Il tema della pazzia in letteratura italiana

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Luigi Pirandello

Se si vuole parlare del tema della pazzia in letteratura, non si può fare a meno di citare Luigi Pirandello, che con il suo estremo relativismo offre buoni spunti per riflettere su questo tema.

In tutta l’opera pirandelliana, il tema del relativismo sulla pazzia emerge principalmente nel romanzo “uno, nessuno, centomila”, ma possiamo trovare questo tema  anche in molte sue novelle, in particolare noi abbiamo analizzato la novella “il treno ha fischiato”.Per quanto riguarda

i romanzi pirandelliani, sappiano che sfuggono da quelli che sono i canoni classici del romanzo in particolare per quanto riguarda la concezione del protagonista come singolo e molteplice allo stesso tempo (doppio, maschere) e per la comicità, o meglio, l’assurdità che caratterizzano le sue opere (cosa che gli costò diverse critiche). Se volessimo schematizzare il percorso che bene o male seguono i personaggi di Pirandello, che sarebbe il seguente: presentazione personaggio come singoloàimmagine o circostanza anche banale da cui scaturisce una riflessioneànuova visione della realtà e nuova consapevolezza di sé come “molteplice”ànuovi atteggiamenti che richiamano (seguendo la visione comune) la pazzia.

Nel caso di Vitangelo Moscarda (protagonista di “uno, nessuno, centomila”), il fatto da cui scaturisce una profonda riflessione è un commento sul suo naso da parte di sua moglie (Dida), da qui Vitangelo, comprende che ogni persona si crea un’immagine personale di lui, quindi inizia a cercare di distruggere queste sue immagini agendo contrariamente a ciò che aveva fatto sin ora, finendo inevitabilmente nell’essere considerato pazzo. (relativismo sulla pazzia).(es: Marco di Dio, poveraccio sfrattato da Vitangelo, che però gli regala subito una casa).Come già detto, lo schema seguito dai personaggi non varia nel passaggio tra romanzo e novella, anzi a volte risulta essere più marcato. Nella novella da noi analizzata: “il treno ha fischiato” (da le “Novelle per un anno”), il protagonista della vicenda, Belluca, capovolge improvvisamente il suo carattere mite e docile in seguito al fischio di un treno. Belluca è un impiegato contabile che conduce una vita misera e piena di problemi, sia a casa che sul lavoro dove viene sfruttato e umiliato dal suo capo; in seguito al fischio del treno, Belluca si ribella improvvisamente al suo capo e inizia a fare discorsi mai fatti (pesci, natura, arte ecc…) finendo inevitabilmente al manicomio. Il fischio del treno non ha reso pazzo il protagonista, ma consapevole della sua condizione, sia per quanto riguarda la sua via sia per quanto riguarda il tema delle maschere. Da ciò dobbiamo dedurre che il termine pazzia, a volte comprende molti aspetti che nulla hanno a che vedere con disturbi psichici, anzi, tutto l’opposto.

 

Italo Svevo

Se Luigi Pirandello propone un forte relativismo per quanto riguarda atteggiamenti

Ritenuti “folli”, Italo Svevo porta all’estremo questo relativismo mettendo in dubbio il folle in sé, ovvero, il rapporto sano-malato.

Italo Svevo è un autore che ha avuto molte influenze da  Freud e Joyce, parliamo quindi di tematiche riguardanti la parte irrazionale di noi stessi: l’inconscio.

La parte su cui ci interessa riflettere si trova nel romanzo che ha consacrato Svevo alla letteratura, “La coscienza di Zeno”: diviso in capitoli, questo romanzo viene scritto in netta contrapposizione e come critica alla psicoanalisi freudiana; Bruno Veneziani, il cognato di Svevo, si era rivolto direttamente a Freud per una cura, Freud giudica il caso di Bruno “incurabile”, e questo fatto fa scaturire in Svevo la convinzione dell’inutilità della psicoanalisi come cura, e dell’estrema utilità che questa pratica può avere in letteratura.

La coscienza di Zeno infatti è scritta in forma di autoanalisi, il personaggio presentato è Zeno Cosini, ma l’intera opera deriva naturalmente da un’autoanalisi di Svevo stesso.

Servendosi della psicoanalisi, Svevo riesce a tirare fuori, passo dopo passo, i segreti di Zeno (particolare importanza ha il capitolo “La morte del padre).

Nell’ultimo capitolo dell’opera intitolato “Psicoanalisi”, Zeno guarisce grazie alla pratica del commercio che gli fa acquisire consapevolezza delle sue qualità. La riflessione sul sano e sul malato che Svevo propone esprime un nuovo relativismo, la salute e la malattia come convinzioni.

“La malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione”, così Zeno parla nei primi capitoli, ma non si ferma qui, Zeno dice anche che “La salute nasce da un paragone”, non esistono persone sane e malate, esistono persone “convinte” di essere malate e persone “persuase” dalla massa e dalla società a considerarsi sane. In particolare possiamo dire che forse, per Svevo, è meglio essere convinti di essere malati che illudersi di essere sani.    

 

Dino Campana

Fin qui abbiamo parlato di due autori che si sono cimentati in quello che è il tema della pazzia e dell’inconscio, ora è il caso di parlare di un autore che c’entra maggiormente con questo tema, non tanto per il suo stile o per le sue tematiche, ma per la sua vita reale: Dino Campana.

Sin dall’adolescenza, Campana ha manifestato chiari segni di disturbo mentale, in generale possiamo dire che la sua vita è stata un continuo girovagare per manicomi. Pur non esprimendosi direttamente sul tema della pazzia, Campana propone uno stile riconducibile a quello dei famosi autori inglesi Joyce e Woolf, il flusso di coscienza. Il brano “Sogno di prigione” (prigioniero) è stato scritto nel 1910 durante un suo internamento in un manicomio. Lo stile è molto “visionario”, confuso, ed esprime a mio parere la visione del mondo da parte dei folli: immagini mischiate e sovrapposte, che però lasciano intendere una grande acutezza dei sensi, non sfugge nulla all’occhio e alla mente folle dell’autore. Questo stile può essere tranquillamente ricondotto anche a quello di un altro importante autore citato in tesina: Edgar Allan Poe.

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