La questione omerica e gli studi di Milman Parry

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di Alissa Peron

La questione omerica nasce nel Cinquecento in Francia; viene contestata nel Seicento la posizione di Omero tra gli autori classici (il modello era Virgilio). D’au Vignac sostiene che Omero non sia mai esistito, la voce Omero manca nell’enciclopedia di Diderot e Dalembert. Poiché andando alla tradizione antica si trovano sempre più varianti dell’Iliade, è impossibile pensare all’esistenza di un unico originale. Wolf per primo sostiene che l’Iliade è un assemblaggio di diverse parti composte da vari autori: secondo lui non esisteva la scrittura al tempo di Omero, cioè dei due poemi, e nessun poeta orale compone canti così lunghi. Vi è tra gli studiosi la corrente degli analitici, che hanno dato molte spiegazioni partendo da argomenti opinabili, e degli unitari, che ritengono che un preciso disegno e tessuto narrativo tiene insieme i due testi che possediamo; gli analitici prevalsero fino alla sconfitta militare della Germania nella prima guerra mondiale, dopodiché prevalsero gli unitari ed ancora oggi prevalgono.

Linguisti come Hayde sostennero che la lingua omerica è l’antenato comune dei dialetti greci; tuttavia sono assenti elementi dorici non comuni all’eolico, e questa è la prova che Omero parla della fine dell’età micenea: quando i testi furono scritti i Dori erano scesi nel continente, ma egli si riferisce ad un periodo precedente. Si può discutere dei dialetti grazie alle iscrizioni pubblicate nell’Ottocento (Boeckh) e nasce la dialettologia greca (“De Graecae linguae dialectis” di Ahrens). Si cominciò così a ricercare in Omero elementi ionici ed eolici; Ellendt si accorge dell’influenza del metro sulla lingua, Durzendt che tra gli epiteti Omero sceglie il più appropriato metricamente e non semanticamente: l’epiteto riferito ad un personaggio occupa un preciso spazio metrico, ed è l’unico, non sostituito con un altro più adeguato. Heinrichs studia nel 1875 i tratti eolici in Omero, Fich ricostruisce un’Iliade in esametri eliminando le forme eoliche e sostituendole con quelle ioniche equivalenti: secondo la sua ipotesi la scrittura partì da Smirne eolica, e quando la città fu conquistata dagli Ioni gli Omeridi emigrarono a Chio e si usò la lingua ionica. L’ipotesi fallisce: vi sono elementi ionici metricamente equivalenti a quelli eolici che non furono usati nel testo trasmesso, ed alcuni ionismi non hanno equivalenti eolici metricamente uguali. Non si separano nell’Iliade elementi ionici ed eolici, troppo mescolati. È impossibile fare una stratificazione dopo i ritrovamenti archeologici perché nel poema vi sono mescolati anche elementi della cultura materiale antichi e recenti.

Kurt Witte svolge lavori sistematici sul tema della dipendenza dal metro della lingua: ha scritto la voce Homer-Sprache nella Real Enciclopedie Paoli-Dissova, e pochi altri lavori: sostiene radicalmente che la lingua è la creazione del metro, è in funzione dell’esametro; ciò ha un effetto conservativo (forme antiche non si sostituiscono, per esempio i genitivi in aon gestibili metricamente), ed innovativo, cioè produce fenomeni che consistono nella tendenza a mantenere tutte le forme dello stesso paradigma nella medesima estensione metrica (esempio hemeas spondaico per sinizesi è preferito ad hemeas dattilico perché spondaici sono gli altri casi del pronome, hemeis hemin ecc.). Dunque il criterio dell’analogia è più forte della pressione dello schema metrico anche se coopera con essa; l’analogia va a discapito di fonetica, morfologia, lessico, sintassi ecc., pur di lasciare un’espressione nella stessa posizione metrica di un’altra equivalente. Inoltre l’analogia produce le catacresi di epiteti (esempio cheirì pacheìe anche quando non serve e non è appropriato, riferito a una donna).

Milman Parry dà la svolta decisiva agli studi di Omero partendo da queste considerazioni: la sua tesina universitaria riguardava la dizione come elemento di stile della poesia epica greca arcaica; le leggende eroiche erano prive di proprietà letteraria, erano creazione di un intero popolo, trasmesse da una generazione all’altra; l’elemento innovativo era che lo stile non era individuale ma prodotto da una tradizione popolare, anch’esso trasmesso fino ad Omero senza sospetti di plagio. Il lavoro successivo di Parry consiste nel dimostrare quanto enunciato attraverso i suoi studi a Parigi, e svolge le tesi sotto la guida di Anton Meillet, sull’epiteto tradizionale, le formule e la metrica in Omero.

Osservazione di Frankel: vi sono molti modi tutti metricamente diversi per dire “così parlò”, formula frequente dopo un discorso diretto. Parry studia l’epiteto e la formularità, tratto distintivo dello stile omerico. Osserva che morfemi ionici ed eolici hanno funzioni metriche diverse: nom masch sing 1 decl ionico es, eolico a, gen sing ionico eo/ou eolico oio, dat plur ionico si eolico essi: nessuna di queste forme si equivale metricamente. È un sistema economico e schematizzato, che non si è originato dal lavoro di un singolo poeta, ma dalla tradizione che ha man mano eliminato i doppioni.

Definizione di formula per Parry: espressione regolarmente usata con lo stesso valore metrico per esprimere una certa idea essenziale; per espressione si intende un gruppo di parole, se non è usata si tratta di irregolarità, l’idea essenziale è quella che si esprime togliendo gli elementi ornamentali (di solito costituita dal nome proprio senza epiteto in questo tipo di formula che Parry studia). Esempio: polùtlas dìos Odusseùs: occupa il secondo emìopes dell’esametro, e vi sono un gran numero di azioni che Omero inserisce nel primo colon, dall’inizio fino alla cesura trocaica. Secondo Parry il sistema è caratterizzato da estensione e semplicità: estensione = numerosi casi (nom e gen sing), semplicità = economia, epiteti tutti diversi metricamente; per questo il sistema è tradizionale. La tabella degli epiteti riferiti a dei ed eroi al nominativo realizzata da Parry prova che, per analogia con quanto accaduto alla lingua, il sistema non è stato coniato da un individuo. Secondo quanto osservato da Hensur certe forme diventano sempre meno comprensibili (boòpis pòtniahEre) e vengono sostituite da altre più intellegibili (theà leukòlenos hère), e nell’Iliade, in quella fase della tradizione, sono fotografate entrambe, e se la tradizione fosse continuata la prima formula sarebbe scomparsa. Nel caso di Achille c’è un apparente doppione, due aggettivi in consonante podasokùs e megàthumos, ma il secondo inizia per sonante e dunque può essere intensificata e chiudere una sillaba precedente in vocale breve. È vero che gli dei hanno un accumulo di epiteti maggiore rispetto a quelli degli uomini, sono invocati in tanti modi ed è naturale che l’economia venga parzialmente violata. I sistemi formulari (insiemi di formule che designano uno stesso personaggio o oggetto) sono propri di numerosi oggetti (navi armi ecc.) e i doppioni sono poche eccezioni; quella all’economia è una tendenza, non una legge, e fa i conti con la legge del minimo sforzo e con l’efficacia espressiva. I tipi formulari sono invece formule che occupano lo stesso spazio metrico, prevalentemente costituite da nome ed epiteto. Il sistema diventa meno esteso se si cerca di fare uno schema di gen dat e altri casi di nomi ed epiteti, perché gli oggetti delle azioni hanno meno bisogno di epiteti. Gli epiteti sono esornativi ma anche un sussidio per comporre il verso, e per questo sono ripetuti indifferentemente anche se sono felicemente escogitati (aurora dalle dita di rosa); questi epiteti dilettavano il pubblico omerico perché esso vi sentiva l’eco della tradizione cui era legato essendo costituito dalla stessa società tradizionale.

Fin qui Parry ha dimostrato che la dizione è tradizionale quanto all’aspetto formulare, ma non avrebbe senso pensare che la componente tradizionale si limiti a questo e per il resto la dizione sia coniata da un individuo. Omero, quando cita un personaggio, lo cita con la stessa caratteristica, qualunque azione stia compiendo senza preoccuparsi dell’adeguatezza o di usare gli epiteti più originali solo in determinati punti in funzione estetica come farebbe qualunque poeta moderno. Il pubblico di Omero ascoltava la recitazione ad un ritmo lento e con forte espressività e questi epiteti, compresi i più stereotipati, avevano sempre un qualche significato; il lettore moderno invece non bada a questi aggettivi ripetuti più e più volte per il fenomeno psicolinguistico della saturazione semantica. Inoltre alcuni epiteti sono genericamente fissi: anax andròn è predicato di Agamennone in primis ma anche degli altri personaggi che occupano lo stesso spazio metrico di Agamennone; è epiteto che può accompagnarsi a quasi tutti gli eroi dell’Iliade che hanno uno statuto diverso dal soldato comune, sono capi di contingenti e l’epiteto è usato così per la sua genericità. Altri epiteti invece sono specializzati, predicati di un solo personaggio (podasokùs è solo Achille), non si usano epiteti pur possibili metricamente con altri nomi (polùtlas dìos Odusseùs, mai Achilleùs anche se ci starebbe). Partendo dalla frequenza degli epiteti si può ricavare che facevano da sussidio al poeta ma dilettavano il pubblico, sono chiamati ornamentali perché adornano la dizione che conserva il riferimento alla tradizione, e assumono una connotazione particolare: avvicinano i personaggi di Troia di un altro tempo alla gente semplice che ascoltava i poemi. L’epiteto esprime una caratteristica permanente del soggetto. Il valore denotativo degli epiteti di solito è debolmente sfruttato, e la fissità che a volte è tollerabile (nées thoaì anche quando sono in secca ma l’epiteto esprime una qualità ou tòte allà fùsei come dice un celebre scolio), crea uso improprio, la catacresi o abusio (cheirì pacheìe per una donna, amùmon per Egisto che è tutt’altro che irreprensibile come si sta dicendo in quello stesso momento).

Si è tentato di falsificare la tesi di Parry analizzando altri poeti epici come Apollonio Rodio e Virgilio, scoprendo che in essi il sistema non è esteso né economico: Iason negli Argonautica non ha un epiteto fisso, al nominativo su 48 menzioni 3 volte ha un epiteto, Aisonìdes a volte sostituisce il nome e raramente ha epiteto; c’è una sola formula èros aisonìdes usata 4 volte, la dizione apolloniana non usa la tecnica omerica. In Virgilio Eneas ha 4 epiteti al nominativo: pius due brevi, pater due brevi, bonus due brevi, Tros una lunga; nota che tutte hanno lo stesso valore metrico, non ci sono formule né epiteti per altri personaggi. Apollonio e Virgilio operano quando la tradizione orale si è spenta, sono poeti colti ultraletteratissimi che studiano Omero con enorme attenzione e omerizzano entrambi, conoscono tutti gli ipotesti e lo fanno intenzionalmente, si creano uno stile individuale. Questo è il contenuto della tesi di dottorato di Parry del 1928 alla Sorbona.

Nella sottotesi Parry si occupa di formule in situazioni di iato o di brevis in longo: l’iato si spiega pensando che la seconda parola iniziante per vocale aveva un suono consonantico (il suono uau per esempio), anche se al tempo di Omero non si scriveva vi era la memoria di questa consonante, quindi era consentito l’iato. Anche in caso di brevis in longo spieghiamo con la preistoria della lingua: kalòs ha a breve, conteneva un digamma (calvos) e quindi la sillaba è lunga perché sentita chiusa. Altri casi si spiegano con la formularità, modificazione o giustapposizione di formule. Le formule si modificano per analogia, per non abbandonare frasi fisse: esempio Il XVIII 288: prìn mén gàr Priamoìo pòlin meropès ànthropoi; è documentata spesso meropòn anthròpon gen plur in fine verso dopo la cesura eftemimere, meropès ànthropoi si mantiene fisso nella stessa posizione. L’accostamento formulare avviene quindi per non rinunciare a frasi fisse in posizioni fisse, anche se si creano iato o brevis in longo. Non è un adattamento di frasi, ma esse sono estrapolate dalla tradizione, usate senza differenze (prima l’alternativa irregolare poi quella regolare). Due esempi di iato in Od X 403-404, Odisseo dà ordine alla 2 pers sing, erùssate pelàssate imperativi, ma 20 versi dopo versi identici alla 1 pers sing erùssomen pelàssomen, trasferimento di una formula fissa ad un’altra persona che crea anomalia ma il poeta preferisce non abbandonarla. Se la successione fosse invertita, cioè prima regolare poi irregolare, si potrebbe pensare che il poeta che ha già usato la formula la riutilizza poco dopo producendo irregolarità; ma in questo caso si capisce che quando il poeta compone il primo verso irregolare ha già in mente la formula regolare e la adatta alla persona verbale, e questo è segno che la formula gli deriva dalla tradizione, la frase fatta è preesistente al testo (pensa anche che il poeta ha cantato centinaia di scene di sbarco in cui quella formula era presente, le scene stesse sono tradizionali). Esempi di giustapposizione, Od X, in questo contesto crea iato (eisagagoùsa epì trònu) ma in altre occorrenze eisagagoùsa è seguito da katà, senza irregolarità; l’iato è il risultato di una giustapposizione. Brevis in longo da giustapposizione: hòs èfat Eurùlochos epì d’éneon àlloi hetaìroi, discutibile la nozione di allungamento in cesura, è in corrispondenza della pentemimere; tipo formulare che ritorna altre volte senza produrre disturbo: hòs èfat’ Atreìdes, il nome termina con vocale lunga e l’esametro torna. L’attaccamento alla tradizione arriva anche ai significati, alle scene e ai motivi narrativi: Patroclo viene spogliato dall’armatura dopo essere stato ucciso anche se le armi gli erano state tolte in precedenza da Apollo. Parry non dà una risposta alla domanda su quale sia la ragione di questo attaccamento che non è proprio di alcun altro autore. Nella commissione a cui Parry espose la tesi c’erano Meillet e lo slavista Murko che suggerirono a Parry di confrontare la tradizione omerica con quelle viventi in Jugoslavia. Come dirà Parry in seguito, Omero non è solo poeta tradizionale ma poeta orale di “improvvisazione”, e per questo usa espedienti come le parole della tradizione per creare versi nel momento in cui li esegue, avendo in mente la storia da raccontare.

Parry tornato in America pubblica alcuni lavori tra cui un articolo (conferenza), sul problema della glossa omerica. Alcune parole non erano comprensibili al tempo di Omero ed agli scoliasti successivi; in alcuni casi il contesto ci aiuta a capirle, ma gli epiteti fissi ed ornamentali sono più complessi da interpretare. Parry osserva che la glossa omerica non possedeva un significato denotativo forte, ma connotativo, una nobiltà che sentivano appropriata al racconto eroico. Per questo le parole si conservano come nel blocco delle formule, ed Omero le può utilizzare. In seguito Parry pubblica articoli su argomenti specifici: per esempio sulle tracce del digamma nel greco eolico-ionico, spiega la sua presenza o assenza affermando che la dizione è tradizionale. Un altro articolo riguarda l’enjambement: l’unità ritmica non coincide con quella sintattica. In Omero esistono varie possibilità: verso compiuto senza enjambement, enjambement con verbo reggente nel verso successivo (od I 1), frase conclusa ma il periodo prosegue nel verso successivo, caso che Parry chiama aperiodico; il periodo prosegue con stile additivo, cosicché può essere protratto a lungo perché costituito dall’addizione di unità autosufficienti dal punto di vista ritmico-sintattico. Secondo Parry è quest’ultimo l’enjambement caratteristico dello stile omerico, quello necessario (od I 1) è più raro; al contrario in Apollonio e Virgilio è molto più frequente quello necessario. Parry spiega che la frequenza di aperiodico e la rarità di necessario è caratteristica di un poeta orale: la frase tende a coincidere con il ritmo, si procede perlopiù per proposizioni unitarie. I due articoli per cui Parry fu conosciuto da subito furono “Omero e lo stile omerico” e “la lingua omerica come lingua della poesia orale”, pubblicati sulla rivista di filologia classica di Arward. Nel secondo articolo afferma che la lingua della poesia omerica contiene tre componenti:

– elemento arcaico, la lingua cambia ma preserva formule antiche per non modificare il ritmo ed agevolare la versificazione, staccandosi dalla lingua parlata che imporrebbe di cambiare il ritmo o coniare una nuova frase; questo elemento soddisfa il pubblico;

– elemento straniero, se un cantore ne ascolta uno che usa un altro dialetto simile al proprio, della stessa lingua, trasporta alcune voci dell’altro dialetto nel suo canto; Parry spiega con il contatto tra eolici e ionici la mescolanza tra i due dialetti;

– elemento artificiale, il poeta orale può creare una formula mai usata ma simile ad un’altra senza meravigliare il pubblico che già era abituato a una lingua non parlata; esempio enìochos gen eniòchoio che occupa l’adonio finale dell’esametro, acc enìochon che non sta nello stesso spazio, dunque crea un nuovo acc eniochèa.

In seguito Parry trovò conferma dell’oralità di Omero indagando la tradizione vivente della Jugoslavia attraverso libri e viaggi. La sua idea era di studiare la fiorente tradizione del Kirghisistan, che aveva prodotto il lungo poema orale Mars. Raccoglie molte informazioni tra cui anche canti composti su un evento accaduto appena prima (vedi Femio, Od x). Raccoglie testi e registrazioni in un anno e mezzo (giugno 1934 / settembre 1935): canti di donne, interviste di cantori, poemi narrativi. Torna e scrive parte di un libro mai pubblicato, cui ha dato un titolo ed a cui stava lavorando. Secondo questa ricerca i cantori non sono consapevoli del variare delle ripetizioni, non hanno il concetto di parola; ciò che resta invariato sono storia e formule fisse. Dopo la morte di Parry il suo assistente Albert Lord continua il lavoro, raccoglie altro materiale e lavora alla pubblicazione di quello notevole già raccolto. Nella sua tesi spiega in modo adeguato la poesia orale omerica comparata con le altre culture; sarà pubblicata con anche la difesa del 1960 in forma di libro dal titolo “the singer of tales”. Egli osserva la formazione del cantore il cui elemento principe è il tema, binario conosciuto; importante è la parte comparativa con le culture neogreca, russa ecc. Lord esplicita che il cantore (guslar, suonatore di uno strumento a corda) non impara a memoria, ma impara a parlare in versi con naturalezza. Ci si muoveva nel solco della tradizione, ma creando la propria dizione poetica.

Vi sono state obiezioni di tipo estetico (“ma ora le tradizioni superstiti non hanno la fioritura che aveva quella al tempo di Omero”, ma tutti premettono “io non so il serbo-croato”); la lunghezza dei poemi omerici non era compatibile con la poesia orale (ma con pause si poteva continuare anche per giorni, e ciò dipende anche dalle capacità e caratteristiche fisiche del cantore). Altra osservazione di Lord: i poemi omerici sono nati sotto dettatura, cantati lentamente perché si potesse trascrivere, cosicché il canto poteva diventare più ornato e ricco e con sfumature; in una normale esecuzione ciò non è possibile perché il cantore procede velocemente. Nel caso di Iliade ed Odissea il poeta doveva essere stato invitato a recitare un poema su quegli episodi al meglio di sé, perché fosse trascritto. Molti studiosi sostengono che i poemi omerici non furono composti al tempo della poesia orale ma quando era già spenta ed era diffusa la cultura alfabetizzata (ponendo motivi infondati); non sarebbero cioè documenti ma testimonianze della tradizione orale. Si colloca la trascrizione dei poemi in età pisistratea in occasione delle grandi Panatenee, ma ci sono ragioni per credere che prima fossero già fissati, a tradizione viva, al tempo di Omero (fine dell’VIII inizio del VII secolo).

Altra tesi è quella di Nagy: la fissazione fu progressiva, senza una dettatura, a partire da molte varianti che nel tempo si ridussero e restarono solo quelle di maggior successo; fu quindi secondo lui un processo lungo che terminò nel IV secolo. Ipotizzando che i poemi fossero dettati, furono trascritti al tempo della composizione (fine VIII secolo). Ma secondo Adam Parry figlio di Milman Parry L’Iliade non era orale: abbiamo l’Iliade di Omero ma nella sua ultima fase di composizione, perché ha caratteristiche inattribuibili ad un poema orale, afferma usando criteri stilistici. È inverosimile che Iliade ed Odissea siano state composte in Lineare B, sistema complesso che può essere servito solo a trascriverle. I poemi sono prodotto di arte matura nell’ambito di una cultura orale, e furono dapprima fissati e poi continuarono a circolare in forma orale, non per canti ma per nuclei di episodi. Le contraddizioni interne confermano che la loro fruizione era mediante ascolto, e perciò sono compatibili con l’oralità dei poemi; non sono compatibili con una composizione meditata quando già la scrittura era diffusa.

I lavori di Milman Parry hanno lasciato aperti molti problemi che sono stati affrontati in seguito: la meccanicità della dizione postulata da Parry rendeva difficile pensare che da essa potesse nascere un poema capace di suscitare emozioni come l’Iliade. Gli studi di Lord sui cantori della Jugoslavia hanno dimostrato che essi imparavano a parlare in versi come si impara una lingua, con lo stesso meccanismo, acquisizione decisiva: la creatività del rapsodo non era incompatibile con la schematizzazione della sua lingua. Altre obiezioni: contrapposizione troppo rigida tra la funzione tecnica e quella estetica degli epiteti e delle formule, l’insistenza sul fatto che sono usati specialmente per la loro comodità metrica, che mette in parte in ombra il fatto che per la maggior parte sono felicemente appropriati al contesto e danno al racconto un sapore che senza sarebbe perduto; la loro funzione è quindi insieme narrativa ed estetica oltre che tecnica, le cose sono chimicamente unite. Nell’Odissea si ripete più volte un verso formulare: alla conclusione di un episodio triste “riprendono il viaggio afflitti nel cuore”. Questa sorta di ritornello ha funzione estetica, ricorda il motivo del destino di sventura causato dall’ira di Poseidone, implica una forte qualità emozionale, ma rappresenta indubbiamente una comodità avere una frase lunga un esametro intero per riprendere il motivo. Altro problema aperto è stato sollevato da Meillet: se possedessimo il corpus di tutta l’epica arcaica potremmo dire che Omero è ancora più formulare, se per noi alcune cose non sono formule è perché non abbiamo testi in cui ritornano; la tesi è dimostrabilmente falsa: se tutto in Omero fosse formulare dunque predeterminato, sarebbe quasi impossibile un racconto nuovo e creativo, rimanendo ai dati concludiamo che Omero è formulare al 50-55%. Abbiamo in Omero frasi ed espressioni uniche, elementi parte di formule separati. Questi problemi sono ben affrontati da Hainswolth, specialmente in un libro del 1968 “the flexibility of the Homeric formularity”: dimostra che le formule sono mobili, trasferibili da uno spazio metrico, nome + epiteto separati da altre parole, in ordine invertito tra i costituenti; questi fatti non ottemperano alle regole individuate da Parry, dunque alcuni hanno dedotto che il modello è sbagliato e che Omero non è né tradizionale né orale. Hainswolth invece conclude che quella messa in evidenza da Parry è una parte privilegiata della dizione, la più antica e cristallizzata; ma non è vero che questa parte è l’origine e che le eccezioni sono degenerazioni rispetto al modello iniziale, ma è l’esatto contrario: nel tempo, con il ripetersi delle scene tipiche ed il ritornare della fraseologia, si fissano le formule in forza della tradizionalità, le formule non sono il punto di partenza ma il risultato del processo; nel caso degli eroi e degli dei la fraseologia si fissa ancora più facilmente per la ripetizione frequentissima del modello. Ultima obiezione a Parry: se è vero che un poeta meccanicamente ricorre a frasi fatte per menzionare un personaggio o un oggetto, se insomma c’è un automatismo, anche qui sembra sminuito il ruolo della creatività del poeta. La risposta si può dare con la psicolinguistica e i meccanismi di creazione del linguaggio: gli studiosi di linguistica generale hanno osservato che ogni parlante si serve di frasi fatte, e risulta che l’indice quantitativo di ripetizione è del 57%; Omero è tanto formulare perché è documento di oralità, dato obiettivo, indice quantitativo quasi identico. Omero è sia poeta automatico sia creatore, anche perché ogni attività umana è fatta di tanti processi e operazioni contemporanei tanto più liberi quanto più sono automatizzati (pensa a quando si guida l’automobile, se non c’è più bisogno di pensare ad ogni operazione diventa maggiore la libertà di decidere dove andare; possedere lo strumento della parola e della lingua permette di parlare e scrivere di qualunque argomento e far rispondere l’idea alla parola, ecc.; insomma aver scoperto che esiste una grammatica alla base della dizione di Omero non significa dire che sia un pappagallo).

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