L’ascesa al monte Ventoso

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L’epistola che apre il quarto libro è dedicata all’amico Dionigi di Borgo San Sepolcro.

Nelle riflessioni iniziali la possibilità di una scalata sembra suggerita solo da curiosità umane e terrene;ma dietro una inconsapevole inconsapevolezza si delinea quell’intreccio profondo di pulsioni emotive e di sollecitazioni culturali.

Il necessario compagno di ventura risulta funzionale a mettere in luce l’irresoluta personalità di chi scrive.

«È il racconto di un viaggio, fatto in compagnia del fratello Gherardo, sulla cima del monte Ventoso nell’anno 1336. La strada lunga, impervia, faticosa divide spesso i due fratelli; Gherardo, più agile e pronto, tende risolutamente per la via retta, alla cima; Francesco, presto stanco, distratto dalla bellezza dei luoghi e dalle prospettive sempre nuove del paesaggio, cerca le vie più agevoli e piane e spesso ritorna sui suoi passi invece di salire queste scorciatoie che non portano mai alla vetta l’autore sono la rappresentazione dell’incapacità di perseguire la via retta della virtù.

A ogni pagina, il lettore scopre senza difficoltà il trasparente senso morale che si cela dietro il racconto.

E in tal modo non sorprende, anzi sembra del tutto naturale e funzionale all’intreccio del racconto, l’episodio conclusivo in cui culmina la narrazione: quando cioè, giunto sulla cima, Francesco apre a caso il libretto delle Confessiones di Agostino e subito gli cadono sotto lo sguardo le parole rivelatrici della verità tanto a lungo cercata: “eunt homines admirari alta montium et ingentes fluctus maris et latissimos lapsus fluminum et oceani ambitus et giros siderum, et relinquunt se ipsos” (‘E gli uomini se ne vanno ad ammirare le alte cime delle montagne, i flutti smisurati del mare, i corsi lunghissimi dei fiumi, l’immensità dell’oceano e il moto degli astri, e abbandonano se stessi’).

Il dissidio dell’animo, sempre diviso fra le attraenti e deludenti lusinghe del mondo e il raccoglimento nell’interno lume dell’anima, in cui solo abita la verità, si placa per un momento alla subitanea rivelazione: il dramma trova il suo scioglimento» (Amaturo 1971: 176).

L’epistola fu certamente stesa negli anni 1351-52, nell’ambito di quel generale progetto di sistemazione della propria “biografia ideale” e di quella “crisi” che il Petrarca chiamerà mutatio animi.

di Simone

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