua eredità. Non era facile ottimismo, però, o gratuita euforia; tutt’altro: quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l’accento che vi mettevamo era quello d’una spavalda allegria. Molte cose nacquero da quel clima, e anche il piglio dei miei primi racconti e del primo romanzo.

Questo ci tocca oggi, soprattutto: la voce anonima dell’epoca, più forte delle nostre inflessioni individuali ancora incerte. L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e cos’ ogni avventore ai tavoli delle « mense del popolo», ogni donna nelle code ai negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in -un multicolore universo di storie.

Chi cominciò a scrivere allora si trovò cos’ a trattare la medesima materia dell’anonimo narratore orale: alle sto- rie che avevamo vissuto di persona o di cui eravamo sta- ti spettatori s’aggiungevano quelle che ci erano arrivate già come racconti, con una voce, una cadenza, un’espressione mimica. Durante la guerra partigiana le storie appena vissute si trasformavano e trasfiguravano in storie raccontate la notte attorno al fuoco, acquistavano già uno stile, un linguaggio, un umore come di bravata, una ricerca d’effetti angosciosi o truculenti. Alcuni miei racconti, alcune pagine di questo romanzo hanno all’origine questa tradizione orale appena nata, nei fatti, nel linguaggio.

Eppure, eppure, il segreto di come si scriveva allora non era soltanto in questa elementare universalità dei contenuti, non era l’ la molla (forse l’aver cominciato questa prefazione rievocando uno stato d’animo collettivo, mi fa dimenticare che sto parlando di un libro, roba scritta, righe di parole sulla pagina bianca); al contrario, mai fu tanto chiaro che le storie che si raccontavano erano materiale grezzo: la carica esplosiva di libertà che animava il giovane scrittore non era tanto nella sua volontà di documentare o informare, quanto in quella di esprimere. Esprimere che cosa? Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora allora, tante cose che si credeva di sapere o di essere, e forse veramente in quel momento sapevamo ed eravamo. Personaggi, paesaggi, spari, didascalie politiche, voci gergali, parolacce, lirismi, armi ed amplessi non erano che colori della tavolozza, note del pentagramma, sapevamo fin troppo bene che quel che contava era la musica e non il libretto, mai si videro formalisti cos’ accaniti come quei contenutisti che eravamo, mai lirici cos’ effusivi come quegli oggettivi che passavamo per essere..

[…]

Il «neorealismo» non fu una scuola. (Cerchiamo di dire le cose con esattezza). Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche – o specialmente – delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l’una all’altra – o che si supponevano sconosciute. -, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato ,, neorealismo,, – ma non fu paesano nel senso del verismo regionale ottocentesco. La caratterizzazione locale voleva dare sapore di verità a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo: come la provincia americana in quegli scrittori degli Anni Trenta di cui tanti critici ci rimproveravano d’essere gli allievi diretti o indiretti. Perciò il linguaggio, lo stile, il ritmo avevano tanta importanza per noi, per questo- nostro realismo che doveva essere il più possibile distante dal naturalismo. Ceravamo fatta una linea, ossia una specie di triangolo:  I Malavoglia, Conversazione in Sicilia, Paesi tuoi, da cui partire, ognuno sulla base del proprio lessico locale e dei proprio paesaggio. (Continuo a parlare al plurale, come se alludessi a un movimento organizzato e cosciente, anche ora che sto spiegando che era proprio il contrario).

[…]

Questo romanzo è il primo che ho scritto. Che effetto mi, fa, a rileggerlo adesso? (Ora ho trovato il punto: questo rimorso. È di qui che devo cominciare la prefazione). Il disagio che per tanto tempo questo libro mi ha dato in parte si è attutito, in parte resta: è il rapporto con qual- cosa di tanto più grande di me, con emozioni che hanno coinvolto tutti i miei contemporanei, e tragedie, ed eroismi, e slanci,generosi e geniali, e oscuri drammi di coscienza. La Resistenza; come entra questo libro nella ,,letteratura della Resistenza »? Al tempo in cui l’ho scritto, creare una «letteratura della Resistenza» era ancora un problema aperto, scrivere «il romanzo della Resistenza» si poneva come un imperativo; a due mesi appena dalla Liberazione nelle vetrine dei librai c’era già Uomini e no di Vittorini, con dentro la nostra primordiale dialettica di morte e di felicità; i gap di Milano avevano avuto subito il loro romanzo, tutto rapidi scatti sulla mappa concentrica della città; noi che eravamo stati partigiani di montagna avremmo voluto avere il nostro, di romanzo, con il nostro diverso ritmo, il nostro diverso andirivieni…”

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