Italo Svevo

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dalla tesina “Le tenebre dell’odio e della paura: l’Europa e il mondo nell’età delle dittature”

Tucci Beniamino Emanuele- Esame di Stato 2002

ITALO SVEVO

Italo Svevo (pseudonimo di Ettore Schmitz) nacque a Trieste nel 1861 da padre ebreo tedesco, appartenente alla ricca borghesia imprenditoriale della città, e da madre italiana. Compiuti gli studi liceali in Baviera, nel 1878 tornò a Trieste per completare la sua formazione commerciale, ma il fallimento dell’azienda patema lo costrinse, nel 1880, ad impiegarsi presso la Banca Union, dove rimase per un ventennio. A Trieste, inserita, grazie alla sua felice posizione geografica, nel quadro economici e culturale europeo, Svevo avvertì appieno, come nessun altro intellettuale italiano del tempo, il crollo del mondo austro-ungarico e delle vecchie strutture economiche, la crisi della borghesia ed il sorgere di nuovi organismi economici. Nella città, per altro, quasi un incrocio tra le culture tedesca, italiana, slava ed ebraica, si avvertivano anche i più moderni stimoli culturali e scientifici provenienti da tutta Europa e Svevo, pur svolgendo con serietà il monotono lavoro bancario, approfondì lo studio di Nietzsche, di Schopenauer, delle teorie evoluzionistiche di Darwin e della psicanalisi di Freud e coltivò la lettura dei narratori francesi (Balzac, Flaubert, Zola), maestri del Realismo e del Naturalismo. I suoi interessi letterari si concretizzarono nella pubblicazione di due romanzi, Una vita (1892) e Senilità (1898), ma il disinteresse con cui i due volumi furono accolti dalla critica addolorò profondamente Svevo, che per molti anni abbandonò “quella ridicola cosa che si chiama letteratura”. Solo a distanza di molti anni, dopo essersi sposato ed essere entrato a far parte della ditta del suocero e, soprattutto, dopo aver compiuto molti viaggi all’estero ed aver stretto rapporti di amicizia con vari intellettuali, tra cui James Joyce, tornò a scrivere e, nel 1923, pubblicò La coscienza di Zeno. Il romanzo ebbe un vasto successo, grazie ai giudizi positivi di Joyce, dei critici francesi Larbaud e Cremieux e, in Italia, di Eugenio Montale, ma il periodo di esaltante successo, con la riscoperta dei romanzi giovanili ed il nuovo fervore creativo dello scrittore, fu però breve: Svevo morì nel 1928, per un incidente automobilistico.

I temi della sua produzione (la crisi della società borghese, l’inettitudine all’azione e la mancanza di certezze dell’uomo contemporaneo), la scoperta dell’inconscio, e la conseguente analisi psicologica dei personaggi e, inoltre, il dissolvimento delle categorie temporali e causali e l’uso di nuove forme narrative, quali il discorso indiretto libero ed il monologo interiore, inseriscono Svevo tra i maggiori autori europei d’inizio secolo quali Joyce, Proust, Pirandello, Kafka, Mann, e ne fanno un precursore fondamentale del romanzo moderno.

LA COSCIENZA DI ZENO

Nel primo capitolo, intitolato ll fumo, Zeno narra come, ragazzino, abbia iniziato a fumare (soprattutto per emulare il padre che, psicanaliticamente, è amato e, contemporaneamente, anche rivale); Come abbia vanamente tentato di liberarsi dal vizio con l’aiuto della moglie e di un medico; come abbia accettato il fumo perché alibi della sua condizione di “malato”.

La seconda sezione tematica è La morte di mio padre, capitolo centrale in una lettura “psicanalitica” del romanzo: è infatti un altro tema tipicamente freudiano la necessità per l’adolescente di liberarsi della figura patema per giungere alla maturità. Qui Zeno narra il proprio rapporto col padre e la sua morte: ‘m particolare si sofferma sul drammatico momento dell’agonia, quando il vecchio ha un movimento inconsulto che Zeno crede essere uno schiaffo, estrema forma di punizione paterna. Il capitolo analizza anche il disagio di Zeno che sente con angoscia la successiva drammatica condizione di “orfano” e cerca quindi una figura dominante sostitutiva del padre: ma Zeno ha già trent’anni e sta quindi protraendo oltre il dovuto una impossibile adolescenza.

Nel capitolo La storia del mio matrimonio Zeno, alla disperata ricerca di padri supplementari”, racconta di come conosce un ricco e solido borghese, Giovanni Malfenti, ed inizia a frequentare la casa. L’uomo ha quattro figlie: Zeno decide di innamorarsi perdutamente di una di loro poiché così ritroverebbe nel suocero la figura paterna. La scelta cade sulla bella Ada che, però, è fidanzata con un giovane bello, elegante sicuro di sé, abile negli affari, ottimo suonatore di violino: Guido, che diviene quindi l’amico-rivale del protagonista. Zeno ha una prima forte crisi di zoppìa; dopo essersi dichiarato ad Ada e Alberta (che lo respingono), viene indotto a sposare Augusta: le modalità con cui ciò accade (una dichiarazione “sbagliata” poiché ‘indirizzata ad Ada, durante una seduta spiritica) fanno pensare che egli in realtà desiderasse proprio Augusta, rassicurante moglie-madre.

Nel capitolo La moglie e l’amante Zeno analizza come la scelta (o meglio, la non scelta) di Augusta si sia rivelata felicissima: il matrimonio è perfetto; dunque egli può scegliersi una giovane amante per poter tornare, ogni volta con maggiore felicità, dalla moglie! Il rapporto con Carla è un groviglio di contraddizioni: dapprima Zeno si presenta a lei come un benefattore che intende aiutarla negli studi, quindi, diventato il suo amante, vive questa relazione con molti sensi di colpa e propositi di redenzione. Non casualmente sarà la donna a decidere di troncare il legame.

In Storia di un’associazione commerciale si narra di come Guido, marito di Ada, provi a diventare un uomo d’affari e tenti impossibili operazioni commerciali e azzardati giochi in Borsa: ma è ottuso, frivolo ed incapace, esattamente il contrario di come lo giudicava Zeno. Dopo aver perso tutto il capitale di Ada, egli vorrebbe convincere la donna a dargli altro denaro, inscenando un finto suicidio: ma sventato com’è, si uccide realmente. Toccherà allometto Zeno rimettere in sesto le finanze di famiglia ed il suo comportamento sarà giudicato in modo molto vario: Ada crede che l’abilità di Zeno sia testimonianza del suo amore per lei e, quindi, dell’ostilità nel riguardi di Guido (Zeno avrebbe cioè agito per dimostrarle che egli è superiore al marito morto). Zeno, affannato a risistemare i guai compiuti dal cognato, giunge in ritardo alle esequie e “sbaglia” carro funebre; questo passo è, a giudizio dello stesso Svevo, uno dei pochi in cui sia diretta l’influenza della psicanalisi: è una delle “due o tre idee nel romanzo … prese di peso da Freud. L’idea che l’uomo, per non assistere al funerale di colui che diceva suo amico e ch’era in realtà suo nemico, si sbaglia di funerale è freudiana”. Attraverso l’atto mancato e dei lapsus compare la verità del protagonista, la sua profonda avversione per Guido, mentre tutti gli altri ritengono che egli non abbia partecipato perché troppo impegnato nella nobile impresa di salvare dal dissesto economico la famiglia.

Psico-analisi è la sezione che conclude il romanzo: Zeno ha deciso di porre fine alla cura ma tiene un diario in cui ora annota, a suo dire “sinceramente”, le sue vicende e le menzogne che ha detto al dottor S., convinto dell’inguaribilità della sua malattia e della sua vanità da ogni ambizione alla “salute”, condizione estranea all’uomo moderno: forse l’unica guarigione possibile è affidarsi alla catastrofe inaudita (la prima guerra mondiale) che sta per abbattersi sul mondo.

Il personaggio che è al centro di tutte le vicende narrate è proprio Zeno, proprio perché è lui stesso l’io narrante dell’intera opera e proprio attraverso le vicende di quest’ultimo, Svevo affronta e chiarisce quelli che sono i principali nuclei tematici della narrazione.

li primo nucleo tematico, che è alla base dell’intera trattazione, è la psicanalisi, appunto nucleo generatore della vicenda, la cui scelta rappresenta un chiaro atto di coraggio e modernità, considerando che, negli anni Venti, durante i quali Svevo scrisse La coscienza di Zeno, l’opera di Freud, padre della psicanalisi, era praticamente sconosciuta in Italia.

Ciò non significa però che Svevo aderisca pienamente, cioè senza riserve, alle teorie freudiane, né che il romanzo sia il semplice resoconto di una terapia.

Svevo si mostra interessato soprattutto al valore conoscitivo della psicanalisi e in particolare del concetto di ‘inconscio, che viene utilizzato per una rappresentazione problematico delle stratificazioni della coscienza del protagonista.

Egli è piuttosto scettico sulle possibilità terapeutiche della psicanalisi: fin dall’inizio, dinanzi alla diagnosi del dottor S., che riduce la malattia di Zeno a un canonico caso di complesso edipico, il protagonista risponde irridendo la banalità del verdetto e rivendicando la complessa genesi della propria diversità.

La malattia gli appare non come il prodotto di una individuale conformazione psichica, e quindi curabile, ma come la condizione normale dell’esistenza.

La salute in realtà non esiste e i personaggi che Zeno ci presenta all’inizio come sani si rivelano nel corso del racconto non meno malati del protagonista: la sola salvezza possibile è la coscienza critica della malattia stessa, e ‘m tal senso, l’inetto, proprio perché incapace di agganciarsi alle convenzioni della vita, possiede una più elastica capacità di adattamento a quello stato patologico che è l’esistenza in quanto tale. Secondo lui, infatti, la salute non esiste e la società è composta da una maggioranza dì individui malati che fingono o si illudono dì essere sani; paradossalmente, è proprio il malato dichiarato, e quindi consapevole ad esserlo meno degli altri. Un secondo tema è l’inettitudine.

Infatti Zeno è un ‘metto, un nevrotico e un malato immaginario. 1 tre aspetti sono inscindibili.

La sua inettitudine consiste nel non n’uscire mai a corrispondere ai ruoli cui vorrebbe e dovrebbe aderire per le condizioni sociali nelle quali è inserito e per la struttura stessa della società.

Egli dovrebbe adattarsi, specializzarsi, essere un brillante giovane dell’alta società e invece m pubblico commette ripetutamente delle gaffe o trova sempre qualcuno migliore di lui che lo fa sentire un inetto e dà la prova lampante della sua inettitudine. Dovrebbe proseguire l’attività commerciale ereditata dal padre, ma il padre stesso nel testamento gli ha lasciato ogni cosa, a patto che l’amministrazione venga gestita dal fedele Olivi, riconoscendo ancora una volta l’inadeguatezza di Zeno come imprenditore.

Dovrebbe prendersi una laurea, ma passa piuttosto da una facoltà all’altra senza portarne a termine nessuna.

Dovrebbe e vorrebbe essere un buon padre di famiglia e un buon marito, ma intanto finisce col tradire la moglie Augusta.

Anche la scelta della donna da sposare è una prova chiara della sua inettitudine: Zeno infatti sposa colei che aveva già escluso in partenza.

Vorrebbe smettere di fumare ma trova tutti gli stratagemmi per poter continuare senza sentirsi m colpa.

Dovrebbe e vorrebbe essere leale verso il parente-rivale Guido e poi involontariamente ne facilita il suicidio e riesce finanche a sbagliare funerale.

E’ questo un cosiddetto “atto mancato”, termine con cui si definiscono tutte quelle azioni che il soggetto vorrebbe compiere ma per accidenti apparentemente fortuiti non si realizzano.

In realtà ciò che ha spinto un soggetto a non fare una cosa, è secondo Freud, l’inconscio, che lo ha spinto verso un atto mancato, perché nel suo profondo egli non intendeva compierlo.

Su tale condizione di inettitudine scatta il meccanismo della nevrosi che innanzitutto trasforma in malattia il senso di colpa per la sua inadeguatezza.

Zeno diventa così un “malato immaginario” e il suo corpo una clinica ambulante di dolori e disturbi che servono a coprire le sue incapacità.

Egli stesso all’inizio della sua autoanalisi non esita a confessare che la malattia ha costituito un comodo alibi per nascondere la sua tendenza a sottrarsi alle responsabilità e a rifugiarsi ‘m un rassicurante nido protetto da altri.

Infatti a proposito del vizio dei fumo egli ammette: “Adesso che son qui, ad analizzarmi, son colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per ,poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei diventato l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente “.

La sua nevrosi, inoltre, lo porta a mentire spudoratamente, in una continua ricerca di autogiustificazione, ed è proprio da questo che si originano gli autoinganni di Zeno. Uno degli autoinganni, forse il primo di essi, è connesso al fumo, vizio appunto necessario all’autoinganno.

Esso consiste nel decidere una data in cui smettere e così autorizzarsi nel frattempo a fumare senza sensi di colpa.

E’ questo il livello più alto dell’arte del mentire, anche perché non è chiaro quanto Zeno narratore dica una bugia o meno.

In tale condizione di nevrosi non è Zeno a guidare la sua vita: sono le pulsioni inconsce o le casualità dell’esistenza che lo spingono ad autoingannarsi. L’inconscio o il caso sono i due occulti dominatori della vita.

Le cose vanno bene o male non per volontà del soggetto, ma proprio per i giochi del caso e ciò accade sia ai “sani,” che ai “malati”.

Proprio sulla casualità i confini tra salute e malattia si assottigliano e non si sa più chi sia sano e chi malato.

Il suo matrimonio è per esempio del tutto casuale.

Il protagonista si ‘infila in una serie di piccoli incidenti che lo portano a sposare Augusta, colei che appunto non avrebbe mai voluto sposare.

Zeno narratore ha il sospetto di essere caduto in un complotto teso dalla madre delle sorelle Malfenti, ma siccome è un bugiardo non si può sapere se questa spiegazione sia un ennesimo autoinganno senile.

Eppure il suo non voluto matrimonio funziona bene, mentre va ‘m rovina quello dei sani” Ada e Guido: tradimento, fallimento finanziario, suicidio, malattia, emigrazione.

Anche negli affari Zeno è un incapace, eppure il caso lo aiuta.

Per distrazione si dimentica di vendere delle azioni su consiglio dell’abile suocero e si trova casualmente il capitale raddoppiato .

Prova a fare degli affari quasi senza serietà e riesce a salvare Ada dal disastro economico.

Così accade anche durante la guerra, tanto che alla fine Zeno si sente guarito e lascia la cura dello psicanalista.

Ne La coscienza di Zeno Svevo instaura tra malattia e salute nuove relazioni, cioè ‘m esso la malattia conduce ad esiti positivi.

Infatti l’inettitudine e l’inadeguatezza non vengono più rappresentate come il segno dell’emarginazione o dell’impotenza, ma come quello di una superiorità intellettuale; il personaggio sveviano smette di essere la vittima e piuttosto ne diventa l’ironico giudice.

In fondo Zeno, grazie alla sua malattia, vede il mondo con occhi più liberi e disincantati dei sani che scorgono solo ciò che la loro specializzazione consente: il vecchio Malfenti solo affari, Guido solo una brillante giovinezza, Augusta solo la cura della casa e della famiglia.

Zeno riesce a vedere non solo ciò, ma va oltre, cioè scorge anche il vuoto che si nasconde dietro questi ruoli cristallizzati: l’impoverimento della vita a poche fissazioni.

L’inetto, in quanto tale, quindi, ha una visione più ampia, tanto da dubitare se sia meglio essere sani o miopi o malati e acuti.

In fondo Zeno, sopravvive perché, poiché inetto, si adatta a tutto e trova anche modo di fare affari durante la guerra.

Zeno alla fine si riscatta dalla propria inettitudine; dall’iniziale, fredda indifferenza nei confronti della vita e delle passioni del mondo egli sa trarre le forze adeguate per giungere ad una conoscenza disincantata e profonda di tutta la realtà umana.

Egli si impone infine con le sue idee, convinzioni; semmai il suicida, il vero perdente è Guido, il rivale, colui che si era affermato, superficialmente, il vincente.

Zeno risulta vittorioso poiché è riuscito a conoscere meglio degli altri se stesso e le leggi che sorreggono la psicologia umana; grazie a ciò egli può leggere e interpretare la vita senza dover essere necessariamente vittima delle proprie ambizioni o illusioni, delle maschere e degli inganni peculiari della società contemporanea.

I ricordi di Zeno non si dispongono lungo l’ordine cronologico, ma secondo il loro affiorare alla coscienza.

In realtà Zeno non vuole raccontare la propria vita, ma come la sua coscienza la sta ricostruendo, a pezzi e brandelli, per nodi tematici e non per fasi cronologiche.

Si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad eventi banali ma accattivanti perché in fondo il romanzo è una galleria di quotidiani inganni ed autoinganni che nessuno avrebbe mai voluto ricordare.

La trama risulta quindi quasi polverizzata, poiché il riemergere dei ricordi non segue un ordine lineare, ma oscilla continuamente tra passato e presente, fissandosi in pochi nuclei tematici compatti e in sé conclusi. Svevo stesso chiama questo particolare trattamento del tempo, “tempo misto “.

Il racconto non presenta gli eventi inseriti in un tempo oggettivo, non avviene ciò che avviene invece nei romanzi ottocenteschi in cui il passato riaffiora continuamente e si intreccia con infinita fili al presente, poiché resta presente nella coscienza del personaggio narrante.

E’ il tempo che rappresenta appunto quello della coscienza che rilegge gli avvenimenti.

Il narratore, anche grazie all’analisi freudiana, scopre legami inaspettati tra situazioni e oggetti; tali “libere associazioni” rivelano dunque l’inconscio del protagonista, le sue nevrosi, la sua ambiguità e falsità. Nei vari capitoli vengono infatti anticipati avvenimenti che saranno narrati in capitoli successivi e, frequentemente, il narratore interviene riportando la vicenda al tempo in cui viene stesa l’autobiografia.

Anche i richiami al passato (flash-back) sono continuamente legati al presente del Zeno che ricorda; non sono lineari, ma emergono attraverso libere associazioni in maniera apparentemente casuale.

Questo “disordine temporale ” tende a vedere il “narratore-io ” legato sia al suo presente che al suo passato, sempre sfuggente.

Il tempo, qui, annulla la consistenza del protagonista come nucleo psichico coerente e, per Svevo, la salvezza dell’uomo risiede proprio nella distruzione del tempo, di quell’orologio rappresentato dalla coscienza dell’uomo.

La tessitura del racconto è affidata ad una sola voce, quella del narratore personaggio (Svevo-Zeno), che da un lato racconta di sé come attore dei fatti ricordati, e dall’altro sovrappone e interseca alle sue memorie i propri commenti spesso ironici e divertiti.

Con grande abilità Svevo inventa una lingua e uno stile tutt’altro che letterari, così da creare verosimilmente i tratti macroscopici del lessico e della sintassi peculiari delle fantasie del suo personaggio triestino: per tale motivo l’italiano de La coscienza di Zeno è volutamente spurio, contaminato sia da elementi dialettali, sia da strutture espressive ricalcate sulla grammatica tedesca.

Benché utilizzi questi “strumenti” eterogenei, riesce a costruire un organismo unico, evidenziato maggiormente attraverso la presenza di frasi ellittiche o nominali- utilizzate nella descrizione dei personaggi-la cui funzione è quella di raccordare l’apparente oggettività dei tratti somatici e la loro interpretazione ad opera del narratore stesso.

E’ in questo modo che i personaggi perdono le loro caratteristiche reali attraverso l’oggettività della coscienza che interpreta e giudica.

L’utilizzo di frasi esclamative e interrogative, inoltre, è estremamente efficace per riprodurre i sentimenti dei parlanti e per rappresentare la coscienza esterna alla narrazione .

Da tutto ciò scaturisce la sottile ironia tipica di Svevo, che gli permette di forare la superficie della coscienza dei personaggi creati.

La sua lingua fu definita quindi, da vari critici, come un “utensile efficace”, uno strumento di acutissima analisi, profondamente innovativo, per dar voce alla coscienza dei protagonisti. Al momento della pubblicazione della sua opera, Svevo era quasi snobbato dalla critica ufficiale italiana: la diffidenza era d’obbligo nei confronti di un autore che faceva presagire nelle sue opere fermenti nuovi e sconcertanti.

Fu proprio Joyce a comprendere per primo la straordinaria importanza de “la coscienza di Zeno” ed indusse il narratore triestino a inviarne copia, fra l’altro, a due autorevolissimi critici e scrittori parigini, B.Crèmieux e V.Larbaud.

Essi intendono subito la genialità innovativa del romanzo e nel 1926 dedicano a Svevo un numero monografico della rivista “Le Navire d’Argent”; questo riconoscimento diventa subito una specie di passaporto internazionale che assume l’autore triestino alla celebrità e “La coscienza di Zeno” è subito tradotta in francese, tedesco, inglese.

In Italia solo nel 1925 E.Montale, in un suo celebre articolo, “Omaggio a Italo Svevo”, pubblicato sulla rivista milanese “L’Esame”, rompe il muro del silenzio della critica riuscendo a definire con precisione alcune caratteristiche dell’opera narrativa sveviana, collocando l’autore triestino nel quadro della letteratura italiana del primo Novecento.

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