Il racconto di una sofferenza vissuta alla luce della Pasqua di Cristo – di Paolo Peretti

Per me è difficile parlare di Don Savino senza ridurre la grazia che il Signore mi ha donato attraverso la sua persona e la sua paternità. Spero che il mio limite non sia un ostacolo per cogliere la bellezza di quello che il Signore ci riserva.
Mi sono chiesto: cosa c’entra la presentazione di un libro che s’intitola “Abbracciato da Cristo”, cioè la storia di un sacerdote come tanti, col titolo di questo incontro “Il racconto di una sofferenza vissuta alla luce della Pasqua di Cristo” e più in generale col tempo della Quaresima?
Cosa dice la vita di questo uomo (ma uomo di Dio) alla nostra vita di oggi, ai drammi, alle gioie, alle sofferenze che ciascuno ha da vivere oggi?
Infatti a che servirebbe ricordare qualcuno se non diventa occasione di ripresa della mia vita oggi (che mi pare sia il concetto cristiano di memoria)? Andremmo via solo tristi per ciò che non c’è più e non lieti per la gloria di Dio (che è l’uomo vivente).
La cosa che mi viene in mente (spero di non dire un’eresia) è che il tempo della Quaresima è il paradigma del tempo della vita. Cioè la necessità di con-vergere lo sguardo e la vita verso il segno supremo dell’amore di Dio per noi, che è diventato concreto nell’abbraccio di Suo Figlio salito sulla croce per farci sperimentare la salvezza, per introdurci nell’eternità iniziata nel tempo con la Sua resurrezione.
La Pasqua è una misura nuova che s’introduce nel tempo, è il punto che salva ciò che viviamo dal disfacimento cui pare, essere destinato.
Solo abbandonandosi a quell’abbraccio misericordioso (come ci ha ricordato Papa Francesco nell’anno giubilare appena concluso), anche la nostra debolezza, la nostra miseria, diventa segno evidente di questa salvezza che il Signore desidera per ciascuno.
In questa prospettiva si capisce il nesso tra il titolo del libro e il titolo di questo momento, si capisce come un uomo possa arrivare a vivere i momenti più drammatici della propria esistenza (cioè la sofferenza fino alla morte) con una pace e una Letizia che ha rincuorato e commosso tutti quelli che lo hanno incontrato in quell’ ultimo periodo. Lui stesso pochi giorni prima di morire, il 3 febbraio 2016, ed è morto l’otto, scriveva: 
“La vita nasce da un abbraccio umano con la scintilla del divino. La morte è vinta dall’abbraccio della Madre divina che non abbandona un istante il figlio che vuole rigenerare: cioè me e te!
Gesù fammi trovare pronto, come Te, sulla croce a dire il mio sì come l’hai detto Tu, affinché non la mia, ma la Tua volontà si compia o Padre, per la Gloria umana del Tuo Nome e il compiersi del Destino di ogni uomo!”
Siamo qui questa sera non per un banale “amarcord”, ma per presentare questo libro (che raccoglie suoi interventi, prediche, scritti e diverse testimonianze di chi gli è stato più vicino o di chi l’ha incontrato ed e rimasto particolarmente colpito) e per raccontarci qualche momento di convivenza con lui, allo scopo di imparare di più ciò che ha permesso a don Savino di essere così.
Recentemente mi è capitato di leggere un piccolo libro di Padre Mauro Giuseppe Lepori, abate generale dell’ordine dei cistercensi. S’intitola “Si vive solo per morire?”.
Questo libro inizia con un brano del salmo 33 che San Benedetto mette in bocca al Signore: “C’è un uomo che vuole la vita e desidera giorni felici?”.
Quando ho incontrato don Savino, nel lontano 1978 (avevo quattordici anni, già segnati dalla sofferenza per la morte di mio papà) la prima evidenza che ho avuto è stata proprio questa: era prima di tutto un uomo che desiderava la pienezza della vita (tutta la vita chiede l’eternità), ma, a differenza di altre persone, che pur avevano questo desiderio, s’intuiva che per lui la pienezza di vita aveva un nome e un volto concreto. ’ come se avesse individuato la meta di questa felicità e la strada per raggiungerla.  Commenta Padre Lepori:
“All’origine di tutto non c’è quindi il desiderio di vita e di felicità del nostro cuore, ma Dio che desidera la pienezza della nostra vita. Dio si fa mendicante del desiderio di felicità del cuore dell’uomo.
Quest’uomo, Dio lo cerca come «suo operaio», come uno per il quale ha già stabilito un compito. Eppure la condizione richiesta per rispondere alla sua chiamata, la condizione per vivere la vocazione umana e ogni particolare vocazione, la condizione per essere utili a Dio, non sono delle attitudini, capacità o qualità, ma semplicemente il desiderio della vita e della felicità, il desiderio della pienezza della vita. La nostra fondamentale vocazione è la chiamata di un Dio che si fa mendicante del nostro desiderio di felicità.


La felicità che Dio promette e offre, non è un sentimento: è una pienezza di vita, la pienezza del nostro essere uomini, del nostro «Io» umano.

Dio vuole che l’uomo sia pienamente se stesso. “
Ho intuito in quel momento che anche io ero voluto cosi come ero (“Dio desidera la pienezza della nostra vita” diceva Lepori), senza dover fare qualcosa o essere diverso. Bastava non censurare quel desiderio di pienezza, di felicità. Per questo sono ritornato il giorno dopo, e il giorno dopo ancora, fino ad oggi.

SI capisce ora un po’ di più il motivo per cui Don Savino ha potuto vivere la sofferenza e la morte con quella letizia che ci ha testimoniato, Era certo della resurrezione, una certezza di questa nuova misura, sperimentata nella vita grazie all’abbraccio della Santa Madre Chiesa, nei volti concreti delle persone che lo spirito del Signore gli ha posto accanto (nella canzone “La ballata dell’uomo vecchio” che don Savino amava molto si canta: ha la faccia che tu hai, il volto che tu hai) e grazie al suo sì rinnovato ogni istante.

Riflessioni personali di Paolo Peretti sul Quaresimale della Comunità della Madonna del Rosario di Cesano Boscone “Il racconto di una sofferenza vissuta alla luce della pasqua di Cristo” con la contestuale presentazione del libro “Don Savino Gaudio abbracciato da Cristo” svoltosi a Cesano Boscone il 7 aprile 2017