Institutio del Libro terzo del Cortegiano di Castiglione capitoli IV – IX – di Carlo Zacco

L’institutio: capitoli IV – IX
Capitolo IV
Il
modello per la Regina.
Adesso veniamo innanzitutto a considerare come è
svolta l’institutio. Ancora all’inizio il Magnifico si schermisce dicendo che si
trova in difficoltà, ha un grandissimo dubbio di non poter soddisfare la Duchessa
e poi l’uditorio, perché se dovesse parlare di una regina, non
avrebbe problemi e difficoltà, ma basterebbe fare il nome della duchessa o
parlare di lei. Ma d’altra parte cos’ non è perché non sa da dove possa trarre
modello, non sa da chi pigliarne esempio. La Duchesa lo riporta
nei limiti del discorso e del compito che gli è stato assegnato:
evidentemente quello che riguardava la Duchessa è un encomio, dà un impronta di
carattere encomiastico.
Servire
la regina.
Non è casuale in un certo senso quello che ci viene detto perché
consente ala duchessa di mettere in evidenza come la figura della perfetta donna
di palazzo che sarà cos’ delineata dal magnifico sarà tale per cui potrà
degnamente servire quella regina cui appunto encomiasticamente
aveva detto il magnifico. Vi ricorderete che al’inizio del Cortegiano, nel
proemio al primo libro del Cortegiano, aveva parlato il Castiglione del
cortegiano e del rapporto di servire da parte del cortegiano al principe
appunto che pur in un piccolo stato era degno di essere servito dal perfetto
cortigiano. Viene riproposto al femminile il
rapporto che veniva messo in evidenza all’inizio tra principe e cortegiano, in
rapporto tra colei che è la mogli del principe e la perfetta donna di palazzo.
Differenza tra realtà e
ideale – approssimazione alla perfezione
Il Magnifico riprendendo il
discorso mette in evidenza come la sua costruzione sia una costruzione
ideale. attenzione, qui dobbiamo anche in un certo senso vedere se è
possibile dare un interpretazione più articolata di quello che dice il
magnifico. Se noi prendiamo quello che dice qui e vediamo quello che dirà
più avanti quando introduce gli esempi confrontando i due passi potremmo
trovare una secca contraddizione, se non cerchiamo di interpretare
diversamente. Perché quando comincerà ad introdurre gli esempi il Magnifico
si troverà in una situazione del tutto diversa. Qui mette in evidenza
con chiarezza che on ha nessun esempio da cui trarre gli aspetti con cui
delineare questa sua figura, ma se deve produrre gli esempi, e comincerà a
produrre questi esempi al capitolo XXI, in questo capitolo in risposta a
Gasparo che lo sfida a trovare esempi di donne eccellenti e virtuose,
risponde nella seconda metà del capitolo
«atteso che sempre sono state al mondo, ed ora ancor sono, donne cosà ­ vicine
alla donna di palazzo che ho formata io, come omini vicini all’omo che hanno
formato questi signori»
allora, ricordiamoci però che il Magnifico
aveva sottolineato (lasciamo un attimo da parte il passo che abbiamo appena
letto) aveva sottolineato il divario tra l’idea e quello che è nel modello
delineato nel secondo libro, alla fine dei discorsi del secondo libro, nel
capitolo C, se noi vediamo come si era chiuso il II libro, il magnifico
diceva questo «né sono il, come il Conte e
Messer Federico, il quale con la eloquenza sua hanno formato un cortegiano
che mai non fu né forse può essere»
. Quindi a me sembra che si possa
interpretare in questo modo: quantomeno l’interpretazione che io vi
prospetto, può dare una spiegazione di questi tre passi: questo, quello
appunto che riguarda questo capitolo IV e quello che riguarda il capitolo
XIX: e cioè una consapevolezza molto forte da parte del Magnifico di quello
che è il rapporto di differenza, e potremmo anche dire di diffrazione,
tra la realtà e l’ideale
. E al tempo stesso il tener presente, sempre,
quello che era stato detto fin dall’inizio dallo stesso Castiglione del
discorso relativo all’approssimazione. Il discorso può essere inteso
dunque cos’: un idea, un modello ideale formata dalla mente, per quello che
riguarda la perfetta donna di palazzo, al contrario, aggiungo, rispetto a
quello che aveva detto il Fregoso quando aveva introdotto il gioco, non viene
fatto riferimento a coloro che stanno nella corte, ma viene fatto
riferimento ad un opera compiuta attraverso l’immaginazione da parte del
magnifico stesso, sottolineando anche la novità di questa institutio: una
creazione peculiare con l’introduzione di questa parte innovativa rispetto
ai trattati tradizionali. D’altra parte se è cos’ difficile, o impossibile,
giungere nella realtà alla perfezione della perfetta donna di palazzo,
altrettanto lo è per quello che riguarda il perfetto cortegiano, quindi il
discorso è reversibile: se non è possibile condurre e produrre degli
esempi perfetti per la donna, non è possibile produrre perfetti neanche per
l’uomo
. E ci sono donne che si avvicinano al modello tanto quanto ci
sono uomini che si avvicinano al modello. Ecco teniamo presente che il
nostro personaggio è quello che si dimostra nella sostanza, non nella forma,
il più sottile ragionatore. E vedremo infatti qual è la posizione
dialettiche che assuma e come diventa vincente, nei confronti della disputa
filosofica del Pallavicino. Comunque si voglia interpretare è evidente che
questo aspetto di confronto tra realtà e ideale affiori ora in maniera
significativa e sistematica in più parti del Cortegiano.

Pigmal’ione.
È l’autore stesso che se ne  fa carico, lo sappiamo dalla
dedicatoria al De silva, ma si ripropone quasi sistematicamente in modi e forme
diverse anche attraverso una articolazione della voci dei personaggi, certamente
il magnifico fa pesare molto questo effetto della sua creazione mentale, e
addirittura lo fa in modo paradossale, essendo egli il campione e difensore delle
donne, è stato cos’ investito di questo compito, citando un mito che è misogino,
perché cita pigmalione, cita il mito di Pigmal’ione facendo
riferimento ad un passo di Ovidio, nelle metamorfosi, dicendo per l’appunto che
questa sua creazione resterà una creazione propria, come era stato nel mito di
pigmalione «e formata ch’io l’averò
a modo mio, non potendo poi averne altra, terrolla come mia a guisa di
Pigmal’ione»
à¢â‚¬¢ Il
mito di Pigmal’ione in Ovidio.
Pigamal’ione non aveva trovato nessuna donna che gli piacesse e che fosse bella tale da potersene innamorare, Pigmal’ione è
presentato come un personaggio che di fatto è misogino, ma creando una
statua
di una bellissima donna, che è una donna ideale perché creata con
tutte le possibili bellezze della donna s tessa, a questa donna viene
misteriosamente infusa la vita mediante un intervento di Venere, e
questa donna è una statua-donna che Pigmal’ione ama. Il fatto che
venga evocato qui questo mito introduce un tocco particolare, in un certo senso
e non privo di qualche ambiguità nel discorso.

Uomo/Donna
. Si entra poi nel vivo della institutio. Gasparo aveva detto che
riteneva che le stesse regole date già per il cortigiano dovessero valere anche
per la donna di palazzo e subito il Magnifico dice di essere di diversa opinione
e mette in evidenza che ci sono delle qualità che certamente la donna
condivide
con l’uomo, ci sono qualità che sono più convenienti
alla donna che all’uomo, e ci sono qualità che non sono affatto
convenienti alla donna e riguardano solo l’uomo.
à¢â‚¬¢ i
modi femminili e quelli maschili.
In questo quadro generale si inserisce il
seguito del discorso. In seguito con le qualità ci sono gli esercizi del corpo e
d’altra parte la sottolineatura dei modi, delle maniere,
delle parole, dei gesti e dei portamenti
della donna, che devono essere diversi dall’uomo perché la donna è
dissimile rispetto all’uomo. E qui c’è un gioco di contrapposizioni: è molto
interessante anche dal punto di vista formale il modo in cui è
condotto questo discorso del magnifico.
à¢â‚¬¢
opposizione di sintagmi.
Qui gioca sula contrapposizione degli stessi
sintagmi, del modo in cui sono costruiti per sintagmi lessicali, quanto riguarda
l’uomo e quanto riguarda la donna. E poi gioca sulla rappresentazione che ci
viene data, anche elencando le qualità, in quanto riguarda la donna. La donna
non solo è donna ma deve apparire donna, e non dunque comportarsi es essere in
ciò che non le compete.
Allora,
che cosa conviene all’uomo? Ecco qui appunto ilsintagma che lo riguarda:
«una certa virilità soda e ferma» e
alla donna invece: «una tenerezza molle e
delicata»:
sostantivo, e due coppie di aggettivi. Giochiamo dunque in
contrapposizione. Questa è un avvertenza di carattere generale che si aggiunge
alle regole che sono state date al cortegiano.
Le
virtù condivise.
Quali sono le qualità che devono essere condivise
tra i due? Molte virtù dell’animo sono necessarie alla donna come
all’uomo, e tra queste vengono ricordate quelle che costituivano il cardine della
rappresentazione del primo libro: «la nobiltà,
il fuggire l’affettazione, l’essere aggraziata, l’essere di buoni costumi,
ingegnosa, prudente»
. Allora, questa elencazione che ci viene fatta per
asindeto, ingloba adesso, in una posizione centrale, attraverso la ripetizione
anaforica della negazione non una costruzione che ci mostra
come la figura della donna venga vista specularmente attraverso una immagine
negativa, cioè un immagine negativa, che è un modello opposto a quello che deve
seguire. Cosa non deve essere? «non superba,
non invidiosa, non malèdica, non vana, non contenziosa (cioè litigiosa) non
inetta»
e poi torna al proprositivo di nuovo ruotando sul tema cardine
della grazia: «sapersi guadagnar e conservar
la grazia della sua signora e de tutti gli altri, far bene ed aggraziatamente
gli esercizi che si convengono alle donne»
.
Le
virtù della donna.
Che cosa conviene alla donna in più rispetto all’uomo?
Beh, per la donna è più necessaria la bellezza: per la estetica del 500 il tema
della bellezza è un tema centrale; diventa un tema centrale anche
in termini morali nell’unione di bello e buono, nel IV libro, qui viene ad
essere sottolineata la bellezza della donna di corte. Ma oltre che più dotata di
bellezza rispetto all’uomo deve anche essere più dotata di cautela,
e qui si comincia ad insinuare un tema ed un motivo che diventa poi una sorta di
ritornello in tutta la trattazione. La donna deve avere una circospezione
estrema perché la sua immagine non sia macchiata da nulla: non soltanto da
comportamenti inadeguati, ma neppure dalla apparenza di questi comportamenti, e
soprattutto per quello che riguarda l’onestà.
Capitolo V
La
professione.
D’altra parte entra nel merito su quella che è la sua
principale professione: se il discorso deve essere in qualche misura svolto
parallelamente, mutando ciò che c’è da mutare, si deve vedere per l’appunto
laprofessione principale della donna di palazzo, mentre quella del cortegiano è
quella di essere uom d’arme, quella della perfetta donna di palazzo viene
definita nel capitolo V è del saper gentilmente intertenere.
La
donna di famiglia
. Prima di giungere a questo però pone altre due
distinzioni: cioè vuole lasciare indietro, perché comuni al cortegiano le virtù
dell’animo (temporaneamente). Ecco, attenzione a un fatto: non è che parlando
del perfetto cortegiano il Castiglione non avesse sottolineato i caratteri e gli
aspetti etico-morali, lo aveva fatto, ma la trattazione relativa al perfetto
cortegiano si estende su due libri, dato che la formazione della perfetta donna
di palazzo è molto più ridotta come spazio, le notazioni di carattere etico
morale finiscono con l’essere molto intensificate e sottolineate, sulla
necessità della virtù in relazione alla donna, è fortemente rilevato. Allora, ci
sono tutte le virtù che deve avere in comune col cortegiano e d’altra parte
lascia indietro nel discorso quello che riguarda tutte le donne
, e qui
chiarisce la differenza della sua institutio rispetto ad altre institutiones che
vengono fatte in altri trattati: cioè qui non si tratta, per le donne che sono
sposate di delineare la buona madre di famiglia, per esempio nel
nostro terzo libro dell’Alberti veniva delineata la figura della donna di
famiglia, e come doveva essere la buona madre di famiglia: qui no, perché il
discorso riguarda la donna che vive nella corte.
La
donna in rapporto alla corte
. E dunque riguarda l’aspetto sociale, in
relazione specificamente all’ambiente della corte, la centralità viene assunta
in toto dalla corte: «dico che a quella che
vive in corte parmi convenirsi sopra ogni altra cosa una certa affabilità
piacevole»
vedremo che ci sono anche altri modi di sottolineare il
comportamento della donna attraverso coppie di sostantivo e aggettivo. Non solo
affabilità, non solo piacevole, ma affabilità piacevole
«per la quale sappia gentilmente
intertenere
ogni sorte d’omo»
quindi anche la
competenza per cos’ dire, l’intrattenimento da parte della donna deve essere
fatto in toto in relazione a coloro che frequentano la corte. E guardiamo anche
gli aggettivi che sono riferiti ai ragionamenti ancora una volta:
«con ragionamenti grati ed onesti, ed
accommodati al tempo e loco ed alla qualità di quella persona con cui parlerà»

ecco, lil fatto che le cose che si fanno debbano essere  accomodate al tempo al
luogo e alla persona, riprende i modi che erano stati fatti e detti nel secondo
libro in relazione al cortigiano.
I
costumi della donna.
Ma qui viene ad essere specificato ulteriormente in
relazione a ciò che riguarda la donna. I costumi come devono
essere? I costumi devono essere «placidi e
modesti»
e d’altra parte però l’onestà deve essere accompagnata da una
pronta vivacità di ingegno, senza alcuna grosseria,
cioè grossolaità: «accompagnando coi costumi
placidi e modesti e con quella onestà che sempre ha da componer
[1]
tutte le sue azioni una pronta vivacità d’ingegno, donde
[2]
si mostri aliena da ogni grosseria; ma con tal maniera di bontà, che si faccia
estimar non men pudica, prudente ed umana, che piacevole, arguta e discreta»

(notiamo i parallelismi!) quindi precisione nelle scelte lessicali, e avrete
notato che il campo semantico è quello dell’onestà, dell’affabilità e
piacevolezza, della modestia, ma al tempo stesso anche di questa ingegnosità,
per cui ci sia una discrezione arguta da parte della donna; e infatti viene a
chiarire come ci debba essere uan med’etas, una mediocrità dificile;
«e però le bisogna tener una certa mediocrità[3]
difficile e quasi composta di cose contrarie, e giunger a certi termini
a punto, ma non passargli»
dunque un insieme di elementi
che sono composti da aspetti in contrapposizione tra di loro che devono essere
armonizzati in un termine medio, bisogna giungere al punto in cui bisogna
arrivare e non passare oltre il limite. [48:21] E bisong adire che anche nel
modo espressivo di tutto quello che segue nell’esemplificazione, il Castiglione
attraveso la voce del Magnifico mette ben in evidenza questi elementi attraverso
un gioco orchestrato retoricamente tra ciò che la donna non deve
ma deve fare.
Non
troppo restia. .
Ecco guardiamo anche dal punto di vista formale, nella costruzione del
periodo, nello stile e nella capacità di esprimere in modo armonico questi
concetti, una parte interessante del trattato. Allora, comincia con ciò che non
deve: «Non deve adunque questa donna, per
volersi far estimar bona ed onesta»
attenzione, per volersi far
estimar
: non solo l’essere, ma è importante l’immagine che deve essere
data dalla donna. Quindi la donna deve puntare su quella che è l’immagine che la
corte ritrae di lei. Non deve dunque essere ritrosa, non deve
aborrire le compagnie, non deve evitare a tal punto i discorsi che vengono fatti
anche se un po’ lascivi, perché, che cosa accadrebbe se facesse cos’? Se fosse
troppo ritrosa sarebbe spiacevole, darebbe fastidio. Ma d’altra parte se si
astenesse totalmente e si facesse vedere cos’ restia da questi discorsi, allora
potrebbe far incorrere nel sospetto che voglia far incorrere in qualcosa di sé.
Non
troppo pettegola
. D’altra parte non deve incorrere nel vizio opposto: per
mostrar di essere libera e piacevole, non deve dir parole disoneste, né usar una
certa dimestichezza intemperata, cioè una certa facilità, un modo accomodante
privo di moderazione e senza freno e modi, da far credere di sé quello che forse
non è.
Il
problema è anche questo: l’immagine che dà di sé può essere tale da distorcere
la realà di quello che la donna è : la donna è onesta, ma se si comporta cos’ dà
l’immagine di essere disonesta e quindi macchia la propria reputazione, e
incorre in ciò che la donna non deve fare. Dopo aver detto non deve.. non
deve
..adesso vediamo che cosa deve:
«ma ritrovandosi a tai ragionamenti, deve
ascoltargli con un poco di rossore e vergogna»

introduce poi un altro errore da cui la donna deve guardarsi, ed è importante
che lo dica, perché specifica che ha visto molte donne incorrere in questo
errore: «dire ed ascoltare volentieri chi dice
mal d’altre donne»
e qui si introduce la variazione, perché chi legge
potrebbe aspettarsi che ci metta in evidenza prima l’aspetto positivo e poi
quello negativo, qui invece inverte: variazione che è una norma retorica
fondamentale per evitare la noia del lettore.
«perché quelle che, udendo narrare modi disonesti d’altre donne, se ne turbano e
mostrano non credere, ed estimar quasi un mostro
[4]
che una donna sia impudica, dànno argumento
[5]
che, parendo lor quel diffetto tanto enorme, esse non lo commettano»

quindi danno una buona impresisone di sé. «ma
quelle che van sempre investigando gli amori dell’altre e gli narrano cosà ­
minutamente e con tanta festa, par che lor n’abbiano invidia e che desiderino
che ognun lo sappia, acciò che il medesimo ad esse non sia ascritto per errore;
e cosà ­ vengon in certi risi, con certi modi, che fanno testimonio che allor
senton sommo piacere».

Conseguenze.
Le conseguenze sono rappresentate quasi scenicamente. Da questo
la conseguenza che riguara ciò che gli uomini ne pensano, e le tengono in mala
opinione, ed invitano quindi gli uomini a comportarsi male nei
loro confronti ed avere fastidio di loro. Al contrario non c’è uomo tanto
procace e insolente che non abbia riverenza nei confronti di quelle che sono
stimate buone e oneste, ciò che dà uno scudo alla donna è una gravità temperata
si sapere di bontà.
Qui la
contrapposizione non è più nei confronti di altre donne ma nei confronti
dell’insolenza e bestialità dei presuntuosi, da cui la conclusione di tutto il
discorso che un semplice gesto, riso o atto di benevolenza di una donna onesta,
è più apprezzato da ognuno che tutte le dimostrazioni di quelle che mostrano
cos’ senza riservo poca vergogna. Se non sono impudiche fanno segno di essere, e
incorrono  in ciò che non si deve fare. C’è in qualche  misura una
precettistica
più minuta in questo, che viene svolta
attraverso una serie di osservazioni, e una rappresentazione attentamente
orchestrata nel discorso che permette di far capire come voglia fare intendere
come debba essere questa mediocrità difficile, che egli stesso vuole raggiungere
come scrittore, potremmo dire, in questo modo. Una certa naturalezza di discorso
da un lato, e dall’altro una messa in evidenza di tutti qugli aspetti che
compongono una sorta di quadro, scenicamente rappresentativo di tutta una serie
di atteggiamenti e modi di essere all’interno della corte.
Capitolo VI
I
discorsi.
E entra poi nelle considerazioni che riguardano le parole; le
parole sono espressione di un contenuto e il soggetto di queste parole non può
essere vano e puerile, ma deve avere significato: quindi l’intrattenimento deve
essere svolto da chi abbia notizia di molte cose, abbia la
discrezione della scelta delle cose di cui parla, perché non può
né infastidire né offendere né comportarsi in modo indiscreto nei confronti
dell’interlocutore.
L’atteggiamento della donna è tutto visto e proiettato all’esterno:
cioè l’immagine che la donna dà di sé, ma anche il comportamento che la donna
deve tenere in relazione al suo modo di porsi sul piano sociale:
l’intrattenimento gentile deve essere tale da portare piacere,
soddisfazioni  positive con coloro con i quali parla, quindi deve guardare
all’esterno rispetto a sé, cioè l’oggetto di interesse riguarda coloro che
stanno intorno alla donna.
Naturalemnte ancora una volta ci sono precetti negativi:
«non vada mescolando nei
ragionamenti piacevoli cose gravi, non mostri
inettamente di sapere di sapere ciò che  non sa, ma conmodestia
cerchi di onorarsi di quello che sa, fuggendo come s’è detto l’affettazione in
ogni cosa».
Qui ilmagnifico fa come al solito una serie di considerazioni
che potrebbero sembrare conclusive di questa parte del discorso, e infatti
insorge gasparo subito dopo: «In questo modo
sarà ella ornata de boni costumi e gli esercizi del corpo convenienti a donna
farà con suprema grazia»
tema di nuovo che emerge
«e i ragionamenti soi saranno copiosi e pieni
di prudenzia, onestà e piacevolezza; e
cosà ­ sarà essa non solamente amata, ma reverita da tutto ‘l mondo e forse degna
d’esser agguagliata a questo gran cortegiano, cosà ­ delle condizioni dell’animo
come di quelle del corpo».
Capitolo VII
Pausa.
Ritorna la cornice diegetica e il magnifico tace e fa una pausa
come se avesse posto fine al ragionamento. Questo scandire le pause e i silenzi
ha a che vedere con la regia dello scrittore, ci viene messo in evidenza e
sottolineato attraverso la cornice diegetica ed è un elemento che si ripete più
di una volta.
Interviene
il Pallavicino: egli ha il compito di porre obiezioni,
questo lo aveva già fatto fin dall’inizio del gioco, pone obiezioni che potremmo
dire di merito e di metodo: merito perché non è d’accordo con i
contenuti che vengono esposti, ma anche di metodo perché on è
d’accordo con il modo con cui viene condotto il discorso: in questo caso di
fatto trova che sia stato troppo slle generali e che abbia esagerato, e chiede
che si venga più nel merito del discorso: «Voi
avete veramente, signor Magnifico, molto adornata questa donna e fattola di
eccellente condizione; nientedimeno parmi che vi siate tenuto assai al
generale
e nominato in lei alcune cose tanto grandi, che credo vi siate
vergognato di chiarirle; e più presto le avete desiderate, a guisa di quelli che
bramano talor cose impossibili e sopranaturali, che insegnate»
in un
certo senso gioca su quello che aveva detto all’inizio il magnifico, che era
frutto della sua mente, e allora vuole che si entri nel merito delle questioni:
«Però vorrei che ci dichiariste un poco meglio
quai siano gli esercizi del corpo convenienti a donna di palazzo,
e di che modo ella debba intertenere, e quai sian queste molte cose di che voi
dite che le si conviene aver notizia».
E poi c’è
un’altra questione: tutte quelle virtù di cui parlava, prudenza, magnanimità
eccetera: «e se la prudenzia, la magnanimità,
la continenzia e quelle molte altre virtù che avete detto, intendete che abbiano
ad aiutarla solamente circa il governo della casa, dei figlioli e della famiglia

(il che però voi non volete che sia la sua prima professione),
o veramente allo intertenere e far
aggraziatamente questi esercizi del corpo»
e ovviaemnte lo mette in
guardia: «e per vostra fé guardate a non
mettere queste povere virtù a cosà ­ vile officio, che abbiano da vergognarsene»
.
Nota la
sproporzione tra queste virtù cos’ grandi che cita e l’occupazione
dell’intrattenimento. Il Magnifico trova ed esplicita la punta misogina che c’è
nel discorso di Gasparo mettendo in evidenza che  non può evitare il Pallavicino
di mostrare mal’animo nei confronti delle donne. E si giustifica anche dicendo
che visto qual è l’uditorio sembrava a lui che fosse sufficiente quello che
aveva detto proprio perché è convinto che l’uditorio sia competente, e sa che
alla donna  non si convengono quegli esercizi che sono propri
dell’uomo, cioè armeggiare, cavalcare, giocare alla palla, lottare, e molte
altre cose che si convengono agli uomini.
E c’è un
intervento doppio dell’Unico Aretino, l’Accolti, il Poeta, di cui
avevamo visto la voce nei giochi all’inizio del cortegiano, e poi di
Cesare Gonzaga
sui due piani: l’evocazione dei costumi del passato: ci
sono stati un tempo anche costumi presso gli antichi per cui si usava che le
donne lottassero con gli uomini, e l’Unico Aretino sostiene che questa sia una
buona usanza, e probabilmente il riferimento è a Sparta in questo senso, e il
Gonzaga si inserisce (il Gonzaga porta spesso annotazioni relative ai tempi
presenti) dice che anche lui stesso ha visto donne che coltivano
queste attività, questi esercizi del corpo che il Magnifico sostiene che appunto
non vuole per le donne.

 
Capitolo VIII
Le
donne guerriero.
Tenete presente che c’è una tradizione di questo genere,
che troviamo anche elaborata letterariamente, perché se noi guardiamo i
poemi
epico cavallereschi, ed anche epico-eroici troviamo naturalmente
le donne guerriero, però tenete presente che c’è un dato di costume reale: il
Petrarca
stesso in una lettera trattava del modo che aveva anche
trovato molta ammirazione nel regno di Napoli di una nobildonna che
sapeva abilmente cavalcare, giostrare eccetera, e per stare al termine più
stretto del nostro discorso, un commentatore del Cortegiano ha fatto notare che
lo stesso Castiglione aveva in una lettera del 25 lodato la
Marchesa di Scaldasole di Pavia che è una donna valente nelle
armi: quindi effettivamente donne dedite a quello che è giudicato dal magnifico
adatto soltanto agli uomini c’erano.
A modo
mio…
Il Magnifico esclude questo, come aveva fatto il Canossa dicendo, quando
formava il suo cortegiano che fosse nobile, cos’ il nostro magnifico interviene,
dicendo che dato che può formare la donna a modo suo, non vuole
che la donna si dedichi ad esercizi cos’ robusti ed aspri:
«non voglio … mavoglio» quindi
sottolinea quello che vuole: «non voglio
ch’ella usi questi esercizi virili cosà ­ robusti ed asperi, ma voglio che quegli
ancora che son convenienti a donna faccia con riguardo»
e qui abbiamo
ancora quella sequenza di espressioni che sottolineano sia nel sostantivo sia
nell’aggettivo quello che è proprio della donna: con quella «molle
delicatura
» quindi morbida delicatezza
«che avemo detto convenirsele»
e questo riguarda tutte le attività e gli
esercizi che sono adatti ad una donna: «il
danzare, il cantare, il suonare»
il tema della grazia è importante ed è
tale per cui si escude «che una donna suoni
tamburi, pifferi, trombe o altri tali strumenti, perché questa asprezza si
oppone
(ed ecco ancora i nostri sintagmi)
alla soave mansuetudine» più oltre
troviamo la «nobile vergogna» che deve
essere mostrata dalla donna che è contraria all’impudenza: nobile vergogna perché
la donna deve praticare il canto, la danza, suonare, ma non deve essere lei a
proporsi, deve attendere che questo le sia chiesto:
«deve indurvisi con lassarsene alquanto
pregare e con una certa timidità, che mostri quella nobile vergogna
[6]
che è contraria della impudenzia»
c’è un tema che è tipicamente relativo
alle rappresentazioni femminili che riguarda gli abiti.
Gli
abiti.
Anche in relazione agli abiti questi devono essere
accortamente considerati da parte della donna: le è lasciata maggior libertà
perché gli abiti sono connessi al tema della bellezza, ma naturalmente la donna
deve indossare quegli abiti che acrescono la grazia e deve ben
curare anche in questo ciò che accresce quella grazia naturale che è dono di
natura: e questo può voler dire anche la capacità di dissimulare quelli che
pososno essere  i suoi difetti:
«essendo un poco più grassa o più magra del ragionevole, o magra o bruna,
aiutarsi con gli abiti. Ma sempre dissimulatamente! e tenendosi delicata e
polita, mostrar sempre di non mettervi studio o diligenzia alcuna».
Capitolo IX
Cosa
deve sapere la donna.
Ecco però diciamo che i colpi da novanta non sono
ancora arrivati, e li mette adesso. Adesso deve far capire che cosa deve
sapere
la donna: infatti Gasparo su questo farà fuoco e fiamme. La donna
deve conoscere tutto quello che il cortigiano, come ci è stato detto, deve
conoscere: attenzione però, rispetto alla formazione del cortigiano c’è una
differenza non da poco, perché anche se il magnifico dice che la donna deve
avere cognizione di ciò che questi signori hanno voluto che sappia il
cortigiano, e dato che  non può fare gli esercizi dell’uomo conosca comunque
qeullo che è necessario per poterne dare il giudizio nei confronti degli altri:
«voglio che questa donna abbia notizie
di lettere, di musica, di pittura e sappia danzar e festeggiare; accompagnando
con quella discreta modestia e col dar bona opinion di sé ancora le altre
avvertenze che son state insegnate al cortegiano»
per il cortigiano però
non era soltanto una notizia delle lettere e di altro per quello che riguardava
le arti, perché la formazione del cortegiano richiedeva che fosse al tempo
stesso uomo di lettere e uomo di armi. Qui la donna deve averne notizia: è di
fatto una informazione che viene data.

Evidenza in re
. D’altra parte il divario rappresentato
in re
, cioè nei fatti del dialogo, sul piano della cultura e
della competenza sarà tra non molti capitolo messo a fuoco con grande evidenza,
le donne presenti non hanno alcuna competenza del discorso filosofico,
ma soltanto gli uomini che svolgono questo discorso hanno la capacità di seguire
la disputa che tra pochissimo si viene ad intrecciare tra il Pallavicino e il
Magnifico.
Le
virtù cardinali.
E qui bisogna dunque tenere presente che quello che dice il
magnifico è da intendersi s’ in rapporto al cortegiano ma su un piano che si può
considerare minore. Ma comunque sia, conclude, prima che esploda il Pallavicino
seppur ridendo, conclude per ciò che riguarda le virtù: il Pallavicino aveva
detto che queste virtù che la donna deve avere in comune con il cortigiano che
sono poi le virtù morali (naturalmente per la donna si sottolinea
di più la continenza) comunque si parla anche di magnanimità, temperanza
fortezza d’animo, prudenza, cioè le virtù cardinali ed altre,
questo discorso viene ripreso dal magnifico mettendo in evidenza che certo queste
per l’intrattenimento cortigiano non sono indispensabili, ma dato che lui forma
la sua donna di palazzo vuole che sia ornata di tutte queste virtù. Perché la
donna deve essere virtuosa «che meriti esser
onorata e che ogni sua operazion sia di quelle composta»
Capitolo X
Le
donne al governo.
E qui il pallavicino vede una esagerazione,
una iperbole, una sorta di mondo alla rovescia. Perché dice
«Maravigliomi pur, – disse allora ridendo il
signor Gaspar, Рche poich̩ date alle donne e le lettere e la
continenzia e la magnanimità e la temperanzia, che non vogliate ancor che esse
governino le città e faccian le leggi e conducano gli eserciti; e
gli omini si stiano in cucina o a filare»
. Quindi il mondo alla
rovesica
: le donne capaci di fare tutto e gli uomini invece a casa. Il
magnifico continuando a ridere dice «Forse che
questo ancora non sarebbe male»
. E cita Platone dicendo che per quanto
Platone
non fosse tanto amico delle donne, deve pur sapere il
Pallavicino quale grande ruolo nella repubblica Platone aveva dato
alle donne, e questo lo fa in forma do manda (non sapete voi che Platone.. ).
Non
regina, ma donna di palazzo.
E poi d’altra parte afferma sempre in forma di
domanda che la capacità le donne hanno di ben governare le città e gli eserciti
cos’ come fanno gli uomini, ma questa parte del discorso non è pertinente:
perché non vuole formare la regina, vuole formare la perfetta
donna di palazzo. E allora riconosce nel pallavicino la volontà di rinnovare
quella falsa calunnia, cioè che siano animali imperfettissimi
«non capaci di far atto alcun virtuoso, e di
pochissimo valore e di niuna dignità a rispetto degli omini. Ma in vero ed esso
e voi sareste in grandissimo errore, se pensaste questo».
note:




[1]

componer: improntare.


[2]

donde: in modo che.


[3]

mediocrità: equilibrio.


[4]

un mostro: una cosa mostruosa.


[5]

danno argumento: inducono a congetturare.


[6]

nobile vergogna: aristocratico pudore.