Il principe di Machiavelli – di Carlo Zacco

In primo
luogo va chiarito quali sono i problemi aperti ancora in discussione. E’ ancora
aperta una discussione sulla datazione, la destinazione
e il riferimento alle fonti cui Machiavelli avrebbe attinto, o
meglio di che cosa sia costituita e con quale profondità la cultura di
Machiavelli.
Datazione e destinazione dell’opera
Lettera
al Vettori.
Per quello che riguarda la datazione del principe e il problema
della destinazione sono tra loro collegati. Con problema della destinazione mi
riferisco evidentemente a ciò che riguarda il dedicatario; per quello che
riguarda il problema della datazione noi abbiano naturalmente due estremi
essenziali: abbiamo la famosissima Lettera al Vettori, del
10 Dicembre del 1513
in cui Machiavelli comincia a spiegare al lettore
come egli abbia composto un opuscolo De Principatibus (titolo originario), e gli
aveva anche spiegato quali ne erano state le matrici e aveva spiegato che cosa
c’era in questo suo opuscolo.

L’oggetto dell’opuscolo.
Ecco, qual era il soggetto di questo suo opuscolo?
Allora: «disputando che cosa è principato, di
quali spezie sono, come e’ si acquistano, come e’ si mantengono, perché e’ si
perdono».
Ecco, qui il lettore del Principe ha  una prima sorpresa:
che cosa è il Principato
: nel principe non c’è nessuna disputazione e
trattazione di che cosa sia il Principato. Invece il Principe
comincia trattando di quali spezie sono.

Discrepanze.
Quindi su questo punto c’è sicuramente una discrepanza. Inoltre
la lettera ci tratta quella che è la materia che copre, nelle indicazioni date,
i capitoli fino all’XI. Machiavelli però ci dice che stava andando avanti a
scrivere, perché spiega che «tuttavolta»
cioè continuamente «io l’ingrasso e
ripulisco»
. Allora, se il ripulire ha a che vedere con una dimensione di
carattere formale, l’ingrassare è evidentemente un ampliamento, un
arricchimento.
La
dedica a Giuliano.
Era rimasto in sospeso per un certo tempo l’andare o il
non andare a Roma, intendeva Machiavelli il presentarlo a Giuliano, darlo in
dono a Giuliano. Presumibilmente questo ampliamento possiamo anche supporlo
avvenuto in quei mesi.

Disgrazia politica.
Vi ricordo che Machiavelli era uscito dal carcere nel
Marzo del 1513
per l’amnistia seguita alla nomina a papa di
Giovanni
de Medici (che era figlio di Lorenzo il Magnifico) con il nome
di Leone X. Machiavelli era rimasto per un certo tempo confinato nella
sua tenuta all’Albergaccio, ma in ogni caso si trovava in una situazione di
disgrazia politica. Questa sua azione di darla a Giuliano significava riprendere
i rapporti con i Medici. Ricordiamoci che Giuliano, era figlio
minore di Lorenzo de Medici, aveva avuto indubbiamente dei rapporti di carattere
personale in anni precedenti a Firenze (ne abbiamo ampie tracce: sonetti
indirizzati a Giuliano).
Il
progetto per Giuliano.
In questo senso il darlo a Giuliano avrebbe avuto il
carattere di un rapporto personale ma d’altra parte anche si ancorava a quelle
che erano le voci che circolavano circa il compito che Leone X avrebbe
attribuito a Giuliano: si diceva che si stava preparando da parte del Papa, il
progetto di formare uno stato che sarebbe stato affidato, come
Principe, a Giuliano stesso. Questo progetto sembrò concretizzarsi maggiormente
proprio nel 1515, dove appunto a Giuliano si sarebbe potuto dare
uno stato formato da Parma, Piacenza, Modena e Reggio. E di questo ci parla
Machiavelli in una lettera del 1515. Dato che come consigliere, vicino e amico
ha Giuliano ci stava il fratello del Vettori, Paolo Vettori, di
cui Machiavelli era più amico di quanto non fosse con Francesco (potremmo dire
che a sua volta Paolo era più amico di Machiavelli di quanto lo fosse stato
Francesco) allora: Machiavelli pensava in tutto ciò di averne qualche parte.
Questa sono alcune delle tracce che noi abbiamo.
Noi non
abbiamo
però nessuna dedicatoria a Giuliano, nella tradizione manoscritta,
dove non ci sono rimasti autografi Machiavelliani per altro, non abbiamo nessuna
dedica a Giuliano. Ora, se Machiavelli veramente aveva progettato di andare a
Roma a presentare l’opera a Giuliano la dedicatoria doveva averla fatta.
La
dedica a Lorenzo.
Non sappiamo però fino a quel punto quel progetto,
fallito, nel 1514 fosse andato in porto. Noi abbiamo soltanto la dedicatoria a
Lorenzo, che era nipote sia del Papa che di Giuliano. Lorenzo il
giovane: figlio di Piero de medici. Allora, abbiamo soltanto la dedicatoria a
Lorenzo il giovane, la quale ci pone di fronte ad una situazione particolare,
perché: qual è la situazione di Lorenzo in relazione al potere med’ceo? Se noi
pensiamo, come per esempio suppone Giorgio Inglese che è l’editore critico, di
un edizione critica importante del Principe, che il Principe sia stato composto
entro i primi mesi del 1515, la destinazione a Lorenzo sarebbe una destinazione
fiorentina, perché Lorenzo era la figura della famiglia medici che esercitava,
per conto dello zio Leone X il potere med’ceo in Firenze. Lo si può definire un
Principe a pieno titolo? Non si sa.
D’altra
parte il nostro Lorenzo diventa principe a pieno titolo nel momento in cui
conquista (e poi perde) il ducato di Urbino: questa conquista avviene nel
ottobre 1516
. O meglio, nell’Ottobre 1516 è investito da parte del Papa
del ducato di Urbino.
Il
titolo.
Allora che cosa succede? Se fosse stato dedicato a lui, in occasione
di questa investitura noi ci troveremmo di fronte ad una dedica abbastanza
singolare: singolare perché non c’è il titolo del ducato di Urbino. Dunque non
poteva essere già stato di Urbino perché è difficile pensare che Machiavelli
potesse avere una distrazione cos’ totale nel momento in cui dedicava un opera
nel non mettere il titolo relativo al dedicatario.
Aggiungo
qualche altro particolare. Allora, teniamo presente che Giuliano de Medici era
morto a sua volta nel Marzo del ’16, allora certamente se l’idea di dedicare a
lui il Principe era andata oltre al 15 e la scrittura anche, non oltre la data
della morte di Giuliano nel ’16. E se teniamo anche presente come ultimo termine
che Lorenzo morì a sua volta nel 1519.
Allora,
ovviamente se noi dobbiamo guardare ai termini certi dobbiamo stare tra il 1513
e il 1519, perché sono i termini certi: 1513: lettera del Vettori; 1519: morte
del dedicatario; e qui non ci sono dubbi. Se però guardiamo sia ai dati relativi
al carteggio tra Machiavelli e Francesco Vettori, sia ai fatti storici evocati
all’interno del Principe, sia a questi discorsi relativi ai tioli del
dedicatario, allora diciamo che l’ipotesi che, anche secondo me, rimane la più
persuasiva, è che l’opera sia stata compiuta e dedicata effettivamente entro il
1515. Questa è l’ipotesi che anche a me sembra la più probante, o quanto meno
prima dell’investitura a Lorenzo
. Ci sono anche alcuni altri
argomenti interni su cui si potrebbe discutere ma che discuteremmo solo se
analizzassimo partitamente l’opera stessa.
La dedica.
Machiavelli ha cambiato solo il nome del dedicatario? Questa è un’altra delle
ipotesi. Oppure è stata scritta apposta per Lorenzo? Questi sono altri problemi
che si pongono in collegamento a questo.


 
Le fonti
Per quello
che riguarda i materiali di cui è composta l’opera. Anche negli ultimi anni si è
riaperta una polemica fra gli studiosi di Machiavelli in relazione a quella che
è la cultura di Machiavelli. Allora, non stiamo a rievocare quelli che sono
termini di questa discussione ma vi metto in evidenza quella che è la mia
opinione in merito.

Formazione non umanistica.
Allora, certamente Machiavelli non ebbe una
formazione umanistica nel senso proprio del termine
: Machiavelli non è cioè
in nessun modo paragonabile sotto questo profilo, mettiamo, ad una figura
eminente della Firenze quattrocentesca tipo Poliziano.
Assolutamente non ci sono rapporti tra un Poliziano grande umanista, grande
filologo, ben conoscitore del Greco, e scrittore a sua volta in greco, latino e
volgare, e certamente la preparazione di Machiavelli che non è sotto questo
profilo, un umanista per definizione.

Conoscenze classiche.
Però Machiavelli mostra un interesse e una conoscenza
per quello che riguarda gli studi dei classici, soprattutto per
quello che riguarda gli storici, e non solo, molto chiara. Mi
limito a far riferimento alla formazione di cui ci ha parlato il padre
per cui Niccolò sarebbe stato avviato fin da piccolo agli studi del latino;
al fatto che il padre fosse uomo di buona cultura in relazione con gli ambienti
ficiniani; e tra l’altro proprio quel testo di Livio
tanto caro a Machiavelli era nella casa paterna già fina dal 1475. Machiavelli,
ci risulta perché abbiamo un autografo in questo senso, aver trascritto il
de rerum natura
di Lucrezio, e dunque un opera certamente non
scontata, molto significativa dal punto di vista letterario filosofico, che
indica un interesse specifico.
à¢â‚¬¢ Il
teatro.
Inoltre Machiavelli è un buon conoscitore del teatro
latino: basta pensare che tradusse, anche se non è un’ottima traduzione ma è una
traduzione che funziona dal punto di vista teatrale, l’Andria di
Terenzio: e Machiavelli qui mostra di essersi molto ben impadronito dei
meccanismi della commedia la cui struttura, nella nuova commedia in volgare è
esemplata su quella della Mandragola: basta pensare alla Mandragola per non
dover aggiungere altro.
à¢â‚¬¢ Le
Vitae
di Plutarco.
Aggiungo anche che Machiavelli, secondo una lettera
del Buonaccorsi, quando era nei primi del 500 impegnato in una delle sue
missioni presso il Valentino, aveva fatto dannare Buonaccorsi perché voleva a
tutti i costi avere le vitae di Plutarco. Aveva bisogno
naturalmente di una traduzione in latino, perché non conosceva il greco: ma
anche questo è molto indicativo: il fatto di voler avere tra le mani un testo di
questo genere dà uno spunto a quanto Machiavelli dice.
à¢â‚¬¢ Orti
Oricellari.
Nei suoi stessi testi emergono aspetti che sottolineano una
conoscenza da parte di Machiavelli di più testi. Senza esagerare
naturalmente, perché qualcuno ha voluto vedere Machiavelli come conoscitore di
troppe cose: molte cose Machiavelli può anche averle acquisite da
discussioni
e colloqui certamente, soprattutto negli orti Oricellari,
quando cominciò a frequentare quegli ambienti attorno a 1516 in
Firenze: gruppi di dotti che si riunivano nei giardini di casa Ruccellai, pure
Machiavelli a mio avviso doveva avere delle conoscenze tutt’altro che
disprezzabili, e significative.
à¢â‚¬¢ Le
vesti curiali.
Lo stesso Machiavelli nella famosa lettera al Vettori ci dice
che deposte le vesti di fango e di loto  indossa i panni curiali degli antichi
uomini eccetera.. ecco questo non è una cosa casuale su cui si possa passare
oltre.

 
Uso
delle fonti.
Detto questo certamente Machiavelli si serve delle fonti con
una estrema libertà. Machiavelli non solo non è un filologo, ma
diciamo che l’accertamento dei fatti nel senso dell’esattezza dello svolgimento
di questi e nel senso della congruità del testo di riferimento, cioè se sia una
buona fonte quella che ha in mano, di fatto interessa poco: a lui interessa
trarre una lezione e seguire quelle che sono le ragioni interne
del proprio pensiero. Per cui sotto questo profilo troviamo in Machiavelli,
anche per quanto riguarda la storia contemporanea, la possibilità di usare le
fonti, e lo fece, anche razionalizzando il corso degli eventi, modificandolo
anche in alcuni particolari, interpretandolo secondo la logica interna del
suo pensiero
. Le citazioni che Machiavelli fa sono fatte in larga misura
a memoria
. E in larga misura noi troviamo, anche sotto questo
profilo, una serie di imprecisioni, di non corrispondenze (nei discorsi ne sono
state trovate molte) anche laddove cita il testo latino.
Il Principe
Ecco
questi sono gli estremi del preliminare del discorso. Che cosa c’è di fortemente
innovativo nel Principe? C’è innanzitutto il metodo di cui si avvale Machiavelli
e la struttura del suo trattato. E quanto sia innovativa la sua opera risulta
evidente fino dalla dedicatoria: il modo stesso in cui è scritta la dedicatoria,
anche se ci sono certamente dei tratti che abbiamo trovato in altre dedicatorie,
ce lo dice con chiarezza.
La dedicatoria
L’io
dell’autore
. Qui noi abbiamo la figura del Machiavelli scrittore che si
accampa in primissimo piano con una ripetizione quasi martellante del
pronome
di prima persona e dell’aggettivo possessivo di
prima persona.
Una lunga serie di strutture oppositive
à¢â‚¬¢ Gli
altri / Machiavelli.
Come è composta questa dedicatoria? È basata su una
serie di strutture oppositive, struttura oppositiva che ha inizio fin
dall’exordium tra coloro che  sono soliti fare doni ai principi,
che sono coloro che desiderano acquistare grazia presso i principi, e il
Machiavelli
come il donatore nei confronti del Principe.
à¢â‚¬¢
Machiavelli / Principe
. A questa opposizione fa riscontro quella che è
l’opposizione maggiore tra il Machiavelli e il dedicatario: la posizione
gerarchicamente subordinata
del Machiavelli che con il suo dono dimostra la
servitù, cioè di fatto quella che è la devozione, la dedizione nei
confronti del principe, la sua condizione di uomo non solo privato, ma in una
condizione bassa, di fortuna avversa, socialmente in disgrazia, e
quella alta del potere del principe.
à¢â‚¬¢ Gradi
opere / piccolo volume.
Entrando nel merito poi di quello che riguarda la
sua stessa opera, c’è una struttura oppositiva tra i grandissimi
esempi, tra i grandissimi uomini, la condizione appunto degli
uomini grandi, imparata con una lunga esperienza delle cose moderne ed
una continua lezione delle antiche, lungamente pensate, e d’altra parte
ridotte in un piccolo volume: dunque, l’importanza della materia,
il modo in cui questa materia è divenuta carne viva e opera e la brevità
con cui Machiavelli ha ridotto il suo libro.
à¢â‚¬¢ Tempo
di scrittura / lettura.
Cui fa da pendant d’altra parte il lungo
tempo e anche la fatica e il pericolo
corsi da Machiavelli e il brevissimo tempo che ha il principe per
dono di Machiavelli di venire ad intendere quello che lui ha inteso in lunghi
anni.
à¢â‚¬¢ La
retorica degli altri / quella di Machiavelli.
Opposizione che si pone anche
nei confronti degli scrittori: non vuole ornare la sua opera di clausole ampie e
di parole ampollose e magnifiche, non vuole usare adescamenti o latri ornamenti
estrinseci come molti sogliono fare nelle loro opere.
I
luoghi delle dedicatorie.
Fino a questo punto, ma le strutture oppositive
non finiscono qui, che cosa abbiamo visto in sintesi di questa lettera
dedicatoria? L’articolazione retorica che è mossa a partire dall’exordium, che è
appunto il paragone iniziale, per condurre poi la trattazione della materia, e
in questo contesto si è inserito di fatto nell’opposizione tra la propria figura
e il principe, il consueto topos modestiae, perché ovviamente si
pone il problema se questa opera possa essere conforme alla dignità di tanto
dedicatario e si pone anche in questo ambito, una captatio benevolentiae:
la consueta captatio che si fa nei confronti del dedicatario. Dopo aver appunto
definito quale è il suo stile, viene ad essere introdotta una ampia
excusatio
, cioè il Machiavelli vuole mettere in evidenza la legittimità,
vuole giustificare l’aver lui scritto nella condizione bassa e popolare in cui
si trova, questa sua opera, trattando lui del principe che si trova sopra tutti
e una posizione preminente.

Legittimazione del suo insegnamento.
Nel far questo introduce anche una
dichiarazione di orgoglio nella definizione di quello che fa: nel momento in cui
dice che non vuole che gli venga imputata presunzione l’aver appunto come uomo
di basso e infimo stato, l’aver avuto l’ardimento di discorrere,
cioè di passare in rassegna trattando, e di regolare, cioè di dare le
regole
, i governi dei principi. E perché fa questo?
à¢â‚¬¢ La
cartografia.
E qui introduce un’altra comparazione pure fondata in termini
oppositivi: la comparazione che riguarda i cartografi. I
cartografi, coloro che disegnano i paesi, si pongono bassi nel piano a
considerare la natura dei monti e dei luoghi alti; per considerare quella dei
luoghi bassi si pongono alti sopra i monti. Da cui la conclusione è organizzata
con un doppio chiasmo: similmente a conoscere bene la natura dei popoli bisogna
essere principe, e a conoscere bene quella dei principi conviene essere
popolare. Come volevasi dimostrare. Dunque Machiavelli ben legittimamente può
trattare nel suo basso e infimo stato di quello che  riguarda il principe.

Peroratio finale.
A questo punto si introduce la conclusione del discorso
che retoricamente altro non può essere, perché di fatto è organizzata tutta
questa dedicatoria, come spesso è organizzata la dedicatoria secondi i canoni
retorici, proprio come una forma di orazione: dall’exordium, all’exortatio, alla
peroratio finale. Si rivolge dunque al dedicatario perché accolga la sua
opera
. E anche qui c’è una struttura oppositiva: perché il dedicatario è in
una situazione in cui la fortuna di fatto è con lui, mentre il
Machiavelli si trova in una situazione in cui la fortuna lo ha colpito
duramente, in una estrema situazione di sfortuna. Leggiamo la conclusione:
«piglia dunque Vostra magnificenza, questo piccolo dono con quello animo che io
vi mando … malignità di fortuna».
Questi
sono gli estremi di questa dedicatoria che si qualifica fortemente sia per
quello che riguarda da un lato l’orchestrazione retorica: Machiavelli mostra
bene di sapersi avvalere dell’organizzazione retorica del discorso per scrivere
una dedicatoria che anche da un punto di vista letterario ha un significato
rilevante, e d’altra parte mostra anche molto bene come sappia avvalersi
dell’orchestrazione retorica per una messa in rilievo e in evidenza di punti
nodali del suo discorso: se voi riesaminate passo passo la dedicatoria vedrete
anche quanta forza logica dimostrativa ci sia ed anche gli stessi
nessi: per esempio i parallelismi nella
scansione
del periodo o altri elementi di questo, hanno questa duplice
funzione: da un lato di nobilitare retoricamente il discorso, dall’altro di
mettere in evidenza il modo logico e chiaro i passaggi.
Il
contenuto.
Due cose ancora significative a mio avviso vanno aggiunte:
Innanzitutto per quello che riguarda i fulcri di quello che Machiavelli dice:
che cosa ci dice in relazione al contenuto? Il contenuto è relativo alla
cognizione delle azioni degli uomini grandi. E come è fondata questa conoscenza
delle azioni degli uomini grandi? È fondata su due pilastri essenziali: a)
esperienza delle cose moderne
; b) lezione delle cose antiche.
à¢â‚¬¢ le
cose moderne.
Machiavelli dell’esperienza delle cose moderne sa valersi
pienamente: bisogna pensare a quello che c’è alle spalle del principe, a tutto
quello che Machiavelli visse ed operò dal 1498 al 1512
quando con il ritorno dei medici a Firenze perse l’ufficio. E questa esperienza
delle cose moderne, come attraverso l’esperienza delle cose moderne Machiavelli
cominciò ad elaborare, anche teoricamente, il suo pensiero, è affrontato via via
in più punti delle sue opere minori scritte
precedentemente
al principe quando era ancora in ufficio.
à¢â‚¬¢ le
cose antiche.
D’altra parte la continua lezione delle antiche non è meno
importante per il Machiavelli: e ricordiamo che fin da quando Machiavelli
operava nella cancelleria l’esempio dei Romani in particolare aveva un
significato particolare e fondante.
à¢â‚¬¢
Camillo e la val di Chiana.
Se qualcuno ha letto del modo di trattare i
popoli della Val di Chiana, ricorderà che l’esempio per trattare appunto coloro
che si erano ribellati è quello dei romani, del modo come il console
Camillo
aveva ritenuto di fare in relazione ad una ribellione fatta dai
popoli latini. E c’è anche parte dell’orazione del console Camillo che viene ad
essere adattata da Machiavelli perché funga da esempio per ciò che i fiorentini
avrebbero dovuto fare e non hanno fatto.

Concezione naturalistica dell’uomo.
In quel trattato scritto nel tempo della
cancelleria, si fonda anche il criterio dell’imitazione, della possibilità
dell’imitazione: allora si era espresso in un modo diciamo sbrigativo ma
presente e fondante in tutte le opere Machiavelliane e cioè si fonda su una
concezione naturalistica dell’uomo. Come non è mutata la natura
delle cose, come il sole non è mutato, cos’ anche la natura dell’uomo non è
mutata. Cos’ gli uomini contemporanei non hanno possibilità inferiori rispetto a
quelle dei romani. Questo per quello che riguarda il significato in relazione
all’argomento.
Naturalmente Machiavelli che cosa sottolinea? Anche il tempo che ci ha messo,
l’elaborazione che implica la riflessione che gli è servita.
Lo
stile.
Per quello che riguarda lo stile: il Machiavelli ha  spiegato che
cosa non vuol fare , che cosa siano quelle clausole ampullose e magnifiche
lo vedremo successivamente: basta aprire gli Asolani del Bembo e si capisce cosa
sono! Qual è allora il criterio dello stile di Machiavelli? Aveva detto di aver
voluto o che veruna cosa la onori o che
«solamente la varietà della materia e al gravità de subietto la facci grata»
.
Dunque uno stile aderente a quello che la materia è, uno stile aderente alle
cose stesse
. Questa dedicatoria è ovviamente rappresentativa
di uno stile più retoricamente ricercato, come sappiamo lo stile del principe è
proprio uno stile che punta ad una densità, alla brevità,
che punta a porre cos’ come il principe, sotto il pungolo della necessità, anche
il lettore, sotto il pungolo del discorso dell’autore debba giungere alle
conclusioni cui intende portarlo.
Il
modello di Isocrate.
Un ultima cosa per quello che riguarda l’impianto
iniziale di questa dedicatoria. L’impianto iniziale probabilmente riflette un
attenzione da parte del Machiavelli proprio ad uno dei testi che facevano parte
della trattazione degli specula principum antichi, perché c’è
anche una precettistica antica che può rientrare, e cioè si tratta in questo
caso della orazione di Isocrate a Nicocle: anche qui
siamo in un contesto che riguarda il potere «signorile» antico. Che cosa c’è che
richiama? Proprio l’inizio: il fatto dei doni che altri portano – che cosa sono
questi doni? Sono cavalli, cose preziose – e invece Isocrate a Nicocle, che è
già ricco di per sé
non dona queste cose ma dona il suo opuscolo, dona la
sua orazione.
à¢â‚¬¢ la
traduzione erasmiana.
Sembra per certi aspetti dall’inizio stringente: anche
qui altro elemento da considerare: come sappiamo Machiavelli non conosceva il
greco, viene pubblica l’orazione a Nicocle nel testo greco nel
1513
con una traduzione eccellente in latino da parte di Erasmo
da Rotterdam nel 1515.

 
La lingua. Che cosa altro osservare fin
dall’inizio per collocare la scrittura di Machiavelli? È una scrittura attenta
dal punto di vista lessicale anche sul piano della tecnificazione,
come è stato detto, immaginosa nei paragoni fatti, nelle metafore
usate (una famosa quella del centauro). Dal punto di vista
linguistico-morfologico Machiavelli adotta la variante linguistica del
Fiorentino di Città
. Quindi non ci sono cure morfologiche particolari
per cui ci sono tratti di fatto usati in modo non da distinguere per esempio il
participio passato del verbo essere può essere tanto stato quanto, nella
sua forma più arcaica, suto. Per quello che riguarda questa dedicatoria
troviamo l’articolo el, forme verbali come vegghino; troviamo al
posto di pietre, prete preziose , come metàtesi ed altre
espressioni del genere. Inoltre ci sono tratti propri del latinismo
cancelleresco tipo tamen eccetera.
La struttura del trattato.
La
fenomenologia dei principati
. Ho scelto tre capitoli indicativi per
intendere la novità di questi testi. In primo luogo il Primo, che mostra come
Machiavelli non abbia intenzione di svolgere un discorso di carattere
filosofico
o di fondare da un punto di vista giuridico il
principato. Queste sono le due linee principali. Perché attenzione, Machiavelli
non ha intenzione di scrivere uno speculum principis, la prima
parte del suo trattato riguarda la trattazione della fenomenologia dei
principati
, ed ha una dimensione che potremmo definire più teoretica
nell’impostazione. Avevamo visto che dalla lettera del ’13 pareva che
Machiavelli volesse partire dal tema generale di che cosa fosse il principato,
questo però non c’è nel trattato.
Capitolo I
Comincia a
porre il discorso in termini di carattere generale e perentori introducendo la
classificazione dei principati e il modo in cui
questi sono acquistati. Questo è dunque in capitolo dichiarativo ed enunciativo
della materia; ancora di più qui si nota la funzione logica del parallelismo, e
la volontà di un enunciazione di carattere generale di aspetti che hanno
validità generale e costante nel tempo. «Tutti
li stati, tutti e’ dominii che hanno avuto et hanno imperio sopra li uomini,
sono stati e sono o repubbliche o principati»

e qui comincia quell’andamento dilemmatico molto noto di Machiavelli:
Machiavelli procede per alternative che si escludono: “o … o”. andamento che è
stato definito dilemmatico propagginato, perché da una alternativa
si prende un corno e si procede con ulteriori alternative. E qui di fatto
attraverso ulteriori alternative abbiamo i passaggi successivi:
«ereditari o nuovi»
e che Machiavelli punti sul principato nuovo lo si intende subito. Perché nella
distinzione dei nuovi viene occupato tutto il resto del capitolo:
« E’ nuovi, o sono nuovi tutti»
e abbiamo subito un esempio storico introdotto
«come fu Milano a Francesco Sforza, o sono come membri
aggiunti
allo stato ereditario del principe che li acquista, come è el
regno di Napoli al re di Spagna».
La conclusione di questo
capitolo riguarda la classificazione di principati nuovi e cioè la condizione in
cui erano prima di essere stati acquistati e i modi in cui si acquistano:
«Sono questi dominii cosà ­ acquistati, o
consueti a vivere sotto uno principe, o usi ad essere liberi; et acquistonsi, o
con le armi d’altri o con le proprie, o per fortuna o per virtù.»
allora
un andamento stringente, logico, consequenziale che corrisponde alla logica
interna del pensiero Machiavelliano.
Questo è
un aspetto che va tenuto presente: il principe, anche nella sua scrittura è un
trattato indubbiamente compatto, ma è compatto e organico
se considerato da un punto di vista concettuale, cioè per quelle che sono le
ragioni interne del pensiero Machiavelliano e la linea che le ragioni seguono.
Non è detto che tutto torni da un altro punto di vista se noi consideriamo un
ottica differente. Vediamo qui che cosa succede: noi troviamo due esempi, e il
lettore che cosa si aspetta? Quando arriva a trattare dello stato nuovo il
lettore si aspetta l’esempio di Francesco Sforza, quando arriva a parlare dello
stato misto ( e in realtà i termini della questione sono invertiti) si
aspetterebbe l’esempio del re di spagna: le cose non stanno cos’.
I
capitoli I – XI.
Com’è la struttura di questi primi 11 capitoli a grandi
linee? II capitolo sui principati ereditari, dal III
al V si tratta dei principati misti, che hanno una serie interna a
loro volta di situazioni diverse, dal VI capitolo all’XI
si tratta invece del discorso sul principato nuovo.

Apparenti incongruenze.
à¢â‚¬¢ Re di
Spagna o di Francia?
Allora, se noi vediamo il principale capitolo relativo
ai principati misti che è il III noi ci aspetteremmo l’esempio del re di spagna;
l’esempio invece è relativo alle conquista in Italia del re di Francia
Luigi XII
. E perché questo? evidentemente a Machiavelli interessa, in
modo particolare, in relazione ai moderni, fare una discussione degli
errori
commessi. Cos’ come interessa in relazione ai moderni
enunciare quegli esempi che sono pertinenti al discorso che egli sta costruendo
.
à¢â‚¬¢
Moderni o antichi?
Questo ci spiega anche come mai a Francesco Sforza non
viene data quella posizione preminente che ci potremmo aspettare, data
l’8’affermazione come esempio per quello che riguarda il I capitolo. In realtà il
capitolo VI che apre la trattazione del principato nuovo è tutto
fondato sui grandi esempi antichi: cioè Machiavelli punta
all’esempio più alto possibile. Francesco Sforza è si citato ma solo en
passant
quando nel capitolo VII introduce la figura portante del principe
che è quella di Cesare Borgia, il Valentino, e allora solo in quel momento viene
evocato Francesco Sforza come l’esempio di colui che acquistò con armi proprie
il ducato di Milano, ma tutta l’attenzione è data (e il capitolo è relativo
all’acquisto per fortuna ed armi altrui) alla figura del Valentino che è la
figura esemplare su cui Machiavelli intende svolgere la sua trattazione sul
principe moderno. Quindi ripeto, bisogna intendersi: parliamo di compattezza
da un punto di vista concettuale.
L’ordine del trattato può
avere al suo interno certamente delle disuguaglianze. In qualche caso anche
discrepanze.
Capitolo VI
Gli
esempi.
Adesso vediamo la novità con cui ci si presenta il capitolo VI che
riguarda il modo  di ragionare e l’uso degli esempi. Gli esempi storici sono un
elemento fondante per quello che riguarda la trattatistica umanistica, in
relazione a qualunque argomento la consideriamo. Gli esempi
diventano per Machiavelli un asse portante del suo ragionamento e per le sue
dimostrazioni. Degli esempi si avvale in forme e modi diversi, qui si avvale
degli esempi dei grandi fondatori di stato. Tenendo conto del fatto che qui
Machiavelli prende come storici esempi tra loro molto diversi, perché tra i
grandi fondatori di stato che ci sono qui presentati sono tra loro appartenenti
a mondi diversi: c’è Mosé (Bibbia), Téseo (Mito),
Romolo
(mito), Ciro re di Persia (storico). Per
Machiavelli non c’è sotto questo profilo differenza. Si differenzia Mosé, ma
vedremo come, per ragioni diverse.

L’imitazione.
Come introduce Machiavelli il suo discorso nel capitolo VI?
Comincia con una sorta di nuovo proemio, dicendo al lettore di non meravigliarsi
se nel parlare che farà dei principati al tutto nuovi e di principe e di stato,
che sono l’elemento clou potremmo dire,
«io addurrò»
dice «grandissimi esempi».
La ragione la spiega subito dopo, facendo riferimento al fatto che gli uomini
procedono nel loro agire attraverso l’imitazione: dà questo
enunciato come un fatto noto e scontato. Guardiamo come procede logicamente:
a) abbiamo
prima due gerundive: «perché,
camminando li uomini quasi sempre per le vie battute da altri, e procedendo
nelle azioni loro con le imitazioni»
b) si
introducono poi altre due gerundive che limitano
«né si potendo le vie d’altri al tutto tenere,
né alla virtù di quelli che tu imiti aggiugnere»
e quindi introduce la
figura di un immaginario interlocutore.
c) e poi
ecco la principale aperta da una connotazione di necessità;
i verbi di necessità connotano fortemente la prosa del principe:
«debbe uno uomo prudente intrare sempre per
vie battute da uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi
imitare
, acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda
qualche odore»
e qui introduce la comparazione famosa degli arcieri
prudenti (prudente nella lingua cinquecentesca vuol dire accorti, savi) quindi
gli arcieri competenti.
La
similitudine degli arcieri
. Allora che cosa fano gli arcieri prudenti?
«a’ quali parendo el loco dove disegnono
ferire troppo lontano, e conoscendo fino a quanto va la virtù del loro arco,
pongono la mira assai più alta che il loco destinato»
effettuano quello
che oggi chiamiamo un tiro parabolico. «non
per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza, ma per potere, con lo aiuto
di sà ­ alta mira, pervenire al disegno loro».
La
tensione alla grandezza.
Allora che cosa ci introduce questo paragone? Ci
introduce una tensione. Una tensione sia da un punto di vista
conoscitivo dell’autore sia da un punto di vista attivo da parte di chi agisce
sul piano pratico: i principi. Non si può pensare di essere eccellenti come i
grandissimi, ma cercando di imitare gli eccellenti, Sforzandosi in questa
imitazione, si riesce ad essere più grandi di quanto si potrebbe essere se in
vece si puntasse ad una comune condizione
. Ecco la ragione della conoscenza
degli uomini grandi.
Questa
similitudine dell’arciere, orchestrata in modi diversi, la troviamo in più testi
del cinquecento, c’è anche nel Castiglione. Questa è una premessa.
Le
formule della trattatistica scolastica in latino.
Vi faccio notare: avevamo
accennato quando parlavamo di Dante a proposito delle formule espressive di cui
dante si avvale nei moduli iniziali del discorso (convivio), avevamo notato che
ci sono alcuni moduli, per esempio il dico adunque che che
Dante scrivendo in volgare esempla sui modi della trattatistica scolastica in
Latino. Ora, una serie di questi tratti rimangono nella penna di Machiavelli,
come questo dico adunque che. Ma anche quella espressione
iniziale non si meravigli alcuno se c’è anche in apertura
di frase in uno dei capitoli del Convivio. Questo per dire che cosa? Non che
Machiavelli si ponga in un contesto analogo, ma che Machiavelli ha
presente
la scrittura della trattatistica, anche scolastica, perché
rimangono alcune formule anche nei modi della scrittura
. Sarebbe
sorprendente questo se Machiavelli non avesse avuto una qualche consuetudine di
lettura.
à¢â‚¬¢
L’efficacia dimostrativa delle formule. Questo
non ci può indicare un
ritardo, ma piuttosto una consuetudine nella lettura di alcuni testi, e la
volontà di utilizzare formule enunciative che siano al tempo
stesso efficaci sotto il profilo enunciativo e dimostrativo. Il
dico adunque che
è una delle formule ricorrenti, che corrispondeva a quel
dico igitur quod
.
Più
virtù = meno difficoltà
. Adesso come tratta e introduce il tema relativo al
principato nuovo? Sulla misura della facilità/difficoltà che è
insita nel principato nuovo: a mantenere il principato nuovo si trova più o
meno difficoltà a seconda se è  più o meno virtuoso quello che egli acquista
.
Se quello che acquista è più virtuoso, c’è meno difficoltà: un rapporto di
proporzione
inversa.
Virtù e
fortuna.
Passaggio successivo: questa difficoltà, che per altro sono più
relative all’acquistare, e che ci sono perché diventare principe da privato è
una cosa molto difficile, possono essere mitigate in parte da
virtù
o fortuna. Virtù e Fortuna sono appunto quelle
cose che consentono come presupposto di poter passare da privato
cittadino a Principe.
à¢â‚¬¢ ma
meglio la virtù.
Con immediatamente enunciata l’avversativa introdotta da
«nondimanco colui che è stato meno in
su la fortuna si è mantenuto di più».
Si aggiunge un corollario, si
spiega perché prima Machiavelli aveva parlato dei principati misti. Tra i
vantaggi del principato nuovo c’è quello che il principe deve venire
personalmente ad abitarci. Ovviamente come poteva farlo con il principato misto?
In questo caso il principe nuovo va ad abitare proprio la nel principato nuovo.
I
quattro esempi.
Fatte queste considerazioni iniziali introduce gli esempi di
quelli che per propria virtù non per propria fortuna sono diventati principi
nello stato, ed introduce i più eccellenti:
«dico che i più eccellenti sono»
e introduce quattro grandi fondatori di
stato. Non gli unici, ma sono quattro esempi su cui fonda il suo discorso.
Il caso
di Mosé.
Nell’analisi che viene compiuta per punti fondamentali, perché non
ci viene narrata la storia di questi quattro, si deve porre in primo luogo una
distinzione per un obiezione che potrebbe essere fatta: Mosé e gli altri tre
sono su posizioni diverse o meglio Mosé è su posizione diversa rispetto agli
altri tre. Potrebbe essere escluso dal ragionamento, perché era stato un
esecutore
di Dio: cioè era Dio che aveva dato le sue disposizioni a
Mosé. Tuttavia, tamen, deve essere ammirato solum per quella grazia che lo
faceva degno di parlare con Dio: l’eccellenza di Mosé. D’altra
parte Mosé è di fatto distinto per questa ragione, ma non ottenne sul piano
politico cose diverse rispetto agli altri tre
, nonostante avesse cos’ gran
precettore: che debba essere inteso in chiave ironica come da alcuni è stato
detto, o che debba essere inteso in un ottica di discorso questo è da vedere. È
evidente in quello che dice subito dopo che una considerazione delle azioni di
tutti mostrano che le azioni e gli ordini particolari non furono inferiori ad uno
che ebbe cos’ gran precettore.

L’occasione.
Che cosa importa dunque in relazione all’esame delle azioni di
questi quattro grandi fondatori di stato: che tipo di rapporto ebbero questi con
la fortuna. Non basarono la loro azione sulla fortuna, ma seppero riconoscere
l’occasione
che la fortuna mandava. Qui viene introdotto quel
concetto cos’ importante da considerare nel Principe dell’occasione, che è
potremmo dire un termine di mediazione tra la fortuna e la virtù.
Machiavelli non definisce in termini univoci che cosa intenda per fortuna: in
alcuni luoghi è personificata. In altri è apparentata agli influssi astrali, in
altri il discorso sulla fortuna non è chiaramente determinato, ciò che risulta
evidente è che è la fortuna è una forza con cui l’uomo deve fare i conti e che
dipende dalla fortuna il creare l’occasione. Se non c’è un occasione in cui la
virtù possa diventare operativa. La virtù si spegne. La virtù può dimostrare
solo le sue potenzialità, non può tradursi in atto: la fortuna è ciò che,
mandando l’occasione
, dà la materia per introdurre la forma: «la forma che
parse loro» perché sono questi come degli artefici di fatto che impongono la
loro forma alla materia.
Allora le
espressioni forma e materia hanno una pertinenza anche da un punto di vista
filosofico aristotelico come sappiamo, ma c’è anche il rapporto con ciò che
comportano forma e materia in relazione al lavoro dell’artefice. Quello che qui
importa è che se la materia non c’è come atta e disponibile per cui venga
imposta, la forma non può imporsi. Le potenzialità della virtù non possono
tradursi in atto se non c’è l’occasione
.
La
virtus.
Però se non c’è la virtù che cosa accade? L’occasione
viene invano
, perché non c’è chi la riconosca. Se non c’è l’occasione la
virtù si spegne. Per virtù qui dobbiamo intendere, ma già nel primo capitolo
risultava chiaro per la verità, quell’insieme di capacità, di qualità sia di
riflessione
che di azione, che è proprio dell’uomo
avveduto
, savio. È una virtus alla latina, non morale.
Quello che conta qui è mettere in evidenza la similarità delle occasioni di
questi quattro esempi.

Similarità delle quattro situazioni.
C’è qualche forzatura a dire il vero:
Machiavelli insiste su questa similarità che egli riconosce, e
sono occasioni di condizioni negative tutte e quattro e sono
scandite da espressioni di necessità: guardiamo al paragrafo 11:
«Era dunque necessario a Moisé»; paragrafo 12:
«Conveniva che Romulo»
; paragrafo 13
«bisognava che ciro»
paragrafo 14: «non
poteva Tèseo … se non»
. Ed erano le condizioni in cui in primo luogo si
trovava il popolo. C’è la schiavitù dell’ Egitto per quello che riguarda gli
ebrei; per quello che riguarda Romolo viene messa in evidenza prima ciò che
viene dopo e cioè che Romolo con i suoi non ci stava in alba; per quello che
riguarda Ciro è la condizione dei persiani di malcontento; per Tèseo era la
dispersione degli ateniesi. Sono queste occasioni, e in questo modo arriva alla
conclusione: «Queste occasioni, per tanto,
feciono questi uomini felici, e la eccellente virtù loro fece quella occasione
esser conosciuta; donde la loro patria ne fu nobilitata e diventò felicissima».
Il
resto del capitolo:
posti questi esempi allora c’è una trattazione che a
questi esempi si deve ricollegare. Che cosa deve dimostrare nella parte che
segue? Che quelli che sono giunti per vie virtuose come queste al principato,
hanno trovato molte difficoltà ad arrivare a conquistarlo, ma poi con facilità
sono riusciti a mantenerlo. Le difficoltà sono tutte per via. In che cosa
consistono queste difficoltà? Nel momento in cui viene a parlare delle
difficoltà il discorso di Machiavelli si sposta: ci troviamo di fronte ad una
situazione differente: non più la situazione di uno stato ex novo che non
esisteva prima, ma la fondazione di uno stato nuovo del principe, di un potere
nuovo che come nuovo capo fonda nuovi ordini dove ce ne erano di vecchi. E la
difficoltà qual è? Si deve fare capo ad introdurre nuovi ordini ed alla
resistenza
di quelli che favoriscono gli ordini vecchi. Quindi c’è un
gioco molto forte di forze. Ed è tutto ragionato sulle forze:
quelli che si oppongono conoscono gli ordini vecchi e li difendono con forza,
quelli che potrebbero seguirlo lo seguono tiepidamente perché non vedono il bene
incarnato, ma devono guardare al futuro: in questo rapporto di forze, se il
principe si deve fondare sui sostenitori, periclita, cioè lo Stato cade.
L’uso
di armi proprie.
Da qui si aggancia un ulteriore discorso: si discute se
dipende da loro, o può forzare, o può operare la forza. Da questo deriva che
bisogna avere le armi proprie: da questo deriva che tutti i
profeti armati vinsero e i disarmati persero. Che cosa avevano i nostri
fondatori di Stato? Avevano la forza.
à¢â‚¬¢
Savonarola.
E qui abbiamo l’esempio di Mosé che non poteva essere tolto
perché a funzionale a quello che Machiavelli vuole dire: profeti armati
esemplati su Mosé; profeti disarmati, modellati sull’esempio negativo moderno
del Savonarola. Savonarola non aveva a disposizione le armi, ma la
forza di persuasione: quando il popolo non gli credè più, il Savonarola ruinò
nei suoi ordini nuovi. Dunque l’uso delle armi è fondamentali. Dunque
circolarmente il discorso è che le difficoltà sono nel momento della conquista,
se la conquista avviene con mezzi virtuosi, la conquista è difficile, ma poi lo
stato si mantiene facilmente e viceversa.
à¢â‚¬¢
Gerone Siracusano.
L’ultima parte è un esempio minore, ma di un importante
antico: Gerone siracusano. Tutti gli esempi positivi di questi capitoli sono
esempi antichi: Gerone siracusano che viene introdotto come esempio funzionale
divenne principe da capitano dell’esercito, condottiero che aveva sconfitto
nemici, per cui aveva già dimostrato la sua virtù anche quando lo stato non lo
aveva, e una volta conquistato il potere, fonda i suoi ordini nuovi, li fonda
anche basandosi sull’intervento con violenza, anche verso la milizia.
Innanzitutto per quello che riguarda il Savonarola si è fatto presente a come
sia l’unico esempio moderno presentato in questo sesto capitolo ed è esempio
negativo
di colui che ruinò nei suoi ordini nuovi perché non poteva
usare la forza. Qui Machiavelli rende molto efficacemente il contrasto con i
grandi fondatori di stato mettendo in evidenza appunto attraverso una
ripetizione, un Polyptoton, cioè la continua ripetizione del verbo credere in
diversi modi verbali. E poi con un gioco di parole che è anche una figura
etimologica, una sorta di annominatio: «il
quale ruinò ne’ sua ordini nuovi, come la moltitudine cominciò a non crederli; e
lui non aveva modo a tenere fermi quelli che avevano creduto, né a far credere
e’ discredenti.»
quindi attraverso una serie di riprese mette
ulteriormente in evidenza il concetto. C’è anche un ironia da parte di
Machiavelli che non aveva mai creduto al profetismo del savonarola, c’è una
lettera in cui lo definisce come colui che andava colorendo le sue bugie e
trasformando i suoi giudizi. D’altro canto contrappone al fallimento del
Savonarola quello che questi altri hanno fatto e ritorna a definire questo sul
piano del gioco di forze e contrapposizioni e della difficoltà e facilità. «Però questi tali hanno nel
condursi gran difficultà, e tutti e’ loro periculi sono fra via, e conviene che
con la virtù li superino; ma, superati che li hanno, e che cominciano ad essere
in venerazione, avendo spenti quelli che di sua qualità li avevano invidia,
rimangono potenti, securi, onorati, felici»
. C’è dunque questa sequenza
di aggettivi in cui l’uno di fatto crea le condizioni dell’altro e a climax
efficacemente conclude il periodo.
L’esempio
minore che viene introdotto, di Siracusano è svolto in modo
diverso: Machiavelli ci dà cli elementi salienti della storia di Gerone
Siracusano naturalmente concentrando l’attenzione sugli aspetti fondamentali,
qui di fatto cita la sua fonte, perché pur non facendo il nome dello storico
latino Giustino, cita la sua fonte e ricostruisce questi aspetti peculiari
dell’agire di Gerone. «Costui, di privato
diventò principe di Siracusa: né ancora lui conobbe altro dalla fortuna che la
occasione; perché, sendo Siracusani oppressi, lo elessono per loro capitano;
donde meritò d’essere fatto loro principe».
Da questa posizione fonda il
suo stato nuovo, la condizione nuova del suo potere.
«fu di tanta virtù, etiam in privata fortuna,
che chi ne scrive, dice: quod nihil illi deerat ad regnandum praeter regnum»:

non gli mancava niente a regnare se non il regno. Il concetto è indubbiamente
ripreso da Giustino, ma non è una citazione esatta, perché sintatticamente era
disposta diversamente. E che cosa fa questo che già quando era privato era per
propria virtù tale da meritare il principato, una volta diventato condottiero e
nominato dal suo popolo principe che cosa fa?
«Costui spense la milizia vecchia, ordinò della nuova; lasciò le amicizie
antiche, prese delle nuove; e, come ebbe amicizie e soldati che fussino sua,
possé in su tale fondamento edificare ogni edifizio: tanto che lui durò assai
fatica in acquistare, e poca in mantenere».
Notiamo l’efficacia
dell’asindeto iniziale. I mezzi usati da Gerone siracusano sono mezzi su cui
ritorna per poi sottolineare l’aspetto militare in uno dei capitoli relativi
alle milizie che sono i capitoli dal XII al XIV. E specifica bene anche l’uso
della grande violenza di Gerone, là dice che
«fece in pezzi»
i soldati, la milizia vecchia, per fondare la milizia
propria. Quindi dove Machiavelli dice «spense»
è da intendere in linea di massima proprio come un’eliminazione fisica, può
contemplare una grande violenza. Come avevo detto la figura di Francesco Sforza
fa capolino soltanto nel capitolo successivo, paragrafo 5 capitolo VII: è
introdotto in contrapposizione a Cesare Borgia in relazione agli esempi del
Presente. Ma è solo accennato.
Capitolo XV
Concludo
il discorso che riguarda il principe con l’altro capitolo famosissimo che è il
XV. Il capitolo XV si trova nella terza parte del principe.
à¢â‚¬¢ La prima
(dal II all’XI) tratta della fenomenologia del principato e del
modo dell’acquisto;
à¢â‚¬¢ la
seconda (XII – XIV) tratta delle milizie, in relazione a quello
che il principe deve fare per quanto riguarda la guerra: non solo acquistare
milizie proprie ma anche essere pronto per la guerra anche in tempo di pace. E
in questo il principe deve essere preparato sia con la lettura di storie antiche
e moderne, sia con gli esercizi. E qui si introduce il tema della caccia come
esercizio propedeutico alla guerra, e quindi in larga misura la presenza di
Senofonte.
La
realtà effettuale.
Veniamo adesso per l’appunto al capitolo XV. Apre quella
parte che ha uno svolgimento più precettistico e si collega all’impostazione in
chiave di presentazione della figura del principe e delle sue qualità, che
soprattutto si ricollega per opporsi metodologicamente alla tradizione degli
specula principum. In realtà quello che dice Machiavelli all’inizio di questo
capitolo implica una posizione da parte di Machiavelli di novità
tale da allontanarsi, in quello che ora scrive, da quello che
hanno scritto di questo argomento. Questi ‘molti’ che Machiavelli
dichiara di conoscere, non possiamo individuarli nominalmente, ma certamente un
riferimento è anche alla grande tradizione classica e certamente
in sottofondo non possiamo non vedere il nome di Platone. Platone
la cui posizione, in modo particolare per la repubblica, è presente nella
tradizione fiorentina anche in altre opere, e cioè il fatto che la repubblica di
Platone delineasse uno stato utopico veniva ricondotto
all’immaginazione
, dunque un libro che trattava della politica
dell’organizzazione dello stato in una dimensione diversa rispetto appunto a
quella della realtà.
Una
tradizione cittadina.
Sotto questo profilo non è novità ciò che Machiavelli
dice: avevo citato il Palmieri. Anche nel della vita civile
del Palmieri si dice che quello che lo scrittore vuole trattare si allontana da
coloro che come Platone hanno scritto di stati che si sono immaginati e non
visti nella realtà
. Una cosa analoga dirà successivamente, ma non per
dipendenza da Machiavelli anche Guicciardini nel suo dialogo sul
reggimento di Firenze. E nella tradizione fiorentina se noi andiamo a
vedere, sia da un lato la tradizione cronachistica, sia dall’altro
anche quello che c’è rimasto delle discussioni che si tenevano nei
consigli fiorentini diciamo che non era di fatto ignota la posizione di chi
sosteneva, per usare una espressione popolaresca e colorita, che per reggere gli
stati non ci si poteva «basare sui paternostri». Quindi un
discorso relativo all’utilità politica, relativo a una contrapposizione dei modi
di agire nel contesto politico rispetto ad un ambito etico-morale e religioso è
certamente presente ben prima di Machiavelli nella tradizione politica
fiorentina
.
Vera
novità.
La novità di Machiavelli però è di riportare questi spunti
attraverso una rielaborazione propria, a quello che un organismo concettuale
rigorosamente articolato
e di farne il perno del suo pensiero
politico e della sua trattazione. È vero che ci sono degli aspetti che lui
riprende dalla tradizione precedente, ciononostante, cos’ come è impostato il
discorso di Machiavelli non si può non definire se non nuovo. E la dichiarazione
di novità che qui fa l’autore (come in una sorta di ulteriore proemio) che si
ritrova in genere nei proemi iniziali, qui è affermato con grande forza
all’inizio di questa parte. La dichiarazione è notissima:
«sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi
la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale
della cosa, che alla immaginazione di essa»
.
Qui di
nuovo Machiavelli opera per opposizione contrapponendo al dover
essere
l’essere, cioè la condizione in cui gli uomini operano. Se si
segue il dover essere si impara «più presto la
ruina che la preservazione»
(questo per quanto riguarda i principi, per
gli uomini privati Machiavelli dice che essi agiscono mediante ciò che riguarda
le leggi, ma i principi agiscono in base alla forza, e al peso delle armi).
«perché uno uomo che voglia fare in tutte le
parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni»
.
Machiavelli ha una visione negativa della natura umana, ha una concezione
pessimistica
della natura umana, se si vuole agire come buoni è
inevitabile che il principe ruini in fra tanti che non sono buoni. È necessario
dunque (notiamo come sono ricorrenti le dichiarazioni di necessità). È come se
Machiavelli ponesse questa necessità sia sul piano della scrittura, per condurre
ad una dimostrazione il lettore, una dimostrazione obbligata, cos’ il principe
nella sua azione. «Onde è necessario a uno
principe, volendosi mantenere
, (possiamo dire che quello
che è il principio categorico del principe, il principio normativo che il
principe deve seguire è quello del mantenimento dello stato: il
principe deve badare a mantenere lo stato: un fine politico, non etico. Il
principe «imparare a potere essere non buono,
et usarlo e non usare secondo la necessità»
. Machiavelli non sta
determinando l’autonomia della politica dalla morale, ma sta mettendo in
opposizione la non possibile conciliazione quando i fini non coincidano più.




 

 
Qui
Machiavelli ha in mente il modo in cui si è trattato delle qualità del principe,
e qui vuole trattare delle qualità del principe
«Lasciando adunque indrieto le cose circa uno
principe immaginate, e discorrendo quelle che sono vere»
facendo questo
«dico che tutti li uomini, quando se ne parla,
e massime e’ principi, per essere posti più alti, sono notati di alcune di
queste qualità che arrecano loro o biasimo o
laude
»
quello che importa è l’opinione, la fama,
l’immagine che il principe ha. Nella parte successiva, non casualmente, non si
dice che il principe ‘è‘, ma ‘è tenuto’, ritenuto,
giudicato. Qui segue una serie di qualità che sono presentate per coppie, sono
qualità in relazione alle quali si dispone, si giudica per biasimo o per lode.
La disposizione di queste coppie non è uniforme: se noi guardiamo la prima
liberale/misero
; e cos’ anche la seconda donatore/rapace
noi vediamo che la prima è quella che è giudicata generalmente come qualità che
dà lode; se noi vediamo la successiva crudele/pietoso, vediamo che
la disposizione è inversa. La disposizione in questo senso è fatta per coppie,
ma non nell’organizzazione come potrebbe sembrare, di biasimo o lode come nelle
coppie.
Una
precisazione linguistica.
C’è qui una specificazione interessante per quello
che riguarda la lingua che ci riporta a quello che avevamo visto in relazione ai
libri della famiglia dell’Alberti, e cioè la differenza tra misero
e avaro: cioè nell’Alberti avevamo visto la duplice accezione di
avaro, qui per non lasciare dubbi allora Machiavelli introduce il termine
toscano: misero. E dice «alcuno misero (usando
uno termine toscano, perché avaro in nostra lingua è ancora colui che per rapina
desidera di avere, misero chiamiamo noi quello che si astiene
troppo di usare il suo)»
. Questo cosa ci dice: oltre che un
attenzione
da parte di Machiavelli per quello che riguarda la lingua,
quindi anche una riflessione per quello che è l’accezione delle parole, ci
indica anche il pubblico a cui Machiavelli intenderebbe rivolgersi, non è un
pubblico
solamente toscano. Perché altrimenti non sarebbe stato
necessario porre il discorso in questi termini.
Evitare
l’infamia.
Dopo aver fatto tutta questa ampia introduzione il Machiavelli
torna ad un discorso di carattere generale, dichiarando di essere ben
consapevole
di quello che afferma, dichiarando
«io so che ciascuno confesserà che sarebbe
laudabilissima cosa uno principe trovarsi di tutte le soprascritte
qualità, quelle che sono tenute buone: ma, perché»
ed ecco l’avversativa
che introduce il cambiamento di prospettiva. Cambiamento relativo alle
condizioni umane «ma, perché non si possono
avere né interamente osservare, per le condizioni umane che non lo consentono,
li è necessario [verbo di necessità] essere tanto prudente che sappia fuggire
l’infamia»
ecco. Il discorso di Machiavelli è fatto ancora una volta per
opposizioni: negli specula principum di che cosa si trattava? Del modo in cui il
principe potesse avere le qualità morali tali per cui specchiandosi nel modello
proposto, egli fosse un buon principe. Se noi ora vediamo il discorso relativo
all’opinione, e prendiamo quello che dice il Pontano, l’ è la
buona fama che va considerata del principe; qui invece il discorso
riguarda l’infamia, la cattiva fama: è sotto questa prospettiva
che ci viene dato. «la infamia di quelle che
li torrebbano lo stato, e da quelle che non gnene tolgano guardarsi, se elli è
possibile»
Machiavelli non vuole che il principe sia un vizioso, ma c’è
una differenza: ci sono vizi che deve assolutamente evitare, perché potrebbero
toglierli lo stato, ci sono vizi sotto il profilo morale, ma che non
pregiudicano il possesso dello stato. Se possibile, deve evitarli,
«ma, non possendo, vi si può con meno respetto
lasciare andare».
Ma
l’affermazione più forte è quella che segue successivamente in relazione alla
virtù «Et etiam non si curi di incorrere nella
infamia di quelli vizii sanza quali possa difficilmente salvare lo stato»

quindi incorrere nei vizi mediante deve salvare lo stato.
«perché, se si considerrà bene tutto, si
troverrà qualche cosa che parrà virtù, e seguendola sarebbe la ruina sua; e
qualcuna altra che parrà vizio, e seguendola ne riesce la securtà et il bene
essere suo»
. Posto che il principio normativo che dà al principe è quello
della sicurtà e del benessere suo, la conseguenza di questo discorso è quanto
Machiavelli ha voluto mostrare.


 
Sotto
questo profilo sono svolti i capitoli successivi. Questa è la parte più discussa
e scottante del principe, in massimo grado questo giunge al capitolo XVIII in
relazione al mantenere la fede, la parola data, riguardo anche a quel principio
già romano del mantenere i patti. Il discorso si articola in un modo che ha più
obiettivi diversi. Noi non seguiamo il discorso, mi interessava mettere in luce
un modo metodologico con cui Machiavelli modifica quelle che sono le prospettive
precedenti da un punto di vista sia contenutistico, sia concettuale, sia anche
metodologico, nonché stilistico e formale.
C’è anche
un aspetto del principe su cui qui non mi sono soffermata e cioè il modo in cui
il Machiavelli esercita la sua capacità non solo dimostrativa ma anche
persuasiva: in diversi tratti emerge in quello che abbiamo letto, uno dei modi
in cui esercita la sua capacità retorica e persuasiva, è la grande efficacia
dell’uso delle metafore: la capacità di tradurre elementi di
carattere concettuale in immagini, e questo ha a che fare con la capacità
immaginativa di Machiavelli. Ho ricordato quella notissima del centauro, come le
due bestie, la golpe e il l’ione. Ma soprattutto ricordiamo come è la parte di
svolgimento del trattato. Ricordiamo come si conclude il trattato negli ultimi
tre capitoli:
à¢â‚¬¢
capitolo XXIV.
ricordiamo che nel XXIV il Machiavelli fa un
bilancio sui motivi per cui i principi italiani persero lo stato;
à¢â‚¬¢
capitolo XXV.
il XXV tratta il problema cruciale del rapporto tra virtù e
fortuna e ridiscute il rapporto virtà/fortuna sul piano generale e sul piano del
singolo principe, e anche qui c’è un immagine molto politicamente scorretta,
della fortuna donna e immagine volontaristica conclusiva della
fortuna che in quanto donna ama i giovani e per conquistarla bisogna batterla.
à¢â‚¬¢
capitolo XXVI
. Il capitolo XXVI è l’exortatio perché si liberi
l’Italia dai barbari: qui il tono cambia e ci troviamo di fronte ad una
perorazione, esortazione tutta basata sull’eloquenza. Non casualmente conclusa
coi versi famosi della canzone del Petrarca all’Italia.

Liberare l’Italia dagli stranieri.
E questo ci permette di capire uno degli
altri aspetti non secondari del principe, un aspetto che fa del principe una
sorta di “manifesto politico” nell’esortare la casa dei medici a mettersi a capo
degli altri stati italiani e farsi bandiera e capo per contrapporsi ai barbari,
cioè coloro che hanno invaso l’Italia in modo particolare pensa a Francia,
Spagna e poi quello che in prospettiva si sarebbe manifestato il
potere imperiale, ma nel 13 questo è di là da venire perché la corona di Spagna
non è ancora fusa con quella dell’impero.
à¢â‚¬¢ i
quattro (tre) esempi.
Non casualmente nel capitolo XXVI tornano gli esempi
dei grandi fondatori, ma non tornano tutti e quattro, tornano tre: quello di
Romolo
non sarebbe stato pertinente. E tornano nella definizione
dell’occasione: e qui attraverso un modo di ragionare ricco tipico
di Machiavelli, con paradossi creativi che danno una spinti al discorso: la
grande occasione che i Medici hanno è che la situazione è la peggiore
possibile, Machiavelli ha una concezione ciclica della storia, e
dunque quando si arriva al punto più basso, più negativo di maggior corruzione
di maggior danno allora la ruota riprende il suo giro e si risale:
questa è la grande occasione, e solo il principe accorto può coglierla, proprio
per le pessime condizioni. Peggiore di cos’ non si può: una situazione peggiore
non la trovarono nemmeno i tre grandi fondatori di stato (escluso Romolo) Mosé,
Téseo, Ciro.




 

 
Il
plagio “scolastico” di Nifo.
La novità dell’impianto e del discorso del
Principe rispetto all’ambito tradizionale del trattato ci viene data anche
attraverso una controprova. Teniamo presente che il principe non fu pubblicato
con Machiavelli in vita, viene pubblicato postumo, ma circola
manoscritto in ambiente fiorentino, e poi c’è un emergere molto evidente
attraverso un plagio. Un plagio noto: un accademico, aristotelico,
insegnante in varie università, Agostino Nifo, con il suo de
regnati peritia,
in latino, del 1523. Probabilmente venne a conoscenza
dell’opera di Machiavelli durante il suo insegnamento a Pisa.
à¢â‚¬¢
smembramento in questiones.
Possiamo vedere che cosa diventa,
smembrato nelle sue parti, modificato negli assetti, anche perché il nostro
Nifo, da aristotelico averroistico in origine era poi passato ad un
aristotelismo più ortodosso, cosa diventa nelle mani del Nifo il trattato di
Machiavelli: totalmente snaturato e ricondotto a quello che è l’assetto del
trattato. Un esempio soltanto: per quello che riguarda la parte precettistica di
cui avviamo visto il capitolo XV, viene ad un certo punto trattata attraverso
delle vere e proprie quaestiones, per cui per punti e per
distinzioni si tratta il catalogo delle virtù. Nello stesso testo di Machiavelli
era rimasta una traccia del modo di impostare il discorso attraverso
quaestiones, e questo era rimasto nel capitolo XVII, nel titolo: in relazione
alla crudeltà e la pietà, e si impostava la quaestio (che poi non è svolta nei
termini della quaestio) se sia meglio essere amati che temuti oppure il
contrario; Machiavelli naturalmente poi svolge il discorso diversamente. Ma il
nifo pone tutte le questioni cos’ e le tratta in partizioni successive.
I
Discorsi.
Questo per quello che riguarda il trattato Machiavelliano,. Non è
certo il Principe l’unica opera importante di Machiavelli. Sotto il
profilo della riflessione storico-politica, molto innovativo, anzi più
importante per l’ampiezza e lo sviluppo del discorso, molto denso e conciso nel
principe e in alcuni casi non pienamente risolto, sono i Discorsi.
I discorsi sono un’ opera il cui genere non è facilissimo da definire: possono
essere definiti un commento a Livio, ma hanno uno sviluppo al loro
interno che non è più solo quello del commento, e indubbiamente assumono in una
forma molto originale e particolare una dimensione e una forma del trattato.
Naturalmente un trattato sui generis; c’è una grossa questione sulla datazione e
composizione, ma questo lasciamo.
Il
dialogo Sull’arte della guerra.
Machiavelli è comunque anche autore di un Dialogo. L’unica
di queste sue opere che pubblicò in vita, e sono i libri dell’arte della guerra.
Ecco questo è un trattato in forma di dialogo dove però Machiavelli mostra con
chiarezza che laddove egli svolge una parte in forma trattatistica il dialogo ci
sta effettivamente a pigione: qui il portavoce di Machiavelli è Fabrizio
Colonna, ed è colui che svolge tutta la parte trattatistica ed è la sola voce
del Colonna che conta in questa parte. L’opera sanc’ il nome di Machiavelli
letterato, ma al tempo stesso non si può certamente ascrivere ai migliori tra i
dialoghi esistenti all’epoca.
Mentre
Machiavelli mostra tutta la sua grandezza di scrittore nella gestione di ben
altri dialoghi, cioè nelle sue commedie come sappiamo. Mandragola
è un grande capolavoro del teatro, non solo cinquecentesco.

Nell’ambiente fiorentino non c’è solo Machiavelli che scrive trattati ricordo
solo l’importanza del Guicciardini per quanto riguarda la sua
opera dialogica i Dialoghi sul reggimento di Firenze , in due libri. Dal
punto di vista dell’articolazione del dialogo  il primo dei due libri è gestito
come un vero e proprio dialogo; il secondo è più una trattazione più largamente
data dalla voce del personaggio che si fa interprete di quella che potrebbe
essere la migliore forma di governo a Firenze, e dunque assume più una
dimensione che riporta ad un ambito monologico piuttosto che a una pertinenza
dialogica vera e propria. Questo per quello che riguarda la trattatistica
politica che on è ignorata per altro dal Castiglione, nel IV, dove tratta del
rapporto tra il cortigiano e il principe, e fa una digressione sulle forme di
governo , una trattazione, una ripresa di tematiche che hanno una storia sotto
il profilo della trattatistica politica.