Il pensiero incarnato in Emmanuel Levinas – recensione di Giovanni Ghiselli

Francesca Nodari 
E’ appena uscito un libro molto denso di Francesca
Nodari:
Il pensiero incarnato in Emmanuel
Levinas (Morcelliana). 
La giovane
studiosa è direttore scientifico del Festival Filosofi lungo l’Oglio e
collabora alla cattedra di Filosofia teoretica dell’Università di
Milano-Bicocca. 


Alle origini del pensiero incarnato ci sono i Carnets de captivité che sono stati
pubblicati nel 1909, diversi anni dopo la morte (1905-1995) del filosofo ebreo-lituano
che fu prigioniero di guerra dei nazisti. Il corpo viene rivalutato dalla
svalutazione operata dai vari spiritualismi. Già Leopardi aveva scritto:“
anticamente la debolezza del corpo fu ignominiosa, anche nei secoli più civili.
Ma tra noi già da lunghissimo tempo l’educazione non si degna di pensare al
corpo, cosa troppo bassa e abbietta: pensa allo spirito; e appunto volendo
coltivare lo spirito, rovina il corpo, senza avvedersi, che rovinando questo,
rovina a vicenda anche lo spirito”
[1].
L’autrice, nella Prefazione, cita lo Zarathustra di Nietzsche: “Io sono tutto corpo e nulla al di fuori di questo”. Platone viene più volte confutato dal filosofo naturalizzato francese: Eros non è figlio di Poros e Penia, non nasce dalla mancanza, incarnata dalla madre, e non è fusione di due esseri, ma è la presenza di due persone distinte. Nell’eros è la dualità che diviene la gioia stessa.  â€œVersus Platone, Levinas insiste nel sottolineare come nell’amore non si dia l’unione tra due esseri…ma che ci siano due esseri, due soggetti incarnati, la cui dualità è costitutivamente insuperabile”. Il numero stesso, scrive Levinas “è sempre una riflessione almeno sul due”.
La fusione  confutata da Levinas  viene considerata quintessenza dell’amore   da Dostoevski:”questo amore mi tortura, mi tortura!…Prima, mi facevano languire soltanto le flessuosità del suo corpo
infernale, ma adesso 
tutta la sua anima l’ho trasfusa nella mia, e grazie a lei
anch’io sono diventato un uomo!”
[2],
dice Dimitri Karamazov di Gruscenka.
 Riguardo a quanto si vede della persona umana,
l’accento cade sul volto: “Il volto non è in effetti un insieme di elementi
anatomici: occhi, naso, bocca etc.-ma la possibilità del denudamento totale-la
forma che si smaschera”. Già nella Parodo dell’Edipo re di Sofocle, il Coro chiede ad Atena: “manda un rimedio dal
bel volto (v. 189). La polis è
travagliata da peste, fame e dalla guerra, come l’Europa nel tempo della
prigionia di Levinas.
La
colpa che consegue al dono della libertà è un altro concetto che si trova nei
quaderni del filosofo ed riconducibile alla tragedia greca: il Prometeo di
Eschilo si gloria di avere trasgredito l’ordine con la sua hybris santa che ha beneficato gli uomini:”io sapevo tutto questo:/di mia volontà, di
mia volontà ho compiuto la trasgressione, non lo negherò / aiutando i mortali
ho trovato io stesso le pene “(265-267). Nietzsche parla di dignità
conferita al delitto. E’ la felix culpa
focalizzata dalla Nodari. Infine il filosofo coglie l’essenza del giudaismo nel
“paradossale rovesciamento della sofferenza suprema in felicità”. I prigionieri
di guerra come Levinas, diversamente dagli ebrei sterminati nei lager nazisti,
sono in buona parte scampati alla morte e hanno potuto riflettere sul loro
dolore, al pari di Isacco che ha camminato per tre giorni verso il luogo del
proprio sacrificio. “E’ grazie a tale dilazione di rotta che la prova è
feconda”, Così Levinas e altri prigionieri di guerra ebrei hanno avuto il tempo
di chinarsi sulla loro disgrazia e di interrogarsi. E nella loro pena hanno
riconosciuto il dolore di tutto il mondo. Dopo Giobbe, il giudaismo sa scoprire
nei patimenti  stessi i segni
dell’elezione. Eschilo nell’Agamennone
ha scritto: “attraverso la sofferenza, la comprensione (177). Levinas ha
trovato possibile questo capovolgimento del dolore nella felicità. “Tutto il
cristianesimo è già contenuto in questa scoperta”.   
    
[1]
G. Leopardi, Operette morali, Dialogo di
Tristano e di un amico
.
[2]F.
Dostoevskij, I fratelli Karamazov  (del 1880), p. 709.