“Kristin figlia di Lavrans” di Sigrid Undset – di Claudia Rivoletti

“Kristin figlia di Lavrans” di Sigrid Undset
Capolavoro che valse il premio Nobel a Sigrid Undset, autrice norvegese, è una trilogia scritta nei primi anni Venti composta da La ghirlanda (1920), La signora di Husaby (1921) e La croce (1922).
La storia, ambientata nella Norvegia del XIV secolo, narra la vita di Kristin, figlia di un ricco e religioso proprietario terriero, Lavrans di Jorundgaard figlio di Bjorgulf. A quindici anni viene fidanzata a Simon Darre di Formo, figlio di Andres, ma, innamoratasi durante un viaggio a Oslo di Erlend di Husaby figlio di Nikulaus, uomo affascinante ma poco responsabile, cui cede per passione, rompe il fidanzamento e sposa Erlend. Cos’ il loro primo figlio, Nikulaus detto Naakve, concepito nel peccato, nasce legittimo.
Kristin vive nella continua ricerca di Dio, centro della storia e del quotidiano, sia nella semplice devozione in famiglia, sia attraverso pellegrinaggi per espiare i suoi peccati o attraverso la richiesta di perdono al padre per la sua disobbedienza.
Da questo romanzo si evince la centralità della fede cristiana nel medioevo, fede che si impone su un retaggio fortemente pagano e che arriva a coinvolgere tutti.
Dopo Naakve Kristin concepisce sei figli, tutti attraenti e belli, Bjorgulf, Gaut, i gemelli Ivar e Skul, Lavrans e Munan, tra litigi col marito, la morte del  padre e il matrimonio della sorella Ramborg con Simon Darre.
A lato delle vicende sentimentali della coppia, vengono introdotti collegamenti al periodo storico ed alle vicende politiche del tempo. Erlend, infatti, trovatosi a capo di una congiura contro re Magnus, viene arrestato, torturato, accusato di tradimento ed espropriato.
Il romanzo rileva la caratteristica principale della società del tempo, strutturata su gerarchie feudali, con signori e signorotti, re e congiure, popolo e nobiltà.
Liberato Erlend, con l’aiuto di Simon, a ricordo dell’amore adolescenziale non ancora spento in lui per Kristin, la famiglia si trasferisce nella fattoria di Jorundgaard, proprietà di Kristin, dedicandosi alla coltivazione ed alla gestione del podere.
Qui, però, Erlend non si trova bene, abituato ad essere un barone rispettato e stimato da tutti , non si sente libero in un luogo dove non ha nessuna autorità. Quindi, dopo l’ennesima litigata con la moglie, si trasferisce nella proprietà della defunta zia ad Haugen lasciando la fattoria ai figli non ancora maggiorenni.
Dopo la morte di Simon Darre, Kristin nasconde l’orgoglio e si reca dal marito per chiedergli di ritornare da lei, ma ottiene solo l’invito, che non accetta, di rimanere ad Haugen. Ritorna allora dai figli e nove mesi dopo l’ultimo incontro con il marito partorisce Erlend figlio di Erlend, che muore a neanche tre mesi.
Dopo una tremenda accusa di adulterio mossa contro Kristin, Erlend torna a casa ma, appena giunto, viene colpito da una lancia all’inguine per aver insultato i contadini l’ presenti. Muore poco dopo tra le lacrime della moglie e dei figli.
La descrizione del rapporto turbolento di questa coppia di sposi, pur nell’incomprensione e nel conflitto costante, perpetuato dall’orgoglio e della testardaggine dei due, nasconde sullo sfondo una affezione fra i due che ha origine da una promessa di bene fra gli sposi, che loro stessi intravedono ma da cui sfuggono per il proprio limite.
Negli anni seguenti Munan muore, Ivar e Skul partono come paggi a servizio di un parente, Naakve e Bjorgulf, quasi cieco, si ritirano nel monastero di Tautra, Gaut rapisce la ragazza che aveva sedotta e la sposa.
Kristin rimane per un po’ a vivere a Jorundgaard con Gaut e Lavrans ma poi decide di andare nel convento di Rein. Qui segue da lontano le vicende dei figli, come il successo e l’agiatezza di Gaut e la sorte di Skul sfregiatosi il bel viso durante una rissa e la morte di Naakve e di Bjorgulf a causa della peste nera.
A questo punto, Kristin rivede tutta la sua vita riscoprendone la trama come un disegno divino a cui lei stessa non sempre si è abbandonata, ma riconoscendo il dono di una vita piena e ricca di doni, come gli amati figli.
Il romanzo finisce con la morte della protagonista, ammalatasi lei stessa di peste dopo aver portato la salma di una donna, morta per lo stesso motivo, al cimitero.
L’opera è caratterizzata da uno sguardo positivo sulla vita e mostra quanto sia forte la carica umanizzante del cattolicesimo in un contesto di lotta tra le antiche tradizioni pagane e l’affermarsi della concezione cristiana dell’esistenza.
Infatti Dio ha voluto mantenere Kristin al suo servizio anche se “serva ribelle, restia, infedele nel cuore, con la preghiera falsa sulle labbra; una serva maldestra, insofferente davanti alla fatica, indecisa”.
Il libro mi ha interessata molto anche se la narrazione ha un ritmo un po’ lento; il personaggio di Kristin mi ha affascinata perché, nonostante le difficoltà, si è messa in gioco fino in fondo  per ottenere  ciò che voleva, riconoscendo, tuttavia, l’intervento divino nelle pieghe della sua vita.