Il personaggio e il nome di Omero

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di Alissa Peron

Omero è l’autore più antico della letteratura greca… inesatto e in parte insignificante: Omero non dice nulla di sé in entrambi i poemi; gli si assegnano molti periodi cronologici e patrie, otto padri e dieci madri secondo le fonti, unica cosa comune il nome. I biografi antichi non avevano a disposizione fonti documentarie scritte come archivi o lettere private, la comunicazione orale era il principale veicolo e si producevano racconti ricchi di fantasia, anche per l’istinto dell’horror vacui. Le principali vite antiche di Omero sono la vita detta erodotea perché in prosa ionica ma di autore sconosciuto, e il certamen Homeri et Hesiodi; la prima è una vita di Omero dalla nascita alla morte, concordano le fonti sull’isola di Ios, il certamen contiene le due vite e la gara poetica tra i due, Omero vincerebbe ma il re giudice dà la vittoria ad Esiodo, forse il testo risale all’epoca adrianea ma contiene materiale risalente al IV secolo a. C. Altra vita è quella che compare nel corpus plutarcheum, de vita et poesi Homeri, poi altre vite anonime; poi quella di Suida del X secolo in età bizantina; XII secolo vita di Eustazio arcivescovo di Tessalonica e di Zezze nelle Chiliadi. Omero è descritto in quasi tutte le vite come un mendicante che passa da un luogo all’altro, assimilabile a Demodoco che di volta in volta è chiamato a cantare; secondo il certamen il padre fu Tamiri, cantore trace che sfidò le Muse, un poeta ellenistico dice che fu fidanzato con Penelope, per Eforo di Cuma il suo maestro di lettere fu Femio; ciò mostra che furono introdotti nelle vite nomi dei personaggi dei poemi omerici. Questo biografismo serve a evidenziare che egli conosceva bene le isole della Ionia, nella vita erodotea egli nasce a Smirne città eolica, altri pensano a Chio, altri lo fanno nascere ad Argo, tutto ciò partendo dal contenuto dei poemi. Altre vite hanno un legame meno diretto con i poemi ma lo presentano come un eroe leggendario: Aristot. fr 76 Rose, Omero figlio di Criseide ingravidata da un dio e si nasconde in un luogo dell’isola di Io chiamato Egina ed è rapita dai pirati, portato da Smirne retta da Maion re lidio che si innamora della ragazza; lei partorisce il bambino vicino al fiume Meles allevato dal re come fosse il proprio figlio; quando la città fu catturata dagli Eoli il ragazzo fu offerto come ostaggio (omeros = ostaggio) e da allora ebbe il suo soprannome. Questo vale per molta parte della biografistica antica e moderna, anche i nostri studiosi prendono i lavori degli autori come documenti biografici, operazione rischiosa. Eforo di Cuma riporta che Omero è figlio dello zio di sua madre violentata da costui a Cuma, e che poi fa sposare ad un maestro chiamato Femio a Smirne, e anche in questo caso egli nasce presso il fiume Meles; si chiama Omero perché a Smirne òmeros = cieco nato, nelle altre vite la sua vista si logora col tempo. Anche i luoghi sono gli stessi dei poemi, la visita del poeta spiega il motivo per cui sono citati nell’Iliade e nell’Odissea: visita Samo e scrive la presa di Ecalia (secondo alcune fonti, per altre è Creofilo di Samo secondo una tradizione genero di Omero), Cipro e compone i kùpria, poema del ciclo troiano che racconta gli antefatti attribuito a Stasino di Cipro ed Omero.

Il nome Omero è inseparabile dall’Iliade e dall’Odissea, ma anch’esso è problematico come elemento di identificazione, dice altro rispetto a notizie biografiche. Il nome Omero non compare mai nei due poemi e nel resto del corpus, nemmeno negli inni dove ci si aspetterebbe di trovarlo: in 25 circa si parla di un dio, quello ad Apollo racconta la nascita del dio e della sua capacità di dare responsi: si conclude con l’appello del cantore alle ragazze di Delo, di affermare che il cantore migliore di tutti è “tuflòs anèr” che abita a Chio; per gli antichi era Omero, per i moderni difficile dirlo per le differenze di lingua e stile. L’Iliade e l’Odissea non contengono il nome del cantore perché è poesia eroica esametrica rapsodica, e mai nella poesia eroica si trovano riferimenti all’autore, tranne quando il poeta finge di essere il personaggio che narra le vicende (Odisseo nel suo apologo che racconta la vicenda da Troia in poi in prima persona, il poeta si nomina in prima persona perché è identificabile nel suo personaggio, comune a partire dal Gilgamesh). La mancanza di nomi conferisce oggettività al racconto, il poeta racconta ciò che gli è riferito dalle Muse sugli eroi di un lontano passato. La più antica fonte che menziona Omero è Erodoto (II 53 2) dove siparla dell’Egitto e della storia di Elena in Egitto; ma si segnala anche il fr 357 di Esiodo citato da Filocoro che riporta alcuni versi attribuiti ad Esiodo che costituirebbero la più antica menzione di Omero se fossero autentici. Dice Esiodo che si incontrò a Celo con Omero e che insieme cantarono inni nuovi celebrativi di Apollo (nuovi = nearoì, ràptein aoidèn = cucire un canto, fare il rapsodo). Molti editori considerano spuri i versi portando a prova tà èrga vv 350 ss, dove si dice che Esiodo non ha mai attraversato il mare se non per andare dall’Eubea in Aulide (tà èrga è l’unica opera unanimemente attribuita ad Esiodo). In ogni caso Omero non è menzionato prima del tempo di Esiodo; non si dubita dell’esistenza in età storica degli omerìdai a Chio, corporazione o gènos di cui ci informa un lessico di Arpocrazione, autore del II secolo d. C. età di Lucio Vero; ne parla anche uno scolio della II Nemea di Pindaro v 1: chiamavano Omeridi anticamente quelli della stirpe (genos) di Omero, i quali cantavano per successione (diadokè) la poesia di lui; ma poi vennero chiamati così anche i rapsodi che non riconducevano la propria stirpe ad Omero; divennero celebri quelli come Cineto, che dicono che avendo composto molti versi li introdussero nella poesia omerica. Si trattava dunque di creatori di versi e non solo riproduttori.

Chio era una delle sedi del catalogo delle città natali di Omero; l’ultima parte dello scolio sopra riportato è la testimonianza che la poesia di Iliade ed Odissea è ciò che Omero ha scritto e gli innesti degli Omeridi. Il cantore che recita poemi eroici lunghi è il rapsodo, un tipo particolare della categoria generale degli aedi (cantori). Per sua natura la poesia omerica era materia fluida, soggetta ad interpolazioni dovunque si facesse poesia rapsodica, quindi dovunque ci fossero greci. Gli Omeridi erano tra questi rapsodi, in particolare quelli di Chio, ma avevano anche un’autorità, erano anche commentatori di Omero. La qualità di Omeridi si trasmetteva di padre in figlio con regolarità, è una sorta di titolo che come altri simili (Melampodidi = indovini) risale ad un eponimo, che incarna la qualità di cui sono riconosciuti esponenti. Il nome Omeridi si presenta come patronimico, ma ciò non è garanzia dell’esistenza di un Omero storicamente documentato: questo nome compare raramente in iscrizioni, non è diffuso come antroponimo. La più antica attestazione è nell’Eubea del V sec, Omerios che per la fonetica del greco attico è Omarios, epiteto di Zeus, dunque potrebbe essere nome di derivazione sacrale, nome teoforico. La successiva attestazione risale al 262 a Delfi dove un’iscrizione ci parla di un sacerdote di nome Omaros, Omero; ma forse è una retroformazione da Omarios, cambiandone solo il suffisso. Queste sono le uniche attestazioni nell’onomastica per tutta la grecità, ma ciò non basta a dimostrare che non esistesse il nome Omero. Da ciò che leggiamo nelle vite si tratta di un appellativo che significa ostaggio; gli appellativi spesso diventano nomi propri, pensa ai cognomina latini o ai cognomi italiani. In greco il fenomeno è meno frequente ma presente (Eforos = sovrintendente, Theoros = colui che guarda). È difficile pensare che un soprannome come Ostaggio sia diventato nome proprio dato il significato che sarebbe stato più naturale rimanesse legato al singolo; può essere avvenuto solo quando la tradizione del nome Omero ricondotto al grande poeta era stabilita. Ma è anche vero che le aree da cui proverrebbe Omero, Smirne e Chio, aree eoliche e ioniche, erano tutte psilotiche, e hOmeros è trascritto in tutti i documenti con lo spirito aspro. Inoltre hOmero- può essere declinato come maschile o neutro, e normalmente è parola attestata al plurale; singolari sono pochi casi, uno solo al neutro Tuc. I 82. Al maschile al singolare Omeros si presenta in Euripide tre volte come predicativo, prendere qualcuno come ostaggio; nei prosatori il plurale usato per indicare gli ostaggi è collettivo, non individua l’oggetto (vedi latino promissa servare = mantenere la promessa, ciò che è stato promesso); ci sono anche esempi di concordanza del verbo al singolare (òmera én = era ostaggio). Secondo queste considerazioni un nome proprio di persona Omeros non è mai esistito: nessun nome maschile come antroponimo è derivato da un neutro plurale. Dunque gli Omeridi non sono i discendenti di un personaggio storico di nome Omeros.

Analizziamo il suffisso -ides: forma anche nomi di persona non patronimici (Tucidide) o il nome di un genos; in miceneo ed eolico il patronimico si forma con -ios (Telamonios), in attico si dice “figlio di…”, dunque -ides non è attico né miceneo né eolico e soprattutto non indica originariamente patronimico, ma un rapporto generale di appartenenza, una relazione non precisata. A volte i capostipiti delle corporazioni hanno nomi parlanti (eumolpidai = discendenti di Eumolpo che cantava versi mantici). Il plurale Omeridi non rimanda per forza al singolare Omero, è normale il processo di prosopografizzazione, quindi non è necessario postulare un progenitore. Vedi esempio Vita di Solone, coloro che beneficiano della cancellazione dei debiti si chiamarono kreokopìdai, da koptein krèa; i presunti autori delle mutilazioni delle Erme sono chiamati Ermocopidi.

La parola Omeros dà origine al verbo omerèo = stare insieme o andare incontro a qualcuno, aggettivo omerès = combinato assieme; omera = ostaggio, pegno, le cose convenute (conventa), verbo omertèo / omartèo = accompagnarsi con qualcuno anche in senso ostile, essere adatto a qualcosa. Tutte le parole contengono *om radice indoeuropea che indica comunanza, nell’antico indiano è attestato il preverbio sam ed esiste la parola samaria = agone poetico. La seconda parte ar è quella del verbo ararìsko, transitivo = mettere insieme, intransitivo = stare insieme; la a del secondo elemento composizionale si allunga, per questo Omero, con il passaggio ad eta. L’aggettivo omarios rimanda a quest’idea di riunione, l’etimologia conduce ad un concorso di più persone. In Acaia presso Elike è attestato un sostantivo neutro omarion, un luogo dove gli Achei celebravano riunioni; era luogo sacro dedicato a Zeus Omarios, erano chiamate Omarios anche Atena ed Afrodite. Le città della Calabria Sibari, Crotone e Caulonia, colonie degli Achei, si organizzano in federazione in base alle istituzioni della madrepatria in un luogo chiamato omarion, non identificato archeologicamente. Omero ricorda che in Acaia forse nell’Omario Agamennone aveva riunito i Greci che dovevano partire per Troia per stabilire il piano (Pausania), egli chiama quel santuario di Zeus Omegurion, altro termine che indica la riunione. Anche l’etimologia di cieco risale al fatto che Omeros è colui che va accompagnato. Il contesto dei poemi omerici si lega sempre a contesti agonali, cioè di adunanza; gli stessi Femio e Demodoco cantano di fronte a molte persone. Il poeta eroico si rivolge ad un uditorio virtualmente illimitato: si recitava nelle Panatenee, il Certamen racconta della gara poetica dei due in Eubea nelle feste funebri in onore di Amfidamante, sempre di fronte ad un pubblico. Anche negli inni ci sono formule che riportano ad agoni (dammi la vittoria in questo agone), anch’essi erano eseguiti davanti a molti. Omero può essere nome parlante riferito a quest’aspetto, Omero è la recitazione epica nei secoli personificata, ed intorno al nome considerato come di persona sono nate leggende. Omero era il contesto in cui si producevano e cantavano lunghi racconti della saga troiana, tebana, argonautica ecc. La stessa cosa, da radunatore a nome di persona, è diventato Choelet, altro nome parlante (in greco ekklesiastès).

Si conclude quindi che non c’è un Omero e non c’è un autore, una personalità che emerga e mostri il suo punto di vista; del resto tutta la tradizione epica ha strette somiglianze, esisteva una tecnica ed uno stile con cui si componevano racconti brevi o lunghi a seconda del pubblico, la dimensione autoriale è incompatibile con la poesia eroica del tempo. Ma un uomo dovrebbe prendere un nome derivato da questa parola Omaros, che vorrebbe dire solo “riunione” “agone epico” e non “uomo dell’agone epico”; il lessema Omero- indica il convenire, secondo tutte le testimonianze la poesia eroica era pubblica. I cantori sarebbero stati chiamati Omarioi (vedi Agorà agoraìos), o Omeridai, il passaggio è dal collettivo all’antroponimo. Dunque schematizzando: Omaros = riunione, Omeridi = uomini che si riuniscono a cantare, quindi Omaros = capostipite leggendario, come con tutti gli altri nomi di stirpe derivati (eumolpidai = da Eumolpo); poi si riempì con leggende il vuoto sull’uomo Omero.

Nell’Iliade Omero parla del cantore Thamuris trace come Orfeo, che proviene dalla casa di Eurito e abita ad Ecalia; questa menzione dice molto sull’influenza della Tracia nella poesia; Thamuris è morto per un agone con le Muse, dimensione agonale della poesia. Omero accenna solo alla sua storia perché il pubblico la conosce. Egli è un cantore itinerante, incontra le Muse a Dorion in Messenia, ed il suo nome si spiega in Esichio, lessicografo che glossa così: panéguris, sùnodos e puknòtes tinòn, riunione generale, convenire, punto di arrivo di molte strade, affollamento di persone; hodoùs thamùras (lègousi) tàs leofòrous, chiamano tamire le strade quando sono affollate; thamurìzein = athroìzein, sunàgein. Dunque è chiaro il campo semantico di derivazione; in Omero c’è sempre anche l’aggettivo thameès = affollato e l’avverbio thamà = frequentemente. Può darsi che thàmuris si spieghi o come Omero (capostipite dei tamuridi di cui però non sappiamo nulla) o come abbreviazione di un altro antroponimo (thamuriklès = famoso per il tamuris.

Omero non è autore nel senso di Virgilio, l’Iliade e l’Odissea sono poemi tradizionali. Anche Virgilio è condizionato dalla tradizione, ma la sua dipendenza da essa è diversa da quella di Omero. Notevole è in Omero la stereotipia linguistica, ripetizioni verbali, formule ecc., e gli inni omerici ed altri poemi sono composti con la stessa dizione, lo stile è indistinguibile tra gli autori (a meno di arrampicarsi sugli specchi). Il 55% dei poemi è formato da gruppi di parole che si ripetono, cosa che non accade con nessun altro poeta, e questi elementi formulari sono a disposizione da tempo immemorabile, forgiati da una tradizione.

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