La fobia dell’amore e del sesso

 

Apollonio Rodio e Virgilio

dal Percorso sull’amore nei classici

di Giovanni Ghiselli

Le Argonautiche, che descrivono la fase iniziale dell’amore di Medea per Giasone, sono piene di anatemi di Eros: il dio, quando arriva, mandato dalla madre Afrodite, per costringere Medea ad amare e aiutare Giasone, è invisibile, sconvolgente (tetrhcwv~, Argonautiche, 3, 276), come lassillo (oistro~) che si scaglia sulle giovani vacche[1].

Rapidamente questo dio del dolor prese una freccia dolorosa: poluvstonon ejxevlet j ijovn” (v. 279). La freccia ardeva profonda nel cuore della ragazza, come una fiamma (flogi; ei[kelon, v. 287), ed ella consumava l’anima in una dolce afflizione: glukerh’/ de; kateivbeto qumo;n ajnivh/” (v. 290).

Quindi ardeva in segreto Eros funesto: ai[qeto lavqrh/ oulo~   [Erw~ ” (vv. 296-297).

Come Giasone appare splendidissimo al desiderio di Medea, il giovane prestante  viene paragonato a Sirio che si leva alto sopra l’Oceano, bello e splendente però reca sciagure infinite alle greggi: cos’ il figlio di Esone portava il travaglio di un amore angoscioso (Argonautiche, 3, vv. 957-961).

L’infelicità è connessa all’amore prima ancora che questo si realizzi: quando la ragazza si avvia incontro a Giasone, che è stato salvato da lei e le ha promesso le nozze, la Luna la osserva e, con parole ambigue tra la simpatia e il dispetto, le dice: il dio del dolore (“daivmwn  ajlginovei””, 4, v. 64) ti ha dato il penoso Giasone per la tua sofferenza. Va’ allora e preparati in ogni modo a sopportare, per  quanto sapiente tu sia, il dolore luttuoso.

Questo presunto amore di Medea e Giasone non dona gioia ai due amanti, anzi produce orrori: dopo che i due scellerati hanno concordato l’assassinio del fratello di lei, lo stesso autore del poema rivolge un’apostrofe ad Eros quale latore di infiniti dolori: Eros atroce, grande sciagura, grande abominio per gli uomini (“Scevtli j   [Erw”, mevga ph’ma, mevga stuvgo” ajnqrwvpoisin”) da te provengono maledette contese e gemiti e travagli, e dolori infiniti si agitano per giunta. ࠁrmati contro i figli dei miei nemici, demone, quale gettasti l’accecamento odioso nell’animo di Medea (oi|o” Mhdeivh/ stugerh;n fresi;n e{mbale” a[thn)”, Argonautiche, 4, vv. 445- 449).

L’amore sembra legato alla pena da un vincolo di necessità. Si ricorderà che anche Virgilio apostrofa l’amore come un dio malvagio  : Improbe Amor, quid non mortalia pectora cogis!” (Eneide, IV, 412).

Note


[1] Si pensi a Io la fanciulla trasfigurata in mucca del Prometeo incatenato, tormentata da un assillo appunto (oistro~ , v. 566) e fissata dallo sguardo del pastore Argo dai diecimila occhi: E subito l’aspetto e la mente furono/stravolti: divenni cornigera, come vedete, e punta/da un assillo dall’acuto morso, con salti furibondi/balzai verso la corrente Cercnea dolce da bere/e alla fonte di Lerna: e il bovaro nato dalla terra/Argo violento nell’ira mi scortava/ spiando i miei passi con occhi fitti” (vv. 673-679).

torna all’indice del Percorso sull’amore nei classici