La conquista della Libia

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Le conseguenze dell’impresa libica. Il nazionalismo. Come cambia il concetto di nazione.

di Nicola Diomaiuto

Sul finire dell’Ottocento l’idea di nazione ( tanto esaltato in età romantica ), che tra il 1815 e il 1870 aveva ispirato le lotte per la conquista dell’indipendenza dei popoli, cambiò significato e venne associata non più al concetto di libertà e democrazia, ma a quello di potenza. Il nazionalismo , cioè la convinzione che la propria nazione è superiore alle altre, si mescolò con le nuove teorie razziste che andavano allora diffondendosi. Queste erano state involontariamente favorite dagli studi sulla specie del naturalista inglese Charles Darwin, il quale sosteneva che le specie naturali capaci di adattarsi all’ambiente hanno maggiori possibilità di sopravvivere. Da questa teoria derivò l’idea che anche tra gli esseri umani ci sono “razze superiori” destinate a dominare le “razze inferiori”. Origine, questa, di frenetiche imprese coloniali proprio in questo periodo. Nel settembre 1911, subito dopo che la Francia dette inizio alla conquista del Marocco, l’Italia, prendendo a pretesto alcuni incidenti verificatisi a Tripoli ai danni di cittadini italiani, dichiarò guerra alla Turchia( il territorio libico apparteneva infatti all’impero ottomano). Mentre la conquista della fascia costiera fu rapida, l’occupazione dell’interno del paese si rivelò molto più difficile sia per la difficoltà del terreno sia per le azioni di guerriglia organizzate dalla popolazione asserragliata nelle oasi. Il governo italiano decise di spostare il conflitto nel mare Egeo: occupò Rodi ed altre undici isole (il Dodecaneso) e tentò di penetrare nello stretto dei Dardanelli per minacciare Istanbul. La Turchia firmò così nel 1912 la pace di Losanna: in base a essa la Turchia riconosceva all’Italia il possesso della Tripolitania e della Cirenaica e si impegnava a far cessare la guerriglia. A garanzia di tale impegno l’Italia conserva il Dodecaneso. La conquista della Libia non portò gli attesi vantaggi economici, ma ebbe decisive conseguenze sul piano politico. I nazionalisti furono incoraggiati nelle loro aspirazioni espansionistiche e militariste e vennero presto affiancati dagli industriali che vedevano nella politica coloniale un’opportunità per incrementare la produzione con le commesse militari, destinate a rifornire le truppe delle armi e dell’equipaggiamento necessario. I socialisti accusarono un contraccolpo ben più grave giungendo alla rottura del partito: da un lato i riformisti che costituirono una minoranza legata alla borghesia e al governo, dall’altro la sinistra rivoluzionaria, fedele al pacifismo socialista, al cui interno si diffusero le posizione estreme dei massimalisti. Questi ultimi affidarono a Benito Mussolini la direzione del quotidiano del partito L’Avanti! che ebbe un indirizzo antigovernativo. La guerra libica, consolidando gli schieramenti più estremi dell’opinione pubblica, i nazionalisti e i massimalisti, a danno dei moderati, provocò la crisi della politica di equilibrio che fini ad allora aveva ispirato il governo Giolitti.

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