Lettera a Francesco Vettori di Machiavelli – di Carlo Zacco

Storia
Il ritiro dalla politica.
Nell’Agosto 1512 i Medici tornano a Firenze e Machiavelli, che era stato
per 14 anni al servizio del governo repubblicano, viene esonerato dal suo
incarico. Successivamente viene incarcerato e torturato con l’accusa di aver
partecipato a una congiura contro i medici. Rimesso in libertà, si ritira nella
tenuta dell’Albergaccio, vicino San Casciano, emarginato da ogni attività
pubblica.
La vita nell’Albergaccio.
Il 10 Dicembre 1513 Machiavelli risponde ad una lettera ricevuta il 23
Novembre da parte dell’amico Francesco Vettori. Questi si trovava a Roma
presso la corte di Papa Leone X, e in quella lettera informava Machiavelli circa
le proprie occupazioni quotidiane, divise tra ozio, cavalcate, banchetti,
avventure amorose, attività pratiche. Machiavelli risponde, ironicamente,
opponendo le proprie occupazioni all’Albergaccio, dove si rifugiava dopo
l’esclusione da ogni incarico presso la corte dei Medici: impicci di vario tipo
col vicinato, litigi coi boscaioli, pasti frugali, giochi a carte nella taverna
con la gente del posto. A questa descrizione molto mossa e gustosa della sua
giornata-tipo, segue invece un momento serio, in cui Machiavelli descrive i
propri studi, e annuncia la stesura del Principe.
Pessimismo. Fin dalle
prime righe emerge la visione disincantata e pessimista tipica del
pensiero di Machiavelli, e la sua tendenza a ricercare sempre leggi universali
che regolano l’esperienza umana («Perché chi lascia i sua comodi per li comodi
d’altri, perde e’ sua, e di quegli non gli è saputo grado»).
La fortuna. In questa
lettera compare anche un altro motivo cardine: la riflessione sulla fortuna.
Nella lettera però compare un atteggiamento più remissivo e rassegnato, disposto
a «lasciar fare» e «stare quieto», apparentemente opposto a quello combattivo e
alieno da acquiescenza tipico del Principe (XXV). La contraddizione è solo
apparente: anche qui compare il concetto di «occasione» che la fortuna
può offrire e che la virtù umana può e deve saper cogliere. Il pensiero di
Machiavelli è quello di adeguare il comportamento alle circostanze, e in questa
particolare situazione la cosa migliore da fare è adeguarsi, attendere, cedere
momentaneamente.
Insistenza su operazioni
futili
. Nella descrizione della propria giornata spicca l’insistenza su
operazioni futili e insignificanti. Ma questa è un’immagine solo apparentemente
comica: in realtà nasconde tutta l’amarezza e l’ira di chi si è occupato di
affari di Stato, ha trattato con sovrani stranieri e con la diplomazia europea,
e ora si trova a dover assolvere a queste avvilenti occupazioni.
Il chiaroscuro. Il
fine di questa insistenza di particolari futili è quindi ben chiaro: Machiavelli
vuol fare risaltare, a partire dalle cose stesse, l’entità della sua
degradazione; in secondo luogo vuole creare un effetto di chiaroscuro: la
descrizione particolareggiata di una vita futile e inautentica mette ancora più
in rilievo il momento del riscatto, della vita autentica, cioè lo studio serale
degli autori classici.
Lo studio della natura
umana
. Il contatto con la gente di bassa estrazione sociale offre inoltre a
Machiavelli l’occasione di soddisfare la sua curiosità nei confronti del reale,
di osservare da vicino vari aspetti della vita umana, e di raccogliere materiale
che servirà da fondamento per la sua riflessione politica. E importa se si
tratta di povera gente: i comportamenti umani, nei loro meccanismi profondi,
sono dominati dalle medesime leggi, a tutti i livelli.
L’impeto eroico contro la
fortuna
. Nel paragrafo finale erompe lo sdegno che prima aveva trattenuto
sotto il velo dell’ironia distaccata: toccare il fondo della degradazione,
avvolgersi tra quei «pidocchi» è come una sfida nei confronti della fortuna, nel
tentativo di indurla a vergognarsi di tanta ostilità verso chi non la merita.
Emerge il lato eroico, vibrante e appassionato di Machiavelli che al pacato
ragionare dei primi paragrafi, giustappone uno slancio finale appassionato:
questo tipo di dialettica è tipica anche del finale del Principe.
Il colloquio coi classici.
L’atteggiamento con cui Machiavelli si accosta ai classici è squisitamente
umanistico: vede negli antichi esempi supremi di vita civile, considera lo
studio humanitas, cioè l’essenza stessa dell’uomo. Ma non si tratta di
una fuga dalla realtà: il colloquio coi classici ha come risultato la
riflessione sulla politica alla base del Principe, che non è opera teorica, ma
vuole essere «utile a chi la ‘ntenda».
 – L’umanesimo «civile».
È questo il cosiddetto umanesimo civile di Machiavelli, che è
eminentemente fiorentino. La lettera al Vettori è un documento prezioso che ci
informa sulle condizioni in cui nasce il Principe.
La «verità effettuale».
A un certo punto Machiavelli vaglia le ragioni per cui non ritiene opportuno
recarsi a Roma: e in questo emerge un altro suo tipico atteggiamento, che  è
quello di analizzare «la verità effettuale della cosa», misurata sugli effettivi
vantaggi e svantaggi delle azioni umane.
L’anelito all’azione.
Nelle righe finali della lettera il procedere logico e razionale del discorso è
sostituito da uno slancio appassionato, che esprime tutta la disperazione di
Machiavelli di essere nell’inattività, e il suo anelito all’azione: «Che questi
signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi
voltolare un sasso».

Stile
. Nella lettera sono presenti diversi livelli stilistici:
1)     
L’esordio. All’inizio il tono è ironico e sarcastico, e con questo
Machiavelli vuole prendere in giro gli ozi romani:
– l’allocuzione «magnifico ambasciatore»;
– la citazione petrarchesca;
– l’ironia con cui Machiavelli nota «quanto ordinatamente e quietamente» l’amico
eserciti il suo «offizio publico»;
2)     
Descrizione della propria giornata. Il tono è colloquiale, ricco
di espressioni popolari:
scelte lessicali basse: «fare il diavolo», «m’ingaglioffo per tutto il
dì», «si combatte un quattrino»; 
 – di una certa violenza espressiva: «rinvolto entra questi pidocchi»,
«traggo el cervello di muffa»;
 – lessico dei giochi: «la cricca», «il tricche-trach»;
3)     
Racconto delle letture serali. Qui il tono diventa solenne,
adeguato alla materia:
– latinismi: «mi pasco di quel cibo che solum è mio»;
 – la costruzione dei periodi è regolare e simmetrica: «a me…a voi»; «durare
più…vegliar più..»;
 – climax finale: «noia…affanno…povertà…morte»
 – la lettura dei classici è rappresentata come un colloquio: «parlo con
quelli»;