Il processo di unificazione italiana – di Irma Lanucara

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  • La figura di G. Mazzini

Mazzini fu patriota e uomo politico italiano e si dedicò totalmente alla causa dell’unità d’Italia. Egli vedeva nel popolo il motore della rivoluzione e sosteneva che i fallimenti dei moti rivoluzionari (1820-21 e 1830-31) fossero dovuti proprio al fatto che il popolo non era stato adeguatamente coinvolto. Cercando di ridare vigore al movimento rivoluzionario, Mazzini fondò il Partito d’Azione, mirato a dar vita ad un’Italia unita e repubblicana attraverso la lotta rivoluzionaria. In tale contesto Carlo Pisacane cercò di favorire una rivolta nelle campagne meridionali, dove i contadini, anziché ribellarsi, denunciarono lo stesso Pisacane alla polizia borbonica, facendo fallire miseramente tale tentativo. Questo fatto mostrò come la popolazione, specie quella meridionale, non fosse pronta a ribellarsi contro il governo.

  • Il tentativo fallimentare della prima guerra d’indipendenza

Il fallimento di tale guerra si può attribuire al fatto che fu combattuta solo dal regno sabaudo, senza ricorrere all’aiuto di truppe di volontari dalle varie parti d’Italia. Pertanto essa non portò ad una liberazione dalle truppe austriache e si concluse con la sconfitta di Novara (1849) e con l’abdicazione di Carlo Alberto nei confronti del figlio Vittorio Emanuele II (colui che sarà il primo re d’Italia).

  • Cosa si intende per Risorgimento?

Con questo termine si intende una rinascita del sentimento nazionale, un insieme di eventi, di ideali, di iniziative politico-diplomatiche che portarono all’unificazione italiana nel 1861. Il Risorgimento si può intendere proprio come una rinascita del popolo italiano che, dopo secoli di oppressione straniera, riesce finalmente a conseguire l’indipendenza. Bisogna però sottolineare che il Risorgimento non fu affatto un movimento omogeneo: al suo interno si mossero orientamenti che erano in contrasto tra loro e l’unità d’Italia fu vissuta, in alcuni casi come quello del Meridione, come una violenta forzatura.

  • La situazione politica della penisola italiana alla vigilia del processo di unificazione

Alla vigilia dell’unificazione l’Italia si trovava divisa nei seguenti territori:

  • Il Regno di Sardegna, che comprendeva anche il Piemonte, la Liguria e piccoli territori della Francia (come Nizza e Savoia), sotto la dinastia dei Savoia;
  • Il Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio dell’Austria, che aveva inglobato anche la Repubblica di Venezia;
  • Lo Stato della Chiesa, che comprendeva alcuni territori del centro Italia (parte delle Marche, dell’Umbria e del Lazio) ed era soggetto all’autorità del papa;
  • Il Regno delle due Sicilie, comprendente Sicilia e Italia meridionale, sotto il controllo dei Borboni (di origine francese, discendenti dall’antichissima dinastia dei Capetingi);
  • A tali regni, territorialmente più estesi, si aggiungevano alcuni ducati (di Parma sotto i Borbone; di Modena, di Massa, di Milano sotto l’Austria) e il Granducato di Toscana sotto gli Asburgo-Lorena (Austria).

 

 

  • Unificazione italiana intesa come piemontesizzazione

Il fallimento dei moti rivoluzionari, che aveva visto come principale punto di riferimento Mazzini, aveva lasciato i patrioti (sostenitori dell’unità nazionale) senza una guida. In tale contesto si impose la figura di Camillo Benso conte di Cavour che, durante il governo presieduto da d’Azeglio, ricoprì la carica di ministro dell’agricoltura, oltre ad essere il leader dei moderati.

In quel periodo il Parlamento era attraversato da forti tensioni relative alle leggi Siccardi, con le quali il governo d’Azeglio aveva cercato di regolare i rapporti tra Stato e Chiesa, stabilendo una limitazione del potere clericale. In tale contesto Cavour, pur essendo un moderato, decise strategicamente di allearsi con i democratici di Rattazzi, dando vita al cosiddetto connubio. Quindi Cavour subentrò al posto di d’Azeglio alla guida del governo, convinto che la nazione italiana, guidata dal Piemonte, potesse avere le forze per essere autonoma e sbarazzarsi dell’egemonia austriaca. Cavour era convinto del fatto che l’Italia potesse divenire una potenza europea e incoraggiò una politica economica incentrata sul liberismo, riducendo le tariffe doganali (spese necessarie per potere commerciare con un paese straniero) e cercando di rimediare al deficit di bilancio attraverso l’aumento delle tasse. Cavour inoltre diede vita alla Società Nazionale, che univa tutti i sostenitori dell’unità nazionale intesa come “piemontesizzazione” e accolse molti patrioti che erano stati mandati in esilio, facendo del Piemonte un punto di riferimento per coloro che sostenevano l’unità nazionale. A tale società si unì, tra gli altri, anche il democratico Giuseppe Garibaldi.

Altra mossa strategica operata da Cavour fu l’alleanza con la Francia, che si attuò inizialmente con la partecipazione piemontese alla guerra di Crimea, a fianco di Francia e Inghilterra contro la Russia. Cavour sperava che l’Austria intervenisse a fianco della Russia, ma ciò non avvenne. Tuttavia Cavour potè partecipare alla conferenza della pace di Parigi (1856), presentando la questione italiana e denunciando la gravità delle conseguenze di una possibile egemonia austriaca sull’Europa. Napoleone III in particolare accolse l’invito di Cavour cercando un’alleanza con il Piemonte, con la segreta speranza di poter estendere il proprio dominio sul territorio italiano. Quando poi un ex mazziniano si rese protagonista di un attentato non riuscito nei confronti di Napoleone III, Cavour approfittò per mettere in cattiva luce i mazziniani e chiedere aiuto proprio alla Francia per evitare che i rivoluzionari seguaci di Mazzini potessero avere il sopravvento nella guida del paese. Si giunse così agli accordi di Plombieres, che stabilirono che, nel caso in cui l’Austria avesse attaccato il Piemonte, la Francia sarebbe intervenuta a sostegno dello stato sabaudo. Inoltre il regno di Sardegna avrebbe acquisito il Lombardo-Veneto, mentre la Francia avrebbe ottenuto Nizza e la Savoia e un regno nell’Italia centrale.

  • La seconda guerra d’indipendenza (1859)

Cavour riuscì nell’intento di provocare l’Austria e quest’ultima dichiarò guerra al Piemonte nel 1859. Le truppe piemontesi conseguirono delle importanti vittorie (Solferino, San Martino) e inoltre alcune città dell’Italia centrale insorsero chiedendo l’annessione al Piemonte. Temendo così di perdere la possibilità di acquisire l’Italia centrale, Napoleone III improvvisamente si ritirò dalla guerra firmando con l’Austria l’armistizio di Villafranca. In questa fase il Piemonte aveva ottenuto l’annessione della Lombardia. Temendo le conseguenze delle rivolte che continuavano ad interessare l’Italia centrale, Cavour riuscì ad ottenere da Francia e Inghilterra il via libera per l’annessione al Piemonte di Toscana ed Emilia Romagna. In cambio, coerentemente con gli accordi di Plombieres, Nizza e la Savoia vennero acquisite dalla Francia.

  • Garibaldi e la conquista dell’Italia meridionale: la spedizione dei Mille

Giuseppe Garibaldi, come già accennato in precedenza, prese parte alla Società Nazionale voluta da Cavour e diede un decisivo contributo militare, a fianco delle truppe piemontesi, durante la seconda guerra d’indipendenza. Ma ben presto la distanza tra Cavour e Garibaldi divenne evidente e all’interno della Società Nazionale si distinsero due correnti: una moderata, sostenuta da Cavour, favorevole ai compromessi diplomatici; l’altra, favorevole a Garibaldi, orientata a metodi democratici e rivoluzionari e convinta del fatto che l’unità d’Italia sarebbe dovuta nascere dalle stesse forze del popolo italiano, senza cercare l’appoggio da parte di altri paesi. Questa componente democratica vedeva soprattutto la presenza di ex mazziniani che, una volta raggiunta l’unità nazionale, si sarebbero accontentati anche di una monarchia (Mazzini avrebbe voluto la repubblica). Per questo lo stesso Garibaldi, avendo in mente di marciare verso il meridione, non esitò a contattare il re Vittorio Emanuele II per cercarne il sostegno. Il sovrano, pur non esprimendo il suo consenso in forma ufficiale, incoraggiò l’idea di Garibaldi, il quale organizzò una spedizione in Sicilia affiancato da un migliaio di volontari. I Mille partirono nel 1860 da Quarto (Genova), per poi sbarcare a Marsala occupando in breve tempo la Sicilia, sconfiggendo le truppe borboniche. I contadini siciliani vedevano in Garibaldi un liberatore, ma le loro speranze vennero presto disilluse in quanto le stesse truppe garibaldine dovettero reprimere questi tentativi insurrezionali (massacro di Bronte). Dopo essere sbarcato in Calabria, in poco tempo Garibaldi giunse a Napoli; contemporaneamente l’esercito piemontese, temendo un tentativo di concretizzare le idee mazziniane, si diresse verso sud, dopo aver occupato Umbria e Marche. Si giunse così all’incontro tra Garibaldi e il re Vittorio Emanuele II presso Teano (Caserta), occasione in cui Garibaldi consegnò l’Italia meridionale a Vittorio Emanuele II. L’Italia fu dunque unificata e il 17 marzo 1861 il Parlamento proclamò Vittorio Emanuele II re d’Italia.

  • Il governo della destra storica e la questione meridionale

Dopo la morte di Cavour (1861) l’Italia venne governata dagli esponenti della cosiddetta destra storica, orientamento politico inteso a seguire la strada tracciata da Cavour. In Parlamento inizialmente si scontrarono due posizioni: quella federalista (potere decentrato) e quella unionista (potere accentrato). Alla fine prevalse quest’ultima, soprattutto per timore della situazione di insofferenza vissuta nel meridione, che avrebbe potuto assumere dei toni rivoluzionari. E fu proprio la questione meridionale a trovare impreparato il nuovo governo, incapace di gestire la drammaticità di una situazione che la popolazione meridionale da subito visse come una “piemontesizzazione forzata”. Una delle prime conseguenze di questa condizione di malcontento fu l’emergere del fenomeno del brigantaggio, al quale lo stato rispose con una dura repressione. Tuttavia il nuovo governo, che vide tra i suoi protagonisti Ricasoli e Rattazzi, ebbe il merito di raggiungere il pareggio di bilancio (equilibrio tra entrate e uscite statali), anche se attraverso un aumento esponenziale delle tasse che gravava sulla popolazione contadina (tassa sul macinato). Nonostante il raggiungimento di tale importante obiettivo, la destra storica cadde nel 1876, quando venne sostituita dalla sinistra alla guida del paese.

 

  • La terza guerra d’indipendenza e la conquista di Roma e del Veneto

Del Regno d’Italia non facevano ancora parte Veneto, Trentino Alto-Adige, Venezia Giulia (sotto l’Austria fino alla prima guerra mondiale), Friuli (i cui confini verranno definiti solo dopo il secondo conflitto mondiale) e il Lazio soggetto al potere papale.

La terza guerra d’indipendenza scoppiò nel 1866 e coincise con la guerra austro-prussiana, quando l’Italia, alleatasi con la Prussia contro l’Austria, dopo avere subito pesanti sconfitte (Custoza, Lissa), ottenne comunque il Veneto, cedutole dalla Prussia. Tale guerra segnò inoltre un cambiamento importante nelle alleanze europee: dalla vicinanza alla Francia, l’Italia passò ad un avvicinamento nei confronti della Prussia.

Nel frattempo si acuiva la questione romana, in quanto il governo era favorevole a renderla capitale d’Italia, ma si scontrava con l’opposizione di papa Pio IX. Garibaldi tentò invano la conquista di Roma, in quanto venne contrastato dalle truppe francesi (la Francia era alleata del papa). La situazione però mutò improvvisamente quando la Francia venne sconfitta durante la guerra franco-prussiana (1870) e il papa, non disponendo più del sostegno francese, dovette cedere al governo italiano (il generale Cadorna, alla guida di un gruppo di bersaglieri, entrò a Roma). Nel 1871 il Lazio veniva annesso all’Italia e Roma diveniva capitale.

Con la legge delle guarentigie (delle garanzie) il governo garantiva alla Chiesa il pieno possesso dei palazzi vaticani, di Castelgandolfo e del Laterano, oltre ad ampie libertà concesse al clero, svincolato dal potere statale. Nonostante ciò Pio IX rispose con il cosiddetto Non expedit (“non conviene”), ovvero l’invito rivolto ai cattolici ad astenersi dalla partecipazione alla vita politica del paese.

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