Il periodo tra le due guerre e la seconda guerra mondiale

Milioni di persone erano morte durante la Prima Guerra Mondiale. Lenormità di questa perdita attraversò la società durante il trionfalismo di Versailles e l’attività maniacale degli anni Venti, senza lasciare nessuno spazio per il lutto.
La Seconda Guerra Mondiale vide l’orrore dell’Olocausto e di innumerevoli altre perdite, e la devastazione della vita di un numero inammissibile di bambini in tutto il mondo.

Il 30 gennaio 1933 Adolph Hitler assume l’incarico di Cancelliere della Germania e da quel giorno ha inizio la pagina più buia della storia con l’avvio delle persecuzioni contro gli ebrei in tutta Europa.
In Italia, Benito Mussolini aveva fondato il Partito Nazionale Fascista ed aveva ricevuto dal re Vittorio Emanuele III l’incarico di formare un nuovo Governo dopo che aveva concentrato le squadre fasciste su Roma con l’intenzione di far cader il Governo Facta con un colpo di stato.
Dopo un periodo di transizione Benito Mussolini trasforma gradatamente lo stato in senso autoritario dando inizio, con l’omicidio di Giacomo Matteotti, ad una vera e propria dittatura culminata con l’emanazione delle leggi fascistissime”.
Nel 1936 Mussolini si avvicinò a Hitler con cui stipulò un accordo denominato Asse Roma-Berlino” .
In Europa nel 1939 si era andato definendo sempre più il disegno imperialistico tedesco, volto a espandere il proprio territorio. Dopo aver annesso l’Austria, conquistato la Boemia e sottomesso la Slovacchia, il 1° settembre 1939, con l’invasione della Polonia, la Germania dà inizio alla Seconda Guerra Mondiale. Hitler conquistò facilmente la Polonia in meno di venti giorni e il 22 maggio dello stesso anno Adolph Hitler e Benito Mussolini, rafforzano lAsse Roma-Berlino con il Patto d’Acciaio”, intesa di tipo militare.
La Germania con un massiccio attacco nelle Ardenne riuscì a scardinare la resistenza dell’esercito francese attestatosi dietro la linea di difesa chiamata linea Maginot, collocata nel nord del paese.
Alla metà del 1942, le forze dell’Asse avevano raggiunto la loro massima espansione.
In Europa, fra stati occupati, regimi vassalli e alleati, dominava la coalizione nazi-fascista. Nell’Africa settentrionale gli italo-tedeschi si apprestavano a lanciare l’offensiva decisiva per la conquista dell’Egitto. Nel Pacifico, i giapponesi avevano compiuto una travolgente avanzata e controllavano l’intera fascia costiera cinese, l’Indonesia, l’Indocina, la Birmania, la Filippine, oltre a un gran numero di isole di grande importanza strategica e militare nel conflitto con gli Stati Uniti, che aveva carattere essenzialmente aeronavale. Non mancavano, tuttavia, i fattori di debolezza. La strategia della guerra lampo era sostanzialmente fallita: la Germania si trovava ora a dover condurre su più fronti una logorante guerra di lunga durata. L’Italia, nonostante i numerosi episodi di valore di cui si resero protagonisti i reparti delle forze armate, aveva mostrato tutta la sua impreparazione militare e la fragilità delle sue strutture economiche. Per quanto riguarda il Giappone, i suoi stessi successi lo avevano portato a dover agire militarmente su un teatro di guerra di enorme estensione, difficile ed oneroso da presidiare. Sull’Asse, poi, pesava una grande incognita: quale potenza militare sarebbero stati in grado di dispiegare gli Stati Uniti? La risposta non avrebbe tardato a giungere.
A partire dalla seconda metà del 1942 le sorti del conflitto volsero progressivamente a favore degli anglo-americani e dei sovietici, alleati in una lotta che aveva come obiettivo la resa senza condizioni della Germania. Un primo evento decisivo si verificò sul fronte orientale: qui, nel giugno 1942, i tedeschi lanciarono una violenta offensiva, intesa a conquistare le ricche regioni petrolifere del Caucaso e a prendere Mosca. Affiancavano l’esercito tedesco diversi contingenti dei paesi alleati, tra i quali i 220mila soldati dell’Armir, il corpo di spedizione italiano inviato da Mussolini ad appoggiare Hitler nella campagna di Russia. Gli attacchi colsero importanti successi iniziali, respingendo i sovietici oltre il fiume Don, ma in luglio l’offensiva si arrestò a Stalingrado. Qui si svolse una drammatica battaglia, durata fino al febbraio del 1943, combattuta nelle strade e nei quartieri delle città. I tedeschi non riuscirono a prendere Stalingrado, e ciò segnò una svolta nel conflitto in quel settore: la resa dell’armata tedesca a Stalingrado fu il primo atto di una ritirata, sotto l’incalzare della controffensiva sovietica, destinata a concludersi solo a Berlino. Nel terribile inverno 1942-43 le forze dell’Asse furono decimate e l’armata italiana, nonostante la disperata resistenza, distrutta. Ma l’elemento che determinò in modo irreversibile la disfatta dell’Asse fu l’intervento degli Stati Uniti. L’apparato industriale americano fu in grado di produrre, tra il 1940 e il 1945, un numero enorme di aerei, carri armati, navi da guerra e mitragliatrici: un impegno economico senza precedenti, reso possibile da un completo accordo fra imprenditori, governo e sindacati. Gli uomini e i mezzi americani rappresentarono un forza d’urto insostenibile sia per la Germania, sia per il Giappone. Il primo teatro di intervento delle forze statunitensi fu l’Africa settentrionale. In questo fronte, l’offensiva italo-tedesca a El Alamein (23 ottobre 1942) venne arrestata dagli inglesi del generale Montgomery, che iniziarono poi a respingere le forze dell’Asse verso occidente. Sempre più isolati a causa dell’efficace azione della marina inglese nel Mediterraneo contro i convogli destinati a rifornirli, gli italo-tedeschi dovettero retrocedere, perdendo l’intera Libia. Dopo la sbarco anglo-americano in Marocco e Algeria, le forze dell’Asse vennero prese fra due fuchi. La loro ultima resistenza in Tunisia venne piegata nel marzo 1943. Con la vittoria sul fronte dell’Africa settentrionale, si apriva per gli alleati la possibilità di realizzare uno sbarco in Sicilia, che ebbe luogo il 10 luglio 1943. A questo punto, la situazione dell’Italia si fece estremamente critica: emergeva chiaramente l’impossibilità per il governo di Mussolini di realizzare un’efficace difesa del territorio nazionale.
Il fallimento militare del fascismo ebbe decisive ripercussioni sul piano interno: il regime, indebolito, perdeva rapidamente consenso. Le notizie dal fronte, i bombardamenti alleati, le sempre più difficili condizioni economiche indebolirono irreversibilmente la credibilità del regime e diedero forza agli antifascisti: gli scioperi avvenuti nel marzo 1943 nelle principali città del nord ne erano stati un chiaro segno.
Di fronte a questa situazione, né i gerarchi fascisti né la monarchia erano ormai più disposti a sostenere Mussolini. Il 25 luglio 1943 il duce fu costretto a dimettersi da un colpo di mano attuato dal Gran Consiglio del Fascismo, con il consenso di Vittorio Emanuele III; il dittatore venne imprigionato e condotto sul Gran Sasso. Il fascismo era finito. Il Re affidò il governo al maresciallo Pietro Badoglio, che l’8 settembre 1943 annunciò l’armistizio con gli anglo-americani. L’esercito, abbandonato a se stesso, si sbandò: i reparti italiani all’estero che tentarono di resistere ai tedeschi furono massacrati, come accadde a Corfu e Cefalonia. Mentre il re e Badoglio fuggivano da Roma, riparando a Brindisi sotto la protezione degli alleati, i tedeschi occuparono la parte centro-settentrionale del paese, arrestando all’altezza di Cassino l’avanzata degli anglo-americani, che nel frattempo erano sbarcati anche in Calabria e Salerno. Nell’Italia controllata dai tedeschi, il 12 settembre 1943, Mussolini, liberato da Hitler, fondò la Repubblica Sociale Italiana, con capitale Salò e un governo di fatto sottomesso a quello tedesco. Ebbe inizio in Italia la lotta di liberazione. Nella conferenza di Teheran (dicembre 1943), Churchill, Roosevelt e Stalin decisero l’apertura di un secondo fronte in Europa. Era questa una strategia sostenuta con forza da Stalin, cui premeva vedere impegnati i tedeschi da occidente, e anche da Roosevelt, che considerava un attacco diretto alla Germania l’unico modo per distruggere il nazismo. Il secondo fronte fu aperto il 6 giugno 1944 con lo sbarco in Normandia, un’imponente operazione aeronavale comandata dal generale statunitense Dwight Eisenhower, che travolse le difese tedesche e condusse alla liberazione del Belgio e di quasi tutta la Francia. Il 18 agosto i soldati di De Gaulle, dopo un riuscito sbarco in Provenza, entrarono in Parigi, che con un’insurrezione aveva scacciato i tedeschi. Lo sbarco in Normandia ebbe come l’effetto di indebolire l’importanza strategica del fronte italiano: liberata Roma (giugno 1944), la lenta avanzata degli Alleati si arrestò lungo la linea gotica, che andava da Rimini a La Spezia. Sul fronte orientale, intanto, l’Armata rossa era avanzata fino a Varsavia e alla Vistola, alle porte quindi della Germania, e aveva rioccupato le repubbliche baltiche. Sotto l’avanzata russa, tutto il sistema di dominio nazista nell’Europa centrale e balcanica si sfaldò: i paesi satelliti del Reich, Ungheria, Romania e Bulgaria, firmarono l’armistizio con i sovietici. In Jugoslavia, Belgrado insorse vittoriosamente contro i tedeschi (ottobre 1944), che dovettero lasciare anche la Grecia, occupata dagli inglesi. Nell’Europa sottoposta alla dominazione nazi-fascista si svilupparono quasi ovunque movimenti di resistenza. Questi movimenti furono molto diversi per composizione, estensione, efficacia e conobbero sovente al loro interno divisioni anche forti di carattere ideologico e politico: li accomunava tuttavia l’idea di combattere contro l’oppressione in nome di un ideale di libertà che si accompagnava talvolta anche a un’esigenza di trasformazione politica della società, una volta sconfitto il nazismo. La resistenza europea combattè con le armi della propaganda contro l’occupante, con il sabotaggio, con il sostegno agli Alleati e alle loro operazioni militari. In alcuni casi essa diede vita a veri e propri eserciti di liberazione e a una guerriglia di grande impegno anche militare, come per esempio in Jugoslavia e in Italia. Al di là del suo contributo militare, la Resistenza ebbe un grande significato politico, poiché dimostrò, pagando un prezzo altissimo, la volontà dei popoli europei di non piegarsi al dominio nazi-fascista. Dovette passare tuttavia un altro lungo inverno di guerra prima che la Germania si arrendesse. Hitler, dopo essere sfuggito per poco ad un attentato organizzato da alcuni generali (luglio 1944), comandò un disperato quanto inutile sforzo di resistenza: fu ordinata la mobilitazione totale, coinvolgendo anche i giovanissimi nella guerra e intensificando lo sfruttamento ed il terrore in Germania e nei territori ancora occupati dal Reich. Ciò permise di arrestare per qualche mese l’avanzata degli Alleati, ma costò alla Germania e a buona parte dell’Europa un crescendo di morte e distruzione.
L’aviazione americana attuò bombardamenti a tappeto di obiettivi militari ma anche di intere città. La Germania venne ridotta a un cumulo di macerie. A ovest, gli Alleati passarono il Reno; a est, l’Armata rossa entrò in Austria e il 13 aprile 1945 occupò Vienna. Il 25 aprile 1945 anglo-americani e russi si incontrarono sul fiume Elba; negli stessi giorni in Italia, dove gli Alleati avevano ripreso l’avanzata sfondando la linea gotica, un’insurrezione liberò le principali città del nord. Il 30 aprile Hitler si tolse la vita, imitato da altri capi del regime; il 2 maggio i sovietici entrarono a Berlino. Il 7 maggio la Germania firmò la resa senza condizioni. La guerra era finita in Europa, ma continuava in Estremo Oriente.

La caduta del regime fascista e l’armistizio (25 luglio e 8 settembre 1943) aprirono per l’Italia un periodo difficile e drammatico, ma anche pieno di significato e di nuove prospettive civili e politiche. Dopo venti anni di regime dittatoriale, il paese si trovava di fronte al compito di determinare il proprio futuro.

Nicola Schiavone