La disputa filosofica del Libro terzo del Cortegiano di Castiglione Capitoli XI – XX – di Carlo Zacco

La disputa filosofica: Capitoli XI – XX
Capitolo XI
Gasparo
vuole la disputa.
Qui allora Gasparo Pallavicino ritiene di
dover entrare nel merito della questione, e si apre tra i due una vera propria
disputa filosofica, svolta come una disputa filosofica di matrice
scolastica. Perché siamo nel campo dell’aristotelismo
per quello che riguarda in primo luogo il Pallavicino, per il modo in cui il
Pallavicino la conduce.
Ma il
Magnifico
mostra di essere un esperto in quello che riguarda la
disputa filosofica, più esperto di quanto non sia il Pallavicino, sotto il
profilo dialettico e di essere capace di ragionare non soltanto con le
auctoritates
, ma anche secondo verità. D’altra parte in
questa disputa ci sono temi che noi troviamo anche in altra trattatistica che
riguarda le donne sia nel quattro che nel cinquecento, e qui come altrove il
Castiglione mostra in più punti di avvalersi anche di un certo eclettismo: cioè
speso si utilizzano temi di carattere aristotelico insieme a temi di carattere
platonico e neo-platonico. Un certo eclettismo nell’uso di concezioni filosofiche
diverse è proprio delle trattazioni anche già nel quattrocento ma piu che altro
nel cinquecento.
La
posizione scomoda del Gasparo.
Gasparo Pallavicino si trova come personaggio
in posizione scomoda: perché deve parlare secondo le proprie
opinioni che ritiene fondate anche filosoficamente in relazione alle donne
definendo appunto le donne come esseri imperfetti, mancanti di perfezione, di
fronte alle stesse donne di palazzo, di fronte alla duchessa e
alle altre donne
: è in una posizione scomoda, perchpè ricschierebbe di
essere giudicato da queste donne come offensivo nei loro confronti.

L’accusa delle false lodi
. In primo luogo il Pallavicino vuole cautelarsi
nei confronti di questa situazione, mostrando che è il magnifico che vuole
indurlo a dire qualcosa che possa offendere l’animo di queste signore per farle
nemiche a lui, e accusa a sua volta il Magnifico di voler lusingare le donne con
false lodi. Ma il Pallavicino sostiene che le donne non vogliono
avere queste false lusinghe e sono cos’ discrete che amano più la verità, anche
se la verità non è in loro favore, piuttosto che le lodi false.
L’amara
verità.
E d’altra parte non hanno a male che gli uomni dicano la verità e
quello che ha detto il Magnifico su di loro, le stesse donne
«confessaranno che voi avete detto gran
miraculi ed attribuito alla donna di palazzo alcune impossibilità ridicule e
tante virtù, che Socrate e Catone e tutti i filosofi del mondo vi sono per
niente
[1];»
cioè riconosce un carattere iperbolico di lode falsa tradotta in lusinga in ciò
che ha detto il magnifico, e mostra di meravigliarsi che non abbia avuto
vergogna di dire questo.
Ulteriormente mette a fuoco questa sua considerazione in quello che segue:
«Ché ben bastar vi dovea far
questa donna di palazzo bella, discreta, onesta, affabile e che sapesse
intertenere senza incorrere in infamia con danze, musiche, giochi, risi, motti e
l’altre cose che ogni dà ­ vedemo che s’usano in corte; ma il
volerle dar cognizion di tutte le cose del mondo ed attribuirle
quelle virtù che cosà ­ rare volte si son vedute negli omini, ancora
nei seculi passati, è una cosa che né supportare né a pena ascoltare si po
».
Quindi enfatizza con quell’enumerazione già tutto quello che il magnifico ha
fatto, e ritiene una aggiunta indebita che abbia voluto amplificare
ulteriormente la donna in un modo che non solo è iperbolico ma è incongruo con
l’oggetto in atto della considerazione. Tanto più che perfino uomini grandi dei
secoli passati appena possono giungere ad una statura, ad uno spessore simile a
quello che il magnifico ha voluto creare della donna di palazzo.
Un
errore di natura.
Di nuovo il Pallavicino deve distinguere la propria
posizione del cortigiano da quella di filosofo quale vuole proporsi, e dice che
non vuole ripetere che le donne sono animali imperfettissimi, perché le donne
presenti smentirebbero con la loro stessa presenza questo. Ma d’altra parte non
può non dire quello che uomini sapientissimi hanno lasciato scritto in
relazione alla natura. Allora qui si avvale di testi aristotelici
e di testi di commentatori di Aristotele. E il Pallavicino si avvale in modo
particolare di testi di filosofia naturale e di biologia. Sulla
generazione degli animali in modo particolare è uno dei testi chiave del
Pallavicino. Ed ascrive a questa concezione quello che riguarda la natura.
Allora: «la natura, perciò che sempre intende
e disegna far le cose più perfette, se potesse, produria continuamente omini; e
quando nasce una donna, è diffetto o error della natura»
e il paragone
rimane la concezione della perfezione che ha il Pallavicino è tutta chiusa in
questi termini fisici e biologici: dato che il paragone che fa
dopo del mancamento lo fa intendere bene:
«Come si vede ancor d’uno che nasce cieco, zoppo, o con qualche altro mancamento
e negli arbori molti frutti che non maturano mai, cosà ­ la donna si po dire
animal produtto a sorte e per caso; e che questo sia, vedete l’operazion
[2]
dell’omo e della donna e da quelle pigliate argumento della perfezion dell’uno e
dell’altro»
ecco, bontà sua questo però non significa che questi difetti
che dipendono dalle donne, ma dipendono dalla natura, e
«non devemo per questo odiarle, né mancar di
aver loro quel rispetto che vi si conviene; ma estimarle da più di quello che
elle si siano, parmi error manifesto».
Capitolo XII

Aristotele contro Aristotele.
Il Magnifico Giuliano naturalmente aspetta che
finisca e naturalmente ribatte. I termini in cui è posto il discorso sono
interessanti anche se non sono nuovi ed originali: questa parte dal punto di
vista filosofico, è stata particolarmente analizzata da uno studioso il
Gagliardi
, e io mi baso in larga parte su aspetti della sua
interpretazione. Gagliardi è andato a considerare una serie di testi
aristotelici, ha riconsiderato la questione ed ha messo bene in evidenza come il
magnifico sia molto abile ad usare Aristotele contro Aristotele: cioè l’Aristotele
della metafisica e i libri sull’economia (che in
realtà non sono di Aristotele ma allora si credevano suoi) gli Economici, cos’
come anche aspetti dell’etica per rivoltare il discorso: in primo luogo viene
modificato l’assetto del discorso dimostrando che quello che sulla base di una
concezione puramente di filosofia naturale non è sostenibile nei termini di ciò
che è perfetto e non perfetto.
La
sostanza: appartenere alla specie umana.
E la dimostrazione viene fatta come
una vera propria disputa posta in termini filosofici. Se voi vi ricordate come è
impostato il discorso scolastico, qui noi ci ritroviamo in pieno: perché cosa dice
Giuliano? «Della imperfezion delle donne»
prima c’è il giudizio che viene dato con quello su cui non è d’accordo
«Della imperfezion delle donne parmi che
abbiate addutto una freddissima
[3]
ragione; alla quale, benché non si convenga forse ora entrar in queste suttilità,»

che sono le sottigliezze filosofiche «rispondo
secondo il parere di chi sa e secondo la verità»
cioè non si basa solo
sulle autorità, sugli uomini sapientissimi come dice il Pallavicino, ma aggiunge
che si basa anche su quella che  definisce la verità, cioè l’accertamento
della verità secondo ragione. «che la
sustanzia
in qualsivoglia cosa non po in sé ricevere il più
o il meno
[4];»
il discorso qui si basa appunto prendendo spunto dalla metafisica aristotelica,
sul rapporto tra la sostanza e l’accidente: la sostanza non può essere
oggetto di quantità
, cioè avere il più o il meno: e fa l’esempio in
relazione all’essenza del sasso: «ché, come
niun sasso po esser più perfettamente sasso che un altro quanto alla essenzia
del sasso».

L’accidente: essere maschio o femmina. 
Cos’ allo stesso tempo che cosa
individua come sostanza formale dell’uomo? L’appartenenza alla specie umana:
in ciò la sostanza dell’uomo è la stesa sia che sia maschio sia che sia femmina
«perché l’uno e l’altro si comprende sotto la
specie dell’omo e quello in che l’uno dall’altro son differenti è cosa
accidentale e non essenziale
[5].»:
la sostanza è una cosa, l’accidente è un’altra. L’accidente è ciò
che non è sostanziale, e dunque on può mutare, in quanto non sostanziale ciò che
è proprio della sostanza. Accidentale è l’essere maschio o femmina: non
sostanzaile
.
Gli
accidenti: Corpo e Anima.
Ha dato la risposta, e adesso pone un altro modo
della questione: «Se mi direte adunque che l’omo
sia più perfetto che la donna, se non quanto alla essenzia, almen quanto agli
accidenti
[6],
rispondo:»
dunque se voi dite cos’…io rispondo cos’.. andamento
scolastico: «rispondo che questi accidenti
bisogna che consistano o nel corpo o nell’animo»

fa la distinzione tra due aspetti diversi: corpo o animo, e poi affronta prima
l’uno e poi l’altro.
à¢â‚¬¢ il
corpo.
«se nel corpo, per esser l’omo più
robusto, più agile, più leggero, o più tollerante di fatiche, dico che»

dico che.. procedimento che avevamo già visto più volte dal punto di
vista formale: «dico che questo è argumento di
pochissima perfezione»
e perché? Perché tra gli uomini stessi c’è chi
è più resistente alle fatiche e chi meno
. Quindi questa stessa
distinzione
si pone tra gli uomini cos” come tra gli uomini e le donne.
à¢â‚¬¢ la
guerra.
E naturalmente si basa su un riferimento che è dirimente: perché è
quello che riguarda la guerra: «e nelle
guerre, dove son la maggior parte delle opere laboriose e di forza, i più
gagliardi non son però i più pregiati;»
e quindi insinua che anche sotto
questo profilo di fatto non solo il discorso riguarda l’accidente, ma non è
pertinente il porre una differenza in relazione alla perfezione per quello che
riguarda il corpo.
à¢â‚¬¢
l’anima.
Abbiamo visto che la questio è bipartita in relazione a questa parte: ha risposto per quello che riguarda il corpo, adesso risponde per quello
che riguarda l’animo: «se nell’animo, dico che
tutte le cose che possono intender gli omini, le medesime possono intendere
anche le donne; e dove penetra l’intelletto dell’uno, po penetrare eziandio
quello dell’altra»
.
Capitolo XIII
C’è di
nuovo una pausa ma non interviene il Pallavicino e continua il
Magnifico. Qui il discorso si articola un po’ diversamente perché mette in
evidenza anche fin da ora quale è il punto in cui vuole arrivare: perché il
magnifico non soltanto vuole rintuzzare il discorso del Pallavicino ma di fatto
glielo ribalta: e comincia questa opera di ribaltamento
nell’introduzione di una proposizione di matrice aristotelica che quelli che
sono molli di carne, sono più atti nella mente:
quindi dato che si faceva leva sulla forza l’energia eccetera, nel corpo
maschile, qui si viene ad introdurre un elemento che porta ad un ribaltamento,
si comincia ad insinuare per l’appunto che il discorso del Pallavicino non solo
non è da considerare ma può essere rovesciato usando il suo stesso metodo, o
utilizzando  i testi in modo da dimostrare che le cose non stanno cos’.
La
perfezione sta nel fine.
D’altra parte poi c’è la correlazione con un altro
aspetto importante di ciò che riguarda la posizione aristotelica, e cioè la
perfezione in relazione al fine: uno dei principi filosofici della metafisica è
che letteralmente: «conseguire un fine vuole
dire essere perfetto»
(metafisica). E quindi qui considerando gli effetti
della natura, si vede come la natura non ha prodotto per nulla le donne a caso,
ma le donne sono state prodotte cos’ perché sono state accomodate al fine
necessario
. Il fine è quello che poi sarà chiarito in modo più
articolato dopo, è quello che cui concorrono in modo complementare
sia l’uomo che la donna, e cioè quello della propagazione della specie. E
d’altra parte le condizioni stesse dell’uomo e della donna concorrono alla
medesima utilità.
Qui
introduce un argomento tratto dagli economici pseudo-aristotelici: quello che è
il compito nela casa e nella famiglia dell’uno e dell’altro, e il fatto che
l’indole diversa dell’uomo e della donna, e la complessione, è fatta apposta per
conseguire il fine comune disposto dalla natura. C’è però anche il discorso
relativo agli effetti, se andiamo a vere le operazioni, non si può non dire che
la donna è imperfetta e l’uomo perfetto. Allora, gli effetti delle azioni delle
donne dove si possono vedere? Si possono vedere nei fatti. E qui verrà
anticipato un tema che poi diverrà dominante negli esempi: quello che risulta
dalle storie antiche e dalle storia moderne: nonostante gli uomini abbiano lodato
in modo assolutamente parco le donne, basta leggere le storie antiche e moderne,
per trovare continuamente è stata continuamente tra le donne cos’ come tra gli
uomini. E qui si torna al tema delle grandi donne:
«e che ancor sonosi trovate di quelle che
hanno mosso delle guerre e conseguitone gloriose vittorie; governato i regni con
somma prudenzia e giustizia e fatto tutto quello che s’abbian fatto gli omini.»

e poi c’è una serie di domande che riguardano quelle cose che risultano circa le
scienze, poesia, filosofia e altro. Ma sono aspetti che torneranno negli exempla.
E conclude: « Se adunque nella sustanzia essenziale l’omo non è più perfetto
della donna, né meno negli accidenti (e di questo, oltre la ragione, veggonsi
gli effetti), non so in che consista questa sua perfezione».


 
Capitlo XIV
Prima
demolizione: la natura imperfetta delle donne
. Poi riprende il tema della
natura e lo conduce ulteriormente avanti: aveva detto il Pallavicino che se la
natura potesse, non avrebbe prodotto donne: perché la se la natura produce
perfezione, e le donne non sono perfette, la natura non le avrebbe prodotte.
La
specie umana.
E questo è contraddittorio e costituisce una aporia insanabile
nel discorso di carattere biologico e naturale: perché se la natura non
producesse le donne, senza le donne non si potrebbe conservare la
specie umana, e la natura come suo desiderio e come fina ha quello di propagare
la specie umana. Quindi le donne sono necesarie, non meno degli uomini, alla
riproduzione.

Genitori e Figli.
Torna poi n campo il tema dell’utilità in modo
significativo, e cioè l’utilità dei figli: se i genitori generando i figli danno
beneficio, quando i genitori invecchiano saranno i figli a prodursi a beneficio
dei genitori, e si viene a creare una sorta di ciclo per cui la natura quasi
tornando in circolo adempie la eternità ed in tal modo dona la immortalità ai
mortali. E per questo è necessario tanto la donna quanto l’uomo: per cui la
natura non ha per nulla a caso prodotto la donna per questo. E d’altr parte se
la natura sempre facesse maschi, non farebbe una cosa perfetta, ma imperfetta:
perché la donna è tanto necessaria quanto l’uomo, e quindi maschio e femmina
in natura sono sempre insieme.

Teologia e platonismo.
Dopo averlo dimostrato con una serie di dimostrazioni
di carattere argomentativo e filosofico, su questo punto conclude adducendo
delle motivazioni e spiegazioni di carattere teologico che
riguardano vari aspetti sotto questo profilo di carattere religioso nel tempo,
questo è un motivo di carattere platonico, dove dice:
«E perché un sesso solo dimostra imperfezione,
attribuiscono gli antichi teologi l’uno e l’altro a Dio: onde Orfeo
[7]
disse che Iove era maschio e femina; e leggesi nella Sacra Scrittura
che Dio formò gli omini maschio e femina a sua similitudine, e spesso i
poeti
, parlando dei dèi, confondono il sesso»
. Quindi porta anche
un argomento di questa natura che per la verità è uno dei più tradizionali che
venivano addotti, non in questa forma ma solo in riferimento soprattutto al
dettato biblico, da quegli scrittori della tradizione che si inseriscono in un
solco di opposizione alla misoginia, e che fondano la dignità della donna su basi
di carattere religioso, biblico in particolare. Mi riferisco ad un trattato
scritto precedentemente, sempre in area mantovana, ferrarese, da un
ecclesiastico, il Gogio, che ha proprio fondato su motivi di
carattere religioso la difesa della donna, sostenendo non solo la pari dignità
della donna, ma l’eccellenza della donna e la sua superiorità, riferendosi ad
aspetti di carattere biblico.
Mentre il Magnifico non si basa esclusivamente sulle fonti di autorità, ma anche sulla
verità, il Pallavicino rimane prigioniero in questo schema e rimarrà battuto.
Capitolo XV
C’è il
problema che si ripropone in relazione al pubblico interno di coloro che
ascoltano, e in particolare qui il rapporto che è proposto dal Gasparo, che poi
si realizzerà effettivamente quello che Gasparo teme con l’intervento di Emilia
Pio, è in relazione alle donne. Gasparo sottolinea come il
Magnifico stia entrando in sottigliezze filosofiche, e vorrebbe
uscire da questo ambito dicendo che queste donne non ci intenderanno.
E proprio
perché è convinto che le donne non possono intendere, e questo è reale e si
manifesterà nel testo poco oltre, teme che gli venga dato il torto nonostante
egli abbia ottime ragioni.
D’altra
parte, già che si era entrati in sottigliezze non vuole che le sottigliezze
addotte dal Magnifico rimangano senza risposta. E a sua volta fa riferimento
basandosi sempre sulla autorità, in questo caso dei commentatori di Aristotele:
«come sapete essere opinion d’omini
sapientissimi»
si rifà a sua volta a principii di base della filosofia
aristotelica: cioè i principii di forma e di materia.
Applicati analogicamente dagli aristotelici all’uomo e alla donna:
«l’omo s’assimiglia alla forma, la donna alla
materia; e però, cosà ­ come la forma è più perfetta che la materia, anzi le dà
l’essere, cosà ­ l’omo è più perfetto assai che la donna»
e poi cita
specificamente un passo, una vera e propria citazione da Aristotele. Cita uno
dei passi dei Problemata di Aristotele: Aristotele si chiede come
mai per natura una donna ama sempre quell’uomo che è stato il primo a ricevere
da lei amorosi piaceri, invece al contrario in questa stessa situazione l’uomo
odia quella donna, che è stata la prima a congiungersi con lui. A questa domanda
risponde che la causa è perché in questo atto, sessuale, la donna riceve
dall’uomo perfezione e l’uomo riceve dalla donna imperfezione
. Per questa
ragione ognuno ama naturalmente quella cosa che lo fa perfetto e odia quello
che  lo fa imperfetto.
D’altra
parte il Pallavicino passa ad un argomento di carattere empirico: cioè il fatto
che argomento della perfezione dell’uomo e dell’imperfezione della donna è che
universalmente ogni donna desidera essere uomo per un certo istinto di natura
che gli insegna a desiderare la sua perfezione.
Capitolo XVI
Naturalmente il magnifico risponde in primo luogo a questa affermazione. E
sostiene che le donne infelici non desiderano certo per questa ragione l’essere
uomini: non per essere più perfette, dice, ma per avere più libertà,
e per sottrarsi a quel dominio che gli uomini si sono arrogati
autoritariamente su di loro. E d’altra parte smonta anche quell’analogia che era
stata ripresa dal Pallavicino da parte dei commentatori aristotelici. E sposta
il discorso da quello che negli aristotelici era sempre relativo alla
generazione, ai processi riproduttivi, in una relazione tra uomo e donna in
quanto tali: nella relazione tra uomo e donna, se noi consideriamo ciò che è la
donna e ciò che è l’uomo, questa analogia non funziona assolutamente, perché
che cosa è il rapporto tra la forma e la materia? La materia riceve l’essere
dalla forma, ma la donna non riceve l’essere dall’uomo. E qui questa analogia
non tiene, e perciò anzi sono entrambi complementari nel processo di generazione
perché l’uomo non può generare senza la donna, e viceversa.
La
fedeltà: caldo e freddo.
E poi d’altra parte deve controbattere rispetto a
quella che è l’affermazione aristotelica nei problemata, e non ha certamente per
lui un gran peso il fatto che sia Aristotele ad averlo affermato. E anzi
beffardamente risponde utilizzando proprio a sua volta motivi ripresi dalla
filosofia naturale, infatti dice «né senza ragion naturale». Perché se ciò che è
caldo si sposta verso l’altro, deviando metaforicamente il carattere di
leggerezza di ciò che è caldo ad una leggerezza dal punto di vista psichico,
allora che cosa succede? Che «essendo il
maschio calido, naturalmente da quella qualità piglia la leggerezza, il moto e
la instabilità»
ecco perché l’uomo non è fedele alla donna.
Per contrario invece la donna che non ha questo calore nella sua complessione
naturale ma al contrario è caratterizzata da freddo, allora ha  una quiete e più
fissa impressione. Allora ribalta l’argomento, dicendo che semmai la donna è da
essere vista in termini più positivi rispetto all’uomo, più stabile, più ferma,
più grave.

 
Capitolo XVII
Emilia
Pio: e basta!.
L’intervento di Emilia pio è molto significativo per quello
che riguarda la situazione sul piano culturale delle donne di corte. A partire
dal testo di Castiglione si potrebbe dire in modo caustico che se fosse stata
presente Vittoria colonna avrebbe ben saputo rispondere personalmente al
Pallavicino, e non avrebbe fatto ricorso a ciò che dice Emilia Pio. Ma qui non è
presente Vittoria Colonna, e non è rappresentata una donna come
Vittoria colonna. È rappresentata invece una donna di Corte come Emilia Pio,
che, donna nobile e socialmente importante, ma con l’intervento che fa mostra di
non aver avuto una formazione culturale, neppure di base, dal
punto di vista filosofico. Infatti si lamenta Emilia Pio perché dice si è
entrati in sottigliezze e le donne non capiscono cosa si voglia
dire quando si parla di queste concezioni di materia e forma. Dato che proprio
la terminologia in relazione a materia e forma e i concetti di materia e forma
stanno alla base diciamo della concezione aristotelica, è significativo che
Emilia Pio denunci una mancanza di acculturamento.
Si rivolge
Emilia Pio a Giuliano e dice appunto: « Per
amor di Dio, – disse, – uscite una volta di queste vostre «materie» e «forme» e
maschi e femine e parlate di modo che siate inteso».
Se vi ricordate il
Pallavicino aveva prima di tutto previsto che ci potesse essere
questa incomprensione, e questa incomprensione si realizza effettivamente. La
Pio si lamenta perché dice hanno capito benissimo le cose contro le donne dette
da Gasparo e Ottaviano, ma non capisce adesso in che modo il Magnifico le
difende. Perciò fare questa disputa di carattere filosofico sia un uscir di
proposito. E d’altra parte lascia nell’animo di ciascuno questa mala impressione
che hanno dato delle donne «questi nostri nemici». Ecco, punto sul vivo
nell’essere un’altra volta definito nemico, interviene Gasparo dicendo che non
pè nemico delle donne, e sostiene nella sostanza che dice la verità e non vuole
essere nemico delle donne. Semmai il nemico delle donne è proprio il Magnifico,
perché è lui che dà lodi false alle donne: c’è dunque una controversia tra i due
tra ciò che è verità, dire la verità, e menzogna nel discorso. Secondo il
Pallavicino ciò che dice lui è il dire la verità delle cose, quello del
Magnifico secondo il Pallavicino è lusingare le donne. Oltretutto il Pallavicino
rincara la dose dicendo che dando lodi false alle donne, il Magnifico dimostra
che non ci sono lodi vere da fare.

Inserzione meta-letteraria
. Giuliano non risponde per ora su questo punto,
ma risponde a Emilia Pio, che è la cosa che conta per ora. La risposta che dà a
Emilia Pio è significativa perché comporta un intervento di carattere metaletterario da parte dell’autore. Perché il personaggio farà riferiemnto a
quello che sarà l’opera scritta dall’autore stesso:
«Non dubitate, Signora, che al tutto si
risponderà; ma io non voglio dir villania agli omini cosà ­ senza ragione, come
hanno fatto essi alle donne; e se per sorte qui fusse alcuno che scrivesse i
nostri ragionamenti, non vorrei che poi in loco dove fossero intese queste
«materie» e «forme»
[8],
si vedessero senza risposta gli argomenti e le ragioni che ‘l signor Gaspar
contra di voi adduce
». Dato
che appunto il Castiglione scrive questi ragionamenti, come ha detto nel
proemio, di fatto c’è un indicazione di carattere metaletterario:
il parlare da un lato, lo svolgere i ragionamenti, e lo scrivere dall’altro. E
d’altro canto quello che dice il Magnifico ci dà anche un indizio di altra
natura: per il lettore risulta chiaro che questa preoccupazione del Magnfico è
una preoccupazione stessa dell’autore
, ed è l’indizio che conferma quello
che il lettore ricava dall’orchestrazione complessiva del discorso:che la
posizione del Castiglione autore, è la posizione stessa del Magnifico
. Il
Magnifico è in toto il portavoce del Castiglione autore. Non solo,
ma è non  fuori di proposito lo scrivere questo (come aveva detto Emilia) , ma
corrisponde al proposito dell’opera dare risposta anche da un punto di vista
teorico agli argomenti di quegli uomini di corte di chi come il Pallavicino
parlava contro le donne. Tornerò poi su questo aspetto, perché non solo il
Castiglione ci ha lasciato testimonianza di queste dispute e controversie sulle
donne.
Gasparo
non lascia rispondere al Magnifico, ma interviene nuovamente. E nella disputa
filosofica è questo l’ultimo intervento di Gasparo. Si riaggancia a quello che
ha detto il magnifico, perché il Magnifico ha introdotto un argomento che aveva
considerato risolto intermini che potremmo dire sofistici, del caldo e del
freddo. E qui Gasparo ha uno spunto per intervenire a sua volta e per riportare
il discorso nel contesto della filosofia naturale e della biologia. Perché si
riaggancia a quanto detto a proposito del caldo e del freddo. Dato che il caldo
è considerato più perfetto rispetto al freddo, e dato che l’uomo per le sue
virtù naturali è caldo, e la donna freddo, allora se noi consideriamo questo
dobbiamo ancora concludere che l’uomo è più perfetto della donna. Questo
discorso che di nuovo è riportato sulla natura riguarda secondo il Pallavicino
tanto la natura degli uomini e delle donne quanto la natura del cosmo. E
aggiunge alla fine: «come sapete, i cieli qua giù tra noi infondono il caldo
solamente e non il freddo, il quale non entra nelle opere della natura; e però
lo esser le donne frigide di complessione credo che sia causa della viltà e
timidità loro». E di nuovo come volevasi dimostrare da parte del Pallavicino
sull’imperfezione delle donne e sulla sua inferiorità nell’agire.
Capitolo XVIII
Qui
interviene Giuliano e interviene di fatto precisamente respingendo quello che ha
detto il Pallavicino e spostando il piano del discorso dall’uomo e dalla donna
visti nell’ottica puramente naturale, all’uomo e la donna visti nel contesto
della società e della storia. Sposta, dopo aver concluso il discorso suo piano
naturale, il discorso sul piano dell’etica e dell’agire responsabile. Il fatto
che il magnifico Giuliano abbia l’ultima parola in questo discorso di carattere
teorico e filosofico ed abbia quest’ultima parola con una articolazione molto
ampia del suo discorso è un ulteriore segno, anche dal punto di vista retorico
della vittoria che è assegnata al magnifico. Naturalmente il Pallavicino non lo
ammette, ma il Pallavicino non replica sul piano teorico su questo. Vedremo alla
fine di questa ampia risposta del Magnifico interviene piuttosto il frigio con
un’altra provocazione che sposta il piano del discorso in un’altra direzione.
Il
magnifico Giuliano ribatte nella sua vittoria certo di indebolire del tutto i
discorsi del Pallavicino. « Ancor volete, –
rispose il Magnifico Iuliano, – pur entrare nelle sottilità; ma
vederete che ogni volta peggio ve n’avverrà: e che cosà ­ sia, udite»
.
Allora, il discorso che fa Giuliano di fatto entra nel merito, come dimostra
Gagliardi, di quelle che sono le difficoltà stesse interne della filosofica
naturale aristotelica: gagliardi infatti sostiene che qui in discussione non è
solo la materia oggetto del contendere, cioè la perfezione del’uomo e della
donna, quanto piuttosto l’uso della filosofica naturale e gli argomenti addotti
sulla sola base della filosofia naturale. Il Magnifico utilizzando anche delle
superiori capacità dialettiche, nel contesto del discorso,mette in luce quelle
che sono le difficoltà interne, le aporie, nel contesto della stessa filosofia
naturale aristotelica. Qual è il discorso dunque? Presi in sé il caldo e il
freddo corrispondono a quello che ha detto sulla maggior perfezione il
Pallavicino, ma qui stiamo considerando non il caldo e il freddo in sé, ma
stiamo considerando dei corpi misti e composti, come è proprio dell’essere
umano. Allora nei corpi misti e composti, essendo composti di cose diverse,
quello che dobbiamo guardare non è più caldo in sé e il freddo e in sé, ma il
temperamento
degli opposti: è perfetto ciò che è più temperato.
Più si avvicina alla perfezione ciò che ha un maggior temperamento. E allora chi
si avvicina di più al temperamento è la donna, proprio perché il caldo nell’uomo è
superiore, in relazione agli umori, a ciò che  è il freddo per la donna. Dunque
dei due semmai la maggior perfezione sul piano naturale se guardiamo al
temperamento spetterebbe alla dona. e utilizza anche ciò che dice Aristotele
sugli animali: «e però, perché gli omini nel
generar si diseccano più che le donne, spesso interviene che son
meno vivaci
[9]
che esse; onde questa perfezione ancor si po attribuire alle donne che, vivendo
più lungamente che gli omini, eseguiscono più quello che è intento della natura,
che gli omini».
Il problema del calore dei cieli è un discorso che non è
pertinente, e quindi il Magnifico lo elimina dal piano del discorso.
E entra
invece in campo la questione conclusiva che ne aveva fatto derivare dalla natura
il nostro Pallavicino: cioè che essendo le donne frigide di complessione, allora
frigide di complessione credo che sia causa della viltà e timidità loro». Il
magnifico ribalta il  discorso. Entra nel merito di quello che è proprio della
capacità di ricevere impressioni e quello che è proprio del primato della
volontà. Allora, questo passo lo vediamo: «Ma
la timidità nelle donne, avvegna che dimostri qualche imperfezione, nasce però
da laudabil causa, che è la sottilità e prontezza dei spiriti
[10],»
qui siamo nel passaggio ancora delle condizioni biologiche in relazione alle
condizioni psichiche. «i quali rappresentano
tosto le specie»
e cioè le immagini delle cose sensibili all’intelletto,
«allo intelletto[11]
e però si perturbano facilmente per le cose estrinseche.»
cioè di fatto
la maggior prontezza delle donne a cogliere le impressioni è quella che è di
fatto causa di questa situazione: il perturbarsi più facilmente.
«Vederete ben molte volte alcuni, che non
hanno paura né di morte né d’altro, né con tutto ciò si possono chiamare arditi,
perché non conoscono il periculo e vanno come insensati dove vedeno la strada e
non pensano più; e questo procede da una certa grossezza di spiriti ottusi; però
non si po dire che un pazzo sia animoso, ma la vera magnanimità viene da una
propria deliberazione e determinata voluntà di far cosà ­ e da estimare più
l’onore e ‘l debito che tutti i pericoli del mondo
[12];
e benché si conosca la morte manifesta
[13],
esser di core e d’animo tanto saldo, che i sentimenti non restino impediti né si
spaventino, ma faccian l’officio loro circa il discorrere e pensare, cosà ­ come
se fossero quietissimi»
da cui la conclusione:
«Di questa sorte avemo veduto ed inteso esser
molti grandi omini; medesimamente molte donne, le quali e negli antichi seculi e
nei presenti hanno mostrato grandezza d’animo e fatto al mondo effetti
[14]
degni d’infinita laude, non men che s’abbian fatto gli omini».
Dunque se
c’è una differenza per quello che  riguarda la reazione immediata dovuta alla
diversità del modo in cui si pongono gli spiriti, ovvero: sottigliezza e
prontezza degli spiriti nelle donne, piuttosto che in altri (uomini) una certa
grossezza di spiriti ottusi, quello che conta è poi come interviene
la volontà: le donne possono si perturbarsi, al momento, ma entrambi uomini e
donne, attraverso la loro volontà imprimono quello che intendono,
nell’azione.
Il primato
nella sostanza è nella donna: il tema si sposta sul piano etico e ci riporta da
un lato all’etica nicomachea, e dall’altro al neoplatonismo ficiniano: le
donne non sono meno dotate di capacità etiche di quanto non siano gli uomini. Una
volta che il Magnifico ritiene di aver dimostrato che  non c’è differenza di
perfezione sul piano naturale, cos’ il magnifico dimostra che ci sono uguali
possibilità sul piano etico, sul piano della responsabilità nell’azione da parte
di uomini e donne. Se ci sono stati grandi uomini che hanno compiuto grandi
azioni, ci sono state anche grandi donne che hanno compiuto grandi azioni. La
parità è tanto sul piano naturale quanto sul piano etico, e altrettanto può esse
dimostrata, come sul piano teorico, sul piano della storia. Su quello che
risulta dagli esempi nella storia. Il passaggio è importante perché il
Pallavicino rimaneva chiuso in uno schema: schema di carattere biologico,
relativo alla biologia naturale; qui il piano del discorso si sposta e dà
un’altra pertinenza sia dal punto di vista culturale sia dal punto di vista
letterario. La disputa filosofica si conclude qui. Per quanto il Pallavicino cercherà di risollevarla, da questo momento in poi passiamo sul piano
della «storia», tra virgolette perché come vedremo non c’è distinzione per
quello che riguarda la storia a quelle che sono piuttosto raccolte di aneddoti o
opere in lode di. Tutto è accomunato nell’ottica della storia. Tema già
umanistico il raccogliere nella storia quello che è proprio anche della
letteratura.

note:




[1]

vi sono per niente: al confronto non sono nulla.


[2]

– È l’ergon idon (e”rgon
i”don
) della filosofia aristotelica, che deriva dall’essenza
dell’essere di cui è operazione, e nello stesso tempo, a posteriori, la
rivela.


[3]

freddissima: poco convincente.


[4]

– È la nota dottrina aristotelica.


[5]

– Non appartiene alla sostanza o forma sostanziale della specie «uomo».
Il Magnifico imposta la questione nel linguaggio della filosofia
aristotelica.


[6]

accidenti: qualità accessorie o non essenziali.


[7]

– Il presunto autore degli Inni Orfici. Cfr. l’Inno a
Giove


[8]

– Da persone capaci di capire queste «materie» e «forme».


[9]

son meno vivaci: son meno vitali, longevi.


[10]

spiriti: gli «spiriti animali» che hanno sede nel cervello.


[11]

– Portano rapidamente le immagini sensibili all’intelletto, che ne
astrae i concetti.


[12]

– È la nota dottrina platonica intorno al coraggio.


[13]

morte manifesta: morte imminente, evidente.


[14]

effetti: fatti, azioni.