Jacopo Sannazaro

Arcadia

CAPITOLO VIII

Appena era io a le ultime note del mio cantare pervenuto, quando con allegra voce Carino v’èr me esclamando:
– Rallégrati – mi disse – napolitano pastore, e la turbidezza de l’animo, quanto puoi, da te discaccia, rasserenando omai la malinconica fronte; ché veramente e a la dolce patria e a la donna che più che quella desideri, in brevissimo tempo ritornerai, se ‘l manifesto e lieto segnale che gli Dii ti mostrano non mi inganna. –
– E come può egli essere? – rispusi io -; ora bastarammi tanto il vivere che io la riveggia? –
– Certo sì – disse egli e degli augurii e de le promesse degli Dii non si deve alcuno sconfortare giamai, però che certissime et infallibili tutte sono. Adunque confòrtati e prendi speranza di futura letizia, che certo io spero che ‘l tuo sperare non fia vano. Non vedi tu il nostro Ursacchio tutto festivo da man destra venirne con la ritrovata giovenca, rallegrando le propinque selve col suono de la suave sampogna? Per la qual cosa, se luogo alcuno hanno in te i preghi miei, io ti prego, e quanto posso ti ricordo, che di te stesso pietà ti stringa, et a le amare lacrime ponghi fine; però che, come è il proverbio, né di lacrime Amore, né di rivi i prati, né capre di fronde, né api di novelli fiori si videro sazie giamai. E per porgerti ne le afflizzioni migliore speranza, ti fo certo che io, il quale se ora non del tutto lieto, almeno in parte scarico de le amaritudini dir mi posso, fui in simile e forse, dal voluntario esilio in fuori, il quale ora sì fieramente ti preme, in più doloroso caso che tu non sei né fosti giamai; con ciò sia cosa che tu mai non ti mettesti in periglio di perdere quello che forse con fatica ti pareva avere racquistato, come feci io, che in un punto ogni mio bene, ogni mia speranza, ogni mia felicità commisi in mano de la cieca Fortuna, e quelli subitamente perdei. Né dubito punto, che sì come allora gli perdei, così gli avrei ancora in eterno perduti, se desperato mi fusse de l’abondevole grazia degli Dii, come tu facesti.
Era io adunque, benché sia ancora, e sarò mentre lo spirto regerà queste membra, insino da la mia fanciullezza acceso ardentissimamente de l’amor d’una, che al mio giudicio con le sue bellezze non che l’altre pastorelle d’Arcadia, ma di gran lunga avanza le sante Dee; la quale però che dai teneri anni a’ servigii di Diana disposta, et io similmente nei boschi nato e nudrito era, volentieri con meco et io con lei per le selve inseme ne demesticammo, e, secondo che volsero gli Dii, tanto ne trovammo nei costumi conformi, che uno amore et una tenerezza sì grande ne nacque fra noi, che mai né l’uno né l’altro conosceva piacere né diletto, se non tanto quanto inseme eravamo. Noi parimente nei boschi di opportuni instrumenti armati a la dilettosa caccia andavamo; né mai da li cercati luoghi carichi di preda tornavamo, che prima che quella tra noi divisa fusse, gli altari de la santa Dea non avessemo con debiti onori visitati et accumulati di larghi doni, offerendogli ora la fiera testa del setoso cinghiale, et ora le arboree corna del vivace cervo sovra gli alti pini appiccandoli.
Ma come che di ogni caccia prendessemo sommamente piacere, quella de li semplici et innocenti ucelli oltra a tutte ne dilettava, però che con più sollaccio e con assai meno fatica che nessuna de le altre si potea continuare. Noi alcuna volta in sul fare del giorno, quando, appena sparite le stelle, per lo vicino sole vedevamo lo oriente tra vermigli nuvoletti rosseggiare, n’andavamo in qualche valle lontana dal conversare de le genti, e quivi fra duo altissimi e dritti alberi tendevamo la ampia rete, la quale sottilissima tanto che appena tra le frondi scernere si potea, «Aragne» per nome chiamavamo. E questa ben maestrevolmente, come si bisogna, ordinata, ne moveamo da remote parti del bosco, facendo con le mani tumori spaventevoli, e con bastoni e con pietre di passo in passo battendo le macchie, verso quella parte ove la rete stava, i tordi, le merule e gli altri ucelli sgridavamo. Li quali dinanzi a noi paurosi fuggendo, disavedutamente davano il petto ne li tesi inganni, et in quelli inviluppati, quasi in più sacculi diversamente pendevano. Ma al fine veggendo la preda essere bastevole, allentavamo appoco appoco i capi de le maestre funi, quelli calando, Ove quali trovati piangere, quali semivivi giacere, in tanta copia ne abondavano, che molte volte fastiditi di ucciderli, e non avendo luogo ove tanti ne porre, confusamente con le mal piegate reti ne li portavamo insino agli usati alberghi.
Altra fiata, quando nel fruttifero autunno le folte caterve di storni volando in drappello raccolte si mostrano a’ riguardanti quasi una rotonda palla nell’aria, ne ingegnavamo di avere duo o tre di quelli, la qual cosa di leggiero si potea trovare, ai piedi dei quali un capo di spaghetto sottilissimo, unto di indissolubile visco legavamo, lungo tanto quanto ciascuno il suo potea portare; e quindi, come la volante schiera verso noi si approssimava, così li lasciavamo in loro libertà andare. Li quali subitamente a’ compagni fuggendo, e fra quelli, sì come è lor natura, mescolandosi, conveniva che a forza con lo inviscato canape una gran parte de la ristretta moltitudine ne tirasseno seco. Per la qual cosa i miseri sentendosi a basso tirare, et ignorando la cagione che il volare li impediva, gridavano fortissimamente, empiendo l’aria di dolorose voci. E di passo in passo per le late campagne ne li vedeamo dinanzi ai piedi cadere; onde rara era quella volta che con li sacchi colmi di caccia non ne tornassemo a le nostre case.
Ricordami avere ancora non poche volte riso de’ casi de la male augurata cornice; et udite come. Ogni fiata che tra le mani, sì come spesso addiviene, alcuna di quelle ne capitava, noi subitamente n’andavamo in qualche aperta pianura, e quivi per le estreme punte de le ali la legavamo resupina in terra, né più né meno come se i corsi de le stelle avesse avuto a contemplare. La quale non prima si sentiva così legata, che con stridenti voci gridava e palpitava sì forte, che tutte le convicine cornici faceva intorno a sé ragunare. De le quali alcuna forse più de’ mali de la compagna pietosa che de’ suoi avveduta, si lasciava a le volte di botto in quella parte calare per agiutarla, e spesso per ben fare ricevea mal guiderdone. Con ciò sia cosa che non sì tosto vi era giunta, che da quella che ‘l soccorso aspettava, sì come da desiderosa di scampare, sùbito con le uncinute unghie abbracciata e ristretta non fosse; per maniera che forse volentieri avrebbe voluto, se possuto avesse, svilupparsi da’ suoi artigli. Ma ciò era niente; però che quella la si stringeva e riteneva sì forte, che non la lasciava punto da sé partire. Onde avresti in quel punto veduto nascere una nova pugna; questa cercando di fuggire, quella di agiutarsi; l’una e l’altra egualmente più de la propria che de l’altrui salute sollicita procacciarsi il suo scampo. Per la qual cosa noi che in occolta parte dimoravamo, dopo lunga festa sovra di ciò presa, vi andavamo a spicciarle, e racquetato alquanto il rumore, ne riponevamo a l’usato luogo, da capo attendendo che alcuna altra venisse con simile atto a radoppiarne lo avuto piacere.
Or che vi dirò io de la cauta grue? Certo non gli valeva, tenendo in pugno la pietra, farsi le notturne escubie; però che dai nostri assalti non vivea ancora di mezzo giorno secura. Et al bianco cigno che giovava abitare ne le umide acque per guardarsi dal foco, temendo del caso di Fetonte, se in mezzo di quelle non si potea egli da le nostre insidie guardare? E tu misera e cattivella perdice, a che schifavi gli alti tetti pensando al fiero avvenimento de la antica caduta, se ne la piana terra, quando più secura stare ti credevi, ne li nostri lacciuoli incappavi? Chi crederebbe possibile che la sagace oca, sollicita palesatrice de le notturne frode, non sapeva a se medesma le nostre insidie palesare? Similmente de’ fagiani, de le turture, de le colombe, de le fluviali anitre, e degli altri ucelli vi dico. Niuno ne fu mai di tanta astuzia da la natura dotato, il quale da’ nostri ingegni guardandosi, si potesse lunga libertà promettere.
Et acciò che io ogni particella non vada racontando, dico adunque, che venendo, come udito avete, di tempo in tempo più crescendo la età, la lunga e continua usanza si convertì in tanto e sì fiero amore, che mai pace non sentiva, se non quanto di costei pensava. E non avendo, sì come tu poco inanzi dicesti, ardire di discoprirmegli in cosa alcuna, era divenuto in vista tale, che non che gli altri pastori ne parlavano, ma lei che, di ciò nulla sapendo, di bon zelo affettuosissimamente mi amava, con dolore e pietà inestimabile ne stava maravigliata. E non una volta ma mille con instanzia grandissima pregandomi che ‘l chiuso core gli palesasse, e ‘l nome di colei che di ciò mi era cagione gli facesse chiaro, io che del non potermi scoprire intolerabile noia portava ne l’animo, quasi con le lacrime in su gli occhi gli rispondea: a la mia lingua non essere licito di nominare colei, cui io per mia celeste deità adorava, ma che dipinta la sua bellissima e divina imagine, quando commodo stato mi fusse, gli avrei dimostrata.
Et avendola con cotali parole molti e molti giorni tenuta, avvenne una volta che dopo molto ucellare, essendo io e lei soletti, e dagli altri pastori rimoti, in una valle ombrosa, tra il canto di forse cento varietà di belli ucelli, i quali di loro accenti facevano tutto quel luogo risonare, quelle medesme note le selve iterando che essi esprimevano, ne ponemmo ambiduo a sedere a la margine d’un fresco e limpidissimo fonte che in quella sorgea. Il quale né da ucello né da fiera turbato, sì bella la sua chiarezza nel selvatico luogo conservava, che non altrimente che se di purissimo cristallo stato fusse, i secreti del translucido fondo manifestava. E dintorno a quello non si vedea di pastori né di capre pedata alcuna, perciò che armenti giamai non vi si soleano per riverenza de le Ninfe accostare. Né vi era quel giorno ramo né fronda veruna caduta da’ sovrastanti alberi, ma quietissimo senza mormorio o rivoluzione di bruttezza alcuna discorrendo per lo erboso paese, andava sì pianamente, che appena avresti creduto che si movesse. Ove poi che alquanto avemmo refrigerato il caldo, lei con novi preghi mi ricominciò da capo a stringere e scongiurare per lo amore che io gli portava, che la promessa effigie gli mostrasse, aggiungendo a questo col testimonio degli Dii mille giuramenti, che mai ad alcuno, se non quando a me piacesse, nol ridirebbe. A la quale io da abondantissime lacrime sovragiunto, non già con la solita voce, ma tremante e sommessa, rispusi che ne la bella fontana la vedrebbe. La quale, sì come quella che desiderava molto di vederla, semplicemente senza più avante pensare, bassando gli occhi ne le quiete acque, vide se stessa in quelle dipinta. Per la qual cosa, se io mal non mi ricordo, ella si smarrì sùbito, e scolorisse nel viso per maniera, che quasi a cader tramortita fu vicina; e senza cosa alcuna dire o fare, con turbato viso da me si partì.
Ora quale mi dovesse io in quel punto rimanere, vedendomi da quella con ira e con cruccio lasciare, la quale poco avanti blanda, amicissima e di mie piaghe pietosa, quasi per compassione piangere veduta avea, ciascuno, senza che io il raconti, sel può considerare. Io per me non so se morto in quel punto o vivo mi fusse, né chi a casa me ne portasse; ma tanto vi dico, che quattro soli et altre tante l’une il mio corpo né da cibo né da sonno fu riconfortato; e le mie vacche digiune non uscirono da la chiusa mandra, né gustarono mai sapore di erba né liquore di fiume alcuno; onde i miseri vitelli sugando le secche poppe de le affamate madri, e non trovandovi lo usato latte, dolorosi appo quelle reimpivano le circonstanti selve di lamentevoli muggiti. De la qual cosa io poco curandomi, gittato ne la piana terra, ad altro non intendeva che a piangere, tal che nessuno che veduto mi avesse nei tempi de la mia tranquillità, mi avrebbe per Carino riconosciuto. Venivano i bifolci, venivano i pastori di pecore e di capre, inseme con li paesani de le vicine ville, credendo me essere uscito dal senno, come già era, e tutti con pietà grandissima dimandavano qual fusse la cagione del mio dolore. Ai quali io niuna risposta facea; ma al mio lacrimare intendendo, così con lamentosa voce dicea: «Voi, Arcadi, cantarete nei vostri monti la mia morte; Arcadi, soli di cantare esperti, voi la mia morte nei vostri monti cantarete. Oh quanto allora le mie ossa quietamente riposeranno, se la vostra sampogna a coloro che dopo me nasceranno dirà gli amori e i casi miei!».
Finalmente a la quinta notte desideroso oltra modo di morire, uscendo fuora de lo sconsolato albergo, non andai a la odiosa fontana, cagione infelicissima de’ miei mali; ma errando per boschi senza sentiero e per monti asprissimi et ardui, ove i piedi e la fortuna mi menavano, a gran fatica mi ricondussi in una ripa altissima pendente sovra al mare, onde i pescatori sogliono da lungi scoprire i notanti pesci. E quivi, prima che ‘l sole uscisse, appiè di una bella quercia, ove altra volta mi ricordai essermi nel seno di lei riposato, mi pusi a sedere, né più né meno come se questa stata fusse medicina del mio furore; e dopo molto sospirare, a guisa che suole il candido cigno presago de la sua morte cantare gli esequiali versi, così dirottamente piangendo incominciai:
«O crudelissima e fiera più che le truculente orse, più dura che le annose querce, et a’ miei preghi più sorda che gli insani mormorii de l’infiato mare! Ecco che vinci già, ecco che io moio; contèntati, che più non avrai di vedermi fastidio. Ma certo io spero che ‘l tuo core, il quale la mia lieta fortuna non ha potuto movere, la misera il piegherà; e tardi divenuta pietosa, sarai constretta a forza di biasmare la tua durezza, desiderando almeno morto di veder colui, a cui vivo non hai voluto di una sola parola piacere. Oimè, e come può essere che ‘l lungo amore, il quale un tempo son certo mi portasti, sia ora io tutto da te fuggito? Deh non ti tornano a mente i dolci giochi de la nostra puerizia, quando inseme andavamo per le selve cogliendo le rubiconde fragole, e dagli alti faggi le saporose ghiande, e le tenere castagne da le pungenti scorze? Sèiti dimenticata tu de’ primi gigli e de le prime rose, le quali io sempre da le cercate campagne ti portava? tal che appena le api aveano gustato ancora i fiori, quando tu per me andavi ornata di mille corone. Lasso, quante fiate allora mi giurasti per gli alti Dii, che quando senza me dimoravi, i fiori non ti olivano, e i fonti non ti rendevano il solito sapore! Ahi dolorosa la vita mia! E che parlo io? e chi mi ascolta, altro che la risonante Eco? La quale credente a’ miei mali, sì come quella che altra volta provati gli ha, mi risponde pietosa, murmurando al suono degli accenti miei; ma non so pure ove nascosa si stia, che non viene ella ora ad accompagnarsi meco! O Idii del cielo e de la terra, e qualunque altri avete cura de’ miseri amanti, porgete, vi prego, pietose orecchie al mio lamentare, e le dolenti voci che la tormentata anima manda fuori, ascoltate. O Naiadi, abitatrici de’ correnti fiumi; o Napee, graziosissima turba de’ riposti luoghi e de’ liquidi fonti, alzate alquanto le bionde teste da le chiare onde, e prendete le ultime strida anzi che io moia. E voi, o bellissime Oreadi, le quali ignude solete per le alte ripe cacciando andare, lasciate ora il dominio degli alti monti e venite al misero; ché son certo vi porgerà pietà quello che a la mia cruda donna porge diletto. Uscite da’ vostri alberi, o pietose Amadriadi, sollicite conservatrici di quelli, e parate un poco mente al fiero supplicio che le mie mani testé mi apparecchiano. E voi, o Driadi, formosissime donzelle de le alte selve, le quali non una volta ma mille hanno i nostri pastori a prima sera vedute in cerchio danzare all’ombra de le fredde noci, con li capelli biondissimi e lunghi pendenti dietro le bianche spalle, fate, vi prego, se non séte inseme con la mia poco stabile fortuna mutate, che la mia morte fra queste ombre non si taccia, ma sempre si estenda più di giorno in giorno ne li futuri secoli, acciò che quel tempo il quale da la vita si manca, a la fama si supplisca. O lupi, o orsi, e qualunque animali per le orrende spel’unche vi nascondete, rimanetevi; addio! Ecco che più non vedrete quel vostro bifolco, che per li monti e per li boschi solea cantare. Addio, rive; addio, piagge verdissime e fiumi! Vivete senza me lungo tempo; e mentre murmurando per le petrose valli correrete ne l’alto mare, abbiate sempre ne la memoria il vostro Carino. Il quale qui le sue vacche pasceva; il quale qui i suoi tori coronava; il quale qui con la sampogna gli armenti, mentre beveano, solea dilettare.
E queste parole dicendo, mi era alzato già per gittarmi da la alta ripa, quando subitamente dal destro lato mi vidi duo bianchi colombi venire, e con lieto volo appoggiarsi a la fronzuta quercia che di sovra mi stava, porgendosi in breve spazio con affettuosi mormorii mille basci dolcissimi. Dai quali io, sì come da prospero augurio, prendendo speranza di futuro bene, cominciai con più saldo consiglio a colpare me stesso del folle proponimento che seguire voluto avea, cioè di cacciare con cruda morte reparabile amore. Né guari in questo pensiero stato era, che io mi sentii, e non so come, sovragiunto da quella che di tutto ciò mi era cagione; la quale, sì come tenera de la mia salute, appieno ogni cosa da accolto luogo veduto et udito avea. E non altrimente che farebbe pietosa madre nei casi del suo unico figliuolo, amorosamente piangendo e con dolci parole et accoglienze onestissime riconfortandomi, seppe sì ben fare, che da disperazione e da morte ne la vita e ne lo stato che voi mi vedete mi ricondusse.
Dunque che diremo noi de la ammirabile potenzia degli Dii, se non che allora in più tranquillo porto ne guidano, che con più turbata tempesta mostrano di minacciarne? Per la qual cosa, Sincero mio, se a’ racontati casi porgi credenza alcuna, e sei uomo come io credo, ti devresti omai riconfortare come gli altri fanno, e sperare ne le avversità fermamente di potere ancora con la aita degli Dii venire in più lieto stato; ché certo non può essere che fra tanti nuvoli alcuna volta non paia il sole. E, come tu dei sapere, le cose desiate quanto con più affanno si acquistano, tanto con più diletto, quando si possedono, sogliono esser care tenute. –
E così detto, perché tardi gli si faceva, dopo il lungo parlare, postasi la sua vacca dinanzi, e dicendo «Addio», da noi si partì. Né pria si fu costui accomiatato da noi, che vedemmo ad un punto tutti inseme da lungi tra quercia e quercia, sovra un picciolo asinello venire un uomo sì rabbuffato e nei gesti doloroso, che di sé ne fe’ forte maravigliare. Il quale poi che da noi scostandosi, per un sentiero che a la città conducea si fu indrizzato, senza dubbio alcuno conoscemmo essere lo inamorato Clonico, pastore oltra gli altri dottissimo e ne la musica esperto. Per la qual cosa Eugenio, che suo amicissimo era, sì come colui che tutte le sue amorose passioni sapea, fattoglisi incontro a la via, così, udendo ciascuno, gli incominciò a dire:

EUGENIO, CLONICO

EUGENIO Ove sì sol con fronte esangue e palida
su l’asinello or vaine, e malinconico,
con chiome irsute e con la barba squalida?
Qualunque uom ti vedesse andar sì erronico,
di duol sì carco, in tanta amaritudine,
certo direbbe: – Questi non par Clonico. –
Forse che per fuggir la solitudine
or cerchi le cittadi, ove Amor gemina
suo’ strai temprati ne la calda incudine?
Nell’onde solca e nell’arene semina,
e ‘l vago vento spera in rete accogliere
chi sue speranze funda in cor di femina.
CLONICO Eugenio, s’io potrò mai l’alma sciogliere
o rallentar dal laccio iniquo et orido,
tal ch’io possa dal giogo il collo estogliere,
selva alcuna non fia né campo florido
senza il mio canto, tal che e Fauni e Driadi
diran che viva ancor Dameta e Corido.
Le Naiadi, Napee et Amadriadi,
e i Satiri e i Silvani desterannosi
per me dal lungo sonno, e le Tespiadi:
e poi per mano in giro prenderannosi,
discinti e scalzi, sovra l’erbe tenere;
e mille canzonette ivi uderannosi.
E ‘l fier fanciullo e la spietata Venere,
vinti di doglia, si daranno il biasimo,
e non potran goder de la mia cenere.
Lasso, che ‘n ciò pensando ognora spasimo:
sarà mai di ch’io possa dir fra’ liberi:
«Mercé del ciel, dal gran periglio evasimo»?
EUGENIO Di state secchi pria mirti e giuniberi,
e i fior vedrò di verno al ghiaccio sorgere,
che tu mai impetri quel che in van deliberi.
Se Amore è cieco, non può il vero scorgere:
chi prende il cieco in guida, mal consigliasi;
s’è ignudo, uom che non ha, come può porgere?
Questa vita mortale al dì somigliasi,
il qual, poi che si vede giunto al termine,
pien di scorno all’occaso rinvermigliasi.
Così, quando vecchiezza avvien che termine
i mal spesi anni che sì ratti volano
vergogna e duol convien c’al cor si germine.
A che le menti cieche si consolano,
s’e’ nostri affanni un fumo al fin diventano,
e l’ore ladre i nostri beni involano?
Dunque è ben tempo omai che si risentano
i spirti tuoi sepolti anzi l’esequie
nel fango; onde convien c’al fin si pentano.
E se a te stesso non dai qualche requie,
che spene aràn gli strani? E se ‘l cor misero
non può gioir, ragion è ben che arrequie.
Quante fiate del tuo error sorrisero
i monti e i fiumi! e se ‘l tuo duol compunseli,
quei corser per pietà, questi s’affisero.
CLONICO O felici color che amor congiunseli
in vita e ‘n morte, in un voler non vano,
né invidia o gelosia giamai disgiunseli!
Sovra un grand’olmo iersera e solitario
due turturelle vidi il nido farnosi:
et a me solo è il ciel tanto contrario.
Quando io le vidi, oimè, sì amiche starnosi,
se respirai non so, ma il duol sì avinsemi,
c’appena in terra i piè potean fermarnosi.
Dirollo o taccio? In tanto il duol sospinsenli,
ch’io fui per appiccarmi sovra un piatano,
et Ifi inanzi agli occhi Amor dipinsemi.
EUGENIO A quanti error gli amanti orbi non guatano!
Col desio del morir la vita sprezzano;
tanto a ciascun le sue sciocchezze aggratano.
E pria mutan il pel, poi che s’avezzano,
che muten voglia; tal che un dolce ridere
et un bel guardo più c’un gregge apprezzano.
Talor per ira o sdegno volno incidere
lo stame che le Parche al fuso avolgono,
e con amor da sé l’alma dividere.
Braman tornare adietro, e non si volgono;
né per foco arden, né per gelo agghiacciano,
ma senza alcun dolor sempre si dolgono.
Cercan fuggire Amore, e pur lo abbracciano;
se questa è vita o morte, io non comprendola,
ché chiaman libertade, e più s’allacciano.
CLONICO Pur mi si para la spietata Amendola
dinanzi agli occhi, e par c’al vento movasi
la trista Filli esanimata e pendola.
Se spirto al mondo di pietà ritrovasi,
per dio, quest’alma liberar consentami,
ché miglior vita del morir non provasi.
O terra, tu che puoi, terra, contentami:
tranghiotti il tristo corpo in le tue viscere,
sì che uom mai non ne trove orma, né sentami.
O fólgori che fate il ciel tremiscere,
venite a quel che ad alta voce chiàmavi,
e vòl, se può, di disamare addiscere.
Correte, o fiere, a quel che tanto bràmavi
e voi, pastor, piangete il tristo esìcio
di quel che con sua morte tutti infàmavi.
Voi userete in me il pietoso officio,
e fra’ cipressi mi farete un tumolo,
che sia nel mondo di mia morte indicio.
Allor le rime, c’a mal grado accumolo,
farete meco in cenere risolvere,
ornando di ghirlande il mesto cumolo.
Allor vi degnarete i passi volvere,
cantando, al mio sepolcro; allor direteme:
– Per troppo amar altrui, sei ombra e polvere. –
E forse alcuna volta mostrareteme
a quella cruda c’or m’incende e struggemi,
e ‘ndarno al sordo sasso chiamareteme.
EUGENIO Un orso in mezzo l’alma, un leon ruggemi,
Clonico mio, sentendo il tuo ramarico,
che quasi d’ogni vena il sangue suggemi.
E s’io le leggi al tuo signor prevarico,
prendi il consiglio del tuo fido Eugenio,
ché vivrai lieto e di tal peso scarico.
Ama il giocondo Apollo e ‘l sacro Genio,
et odia quel crudel che sì ti strazia,
ch’è danno in gioventù, vergogna al senio.
Allora il nostro Pan colmo di grazia
con l’alma Pale aumenterà ‘l tuo numero,
tal che la mente tua ne fia ben sazia.
E non ti sdegnerai portar su l’umero
la cara zappa, e pianterai la neputa,
l’asparago, l’aneto e ‘l bel cucumero.
E ‘l tempo sol in ciò disponi e deputa;
ché non s’acquista libertà per piangere,
e tanto è miser l’uom, quant’ei si reputa.
E poi cominciarai col rastro a frangere
la dura terra, e sterperai la lappola,
che le crescenti biade suol tant’angere.
Io con la rete ucello e con la trappola,
per non marcir ne l’ocio, e tendo insidie
a la mal nata volpe, e spesso incappola.
Così si scaccia amor; così le invidie
de’ pastor neghittosi si postergano;
così si spregia il mondo e sue perfidie.
Così convien c’al tutto si dispergano
l’amorose speranze ardite et avide,
che ne le menti semplicette albergano.
Or pensa alquanto a le tue capre gravide,
che per tema de’ lupi che le assaltano
fuggon da’ cani, più che cervi pavide.
Vedi le valli e i campi che si smaltano
di color mille; e con la piva e ‘l crotalo
intorno ai fonti i pastor lieti saltano.
Vedi il monton di Frisso, e segna e notalo,
Clonico dolce, e non ti vinca il tedio;
ché ‘n pochi dì convien che ‘l sol percotalo,
Caccia i pensier che t’han già posto assedio,
e che ti fan dì e notte andar fantastico;
ché al mondo mal non è senza rimedio.
E pria ch’io parlo, le parole mastico.

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