Jacopo Sannazaro

Arcadia

CAPITOLO IX

Non si sentivano più per li boschi le cicale cantare, ma solamente in vece di quelle i notturni grilli succedendo si facevano udire per le fosche campagne; e già ogni ucello si era per le sovravegnenti tenebre raccolto nel suo albergo, fòra che i vespertelli, i quali allora destati uscivano da le usate caverne, rallegrandosi di volare per la amica oscurità de la notte; quando ad un tempo il cantare di Eugenio ebbe il suo fine, e i nostri greggi discesi da le alte montagne si ragunarono al luogo ove la sampogna sonava. Per che con le stelle in cielo tutti inseme partendone da la via ove cantato si era, e menando Clonico con esso noi, ne riducemmo in un valloncello assai vicino; ove allora che estate era, le vacche de’ paesani bifolci le più de le notti albergavano, ma al tempo de le guazzose piogge tutte le acque che da’ vicini monti discendono, vi si sogliono ragunare. Il quale d’ogn’intorno circondato naturalmente di querciole, cerretti, suberi, lentischi, saligastri, e di altre maniere di selvatichi arboscelli, era s’ da ogni parte richiuso, che da nessuno altro luogo che dal proprio varco vi si potea passare; tal che per le folte ombre de’ fronzuti rami, non che allora che notte era, ma appena quando il sole fusse stato più alto, se ne sarebbe potuto vedere il cielo. Ove alquanto discosto da le vacche, in un lato de la picciola valle le nostre pecore e le capre restringemmo come sapemmo divisare il meglio. E perché gli usati focili per caso portati non aveamo, Ergasto, il quale era più che gli altri esperto, ebbe subitamente ricorso a quello che la commodità gli offeriva; e preso un legno di edera et un di alloro, e quelli inseme per bono spazio fregando, cacciò del foco; dal quale poi che ebbe per diversi luoghi accese di molte fiaccole, chi si diede a mungere, chi a racconciare la guasta sampogna, chi a saldare la non stagna fiasca, e chi a fare un mistiero e chi un altro, insino che la desiata cena si apparecchiasse. La quale poi che con assai diletto di tutti fu compita, ciascuno, perché molta parte de la notte passata era, si andò a dormire.
Ma venuto il chiaro giorno, e i raggi del sole apparendo ne le sommità di alti monti, non essendo ancora le lucide gotte de la fresca brina riseccate ne le tenere erbe, cacciammo dal chiuso vallone li nostri greggi e gli armenti a pascere ne le verdi campagne. E drizzatine per un fuor di strada al camino del monte Menalo, che non guari lontano ne stava, con proponimento di visitare il riverendo tempio di Pan, presentissimo Idio del selvatico paese, il misero Clonico si volse accomiatare da noi. Il quale dimandato qual fusse la cagione che s’ presto a partirsi il constringesse, rispose che per fornire quello che la precedente sera gli era stato da noi impedito, andar voleva; cioè per trovare a’ suoi mali rimedio con opra di una famosa vecchia, sagacissima maestra di magichi artificii. A la quale, secondo che egli per fama avea molte volte udito dire, Diana in sogno dimostrò tutte le erbe de la magica Circe e di Medea; e con la forza di quelle soleva ne le più oscure notti andare per l’aria volando coverta di bianche piume, in forma di notturna strega; e con suoi incantamenti inviluppare il cielo di oscuri nuvoli, et a sua posta ritornarlo ne la pristina chiarezza; e fermando i fiumi, rivoltare le correnti acque ai fonti loro. Dotta sovra ogni altra di attraere dal cielo le offuscate stelle tutte stillanti di vivo sangue, e di imporre con sue parole legge al corso de la incantata l’una, e di convocare di mezzo giorno nel mondo la notte e li notturni Idii da la infernale confusione; e con lungo mormorio rompendo la dura terra, richiamare le anime degli antichi avoli da li deserti sepolcri; senza che, togliendo il veleno de le inamorate cavalle, il sangue de la vipera, il cerebro dei rabbiosi orsi e i peli de la estrema coda del lupo, con altre radici di erbe e sughi potentissimi, sapeva fare molte altre cose maravigliosissime et incredibili a racontare.
A cui il nostro Opico disse:
– Ben credo, figliuol mio, che gli Dii de’ quali tu sei divoto, ti abbiano oggi qui guidato per farti a’ tuoi affanni trovar rimedio, e tale rimedio, ch’io spero che, se a mie parole presterai fede, ne sarai lieto mentre vivrai. Et a cui ne potresti gir tu, che più conforto porgere ti potesse, che al nostro Enareto? Il quale sopra gli altri pastori dottissimo, abandonati i suoi armenti, dimora nei sacrificii di Pan nostro Idio; a cui la maggior parte de le cose e divine et umane è manifesta, la terra, il cielo, il mare, lo infatigabile sole, la crescente l’una, tutte le stelle di che il cielo si adorna, Pliadi, Iadi, e ‘l veleno del fiero Orione, l’Orsa maggiore e minore; e cos’ per conseguente i tempi de l’arare, del metere, di piantare le viti e gli ulivi, di inestare gli alberi, vestendoli di adottive frondi; similmente di governare le mellifere api, e ristorarle nel mondo, se estinte fusseno, col putrefatto sangue degli affogati vitelli.
Oltra di ciò, quel che più maraviglioso è a dire et a credersi, dormendo egli in mezzo de le sue vacche ne la oscura notte, duo dragoni gli leccarono le orecchie; onde egli subitamente per paura destatosi, intese presso all’alba chiaramente tutti i lenguaggi degli ucelli. E fra gli altri udette un luscignuolo, che cantando o più tosto piangendo sovra i rami d’un folto corbezzolo, si lamentava del suo amore, dimandando a le circonstanti selve aita. A cui un passero all’incontro rispondea, in Leucadia essere una alta ripa, che chi da quella nel mare saltasse, sarebbe senza lesione fuor di pena. Al quale soggiunse una lodola, dicendo in una terra di Grecia, de la quale io ora non so il nome, essere il fonte di Cupidine, del quale chiunque beve, depone subitamente ogni suo amore. A cui il dolce uscignuolo suavemente piangendo e lamentandosi rispondeva ne le acque non essere virtù alcuna. In questo veniva una nera merla, un frisone et un lucarino; e riprendendolo de la sua sciocchezza, che nei sacri fonti non credeva celesti potenzie fusseno infuse, cominciarono a racontarli le virtù di tutti i fiumi, fonti e stagni del mondo; dei quali lui appieno tutti i nomi, e le nature, e i paesi dove nascono e dove correno mi seppe dire, che non ve ne lasciò un solo, s’ bene gli teneva ne la memoria riposti.
Significommi ancora per nome alcuni ucelli, del sangue dei quali mescolato e confuso inseme, si genera un serpe mirabilissimo, la cui natura è tale, che qualunque uomo di mangiarlo si arrisca, non è s’ strano parlare di ucelli, che egli appieno non lo intenda. Similmente mi disse non so che animale, del sangue del quale chi bevesse un poco, e trovassesi in sul fare del giorno sovra alcun monte, ove molte erbe fusseno, potrebbe pianamente intendere quelle parlare e manifestare le sue nature, quando tutte piene di rogiada aprendosi ai primi raggi del sorgente sole ringraziano il cielo de le infuse grazie che in sé possedono; le quali veramente son tante e tali, che beati i pastori che quelle sapessono. E se la memoria non mi inganna, mi disse ancora, che in un paese molto strano e lontano di qui, ove nascon le genti tutte nere come matura oliva, e còrrevi s’ basso il sole, che si potrebbe di leggiero, se non cocesse, con la mano toccare, si trova una erba, che in qualunque fiume o lago gittata fusse, il farebbe subitamente seccare, e quante chiusure toccasse, tutte senza resistenza aperire; et altra, la quale chi seco portasse, in qualunque parte del mondo pervenisse, abondarebbe di tutte le cose, né sentirebbe fame, sete, né penuria alcuna. Né celò egli a me, né io ancora celarò a voi, la strana potenzia de la spinosa eringe, notissima erba nei nostri liti; la radice de la quale ripresenta a le volte similitudine del sesso virile o femineo, benché di raro si trova; ma se per sòrte ad alcuno quella del suo sesso pervenisse ne le mani, sarebbe senza dubbio in amore fortunatissimo. Appresso a questa soggiunse la religiosa verbena, gratissimo sacrificio agli antichi altari; del sugo de la quale qualunque si ungesse, impetrarebbe da ciascuno quanto di dimandare gli aggradasse, pur che al tempo di coglierla fusse accorto. Ma che vo io affatigandomi in dirvi queste cose? Già il luogo ove egli dimora ne è vicino; e saràvi concesso udirlo da lui appieno racontare. –
– Deh non – disse Clonico -, io e tutti costoro desiamo più tosto cos’ caminando, per alleggerirne la fatica, udirlo da te; acciò che poi, quando ne fia licito vedere questo tuo santo pastore, più in reverenza lo abbiamo, e quasi a terreno Idio gli rendiamo i debiti onori ne le nostre selve. –
Allora il vecchio Opico, tornando al lasciato ordine, disse, sé avere ancora udito dal medesmo Enareto alcuni incanti da resistere a le marine tempestati, ai tuoni, a le nevi, a le piogge, le grandini et a li furiosi impeti de li discordevoli v’ènti. Oltra di ciò disse averli veduto tranghiottire un caldo core e palpitante di una cieca talpa, ponendosi sovra la lingua uno occhio di indiana testudine ne la quintadecima l’una, e tutte le future cose indovinare. Appresso seguitò averli ancora veduta una pietra di cristallina specie, trovata nel picciolo ventre d’un bianco gallo, la quale chi seco ne le forti palestre portasse, sarebbe indubitatamente contra ogni avversario vincitore. Poi racontò averneli veduta un’altra simile ad umana lingua, ma maggiore, la quale non come l’altre nasce in terra, ma ne la mancante l’una cade dal cielo, et è non poco utile a li venerei lenocinii; altra contra al freddo; altra contra le perverse effascinazioni di invidiosi occhi. Né tacque quella la quale inseme legata con una certa erba e con alquante altre parole, chiunque indosso la portasse, potrebbe a sua posta andare invisibile per ogni parte, e fare quanto gli piacesse, senza paura di essere impedito da alcuno. E questo detto, seguitò d’un dente tolto di bocca a la destra parte di un certo animale chiamato, se io mai non mi ricordo, iena; il quale dente è di tanto vigore, che qualunque cacciatore sel legasse al braccio, non tirarebbe mai colpo in vano. E non partendosi da questo animale, disse che chi sotto al piede ne portasse la lingua, non sarebbe mai abbaiato da’ cani; chi i peli del muso con la pelle de le oscene parti nel sinestro braccio legata portasse, a qualunque pastorella gli occhi volgesse, si farebbe sùbito a mal grado di lei seguitare. E lasciando questo, dimostrò che chi sovra la sinestra mammella di alcuna donna ponesse un core di notturno gufo, li farebbe tutti i secreti in sogno parlando manifestare.
Cos’ di una cosa in un’altra saltando, prima appiè de l’alto monte giungemmo, che di averne dopo le spalle lasciato il piano ne fussemo avveduti. Ove poi che arrivati fummo, cessando Opico dal suo ragionare, s’ come la Fortuna volse, trovammo il santo vecchio che appiè di uno albero si riposava. Il quale come da presso ne vide, subitamente levatosi per salutarne, all’incontro ne venne; degno veramente di molta riverenza ne la rugosa fronte, con la barba e i capelli lunghi e bianchissimi più che la lana de le tarentine pecore; e ne l’una de le mani avea di genebro un bastone bellissimo quanto alcuno mai ne vedesse a pastore, con la punta ritorta un poco, da la quale usciva un lupo che ne portava uno agnello, fatto di tanto artificio, che gli avresti i cani irritati appresso. Il quale ad Opico prima, dopo a tutti noi fatte onorevoli accoglienze, ne invitò all’ombra a sedere. Ove aperto un sacchetto che egli di pelle di cavriuolo portava maculosa e sparsa di bianco, ne trasse con altre cose una fiasca delicatissima di tamarisco, e volle che in onore del commune Idio bevessemo tutti. E dopo breve disnare, ad Opico voltatosi, il dimandò di quello che a fare cos’ di schiera andassemo. Il quale, prendendo lo inamorato Clonico per mano, cos’ rispose:
– La tua virtù, sovra le altre singularissima, e la estrema necessità di questo misero pastore ne constrinse a venire in queste selve, Enareto mio; il quale oltra al dovuto ordine amando, e non sapendo a se medesmo soprastare, si consuma s’ forte come al foco la molle cera. Per la qual cosa non cerchiamo noi a tal bisogno i responsi del tuo e nostro Idio, i quali egli più che altro oracolo verissimi rende ne la pura notte a’ pastori in questi monti; ma solamente dimandamo la tua aita, che in un punto ad amore togliendolo, a le desiderose selve et a tutti noi il ritorni; col quale confessaremo, tutte le giocondità perdute esserne per te inseme restituite. Et acciò che chi egli è occolto non ti sia, mille pecore di bianca lana pasce per queste montagne, né di state né di verno mai li manca novo latte. Del suo cantare non dico altro, però che quando da amore liberato lo avrai, il potrai a tua posta udire; e f’ati, son certo, gratissimo. –
Il vecchio sacerdote, parlando Opico, riguardava il barbuto pastore, e mosso a pietà de la sua pallidezza, si apparecchiava di rispondere; quando a le orecchie da le prossimane selve un dolcissimo suono con suave voce ne pervenne; et a quella rivolti da traverso, vedemmo in una picciola acquetta appiè d’un salce sedere un solo capraio, che sonando dilettava la sua mandra. E veduto, subitamente a trovar lo andammo. Ma colui, il quale Elenco avea nome, come ne vide verso il limpido fiumicello appressare, subitamente nascondendo la sua lira, quasi per isdegno turbato si tacque. Per la qual cosa il nostro Ofelia offeso da tanta selvatichezza, s’ come colui che piacevolissimo era e grazioso a’ preghi de’ pastori, si argumentò con ingiuriose parole doverlo provocare a cantare. E cos’ con un riso schernevole beffandolo, con questi versi il constrinse a rispondere:

OFELIA, ELENCO, MONTANO

OFELIA Dimmi, caprar novello, e non ti irascere,
questa tua greggia ch’è cotanto strania,
chi te la diè s’ follemente a pascere?
ELENCO Dimmi, bifolco antico, e quale insania
ti risospinse a spezzar l’arco a Clonico,
ponendo fra’ pastor tanta zizania?
OFELIA Forse fu allor ch’io vidi malinconico
Selvaggio andar, per la sampogna e i naccari
che gl’involasti tu, perverso erronico.
ELENCO Ma con Uranio a te non valser baccari,
che mala lingua non t’avesse a ledere.
Furasti il capro: ei ti conobbe ai zaccari.
OFELIA Anzi gliel vinsi, e lui nol volea cedere
al cantar mio, schernendo il buon giudicio
d’Ergasto, che mi ornò di mirti e d’edere.
ELENCO Cantando tu ‘l vincesti? Or con Galicio
non udi’ io già la tua sampogna stridere,
come agnel ch’è menato al sacrificio?
OFELIA Cantiamo a prova, e lascia a parte il ridere;
pon quella lira tua fatta di giuggiola;
Montan potrà nostre question decidere.
ELENCO Pon quella vacca, che sovente muggiola;
ecco una pelle e duo cerbiatti mascoli,
pasti di timo e d’acetosa luggiola.
OFELIA Pon pur la lira, et io porrò duo vascoli
di faggio, ove potrai le capre mungere;
ché questi armenti a mia matrigna pascoli.
ELENCO Scuse non mi saprai cotante aggiungere,
ch’io non ti scopra. Or ecco il nostro Eugenio:
far non potrai s’ ch’io non t’abbia a pungere.
OFELIA Io vo’ Montan, che è più vicino al senio;
ché questo tuo pastor par troppo ignobile,
né credo c’abbia s’ sublime ingenio.
ELENCO Vienne all’ombra, Montan; ché l’aura mobile
ti freme fra le fronde, e ‘l fiume mormora;
nota il nostro cantar qual è più nobile.
OFELIA Vienne, Montan, mentre le nostre tormora
ruminan l’erbe, e i cacciator s’imboscano,
mostrando ai cani le latebre e l’ormora.
MONTANO Cantate, acciò che i monti omai conoscano
quanto il secol perduto in voi rinovasi;
cantate fin che i campi si rinfoscano.
OFELIA Montan, costui che meco a cantar provasi,
guarda le capre d’un pastore erratico.
Misera mandra, che ‘n tal guida trovasi!
ELENCO Corbo malvagio, ursacchio aspro e selvatico,
cotesta lingua velenosa mordila,
che transportar si fa dal cor fanatico.
OFELIA Misera selva, che coi gridi assordila!
Fuggito è dal romore Apollo e Delia.
Getta la lira omai, ché indarno accordila.
MONTANO Oggi qui non si canta, anzi si prelia.
Cessate omai, per dio, cessate alquanto;
comincia, Elenco, e tu rispondi, Ofelia.
ELENCO La santa Pale intenta ode il mio canto
e di bei rami le mie chiome adorna,
che nessun altro se ne può dar vanto.
OFELIA E ‘l semicapro Pan alza le corna
a la sampogna mia sonora e bella,
e corre e salta e fugge e poi ritorna.
ELENCO Quando tal ora a la stagion novella
mungo le capre mie, mi scherne e ride
la mia suave e dolce pastorella.
OFELIA Tirrena mia col sospirar m’uccide,
quando par che v’èr me con gli occhi dica:
– Chi dal mio fido amante or mi divide? –
ELENCO Un bel colombo in una quercia antica
vidi annidar poc’anzi; il qual riserbo
per la crudele et aspra mia nemica.
OFELIA Et io nel bosco un bel giovenco aderbo
per la mia donna; il qual fra tutti i tori
incede con le corna alto e superbo.
ELENCO Fresche ghirlande di novelli fiori
i vostri altari, o sacre Ninfe, avranno,
se pietose sarete a’ nostri amori.
OFELIA E tu, Priapo, al rinovar de l’anno
onorato sarai di caldo latte,
se porrai fine al mio amoroso affanno.
ELENCO Quella che ‘n mille selve e ‘n mille fratte
seguir mi face Amor, so che si dole,
benché mi fugga ognor, benché s’appiatte.
OFELIA Et Amaranta mia mi stringe, e vòle
ch’io pur li canti a l’uscio, e mi risponde
con le sue dolci angeliche parole.
ELENCO Fillida ognor mi chiama e poi s’asconde,
e getta un pomo e ride, e vuol già ch’io
la veggia biancheggiar tra verdi fronde.
OFELIA Anzi Fillida mia m’aspetta al rio,
e poi m’accoglie s’ suavemente,
ch’io pongo il gregge e me stesso in oblio.
ELENCO Il bosco ombreggia; e se ‘l mio sol presente
non vi fusse or, vedresti in nova foggia
secchi i fioretti e le fontane spente.
OFELIA Ignudo è il monte, e più non vi si poggia;
ma se ‘l mio sol vi appare, ancor vedrollo
d’erbette rivestirsi in lieta pioggia.
ELENCO O casta Venatrice, o biondo Apollo,
fate ch’io vinca questo alpestro Cacco,
per la faretra che vi pende al collo.
OFELIA E tu, Minerva, e tu, celeste Bacco,
per l’alma vite e per le sante olive,
fate ch’io porte la sua lira al sacco.
ELENCO Oh s’io vedesse un fiume in queste rive
correr di latte, dolce il mio lavoro
in far sempre fiscelle all’ombre estive!
OFELIA Oh se queste tue corna fussen d’oro,
e ciascun pelo molle e ricca seta,
quanto t’avrei più caro, o bianco toro!
ELENCO Oh quante volte vien gioiosa e lieta,
e stassi meco in mezzo ai greggi mei
quella che mi diè in sòrte il mio pianeta!
OFELIA Oh quai sospir v’èr me move colei
ch’io sola adoro! O v’ènti, alcuna parte
portatene all’orecchie degli Dei.
ELENCO A te la mano, a te l’ingegno e l’arte,
a te la lingua serve. O chiara istoria,
già sarai letta in più di mille carte.
OFELIA Omai ti pregia, omai ti esalta e gloria;
ché ancor dopo mill’anni, in viva fama,
eterna fia di te qua giù memoria.
ELENCO Qualunque per amor sospira e brama,
leggendo i tronchi ove segnata stai,
– Beata lei – dirà ch’il ciel tant’ama! –
OFELIA Beata te, che rinovar vedrai
dopo la morte il tuo bel nome in terra,
e da le selve al ciel volando andrai!
ELENCO Fauno ride di te da l’alta serra.
Taci, bifolco; ché, s’io dritto estimo
la capra col leon non può far guerra.
OFELIA Corri, cicala, in quel palustre limo
e rappella a cantar di rana in rana;
ché fra la schiera sarai forse il primo.
ELENCO Dimmi, qual fera è s’ di mente umana,
che s’inginocchia al raggio de la luna,
e per purgarsi scende a la fontana?
OFELIA Dimmi, qual è l’ucello il qual raguna
i legni in la sua morte, e poi s’accende,
e vive al mondo senza pare alcuna?
MONTANO Mal fa chi contra al ciel pugna e contende;
tempo è già da por fine a vostre liti
ché ‘l saver pastoral più non si stende.
Taci, coppia gentil, ché ben graditi
son vostri accenti in ciascun sacro bosco;
ma temo che da Pan non siano uditi.
Ecco, al mover de’ rami il riconosco,
che torna all’ombra pien d’orgoglio e d’ira,
col naso adunco amando amaro tòsco.
Ma quel facondo Apollo, il qual v’aspira,
abbia sol la vittoria; e tu, bifolco,
prendi i tuo’ vasi, e tu, caprar, la lira.
Che ‘l ciel v’accresca come erbetta in solco!

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