Il trionfo dell’izbà

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di Aldo C. Marturano

Dalle informazioni che abbiamo sinora raccolto, seppur con grande approssimazione, possiamo notare che intorno al IX-X sec. d.C. in giro” per la Pianura Russa si va affermando un modello di casa presso le etnie balto-slave, slave e germaniche abbastanza esclusivo che possiamo adesso chiamare col nome generico di izbà in una concezione abitativa nuova adatta ai climi più duri.

La superiorità dell’izbà rispetto alla popolare poluzemliànka non fu subito riconosciuta nel sud della Pianura Russa dove, la seconda, continuò appunto a esistere fino al XIV sec. d.C. ancora sotto il dominio della Polonia/Lituania. Anzi! Comparve nel territorio dell’odierna Ucraina al nuovo tipo di casa, mazànka, che prevedeva l’uso di materiali misti e cioè ciottoli/intonaco/collante argilloso per le pareti di rami di legno intrecciati all’interno e all’esterno con un metodo molto simile al Fachwerk tedesco o britannico. Ben diffusa nella Mitteleuropa, la mazànka la si può vedere qui sotto in chiave moderna costruita secondo il modello tradizionale dove appaiono il tetto a quattro spioventi con la nuda armatura a sinistra e le pareti prima di essere ricoperte con argilla a destra.

Ciò premesso, parliamo un po’ del lessema  izbà (in italiano appare anche isbà/isba).

La parola si trova nelle russe Cronache del Tempo Passato (ca. XII sec. d.C.) nella forma istòbka/istòpka, diminutivo di istbà e evidente prestito dal germanico *stuba che verosimilmente indicava un locale coperto chiuso e riscaldato (in tedesco moderno Stube indica ancora questo e in norvegese stova è giusto la casa di legno). Possiamo di qui dedurre più o meno che tale tipo di costruzione fu portata a pratica perfetta al tempo quando Germani e Slavi vivevano a strettissimo contatto? Probabilmente l’ipotesi più verosimile è che i Germani l’avessero conosciuta e sfruttata” nella Mitteleuropa o ancora più a nord un po’ prima di altri già quando entrarono nel bacino della Vistola nel IV sec. d.C. In seguito però si consolidò tutta una tecnica particolare messa in atto da squadre di carpentieri etnicamente miste formate insieme con gli Slavi a disposizione nel territorio, benché a quell’epoca questi ultimi non fossero ancora identificati come stirpe a sé. Né possiamo dire che l’izbà fosse stata inventata dai Germani o dagli Slavi, ma solo e comunque che l’abitare in case di legno e saperle costruire entrò e si perpetuò più fortemente nella Slavia visto che nel IX sec. d.C. è documentata l’esistenza specifica di costruttori e artigiani del legno” slavi…

Una prova indiretta della slavità dell’izbà verso la fine del X sec. d.C. è che i Magiari incuneatisi fra Slavi e Germani in Pannonia costruivano le case alla moda degli Slavi”. Lo si riconosce in ungherese dove szoba (leggi sòba) per camera riscaldata” è rimasta come corruzione dello slavo izbà, ma non del germanico *stuba. E che dire del nome ucraino hata preso invece in prestito da una lingua iranica per lo stesso tipo di costruzione?

In conclusione, a parte le speculazioni linguistiche, è importante sottolineare che la prima tipicità dell’izbà resta il legno, il materiale di cui può e deve esser fatta, anche se si stava molto attenti a economizzare combinando sovente il legno con altri materiali, come abbiamo detto, oppure tagliando a metà i tronchi da usare. Andando verso nord invece dove è più agevolmente reperibile il legno è logicamente dominante, tanto che oseremmo dire che l’izbà è un puro prodotto della foresta nordeuropea e, visto che gli Slavi furono gli sfruttatori più organizzati della foresta, è la casa slava per eccellenza!

Ad esempio, l’emissario del califfo di Baghdad, ibn Fadhlan, mandato fra i Bulgari del Volga nel 912 d.C. scrive che: …i Rus’ (salvo definire meglio chi sono, se Slavi o no) vengono navigando dalle loro terre (del nord), gettano l’ancora nel largo fiume Itil (nel porto di Bolgar sul Volga), sbarcano dalle loro navi e si costruiscono grandi abitazioni di legno (e qui) abitano dalle 10 alle 20 persone…” Dunque non piantano tende, ma costruiscono case di tronchi, come vedremo, che poi probabilmente smontano e riportano con sé o lasciano in custodia da qualche parte e, chissà, usando i tronchi dalle loro navi smontabili”. Siamo confortati in questa visione persino dall’esistenza del Cantone dei Falegnami (veri e propri cantieri sia navali che edili) nella famosissima repubblica del nord, Grande Novgorod, che appunto consumava moltissimo legno. I falegnami novgorodesi infatti dettero un loro grosso contributo tecnico a Visby nell’isola di Gotland per le costruzioni delle navi dell’Hansa che solcavano il Mar Baltico e per tutto il tempo che durò questa famosa organizzazione mercantile. Insomma la loro abilità di bravissimi falegnami e mastri d’ascia era nota nel Medioevo e la loro attività era richiesta negli eserciti nel genio militare (a far strade, ponti, rifugi etc.) negli attacchi all’Impero Romano durante le famigerate Invasioni Barbariche.

Torniamo allora alla casa d’abitazione…

Costruire una casa di legno è contenuto nella parola russa srub che racchiude nella sua semantica non soltanto il tagliare gli alberi e quindi la conoscenza tecnico-botanica dell’ambiente per scegliere le essenze arboree giuste per la bisogna, ma anche il possesso degli arnesi per tagliare, per scavare, gli strumenti per misurare e appianare etc. giacché costruire con tronchi è un’arte difficile quando, come si vedrà, si devono far combaciare un tronco con l’altro senza storture. Al carpentiere in legno intanto occorrono generalmente essenze arboree facili da abbattere e di tessuto legnoso di diversa consistenza a seconda degli usi e la foresta russa, a parte i margini meridionali e l’ungo le rive dei grandi laghi, può fornirne, dominata come era nel periodo medievale considerato (ma pure oggi!), da 4 varietà di conifere dei generi Abete, Larice e Pino. Sono alberi che crescono fitti accanto l’uno all’altro e che tendono a prendere luce con la chioma in concorrenza con i vicini crescendo in altezza con fusti altissimi fino e oltre i 40 m. Quanto ai pini (Piceus sylvestris) i rami sottostanti la cima delle loro chiome già seccano e cadono durante la vita dell’individuo e lasciano un fusto diritto e l’ungo, mentre per la sua enorme ramatura bilanciata l’abete (Picea abies e P. obovata) richiede del lavoro in più per lo sfrondamento e la potatura accurata, benché anche i rami trovino applicazioni costruttive e non siamo sempre da mettere al fuoco. L’abete però per ragioni magiche ossia a causa dei suoi primi rami bassi quasi raso terra che tenevano lontano l’uomo e ogni altro essere vivente, era creduto un albero vampiro e dunque funesto per l’uso edilizio.

Queste sono quindi le essenze che si trovano in gran numero dalla Russia fin quasi al Reno, mentre nel Grande Nord ci sono altre varietà di larice (nella foresta russa il Larix sukaczewii) molto apprezzate per la carpenteria insieme con l’albero detto Re della taigà cioè un tipo di pino (Pinus sibirica chiamato però in russo kedr ossia cedro siberiano) alto fino a 45 m e con dei pinoli talmente grossi da esser detti noccioline di cedro (kedrovýe orèhi molto amate dai locali). 

Il larice (russo listvènnica) è la specie più comune e la più sfruttata della Pianura Russa fin nel sud. La sua capacità di resistere all’imputridimento per l’unghissimi anni, la durezza del legno e, perché no?, l’odore piacevole che emana in continuazione lo rendono richiestissimo per la costruzione della hata e dell’izbà, per tacere delle carene di navi e di barche. Al contrario il pioppo (Populus tremula) di origine meridionale a causa della sua voce” quando il vento passa fra le foglie della chioma e per il fatto che una tradizione cristiana raccontava che fosse stato l’albero al quale si era appeso Giuda, non veniva usato nella casa perché avrebbe disturbato il sonno.

Come dobbiamo immaginare il carpentiere medievale al lavoro? Per il mondo slavo-russo abbiamo varie testimonianze, specialmente nell’ardore che investì la Chiesa Russa nel XV sec. all’evangelizzazione (colonizzazione!) del nord in cui i monaci mandati da Mosca si costruivano da soli celle, cappelle etc. e che appare qui e là in graffiti e disegni dell’epoca.

La prima operazione è la scelta e il taglio dei tronchi che si fa in primavera quando l’albero si risveglia e la linfa riprende a circolare (in russo sokodviènie) l’ungo il fusto trasudando nell’aria al minimo intacco un intenso odor di resina. Seguono la decorticazione e  la potatura. Finalmente i pali ricavati e tagliati a misura si appoggiano dapprima a un trespolo in modo da asciugarli in posizione verticale e successivamente si ammucchiano orizzontalmente incrociati alquanto discosti l’uno dall’altro in pile cubiche lasciate a stagionare per un certo tempo nell’aria secca dell’estate.

Malgrado ciò, perché far pagare enormi prezzi alla foresta con l’abbattimento di centinaia di alberi d’alto fusto concorrendo alla deforestazione e allo sconvolgimento a volte irreversibile del biotopo? La foresta non è forse da difendere e conservare – lo abbiamo detto e adesso lo ripetiamo – visto che è il giacimento primario di materie prime sia per il cibo sia per i materiali? E nel sud non c’è l’esempio dello scavare quasi metà delle pareti nella terra, risparmiando in legno? Usare gli alberi secchi da bruciare per riscaldarsi era una benedizione della terra, il taglia-e-brucia era una necessità per sopravvivere, ma l’effetto negativo sul boschivo nell’abbattere decine di alberi per lo srub non deve essere passato inosservato ai contemporanei del passato, i quali, paventando la deforestazione eccessiva, ottimizzarono ogni lavorazione del legno adottando criteri rigorosi di forte risparmio. Nel nostro caso un’innovazione architettonica che potrebbe essere conseguenza di questa logica è il passaggio dall’uso di pali infissi verticalmente nel terreno a quelli impilati orizzontalmente sul terreno e il passaggio da una pianta circolare a una quadrangolare.

Cominciamo col fare qualche riflessione sui pali infissi nel terreno. Per restare saldo in posizione verticale un palo deve essere infisso a una certa profondità e quindi essere più l’ungo del necessario. Col passare del tempo il terreno si indurisce e diventerà più faticoso e difficile svellerlo. Tuttavia, se non si infiggessero in terra, le pareti fatte di pali sarebbero difficili da mantenere erette senza supporti aggiuntivi, a meno che non si scelga la pianta circolare col rischio di creare spazi morti”.

 

Di qui il primo confronto in termini economici che si pone all’architetto medievale: la casa con pali verticali detta in russo stolbovòi di fronte a quella fatta con pali orizzontali detta srubnòi.

Il disegno qui sopra mette a confronto le due soluzioni abitative come sono state riscontrate dagli archeologi (da M. Semjònova, op. cit.). Nella casa No. 1 (con poca disponibilità di legno) si vedono in pianta i quattro pali angolari e le pareti fatte con materiale vegetale intrecciato e se ne è notata la diffusione nell’Est della Pianura Russa l’ungo il confine con la steppa. Nella casa No. 2 (con grande disponibilità di legno) la divisione dell’ambiente invece è più complicata e, se i pali verticali sono scomparsi, numerosi sono invece quelli orizzontali e le assi dell’impiantito e questo tipo si diffonde nel nord e non solo presso le genti slave, ma anche presso quelle assimilate successivamente alla cultura slavo-russa.

La tecnica dei pali verticali ad ogni modo è ottima e preferibile per le fortificazioni giacché la barriera davanti alla quale un nemico si trova, è una palizzata fitta e solida che solo con gran fatica potrebbe essere abbattuta. Di tali fortificazioni ne troviamo abbastanza numerose nella Slavia, sebbene esse fossero prima di tutto dei santuari dove si celebravano riti religiosi a cui partecipavano i villaggi intorno e, solo all’occasione, si trasformavano in rifugi difensivi.

Lubecca, ex città slava, ne è un esempio nella pianta antica, ma i siti archeologici degli Slavi del Nordovest di queste fortezze-tempio (dette in russo sjelò plur. sjòla) sono comunque numerosi e quella di Behren-Lübchin dell’XI sec. riprodotta nella figura di sinistra (da J. Herrmann – Kulturen im Norden, die nördlichen Slawen, München 1980) ci mostra l’enorme dispendio di tronchi.

Per la Pianura Russa in particolare le città-fortino (slavo hrad, grad, gorod) non sono tutte quante slave, ma ce ne furono erette a partire dal VIII sec. d.C. anche dai Variaghi svedesi l’ungo i fiumi. Erano pensate non sempre per governare il territorio intorno quanto invece per rinchiudersi in difesa dalle rivolte che li opponevano alle popolazioni locali in reazione alle angherie da loro perpetrate e si usò senza eccezione la tecnica dei pali verticali. Se ne costruirono talmente tante che la Rus’ di Kiev (il più antico stato russo fondato dai Variaghi) fu conosciuta nelle Saghe islandesi col nome di Terra delle Fortezze (Gardariki in lingua norrena). 

Secondo Procopio di Cesarea rifugiarsi in costruzioni fortificate evitando di combattere è indice di una bassa bellicosità, sebbene ciò non corrispondesse a verità per gli Slavi che per secoli furono il tormento della Grecia con attacchi e malversazioni specialmente in Tessaglia sulla seconda città dell’Impero più facilmente accessibile dai Carpazi, Tessalonica/Salonicco. A parte la nota di colore di Procopio, militare provetto, nei suoi scritti c’è invece una notizia più interessante: … (Gli Slavi) vivono in povere capanne, lontane le une dalle altre. Cambiamo di frequente d’abitazione…”

Che significa l’ultima frase? Procopio (come pure altri suoi contemporanei) vuol forse dire che gli Slavi erano dei nomadi come gli altri? E, se veramente gli Slavi lo erano, che tipo di nomadismo praticavano e come collude l’izbà con tale modo di vivere? Vediamo un po’.

Gli Slavi agricoltori disponevano a sud di Kiev di terre a loess (la steppa) facili da lavorare con gli arnesi agricoli del VII-VIII sec. d.C. ricavandone buone rese (col frumento: 1 a 3-4).

Più a nord invece coltivare significava combattere e faticare duramente contro il clima e su un terreno che si esauriva dopo 6-8 anni. A questo punto si doveva cercare altra terra, abbandonando l’abitato vecchio ormai invivibile. Si penetrava allora nella foresta e ci si installava in una radura già pronta (calva) a essere colonizzata oppure ricavata con la tecnica del taglia-e-brucia. Subito dopo però occorrevano nuove case per fondare un nuovo villaggio. Se questo è il nomadismo (meglio, ma  con termine improprio, seminomadismo, e in russo più precisamente perelog) slavo di Procopio, è possibile collegarlo con la tecnica di costruire una casa smontabile facilmente e rimontabile rapidamente altrove senza doverla ricostruire ex novo abbattendo altri alberi.

 

Non avendo a disposizione né chiodi né chiavarde né bulloni di metallo, si tratta di impilare orizzontalmente dei pali di forma cilindrica, uno sull’altro in modo che non si scombinino, fino all’altezza di un uomo per far da parete e su queste pareti poi fissare un tetto con spioventi più o meno inclinati a seconda delle precipitazioni annuali, per quantità e tipo: pioggia, neve, grandine…

Il tetto con gli spioventi è fondamentale per apprezzare le soluzioni tecniche inventate nel passato e culminate nella perfezione dell’izbà poiché ha il compito non solo di coprire, ma anche di lasciare scolare la pioggia e, soprattutto, di lasciar scivolare via la neve che col suo accumulo e il successivo congelamento costituirebbe un peso crescente creando una spinta sulle pareti sottostanti verso lo sfascio e il crollo. La soluzione più immediata è che il tetto abbia una propria struttura portante separata (ad esempio un bel palo infisso nel centro della casa a sostegno, come abbiamo visto nella casa alana) che possa essere combinata in qualche modo con le pareti già erette.

 Non usando neppure colle adatte, l’unico geniale espediente per tenere insieme i tronchi delle pareti in una struttura resistente alle spinte a cui accennavano e per eliminare tronchi infissi nello spazio interno in più è il ricorso all’incastro. Che tipo? Probabilmente sperimentato con successo da l’ungo tempo nella carpenteria navale nella quale gli Slavi della Rus’ di Kiev eccellevano, finanche apprezzati dall’imperatore Costantino VII Porfirogenito nel X sec. d.C., l’incastro più tenace e più diffuso è, con parola russa, il paz.

Nel disegno qui sopra a sinistra della sig.ra M. Semjònova (op. cit.) sono schizzati tre tipi d’incastri. Il paz in realtà più stabile e più ancorato è il secondo in alto e lo distinguiamo da quello accanto a sinistra fatto con gli assi, mentre l’applicazione a coda di rondine in basso a destra è d’uso più secondario. Accanto ci sono tutte le fasi per comporre un paz e a destra inoltre dal Museo all’aperto dell’architettura in legno di Kii in una foto del compianto A.V. Opolovnikov (dal suo Derevo i Garmonija, Moskva 1998) si vedono i paz come appaiono all’esterno dopo molti anni.

Nelle case più abbienti si usavano gli incastri con assi tagliate (russo tjòs) e che possiamo chiamare di tipo navale, dove si può notare che l’asse superiore riesce a coprire parte di quella inferiore. Altri incastri diversi dai paz canonici giunsero molto tardi in uso nella Pianura Russa dalla Mitteleuropa tanto che in Ucraina erano chiamati incastri tedeschi.

E vediamo come si procede, ricordando pure la breve descrizione di Giles Fletcher anticipata nelle pagine precedenti.

Innanzitutto i tronchi sono tagliati a l’unghezze fisse e eguali (4-5 m) a seconda del quadrato di spazio libero interno che si vuole ottenere. Per evitare poi (ma solo parzialmente!) il rotolamento di un palo sull’altro, si scava ogni palo per tutta la l’unghezza con una scanalatura non molto profonda, ma che si adatta perfettamente alla convessità del palo che starà sopra o sotto. Ai due capi di ogni palo intanto si è scavato in trasversale una cavità semicilindrica profonda (in russo tazza o caška) fino a metà del suo spessore e il paz è pronto da montare. I costruttori moderni preferiscono che i pali siano tutti con la scanalatura čaška sulla pancia” perché così l’umidità non ristagna e le commessure sono più facili da ripulire, ma nel passato si faceva al contrario ed era detto costruire a zampa d’oca (in russo srub v lapu).

Una volta approntati un certo numero di pali, si può procedere al loro montaggio definitivo. Si pongono ad angolo retto i primi due pali paralleli e discosti a distanza pari a quella fra due paz e con le scanalature verso l’alto. Subito dopo due altri pali anch’essi in posizione parallela si alloggiano nelle rispettive čaški dei paz dei due che giacciono già sul terreno e si completa il primo venec (russo per corona). Ove possibile questa base (podrub) era ricavata da legno di quercia, vista l’immortalità di questo albero e la sua resistenza al consumo, umidità e roditori.

Si procede alternativamente allo stesso modo immettendo fra le scanalature del muschio che, oltre a essere un battericida efficace, fa da riempimento per evitare futuri spifferi dalle pareti. E venec sopra venec, man mano che si va impilando, gli incastri si consolidano proprio col loro peso che si accumula di un palo sull’altro e finalmente la struttura è pronta.

Naturalmente è previsto uno spazio dove ritagliare” lo spazio per la porta (nel disegno a sinistra qui sotto è stata ricostruita da reperti archeologici) con delle l’unghe seghe nel nord e con un l’ungo lavoro d’ascia nel sud, ma niente finestre (verranno in uso successivamente intorno la XIII-XIV sec, d.C.) e gli eventuali occhi di vento” (sfiatatoi per il fumo, òkna in russo e tradizionalmente almeno 3 sul fronte) saranno ricavati nella parte alta delle pareti, sempre con un paziente lavoro di ascia. Dotate di porticina scorrevole erano schermate con la pelle delle vesciche di porco o di toro che tese diventavano trasparenti giacché il vetro, benché noto da queste parti sin dal X sec. d.C., era piuttosto caro e quasi introvabile.

A questo punto occorre mettere insieme il tetto. Il tipo più comune per ragioni economiche è quello a due spioventi simile a una specie di scafo capovolto, ma abbastanza semplice dal punto di vista costruttivo. Si parte dalla chiglia”, ohlùpen’ in russo, provvisoriamente fermata su due alti pali biforcati in cima e impiantati nel terreno appena davanti e al centro delle due pareti parallele scelte dell’izbà da coprire, l’una, frontale e rivolta a sud, e, l’altra, come fondo casa. All’ohlùpen’ sono agganciati col solito sistema dei paz dei correnti inclinati che poi sopporteranno la copertura.

 

Questi correnti sono collegati con adeguati aggetti con due longheroni paralleli all’ohlùpen’ sistemati sulla parte superiore delle due pareti scelte come appoggi (v. dis. qui sopra a sinistra da J.V. Bromlei, op. cit.). Correnti e ohlùpen’ e poi pure la copertura esercitano sulle pareti delle spinte verso l’esterno che si contrastano con travi trasversali interne poste a intervalli regolari che tengono uniti in tensione i longheroni laterali di base del tetto che abbiamo detto. A questo punto il tetto in pratica è completo e all’esterno può essere coperto con assi poste in piatto sugli spioventi mentre il frontone è lasciato cieco. Lo scivolamento delle assi di copertura è impedita non solo dall’averle fissate ai correnti che s’intravvedono ancora scoperti nel disegno, ma anche dai terminali inferiori dei correnti che hanno a questo scopo delle punte rivolte all’insù (indicate con la lettera ж, nell’angolo in basso a destra del disegno del tetto) chiamate in russo kuricy o polli perché somigliano proprio a becchi di gallina. Finalmente i due (o tre) pali verticali che finora sostenevano l’ohlùpen’ possono essere riposti e l’izbà è finalmente pronta nel suo modulo di base.

Chiaramente, a seconda delle necessità, si possono introdurre altrettante varianti. Una modifica aggiuntiva tipica già la notiamo muovendoci verso nord dove il posizionamento dell’izbà è previsto con un ancoraggio rappresentato da una cavità sottostante al pavimento in parte scavata nel terreno.

Più a nord si va e più l’izbà si sopraeleva dal detto ancoraggio su quattro o più ceppi verticali e così, se talvolta la cavità sottostante” è a giorno, essa serve da semplice cuscino d’aria isolante per i l’unghi e gelidi inverni. Se invece è abbastanza alta, allora diventa una vera cantina chiusa nei 4 lati con accesso esterno o interno e serve a conservare derrate alimentari e altro ancora.

In tutte queste izbe il pavimento è logicamente fatto con assi molto resistenti e ben disposte l’una contro l’altra, al contrario del modulo non sopraelevato che ha invece un pavimento fatto di terra battuta o d’argilla. Il peso della pečka condiziona il tipo di pavimento e solitamente la si destinava in un angolo la cui solidità è certamente maggiore che non, ad esempio, il centro dell’abitazione.

Per accedere all’izbà sopraelevata occorre ora disporre di una scala esterna di raccordo col terreno solido esterno e anch’essa sarà coperta da una tettoia (d’altronde molto semplice) in russo detta krylcò. Entrare in casa però dal freddo esterno non è consigliabile e immediatamente dopo la scala d’accesso all’interno è ricavato uno stretto vestibolo dove cambiarsi o in parte spogliarsi con una parete divisoria in più.  

Per la guida del nostro lettore ecco qui sotto a destra alcune delle piante planimetriche più comuni (ancor oggi) dell’izbà classica dove la piatistènka (casa a cinque pareti in russo) è giusto la prima (a) con la lavka l’ungo le pareti ossia con una mensola continua fissa alla giusta altezza per sedersi e la pečka subito a destra dell’entrata. La seconda ha invece il klet’ aggiunto senza pečka e il krylcò con la scaletta e così via.

Nel disegno a sinistra in alto invece (P.A. Rappaport – Drevnerusskaia Arhitektura, Moskva 1975) ecco come doveva apparire un’izbà non ancorata (tolta la parete posteriore), ma con lo spazio vuoto isolante sotto i piedi e i sjeni a giorno a destra.

Si noti la soluzione adottata per la sistemazione della stufa. Con la bocca (russo erlò) quasi a livello del pavimento di assi, la parte inferiore poggia sul terreno sottostante e riscalda la bassissima cantina”, ma allo stesso tempo lascia che il calore irradiante dall’angolo penetri fra le assi e riscaldi dal pavimento tutto l’ambiente superiore. 

Tale tipo di abitazione era ancora in uso in Ucraina carpatica (Podolia e Volynia) ancora nel XVII sec. d.C. col nome hata con in più l’aggiunta del comignolo esterno come si vede nella foto qui sopra a sinistra in una riproduzione moderna di un museo all’aperto.

Al sud dove è possibile condurre un’attività agricola e un ridotto allevamento, altre costruzioni oltre alla casa d’abitazione diventavano necessarie per riporvi arnesi e conservare il prodotto e per queste esigenze si combinano e si apportano diverse modifiche al modulo fondamentale dell’izbà di base che fanno saltar fuori altri ambienti da aggiungere.

Alcuni di questi ambienti saranno costruiti separatamente fuori nei campi o comunque discosti, mentre altri nel nord dove il clima rigido lascia minor spazio alle attività agricole e più tempo per lavori al coperto diventano parte di un unico blocco abitativo più grande e più complicato come è mostrato nelle diverse planimetrie riportate qui sopra.

Esistettero nel passato soluzioni a volte molto sofisticate come si vede nella figura qui sopra.

Qui ci troviamo davanti alla ricostruzione di una casa scavata dagli archeologi nella Bulgaria danubiana e datata intorno al VI sec. d.C. (la foto è dell’autore dal Museo Nazionale di Sofia).

L’abitazione è seminterrata, si entra dalla porta dei sjeni (vestibolo) a livello del terreno da dove una scala che si intravvede davanti alla giara (nello spaccato) conduce al livello abitato inferiore.

Il riscaldamento è collocato sotto l’impiantito fatto di assi paralleli e affiora dal pavimento e c’è persino tutt’intorno all’esterno una canalizzazione per l’acqua piovana affinché la pioggia non ristagni nel terreno intorno alla casa rendendola inabitabile.

© 2014 di Aldo C. Marturano

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