Il racconto di Vincenzo Andraous mi ha colpito.

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di Lorenzo Bortoluzzi 1ª D

Il giorno 19 maggio 08 siamo andati a Pavia in una comunità di recupero per tossicodipendenti, drogati e cocainomani, chiamato La Casa Del Giovane”. Siamo stati accolti con grande entusiasmo da Vincenzo Andraous, il quale ci ha parlato per un buon quarto dora, introducendoci alla visione del filmato che stava per mostrarci. Il filmato conteneva il racconto dellormai defunto fondatore dellistituto don Enzo Boschetti nel quale egli raccontava come era nata questa comunità, quelle che erano state le difficoltà, e devo dire che inizialmente ero rimasto impressionato dalla forza e dalla determinazione di quest’uomo. Si potrebbe dire che per un prete la carità e la compassione sono pane quotidiano, ma in questo caso non cera solo questo, cera molto di più: cera la voglia di innalzare un grande progetto (alludo a tutte le comunità che si basano sull’ideale di don Enzo Boschetti), che poi nel futuro si sarebbe rivelato molto importante e di grande aiuto per tantissime persone. La casa del giovane è nata in una vecchia e malandata abitazione di periferia, nella quale don Enzo ha cominciato a raccogliere ragazzi, intorno ai 14-20 anni, che la notte giacevano ai bordi delle strade di Pavia completamente devastati e incapaci di ritornare a casa. Tutto ciò accadeva intorno agli anni settanta e Vincenzo, dopo il video, ci ha spiegato il motivo di tanta dipendenza dalla droga da parte dei ragazzi. Infatti quegli anni erano stati anni di crisi durante i quali, migliaia di giovani si ribellavano al mondo degli adulti a volte in modo violento e distruttivo. Vincenzo parlava di intere generazioni (come la sua) scomparse, svanite, finite dall’eroina. In questa conversazione noi come ascoltatori siamo intervenuti più di una volta per domandare e dare la nostra opinione e questo ci ha giovato perché ci siamo tolti molte curiosità. Dopo questa introduzione siamo usciti dallaula conferenze e siamo andati a vedere le attività dei ragazzi accolti nella comunità. In queste attività i ragazzi imparano un mestiere per poter ricominciare una nuova vita dopo i tre anni di comunità. Abbiamo visitato la falegnameria, la carpenteria e la tipografia. Dopodichè, abbiamo spostato delle panchine che erano nel cortile e le abbiamo portate nel ripostiglio dove venivano chiuse e disposte in fila. Dopo il pranzo e un’ora circa in cui siamo stati tra di noi giocando, suonando e scherzando, tornati nellaula conferenze, abbiamo affrontato per la seconda volta il tema della giornata. Questa seconda conversazione a mio parere è stata la più interessante e impressionante. Vincenzo ha iniziato raccontandoci una storia che parlava di una scuola molto anonima, di una classe anonima e di un ragazzino ancora più anonimo. Il ragazzino durante la lezione tirò in testa alla maestra, che stava scrivendo alla lavagna, un cancellino e quella, colpita, scoppiò in lacrime ed uscì dalla classe. Quando arrivarono il preside e gli altri insegnanti nessuno disse chi fosse stato a tirare il cancellino, poiché quel ragazzino era un bullo” e intimoriva i suoi compagni: tutta la classe venne sospesa. Poi Vincenzo ha detto una cosa che mi ha lasciato di stucco: «Sapete chi era quel ragazzino? Quel bullo ero io!». Devo dire che non me lo sarei mai aspettato anche perché la prima impressione che avevo avuto su di lui era stata positiva. Le storie della sua vita che ci ha raccontato hanno fatto molto scalpore tra noi. Siamo rimasti immobili lì a bocca aperta ad ascoltarlo tutti in silenzio. Ha raccontato di quando ha rubato la prima auto e di come poi uno dei suoi amici abbia perso la vita quando si sono schiantati a 140km/h contro un platano. Ci ha parlato di come poi sia passato per tutti i carceri minorili d’Italia, da Nord a Sud, e di come poi la sua vita sia stata tutta un fallimento. Ora che sta scontando la pena vuole far sì che altri ragazzi non commettano quellerrore e cerca di rimediare aiutando i giovani a costruire un futuro migliore.

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