John Locke

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Vita e scritti

Giovanni Locke (1632 – 1704) nacque a Wrington presso Bristol. Studiò all’Università di Oxford, interessandosi oltre che di filosofia anche di scienze naturali e di medicina. Fu ben presto implicato nei moti politico-religiosi del suo paese: già suo padre si era schierato a favore del Parlamento contro il Re Carlo I; egli stesso nel 1667, a Oxford, entrò come medico, precettore e consigliere in casa di Lord Ashley, capo autorevolissimo e attivissimo del partito dei Whigs durante la lotta contro Carlo II e contro Giacomo II Stuart, e rimase a lui devoto pur nel periodo di disgrazia e di esilio. Dal 1675 al 1679 egli fu in Francia dove conobbe gli uomini più rappresentativi della cultura francese del tempo. Ritornò quindi in Inghilterra; ma nel 1683, sospettato di complicità col suo amico, dovette fuggire dall’Inghilterra alla volta dell’Olanda. Da allora prese parte alla vita politica nel suo paese, più che con l’azione e con cariche pubbliche, con scritti in cui discuteva le questioni più gravi del giorno, economiche e finanziarie, religiose e sociali. Nel 1692 si ritirò nella contea di Essex, e qui vi morì nel 1704.
Dei suoi scritti citiamo Epistola de tolerantia (1689); Trattati del governo civile (1689) – la sua opera principale di filosofia politica – ; Saggio sull’intelletto umano (1690) – che è il suo capolavoro filosofico, attorno al quale egli lavorò frammentariamente per circa un ventennio, dal 1670 in poi – ; Pensiri sull’educazione (1693); La Ragionevolezza del Cristianesimo (1695), d’intonazione deistica, che suscitò polemiche e controversie, specialmente col vescovo anglicano Stillingfleet.

Il problema di Locke:

critica del valore conoscitivo delle idee
Locke è il rappresentante tipico della cultura inglese del suo tempo. Sono ugualmente vivi in lui l’interesse per i problemi della vita umana e quello del mondo fisico: liberale in politica, razionalista in religione, prese parte attiva alle agitazioni del suo paese, prima e dopo la Rivoluzione. Medico e fisiologo, in rapporti anche cordiali con alcuni dei più grandi scienziati inglesi e stranieri, seguì con attenzione il movimento scientifico del tempo.
Ma di fronte alle vicende storiche del suo paese come di fronte ai progressi della scienza, egli tiene un medesimo atteggiamento: insieme con la convocazione che l’intelletto sia la fonte unica d’ogni certezza, egli ha la preoccupazione critica di conoscere quale sia la natura di esso, quali siano i limiti e il fondamento del suo potere. Ecco l’argomento del suo capolavoro, che intitolò appunto Saggio sull’intelletto umano.
La necessità di spazzar via dal campo della cultura i residui del verbalismo e formalismo scolastico, che ancora l’ingombrano.

Le idee

Cartesio ci ha insegnato che ciò che noi conosciamo direttamente sono le idee che noi troviamo nella nostra coscienza («cogito»). Idea significa rappresentazione, qualcosa in pratica che occupa la nostra mente, ed esiste solo in quanto è pensata, ossia in quanto è presente all’intelletto. Come dunque le idee si trovano nell’intelletto? Quale ne è il suo processo di formazione? Indagare la genesi psicologica di tutte le nostre idee è la ricerca con cui possiamo giungere poi a stabilire quali idee siano vere.

L’origine delle idee e il rifiuto dell’innatismo

Cartesiani da una parte e Neoplatonici (della scuola di Cambrige) dall’altra, sostengono che vi sono idee innate, infuse cioè da Dio nell’anima, costituenti come un patrimonio originario di verità di cui l’anima sarebbe dotata fin dalla nascita anteriormente a qualsiasi esperienza che essa faccia nel mondo. Alla polemica contro l’innatismo Locke dedica tutto il I libro del Saggio. Egli combatte l’esistenza di idee e principi che siano innati.
Gli innatismi, aggiunge Locke, sostengono l’argomento che le idee innate sono quelle su cui si è formato un consenso universale. Ma proprio di questo argomento si serve Locke per affermare l’inesistenza di idee innate, di leggi e principi – tanto speculativi quanto morali -, che siano concordemente accettati da tutti gli uomini in ogni tempo e in ogni luogo. La morale cambia con i meridiani e i paralleli; ciò che è bene per il popolo, è male per un altro. E l’idea di Dio, che si dice innata, che Cartesio indica come «la marca di fabbrica impressa da Dio medesimo sull’opera propria», ha per vari individui un significato e un contenuto così diverso, da dimostrar chiaramente che essa è il riflesso delle opinioni dominanti in un ambiente sociale: tra le varie opinioni intorno a Dio non c’è di comune che il nome.

Tutte le idee derivano dall’esperienza, nelle sue due forme di «sensazione» e «riflessione»

Le idee dunque non sono innate; sono formazione nostra. L’intento di Locke (nel II libro del Saggio) è quello di mostrare che tutte le nostre idee, sottoposte ad analisti, sono deducibili ad alcune rappresentazioni elementari o idee semplici, che sono come l’alfabeto del pensiero.
L’intelletto, le idee semplici non può trarle dal suo fondo: deve riceverle dall’esperienza, passivamente, come uno specchio accoglie le immagini degli oggetti che vi si riflettono. Non può avere idee di suoni e colori, per esempio, se non chi li sperimenta con la vista e con l’udito.
Le fonti dell’esperienza, quelle alle quali l’intelletto attinge il suo materiale d’idee semplici, sono due: la sensazione (senso esterno) e la riflessione (senso interno). Questi dati dell’esperienza – o idee semplici – sono dall’intelletto sottoposti a una elaborazione, per cui mediante l’astrazione sono formate idee generali e mediante la combinazione idee complesse. Le quali sono o sostanze o modi o relazioni, e sono designate ognuna con un suo nome.
Noi siamo certi dell’esistenza di noi stessi (per intuizione), di Dio (per dimostrazione), e delle cose esterne, come di causa delle nostre sensazioni, ma limitatamente alla durata di queste.
In politica, è il primo formulatore teorico del costituzionalismo liberale inglese. Nello stato di natura gli uomini hanno questi diritti fondamentali:il diritto alla vita, alla libertà, alla proprietà, e come sussidiari di quelli, i diritti di difesa e di punire. La mancanza di regolarità e di sicurezza nell’esercizio di questi ultimi diritti induce gli individui a trasferirli, per contratto, ad un’autorità sovrana, conservando intatti i diritti fondamentali. Se quindi l’autorità statale, invece che garantirli e proteggerli, li viola, il cittadino ha il diritto di resistenza e perfino di ribellione.

di Elena

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